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2022-06-20
Viaggiare nei luoghi della musica
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Tra le tante cose di cui possiamo fregiarci noi italiani, un posto di primo piano ce l’ha la musica. Bombardati come siamo da canzoni e canzonette usa e getta, ci dimentichiamo di sovente l’importanza di quest’arte così radicata nella nostra cultura. Per riscoprirla, basta poco; a volte, anche solo un viaggio.
Sono tanti, infatti, i paesi e le città d’Italia strettamente intrecciati con la nostra storia musicale, talvolta anche insospettabilmente. Non stiamo parlando di Bologna, città-fucina dei cantautori più famosi del Paese, ma di tutti quei luoghi che hanno sfornato artisti, strumenti musicali e racconti che hanno fatto la storia con la s maiuscola.
Si pensi all’opera, nata a Firenze nel XVI secolo in seno alla Camerata Fiorentina, gruppo di musicisti e letterati che intesero creare un’arte che facesse rivivere la tragedia greca.
Per non parlare della musica classica, data alla luce da compositori di fama mondiale, quali Giacomo Puccini, Niccolò Paganini o Vincenzo Bellini. Conoscerla significa entrare in contatto con la nostra identità: sviluppatasi in un arco di tempo che va dal 1200 al 1900, è la base di tutta la musica successiva, un rapporto che ricorda quello tra la danza classica e le danze contemporanee.
Bellezza, arte, emotività: sono tutte caratteristiche che ricevono da sempre grande considerazione da parte degli italiani. Ecco perché la produzione musicale – complice la commistione con altre culture – può vantare pezzi immortali, non solo operistici e classici, ma anche sacri. L’Italia è infatti una delle patrie del Cattolicesimo, motivo per cui da noi sono nati generi musicali quale il canto gregoriano (VIII secolo d.C.), definito dalla Chiesa cattolica “canto proprio della liturgia romana”.
Se molte nazioni valorizzano anche la loro musica folk, in questo l’Italia è stata a lungo un po’ meno brava, nonostante la pluralità di regioni e culture che ci caratterizzano: basta fare un viaggio da nord a sud, tra borghi e paesi, per rendersi conto di quanto la musica abbia permeato la quotidianità del popolo, creando canti e ritmi che hanno risentito delle influenze di altre popolazioni. Un esempio ci viene fornito dalla Puglia: nella Grecia Salentina il griko (dialetto tuttora parlato) viene utilizzato in canti che mischiano influssi arabi, greci e africani.
Nel nord – com’è intuibile – è la cultura celtica ad avere la meglio nella musica della tradizione: il valzer e la polka sono due dei tanti figli di questa tradizione.
L’impronta del genio sulla musica, non solo nazionale, ha anche a che fare con le innovazioni tecniche: ricordiamo che fu Guido d’Arezzo che, nel Medioevo, diede il nome alle note musicali. Ma i contributi non si contano, anche a livello di scala, di armonia e di generi.
In generale, i viaggi ispirati dalla musica sono tra i più emozionanti: questa tipologia di viaggi, infatti, non solo ci aiuta a comprendere le nostre origini, ma ci avvina ai nostri autori preferiti. Per aiutarci, potremmo anche creare un’apposita playlist da portare con noi durante la nostra avventura musicale: la musica è sentimento, e nessun viaggio si imprime meglio nella memoria di quello che ci scatena forti emozioni.
Ci sono poi posti che sembrano essersi sviluppati a braccetto con la musica: Napoli è uno di questi. Impossibile parlare della città partenopea senza far riferimento alle note che la attraversano dalla mattina alla sera.
Uscendo dai confini nazionali, New Orleans è un altro straordinario esempio del connubio tra tessuto urbano e musica.
Il cinema – altra sublime arte – ha rafforzato queste immagini dentro di noi attraverso lungometraggi e musical. Sempre a proposito di Napoli, viene in mente «Passione», opera di John Turturro e omaggio a tutto ciò che rappresenta la città campana, stereotipi compresi.
Tornando al resto del mondo, come non pensare ad alcuni luoghi iconici, come le strisce pedonali attraversate dai Beatles? Siamo a Londra, precisamente in Abbey Road, dove si trovavano gli studi musicali del celeberrimo gruppo.
Cuba, invece, è un po’ come Napoli: non si può parlare di lei senza far riferimento alla musica, così come succede a Rio de Janeiro e al Brasile tutto, ma anche alla Jamaica e a tribù – come quelle africane e aborigena – che scandiscono le loro giornate in compagnia degli strumenti musicali.
