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2021-06-12
Vietato ricordare le marocchinate. Per Sala è «provocazione razzista»
Beppe Sala (Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images)
Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco.
Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».
I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.
Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).
Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?
Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.
Milano ostaggio delle gang etniche
Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città.
Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia.
Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni.
Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
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Il sindaco tuona contro una conferenza dedicata agli stupri sistematici contro le donne italiane perpetrati dagli africani dell'esercito francese negli anni Quaranta. E alla fine l'evento viene annullato «causa Covid».Due magrebini aggrediscono una donna al Duomo, un undicenne rapinato ai piedi del Bosco verticale, risse alla Loggia dei Mercanti: la città ormai è fuori controllo.Lo speciale contiene due articoli.Ieri Beppe Sala, il sempre vigile sindaco di Milano, si è accorto di un fatto increscioso. «Ho scoperto in queste ore che il municipio 2, il cui presidente è il leghista Samuele Piscina, ha avviato una collaborazione e accordato l'uso del logo del municipio e del Comune di Milano a un incontro pubblico inutilmente provocatorio in cui si parla di violenze nel corso della Seconda guerra mondiale». Sala, tramite i social, ha informato la cittadinanza che all'evento «partecipa una casa editrice vicina a Casapound» e che «la storia è una cosa seria: usarla per provocazioni dal sapore di razzismo è una cosa che Milano e i milanesi non possono accettare. I nostri uffici», ha concluso minaccioso il primo cittadino, «stanno verificando tutti gli aspetti formali del procedimento». E in effetti gli uffici hanno verificato: la Prefettura, all'ultimo momento, ha chiesto agli organizzatori di cancellare l'incontro (previsto per ieri pomeriggio), facendo leva su motivi di sicurezza legati al Covid. Tutto rimandato a quando Milano sarà in zona bianca, e chissà se ha pesato più il virus o l'intervento del sindaco. Ma di quale tremendo incontro si trattava? Forse di una parata nazista o di un revival delle Ss? Macché. Il convegno in questione si intitolava «Marocchinate. La storia nascosta». Relatori: Emiliano Ciotti (fondatore della Associazione nazionale vittime delle marocchinate), Alessandra Colla e Lorenzo Cafarchio (della casa editrice Altaforte, che non ci risulta essere una pericolosa associazione illegale). A prescindere dalle valutazioni sugli ospiti, in ogni caso, a lasciare totalmente spiazzati è la frase di Sala sull'incontro «inutilmente provocatorio». Dove starebbe la provocazione nel ricordare la storia delle marocchinate? Forse il sindaco ha bisogno di rinfrescarsi la memoria. Per marocchinate si intendono gli stupri e le violenze compiute dal Cef, il Corp expeditionnaire français guidato dal generale Alphonse Juin. Come ha ricostruito il giornalista Andrea Cionci, tale corpo era «costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei. [...] Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti tabor in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta». Parliamo di 7.833 combattenti delle cui «imprese» si è occupata Eliane Patriarca, storica firma di Libération, autrice de La colpa dei vincitori. Viaggio nei crimini dell'esercito di liberazione, (Piemme). La Patriarca parla esplicitamente di «guerrieri berberi dell'Atlante, “rozzi montanari" secondo la Revue historique de l'armée. I francesi», racconta, «hanno cominciato a reclutarli a partire dal 1908 e inizialmente li hanno utilizzati nelle unità di polizia coloniale per la “pacificazione" del Marocco. I goums formano una fanteria di montagna di 12.000 uomini inquadrata nel 1942 nel Cef con uno statuto particolare. Ricevono una paga e le armi ma si nutrono e si vestono a proprie spese. In mezzo ai battle-dress e ai giubbotti kaki dei soldati alleati, i goumiers spiccano, atipici e pittoreschi: indossano una djellaba di lana scura a righe bianche con cappuccio, calzano sandali e gambali di lana bianca e marrone, sul corpo portano la rezza, una cuffia di lana scura, le trecce o il turbante, e sfoggiano anelli alle narici e alle orecchie».I goumier vanno in guerra «salmodiando la shahadah», la professione di fede islamica. Si fanno largo uccidendo e, soprattutto, violentando. Gli stupri sono cominciati in Sicilia, nel 1943. Poi, mano a mano che gli alleati avanzavano verso Nord, anche i goumiers si spostavano, e ovunque agivano allo stesso modo, raccontato pure dallo scrittore Norman Lewis nel celebre Napoli '44: «Ogni volta che prendono una città o un paese, ne segue lo stupro indiscriminato della popolazione». Donne, bambine e bambini, talvolta anche uomini. Le violenze avvenute in Ciociaria (in particolare a Pastena) furono raccontate da un altro cronista d'eccezione (a sua volta non certo di destra): Alberto Moravia. Le pose al centro de La ciociara, poi divenuto un film immortale grazie a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, e a Sophia Loren che nel 1960 vinse l'Oscar per la miglior attrice protagonista.Secondo Emiliano Ciotti, uno degli invitati al convegno milanese, le violenze sessuali compiute dai goumiers sono state circa 180.000: «Le stime ufficiali parlano di 20.000 vittime. Ma i numerosi documenti dei medici militari che abbiamo recuperato dicono che solo un terzo della popolazione denunciò gli stupri. Dunque parliamo di circa 60.000 persone, donne, uomini e bambini. I