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2021-06-12
Vietato ricordare le marocchinate. Per Sala è «provocazione razzista»
Beppe Sala (Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images)
Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco.
Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».
I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.
Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).
Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?
Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.
Milano ostaggio delle gang etniche
Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città.
Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia.
Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni.
Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
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Il sindaco tuona contro una conferenza dedicata agli stupri sistematici contro le donne italiane perpetrati dagli africani dell'esercito francese negli anni Quaranta. E alla fine l'evento viene annullato «causa Covid».Due magrebini aggrediscono una donna al Duomo, un undicenne rapinato ai piedi del Bosco verticale, risse alla Loggia dei Mercanti: la città ormai è fuori controllo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco. Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vietato-ricordare-le-marocchinate-per-sala-e-provocazione-razzista-2653334067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-ostaggio-delle-gang-etniche" data-post-id="2653334067" data-published-at="1623438801" data-use-pagination="False"> Milano ostaggio delle gang etniche Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città. Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia. Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni. Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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