Tutto questo per dire che la musica non è un vezzo, ma una parte fondante della nostra vita, anche quando non ce ne accorgiamo. Un semplice caffè seduti al tavolino di un bar è un modo per accorgerci che non c’è giornata senza musica, anche se questa musica – ormai molto spesso – si traduce in voci e rumori consumistici, che lasciano spazio nel giro di poche settimane a voci e rumori che lo sono altrettanto. Poco importa: il valore antropologico della musica, per quanto dominato dalle leggi del commercio, rimane inalterato. Perché la musica dona energia, consola, accompagna.
Ecco un viaggio che potremmo fare in Italia, partendo come sempre da Nord e arrivando a Sud.
Cremona

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La prima città a meritare una visita da parte degli appassionati di musica è Cremona, patria del violino.
Qui l’arte liutaria (che consiste nella creazione e nel restauro di violini, viole, contrabbassi e violoncelli) prosegue da generazioni. Due arti si uniscono nel capoluogo di provincia lombardo: non solo la musica, dunque, ma anche l’artigianato.
E infatti il centro di Cremona è disseminato di botteghe, i cui proprietari si sono formati grazie allo stretto rapporto con il proprio maestro. Questo saper fare (così distante dalla produzione industrializzata della nostra epoca) è patrimonio mondiale UNESCO.
Inoltre Cremona è città di musicisti quali Claudio Monteverdi e di liutai come il celeberrimo Antonio Stradivari.
Una visita a Cremona non può non partire da Piazza del Comune, considerata una delle più belle d’Italia, dominata com’è dal Duomo, dal Battistero e dall’altissimo Torrazzo, ma anche dalla Loggia dei Militi e dal Palazzo del Comune.
Rimanendo in tema musicale, imperdibile il Museo del Violino, all’interno di Palazzo dell’Arte. Se si vuole provare il brivido di ascoltare uno Stradivari al massimo delle sue potenzialità, è imperativo assistere a un concerto in Auditorium. Per maggiori informazioni, chiamare lo 0372 801801.
Dormire
- L’Archetto, Via Brescia 9, Cremona: per chi ama gli ostelli puliti e accoglienti;
- Locanda La Motta, Via Argine Casalmaggiore 84, Motta Baluffi (CR): confortevole e in posizione tranquilla.
Mangiare
- Antica Locanda Bissone, Via Francesco Pecorari 3, Cremona: da provare le tagliatelle al ragù de regai (cioè al sugo di rigaglie di pollo);
- Trattoria del Tempo Perso, Via Ceresole 3, Cremona: qui si mangia, tra le altre pietanze, la trippa alla cremonese;
- Hosteria Del Cavo, Via Cavo Cerca 8, Cremona: ottimi i risotti.
Perugia

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Anche Perugia fa rima con musica: Umbria Jazz è un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti di questo genere musicale e da anni, ormai, si fregia di musicisti di fama nazionale e internazionale. Un esempio su tutti? Il compianto B.B. King, scomparso nel 2015.
Quest’anno si terrà dall’8 al 17 luglio e sul sito è possibile scaricare il programma completo. Tra gli appuntamenti, segnaliamo quello con Tom Jones, che si terrà sabato 16 luglio alle 21 presso l’Arena Santa Giuliana. Nello stesso luogo - ma il giorno prima - si esibirà invece Diana Krall, celebre jazz singer canadese.
Non solo eventi a pagamento e non solo jazz, ma anche concerti gratuiti blues e rock sparsi tra le vie di questa città dal tangibile fascino medievale.
Ma Umbria Jazz è solo una delle tante scuse per visitare Perugia. Tante altre ce ne sono: la Fontana Maggiore, per esempio: in Piazza IV Novembre sorge quest’opera creata dalle mani di Nicola e Giovanni Pisano e presente in tutti i libri di storia dell’arte. Nella medesima piazza si trova anche il Palazzo dei Priori, di gotica memoria, sugli scalini del quale si siedono studenti provenienti da tutto il mondo.
Un altro luogo simbolo del capoluogo umbro è la Rocca Paolina, di Antonio da Sangallo il Giovane. Dal parcheggio di Piazza Partigiani partono le scale mobili che ne attraversano i sotterranei e arrivano a Piazza Italia. Un percorso particolarmente suggestivo durante le serate estive.
