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2021-06-12
Vietato ricordare le marocchinate. Per Sala è «provocazione razzista»
Beppe Sala (Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images)
Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco.
Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».
I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.
Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).
Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?
Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.
Milano ostaggio delle gang etniche
Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città.
Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia.
Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni.
Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
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Il sindaco tuona contro una conferenza dedicata agli stupri sistematici contro le donne italiane perpetrati dagli africani dell'esercito francese negli anni Quaranta. E alla fine l'evento viene annullato «causa Covid».Due magrebini aggrediscono una donna al Duomo, un undicenne rapinato ai piedi del Bosco verticale, risse alla Loggia dei Mercanti: la città ormai è fuori controllo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco. Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vietato-ricordare-le-marocchinate-per-sala-e-provocazione-razzista-2653334067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-ostaggio-delle-gang-etniche" data-post-id="2653334067" data-published-at="1623438801" data-use-pagination="False"> Milano ostaggio delle gang etniche Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città. Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia. Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni. Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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