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2021-06-12
Vietato ricordare le marocchinate. Per Sala è «provocazione razzista»
Beppe Sala (Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images)
Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco.
Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».
I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.
Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).
Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?
Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.
Milano ostaggio delle gang etniche
Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città.
Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia.
Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni.
Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
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Il sindaco tuona contro una conferenza dedicata agli stupri sistematici contro le donne italiane perpetrati dagli africani dell'esercito francese negli anni Quaranta. E alla fine l'evento viene annullato «causa Covid».Due magrebini aggrediscono una donna al Duomo, un undicenne rapinato ai piedi del Bosco verticale, risse alla Loggia dei Mercanti: la città ormai è fuori controllo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco. Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vietato-ricordare-le-marocchinate-per-sala-e-provocazione-razzista-2653334067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-ostaggio-delle-gang-etniche" data-post-id="2653334067" data-published-at="1623438801" data-use-pagination="False"> Milano ostaggio delle gang etniche Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città. Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia. Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni. Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
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Il 4 febbraio il Blue Note di Milano ospiterà lo spettacolo di Luigi Viva «Viva De André», dedicato al cantautore genovese Fabrizio De André e all'amicizia che ha legato i due sin dal 1975.
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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