Se si vuole fare incetta d’arte, allora non bisogna mancare la visita alla Galleria Nazionale dell’Umbria, che conserva opere di pittori come Pinturicchio e Perugino. Ma palazzi, chiese e opere non si contano: basta anche una passeggiata distratta nel centro storico per rendersene conto.
Dormire
- Vannucci House, Piazza della Repubblica 71, Perugia: b&b centralissimo, confortevole e con una bella terrazza;
- Relais dell’Olmo, Strada Olmo-Ellera 4: a pochi minuti d’auto da Perugia. Belle sia la struttura che la piscina.
Mangiare
- Locanda Del Bartoccio, Piazza Giacomo Matteotti 39: piatto tipico? Stringozzi alla norcina;
- La Bottega di Perugia, Piazza Francesco Morlacchi 4, Perugia: famoso per gli ottimi panini;
- Locanda dei Morlacchi, Via del Verzaro 39, Perugia: da provare i tortelli con il tartufo.
Melpignano

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Altro luogo simbolo della musica nostrana è Melpignano (LE), famoso per la Notte della Taranta. Non più musica classica o jazz: siamo nell’ambito dei canti e delle danze popolari, per non dire etno-antropologici.
La Notte della Taranta è il festival musicale più importante d’Europa e quest’anno si terrà il 27 agosto di fronte al Convento degli Agostiniani. Anche qui arrivano musicisti di fama nazionale e internazionale, ma Melpignano è solo il culmine di quello che, a tutti gli effetti, è un festival itinerante, che parte da Corigliano d’Otranto e attraversa diverse piazze salentine.
Nato nel 1998, celebra in special modo la pizzica, contaminata con la world music, il jazz e altri stili musicali, a dimostrazione del fatto che la musica, come qualunque altro linguaggio, è in costante evoluzione. La Notte della Taranta è anche il nome dell’orchestra popolare nata grazie ad Ambrogio Sparagna, suonatore di organetto e raffinato ricercatore nel campo.
A Melpignano si parla anche il griko, dialetto contaminato con altre lingue, tanto quanto lo è il festival con i vari generi musicali. Girare per il borgo significa toccare con mano le peculiarità della Grecia Salentina, tra cui la pietra leccese, che rende così particolari i vari edifici. Nei dintorni di Melpignano, infatti, si trovano le cave da cui viene estratto questo materiale.
Famosi anche i menhir e i dolmen, megaliti di origine preistorica, nonché i palazzi e le chiese, tra cui spicca quella di San Giorgio. Ma il fascino di Melpignano – come di tutta la Grecia Salentina – è conferito anche dai muretti a secco, dagli ulivi che la circondano e soprattutto dall’atmosfera che la permea.
Dormire
- Calì Nitta, Piazza Vittoria 28, Corigliano d’Otranto: b&b in struttura storica centralissima;
- Corte Chiesa, Via Chiesa, Corigliano d’Otranto: struttura che si trova nella corte più antica del borgo. Semplicità e gusto.
Mangiare
- Melpigos Taversa, Via Catalana 11, Melpignano: molto apprezzato anche per le pizze;
- Ristorante Estia, Via Camillo Benso Conte di Cavour 11, Corigliano d’Otranto: per mangiare piatti a base di pesce fresco;
- Trattoria Osteria del Buonuomo, Via G. Garibaldi 63, Corigliano d’Otranto: apprezzatissimi i maccheroncini al ragù di cavallo.
Busseto

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Quando si parla di musica italiana, non si può non far riferimento a Busseto (PR), città natale di Giuseppe Verdi. Per essere più precisi, il compositore nostrano nacque a Roncole Verdi, sua frazione.
Qui si trova infatti la casa natale dell’autore del Nabucco (Via della Processione 1), abitato un tempo dalla famiglia al completo. Il padre vi gestiva un’osteria, mentre la madre era una filatrice. Se la si vuole visitare, è possibile sia chiamare i numeri 0524.801331 / 0524.92487 che scrivere a info@bussetolive.com.
I luoghi di Giuseppe Verdi non finiscono qui: per i seguaci del compositore, sarebbe d’obbligo una visita al Museo Nazionale a lui intitolato. Si tratta di un’imponente villa, all’interno della quale è possibile seguire un percorso storico sulle 27 opere del cosiddetto “cigno di Busseto”. La brutta notizia è che il museo è temporaneamente chiuso, ma in attesa che riapra si possono ammirare i notevoli esterni, giardino incluso.