goumiers, poi, non violentavano mai da soli, ma sempre in gruppi composti da almeno tre persone. Dunque ogni vittima ha subito almeno tre stupri». Alcune testimonianze raccapriccianti citano ragazzine di 14 anni stuprate da bande di 200 guerrieri magrebini. Di quelle donne vessate e abusate si occupò tra le prime Maria Maddalena Rossi. Una fascista impenitente? Certo che no. La Rossi era una parlamentare del Pci che, a partire dal 1952, si prodigò perché alle vittime di violenza fosse concessa un po' di attenzione. Riuscì a censire 60.000 casi di furto, violenza, omicidio e saccheggio. Raccolse circa 12.000 testimonianze di donne «stuprate e infettate» dai magrebini. Ma la sua lotta non andò a buon fine: le vittime dovettero accontentarsi dei miseri indennizzi distribuiti dalle autorità francesi. Parliamo di 150.000 lire al massimo, che solo in poche riuscirono a ottenere (troppo complesse le procedure, troppo il timore di denunciare).Ci risulta che il sindaco Sala, nel 2020, si sia fatto fotografare con un segno rosso sotto un occhio per sensibilizzare la popolazione sui femminicidi e la violenza contro le donne. Ci risulta che non perda occasione per farsi bello con i temi «femminili», e che abbia anche dichiarato: «Milano è dalla parte delle donne». E allora ci dica: che cosa c'è di «provocatorio» nel raccontare la storia di migliaia di donne italiane violentate o uccise? Visto che gli aguzzini erano nordafricani e marocchini allora è da razzisti tenere viva la memoria delle vittime?Se questo è il pensiero di Sala, ne prendiamo atto. Ma stiano attente le donne milanesi: se dovessero essere aggredite da un nordafricano, meglio che non ne parlino troppo. Il loro sindaco potrebbe accusarle di razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vietato-ricordare-le-marocchinate-per-sala-e-provocazione-razzista-2653334067.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milano-ostaggio-delle-gang-etniche" data-post-id="2653334067" data-published-at="1623438801" data-use-pagination="False"> Milano ostaggio delle gang etniche Il sindaco Beppe Sala si è sempre vantato di aver fatto della sua Milano una grande città di respiro europeo. La cronaca degli ultimi giorni ci aiuta a capire cosa intendesse: probabilmente il riferimento era alle violenze sistematiche delle gang di origine immigrata che imperversano da Parigi a Londra, passando per Stoccolma. La quotidianità milanese è costellata da uno stillicidio di aggressioni, peraltro simbolicamente collocate nei luoghi più iconici della città. Due giorni fa, per esempio, una donna di 27 anni, peruviana, ha subito un tentativo violento di rapina mentre saliva le scale della metropolitana, al Duomo. Un ragazzo le ha preso il cellulare e, quando la donna ha reagito, un complice l'ha minacciata con una forbice e l'ha spinta giù dalle scale. Prima che i due scappassero, la vittima è però riuscita a riprendersi il telefono. Le forze dell'ordine hanno presto rintracciato i due: uno è un algerino di 19 anni, beccato mentre discuteva con un controllore perché non aveva il biglietto. Aveva ancora addosso le forbici. Il diciannovenne ha anche fatto resistenza all'arresto, spintonando gli agenti e dando calci alla loro vettura. Il complice è un marocchino di 26 anni. Entrambi sono irregolari in Italia. Dal Duomo spostiamoci a piazza Gae Aulenti, cuore pulsante della nuova Milano moderna e cosmopolita che tanto piace al primo cittadino dem. Proprio all'ombra del Bosco verticale, qualche giorno fa, un ragazzino di 11 anni ha subito un'aggressione e una rapina da parte di una baby gang. Il ragazzino, insieme a due amici, è stato accerchiato e minacciato da una banda. Alla fine è stato costretto a cedere lo zaino con il cellulare e... le scarpe. La madre della vittima ha parlato di «una baby gang nota a tutti, che si ritrova sulle panchine sotto il Bosco verticale: quando passi di lì se va bene ricevi solo insulti. Era già successo a mio marito. Tra minacce e furtarelli colpiscono da quasi tre anni, quindi ben prima della pandemia. Pochi restano in carcere, te li ritrovi in giro la settimana dopo». Dopo il fatto sono stati fermati un diciassettenne filippino e alcuni ragazzi di origine araba. Il furto delle scarpe, benché apparentemente bagatellare, richiama proprio quel tipo di micro aggressioni dal movente consumistico tipico delle banlieue. Solo che, stavolta, non si era in periferia, ma sotto casa di Fedez. E la vittima aveva appena 11 anni. Spostandoci di pochi chilometri arriviamo alla Loggia dei Mercanti, nel cuore della Milano medievale. Qui, solo pochi giorni fa, una maxi rissa davanti al McDonald's ha fatto il giro del mondo dopo essere stata ripresa in vari video dai residenti esasperati. Decine di stranieri, verosimilmente legati al giro dello spaccio, si sono tirati sedie, bottigliate e presi a calci. Una situazione, quella della zona di piazza Mercanti, talmente esplosiva che - come ha raccontato La Verità - persino l'Anpi ha finito per lamentarsene con il Comune, dato che il degrado ha avvolto anche un monumento al partigiano recentemente inaugurato. Lunare ed emblematica la risposta dell'assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, secondo cui «non è la repressione lo strumento per governare, semmai è la mediazione culturale». Del Corno ha anche auspicato che volontari dell'Anpi si alternino per spiegare le ragioni della Resistenza a pusher e sbandati vari. Nel frattempo, a Rho, i carabinieri hanno risolto il mistero sulla morte di Tunde Blessing, la ragazza nigeriana di 25 anni trovata morta vicina all'area in cui si prostituiva. A strangolarla sarebbe stato il suo ex, un trentaquattrenne ghanese. Ma, a parte questo, a Milano e dintorni va tutto bene.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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