Inutile dire che, se ci si vuole anche minimamente avvicinare al compositore, bisogna passare da Piazza Giuseppe Verdi, con la sua statua bronzea. Inoltre, sulla piazza affaccia anche Casa Barezzi, intitolata al benefattore, nonché suocero del musicista. Questa casa vide la nascita dell’amore tra un giovanissimo Verdi e la figlia del proprietario, di cui era insegnante. Oggi la casa è un museo visitabile, per via delle targhe, del pianoforte e di tutte le testimonianze, grandi e piccole, di questa storia affascinante. Per tutte le informazioni, scrivere a info@museocasabarezzi.it.
A Busseto non poteva che esserci anche un teatro intitolato al compositore: il bellissimo edificio sorge nella medesima, ricchissima piazza.
Se invece siete curiosi di scoprire dove Verdi venne battezzato – e dove si esercitava da piccolo – eccolo svelato: Chiesa di San Michele Arcangelo, sempre a Roncole.
Dormire
- Locanda Alle Roncole, Via Processione 179, Roncole Verdi: a pochi metri dalla casa di Giuseppe Verdi, è dotata anche di un ottimo ristorante;
- Hotel Mathis, Viale G. Matteotti 68, Fiorenzuola d’Arda (PC): struttura moderna e ottima colazione.
Mangiare
- Salumeria Sapori Della Bassa, Via Pietro Balestra 2, Busseto: salumi e formaggi locali e di eccellente qualità;
- Ristorante Osteria Vecchio Mulino Dallatana, Via Arturo Toscanini 69/71, Roncole Verdi: da provare la pasta fatta in casa con il culatello;
- L’Osteria, Via Ferdinando Provesi 13, Busseto: ottimi gli agnolini in brodo.
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Da Cremona, città del violino, a Busseto, che diede i natali a Giuseppe Verdi, passando per Perugia, dove da anni è imperdibile l'appuntamento con l'Umbria Jazz, e Melpignano in Puglia, famosa per la Notte della Taranta. Ecco un modo diverso, artistico, di venire a contatto con le bellezze italiane. Vi proponiamo un breve itinerario che attraversa l'Italia da Nord a Sud.Lo speciale contiene un articolo e quattro approfondimenti.Tra le tante cose di cui possiamo fregiarci noi italiani, un posto di primo piano ce l’ha la musica. Bombardati come siamo da canzoni e canzonette usa e getta, ci dimentichiamo di sovente l’importanza di quest’arte così radicata nella nostra cultura. Per riscoprirla, basta poco; a volte, anche solo un viaggio.Sono tanti, infatti, i paesi e le città d’Italia strettamente intrecciati con la nostra storia musicale, talvolta anche insospettabilmente. Non stiamo parlando di Bologna, città-fucina dei cantautori più famosi del Paese, ma di tutti quei luoghi che hanno sfornato artisti, strumenti musicali e racconti che hanno fatto la storia con la s maiuscola.Si pensi all’opera, nata a Firenze nel XVI secolo in seno alla Camerata Fiorentina, gruppo di musicisti e letterati che intesero creare un’arte che facesse rivivere la tragedia greca.Per non parlare della musica classica, data alla luce da compositori di fama mondiale, quali Giacomo Puccini, Niccolò Paganini o Vincenzo Bellini. Conoscerla significa entrare in contatto con la nostra identità: sviluppatasi in un arco di tempo che va dal 1200 al 1900, è la base di tutta la musica successiva, un rapporto che ricorda quello tra la danza classica e le danze contemporanee.Bellezza, arte, emotività: sono tutte caratteristiche che ricevono da sempre grande considerazione da parte degli italiani. Ecco perché la produzione musicale – complice la commistione con altre culture – può vantare pezzi immortali, non solo operistici e classici, ma anche sacri. L’Italia è infatti una delle patrie del Cattolicesimo, motivo per cui da noi sono nati generi musicali quale il canto gregoriano (VIII secolo d.C.), definito dalla Chiesa cattolica “canto proprio della liturgia romana”.Se molte nazioni valorizzano anche la loro musica folk, in questo l’Italia è stata a lungo un po’ meno brava, nonostante la pluralità di regioni e culture che ci caratterizzano: basta fare un viaggio da nord a sud, tra borghi e paesi, per rendersi conto di quanto la musica abbia permeato la quotidianità del popolo, creando canti e ritmi che hanno risentito delle influenze di altre popolazioni. Un esempio ci viene fornito dalla Puglia: nella Grecia Salentina il griko (dialetto tuttora parlato) viene utilizzato in canti che mischiano influssi arabi, greci e africani.Nel nord – com’è intuibile – è la cultura celtica ad avere la meglio nella musica della tradizione: il valzer e la polka sono due dei tanti figli di questa tradizione.L’impronta del genio sulla musica, non solo nazionale, ha anche a che fare con le innovazioni tecniche: ricordiamo che fu Guido d’Arezzo che, nel Medioevo, diede il nome alle note musicali. Ma i contributi non si contano, anche a livello di scala, di armonia e di generi.In generale, i viaggi ispirati dalla musica sono tra i più emozionanti: questa tipologia di viaggi, infatti, non solo ci aiuta a comprendere le nostre origini, ma ci avvina ai nostri autori preferiti. Per aiutarci, potremmo anche creare un’apposita playlist da portare con noi durante la nostra avventura musicale: la musica è sentimento, e nessun viaggio si imprime meglio nella memoria di quello che ci scatena forti emozioni.Ci sono poi posti che sembrano essersi sviluppati a braccetto con la musica: Napoli è uno di questi. Impossibile parlare della città partenopea senza far riferimento alle note che la attraversano dalla mattina alla sera. Uscendo dai confini nazionali, New Orleans è un altro straordinario esempio del connubio tra tessuto urbano e musica. Il cinema – altra sublime arte – ha rafforzato queste immagini dentro di noi attraverso lungometraggi e musical. Sempre a proposito di Napoli, viene in mente «Passione», opera di John Turturro e omaggio a tutto ciò che rappresenta la città campana, stereotipi compresi.Tornando al resto del mondo, come non pensare ad alcuni luoghi iconici, come le strisce pedonali attraversate dai Beatles? Siamo a Londra, precisamente in Abbey Road, dove si trovavano gli studi musicali del celeberrimo gruppo.Cuba, invece, è un po’ come Napoli: non si può parlare di lei senza far riferimento alla musica, così come succede a Rio de Janeiro e al Brasile tutto, ma anche alla Jamaica e a tribù – come quelle africane e aborigena – che scandiscono le loro giornate in compagnia degli strumenti musicali.Tutto questo per dire che la musica non è un vezzo, ma una parte fondante della nostra vita, anche quando non ce ne accorgiamo. Un semplice caffè seduti al tavolino di un bar è un modo per accorgerci che non c’è giornata senza musica, anche se questa musica – ormai molto spesso – si traduce in voci e rumori consumistici, che lasciano spazio nel giro di poche settimane a voci e rumori che lo sono altrettanto. Poco importa: il valore antropologico della musica, per quanto dominato dalle leggi del commercio, rimane inalterato. Perché la musica dona energia, consola, accompagna.Ecco un viaggio che potremmo fare in Italia, partendo come sempre da Nord e arrivando a Sud.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggiare-luoghi-musica-2657534760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cremona" data-post-id="2657534760" data-published-at="1655740133" data-use-pagination="False"> Cremona iStock La prima città a meritare una visita da parte degli appassionati di musica è Cremona, patria del violino.Qui l’arte liutaria (che consiste nella creazione e nel restauro di violini, viole, contrabbassi e violoncelli) prosegue da generazioni. Due arti si uniscono nel capoluogo di provincia lombardo: non solo la musica, dunque, ma anche l’artigianato.E infatti il centro di Cremona è disseminato di botteghe, i cui proprietari si sono formati grazie allo stretto rapporto con il proprio maestro. Questo saper fare (così distante dalla produzione industrializzata della nostra epoca) è patrimonio mondiale UNESCO.Inoltre Cremona è città di musicisti quali Claudio Monteverdi e di liutai come il celeberrimo Antonio Stradivari.Una visita a Cremona non può non partire da Piazza del Comune, considerata una delle più belle d’Italia, dominata com’è dal Duomo, dal Battistero e dall’altissimo Torrazzo, ma anche dalla Loggia dei Militi e dal Palazzo del Comune.Rimanendo in tema musicale, imperdibile il Museo del Violino, all’interno di Palazzo dell’Arte. Se si vuole provare il brivido di ascoltare uno Stradivari al massimo delle sue potenzialità, è imperativo assistere a un concerto in Auditorium. Per maggiori informazioni, chiamare lo 0372 801801.Dormire L’Archetto, Via Brescia 9, Cremona: per chi ama gli ostelli puliti e accoglienti;Locanda La Motta, Via Argine Casalmaggiore 84, Motta Baluffi (CR): confortevole e in posizione tranquilla.Mangiare Antica Locanda Bissone, Via Francesco Pecorari 3, Cremona: da provare le tagliatelle al ragù de regai (cioè al sugo di rigaglie di pollo);Trattoria del Tempo Perso, Via Ceresole 3, Cremona: qui si mangia, tra le altre pietanze, la trippa alla cremonese;Hosteria Del Cavo, Via Cavo Cerca 8, Cremona: ottimi i risotti. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggiare-luoghi-musica-2657534760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="perugia" data-post-id="2657534760" data-published-at="1655740133" data-use-pagination="False"> Perugia iStock Anche Perugia fa rima con musica: Umbria Jazz è un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti di questo genere musicale e da anni, ormai, si fregia di musicisti di fama nazionale e internazionale. Un esempio su tutti? Il compianto B.B. King, scomparso nel 2015.Quest’anno si terrà dall’8 al 17 luglio e sul sito è possibile scaricare il programma completo. Tra gli appuntamenti, segnaliamo quello con Tom Jones, che si terrà sabato 16 luglio alle 21 presso l’Arena Santa Giuliana. Nello stesso luogo - ma il giorno prima - si esibirà invece Diana Krall, celebre jazz singer canadese.Non solo eventi a pagamento e non solo jazz, ma anche concerti gratuiti blues e rock sparsi tra le vie di questa città dal tangibile fascino medievale.Ma Umbria Jazz è solo una delle tante scuse per visitare Perugia. Tante altre ce ne sono: la Fontana Maggiore, per esempio: in Piazza IV Novembre sorge quest’opera creata dalle mani di Nicola e Giovanni Pisano e presente in tutti i libri di storia dell’arte. Nella medesima piazza si trova anche il Palazzo dei Priori, di gotica memoria, sugli scalini del quale si siedono studenti provenienti da tutto il mondo.Un altro luogo simbolo del capoluogo umbro è la Rocca Paolina, di Antonio da Sangallo il Giovane. Dal parcheggio di Piazza Partigiani partono le scale mobili che ne attraversano i sotterranei e arrivano a Piazza Italia. Un percorso particolarmente suggestivo durante le serate estive.Se si vuole fare incetta d’arte, allora non bisogna mancare la visita alla Galleria Nazionale dell’Umbria, che conserva opere di pittori come Pinturicchio e Perugino. Ma palazzi, chiese e opere non si contano: basta anche una passeggiata distratta nel centro storico per rendersene conto. DormireVannucci House, Piazza della Repubblica 71, Perugia: b&b centralissimo, confortevole e con una bella terrazza;Relais dell’Olmo, Strada Olmo-Ellera 4: a pochi minuti d’auto da Perugia. Belle sia la struttura che la piscina.MangiareLocanda Del Bartoccio, Piazza Giacomo Matteotti 39: piatto tipico? Stringozzi alla norcina;La Bottega di Perugia, Piazza Francesco Morlacchi 4, Perugia: famoso per gli ottimi panini;Locanda dei Morlacchi, Via del Verzaro 39, Perugia: da provare i tortelli con il tartufo. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggiare-luoghi-musica-2657534760.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="melpignano" data-post-id="2657534760" data-published-at="1655740133" data-use-pagination="False"> Melpignano iStock Altro luogo simbolo della musica nostrana è Melpignano (LE), famoso per la Notte della Taranta. Non più musica classica o jazz: siamo nell’ambito dei canti e delle danze popolari, per non dire etno-antropologici.La Notte della Taranta è il festival musicale più importante d’Europa e quest’anno si terrà il 27 agosto di fronte al Convento degli Agostiniani. Anche qui arrivano musicisti di fama nazionale e internazionale, ma Melpignano è solo il culmine di quello che, a tutti gli effetti, è un festival itinerante, che parte da Corigliano d’Otranto e attraversa diverse piazze salentine.Nato nel 1998, celebra in special modo la pizzica, contaminata con la world music, il jazz e altri stili musicali, a dimostrazione del fatto che la musica, come qualunque altro linguaggio, è in costante evoluzione. La Notte della Taranta è anche il nome dell’orchestra popolare nata grazie ad Ambrogio Sparagna, suonatore di organetto e raffinato ricercatore nel campo.A Melpignano si parla anche il griko, dialetto contaminato con altre lingue, tanto quanto lo è il festival con i vari generi musicali. Girare per il borgo significa toccare con mano le peculiarità della Grecia Salentina, tra cui la pietra leccese, che rende così particolari i vari edifici. Nei dintorni di Melpignano, infatti, si trovano le cave da cui viene estratto questo materiale.Famosi anche i menhir e i dolmen, megaliti di origine preistorica, nonché i palazzi e le chiese, tra cui spicca quella di San Giorgio. Ma il fascino di Melpignano – come di tutta la Grecia Salentina – è conferito anche dai muretti a secco, dagli ulivi che la circondano e soprattutto dall’atmosfera che la permea.Dormire Calì Nitta, Piazza Vittoria 28, Corigliano d’Otranto: b&b in struttura storica centralissima;Corte Chiesa, Via Chiesa, Corigliano d’Otranto: struttura che si trova nella corte più antica del borgo. Semplicità e gusto.Mangiare Melpigos Taversa, Via Catalana 11, Melpignano: molto apprezzato anche per le pizze;Ristorante Estia, Via Camillo Benso Conte di Cavour 11, Corigliano d’Otranto: per mangiare piatti a base di pesce fresco;Trattoria Osteria del Buonuomo, Via G. Garibaldi 63, Corigliano d’Otranto: apprezzatissimi i maccheroncini al ragù di cavallo. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggiare-luoghi-musica-2657534760.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="busseto" data-post-id="2657534760" data-published-at="1655740133" data-use-pagination="False"> Busseto iStock Quando si parla di musica italiana, non si può non far riferimento a Busseto (PR), città natale di Giuseppe Verdi. Per essere più precisi, il compositore nostrano nacque a Roncole Verdi, sua frazione.Qui si trova infatti la casa natale dell’autore del Nabucco (Via della Processione 1), abitato un tempo dalla famiglia al completo. Il padre vi gestiva un’osteria, mentre la madre era una filatrice. Se la si vuole visitare, è possibile sia chiamare i numeri 0524.801331 / 0524.92487 che scrivere a info@bussetolive.com.I luoghi di Giuseppe Verdi non finiscono qui: per i seguaci del compositore, sarebbe d’obbligo una visita al Museo Nazionale a lui intitolato. Si tratta di un’imponente villa, all’interno della quale è possibile seguire un percorso storico sulle 27 opere del cosiddetto “cigno di Busseto”. La brutta notizia è che il museo è temporaneamente chiuso, ma in attesa che riapra si possono ammirare i notevoli esterni, giardino incluso.Inutile dire che, se ci si vuole anche minimamente avvicinare al compositore, bisogna passare da Piazza Giuseppe Verdi, con la sua statua bronzea. Inoltre, sulla piazza affaccia anche Casa Barezzi, intitolata al benefattore, nonché suocero del musicista. Questa casa vide la nascita dell’amore tra un giovanissimo Verdi e la figlia del proprietario, di cui era insegnante. Oggi la casa è un museo visitabile, per via delle targhe, del pianoforte e di tutte le testimonianze, grandi e piccole, di questa storia affascinante. Per tutte le informazioni, scrivere a info@museocasabarezzi.it.A Busseto non poteva che esserci anche un teatro intitolato al compositore: il bellissimo edificio sorge nella medesima, ricchissima piazza.Se invece siete curiosi di scoprire dove Verdi venne battezzato – e dove si esercitava da piccolo – eccolo svelato: Chiesa di San Michele Arcangelo, sempre a Roncole.Dormire Locanda Alle Roncole, Via Processione 179, Roncole Verdi: a pochi metri dalla casa di Giuseppe Verdi, è dotata anche di un ottimo ristorante;Hotel Mathis, Viale G. Matteotti 68, Fiorenzuola d’Arda (PC): struttura moderna e ottima colazione.MangiareSalumeria Sapori Della Bassa, Via Pietro Balestra 2, Busseto: salumi e formaggi locali e di eccellente qualità;Ristorante Osteria Vecchio Mulino Dallatana, Via Arturo Toscanini 69/71, Roncole Verdi: da provare la pasta fatta in casa con il culatello;L’Osteria, Via Ferdinando Provesi 13, Busseto: ottimi gli agnolini in brodo.
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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