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2023-09-01
Verso il bis di Quota 103 e più Ape sociale
È sicuramente quello delle pensioni il tema che sta diventando più caldo, rispetto ai numeri e alle coperture della legge di bilancio. Da una parte, infatti, si moltiplicano le voci secondo le quali il governo procederà a una limatura delle indicizzazioni degli assegni più alti, mentre dall’altra giungono rassicurazioni su un aumento delle minime. Ciò non sta evitando una levata di scudi da parte dei sindacati di categoria, che minacciano già da qualche giorno manifestazioni di protesta nel caso venissero confermate le indiscrezioni sui tagli a quelle più cospicue.
D’altra parte, le parole pronunciate su queste colonne dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon lasciano prefigurare entrambi gli interventi sulle pensioni da parte dell’esecutivo, e parimenti la conferma di Quota 103, con il rinvio di quota 41 (fortemente desiderata dalla Lega) a una delle prossime manovre. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, infatti, ha più volte sottolineato che gli obiettivi del governo in tema di pensioni e di sostegno a famiglie e alle classi più disagiate vanno visti in un’ottica di legislatura, piuttosto che nel lasso di una o due leggi di bilancio.
In ogni caso, se tutto dovesse andare come nelle premesse, anche nel 2024 ci si potrà avvalere di Quota 103, ovvero accedere alla pensione avendo almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Il governo sta concentrando le risorse, come detto, anche sul fronte dell’aumento delle minime, facendole scavalcare almeno la soglia dei 600 euro. Si pensa poi che con la rivalutazione all’inflazione si possa arrivare almeno a 615 euro. Se i soldi non dovessero bastare per tutti, l’aumento potrebbe riguardare solo gli over 75 ma su questo fronte Forza Italia (che ha ben presente l’impegno preso nella sua ultima campagna elettorale da Silvio Berlusconi) sta spingendo sull’incremento erga omnes. Tra l’altro, l’obiettivo dichiarato degli esponenti azzurri è di portare le minime a 1.000 euro entro la fine della legislatura.
Capitolo Opzione donna: qui a spingere per l’allargamento della platea delle beneficiarie è il ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone, dopo le polemiche dell’anno scorso per la stretta sull’accesso. Il desiderio sarebbe quello di dare la possibilità di andare in pensione a 10.000 donne in più rispetto all’anno scorso. Lavoratrici che hanno 35 anni di contributi lavorativi ma o non hanno compiuto il sessantesimo anno d’età (paletto messo l’anno scorso) o non hanno i requisiti prescritti quanto, ad esempio, al numero di figli o alla mansione ricoperta. Questo intervento, però, si scontra con le risorse a disposizione, ed è per questo che potrebbe fondersi con l’Ape sociale, in cui andrebbero a confluire nuove tutele. Tra queste, più flessibilità per caregiver e lavoratrici in particolari condizioni. Quest’anno per accedere all’Ape sociale è stato necessario aver compiuto 63 anni di età, aver interrotto l’attività lavorativa e non essere titolari di un trattamento pensionistico diretto. Se la misura dovesse essere potenziata, nel 2024 entrerebbero i professionisti impegnati in attività usuranti.
Alla Verità, Durigon ha detto a chiare lettere che «l’Ape sociale può essere lo strumento attraverso il quale garantire maggiore flessibilità in uscita alle donne che per i motivi che tutti conosciamo iniziano a lavorare più tardi e spesso hanno una vita contributiva meno continua rispetto a quella degli uomini». In ogni caso, la polemica politica non attende certo che si dipanino le incognite relative alle coperture o alla dinamica del deficit e pertanto anche la giornata di ieri ha visto più di un botta e risposta tra esponenti di maggioranza e minoranza.
Sul piede di guerra, in particolare, i sindacati dei pensionati, che hanno minacciato più volte di scendere in piazza qualora l’esecutivo confermasse l’intenzione di limare gli assegni più alti. Per la Spi-Cgil «se questo governo pensa di tagliare ancora l’indicizzazione degli assegni, stavolta faremo fatica a stare fermi. Scenderemo in piazza, come in Francia. E faremo ricorso alla Corte costituzionale». Parole simili dalla Uil pensionati: «L’ipotesi di un ulteriore taglio per noi non è nemmeno da considerare e, in caso si realizzasse, di certo non staremmo fermi. Allo stesso modo», aggiunge, «non rimarremmo con le mani in mano se nella legge di bilancio non ci fossero finanziamenti adeguati per la non autosufficienza e per potenziare la sanità pubblica».
Dalla maggioranza, come detto, si moltiplicano le voci rassicuranti, mentre i partiti di opposizione accusano il premier e il centrodestra in generale di voler procedere a tagli draconiani. «Per Forza Italia», ha dichiarato Maurizio Gasparri, «la misura più urgente è l’aumento delle pensioni minime per aiutare la fascia più fragile della popolazione, e la conferma del taglio del cuneo fiscale per migliorare il potere di acquisto delle famiglie e dei lavoratori». Per Angelo Bonelli, dell’Alleanza Verdi-Sinistra, la Meloni «taglia le pensioni, taglia la salute, taglia la cultura e le risorse per i giovani».
Per sostenere la natalità, allo studio un bonus per chi fa il secondo figlio
Il governo è al lavoro per risolvere il nodo della natalità in caduta libera e per questo all’interno della manovra 2024 potrebbero arrivare un bonus per chi fa un secondo figlio e persino un «reddito di infanzia» per chi ha almeno tre pargoli. La prossima manovra di bilancio sarà dunque l’occasione per sperare di far ripartire le nascite nel nostro Paese. Sono diverse le ipotesi allo studio in merito, ma quelle più concrete riguardano tutti aiuti alle famiglie numerose.
L’idea del bonus secondo figlio arriva dal ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, che spera di destinare i fondi dell’assegno unico alle coppie che decideranno di andare oltre il figlio unico. I dettagli della norma non sono ancora definiti, ma allo studio ci sarebbero sia uno sgravio fiscale sia l’azzeramento della retta dell’asilo, da sempre un fardello per le tasche dei giovani genitori.
Ma all’interno della maggioranza c’è già chi vorrebbe andare oltre un aiuto per chi fa due figli. Tra le ipotesi al vaglio si pensa anche a un reddito di infanzia, che potrebbe persino diventare successivamente un assegno di gioventù. In questo caso, l’idea sarebbe quella di offrire 400 euro al mese per ogni figlio fino all’età di sei anni. Calcoli alla mano si tratterebbe di 28.800 euro spalmati su 72 mesi. Successivamente il contributo scenderebbe a 250 euro al mese dai 7 ai 25 anni di età. Pallottoliere alla mano, sarebbero altri 54.000 euro divisi sui successivi 18 anni di età. In totale, insomma, il governo starebbe valutando di elargire 82.800 euro per ogni figlio nato in Italia dopo il primogenito. Se così fosse si tratterebbe di un vero e proprio tesoretto in arrivo attraverso una riforma particolarmente costosa e caldeggiata da Fratelli d’Italia, il partito del premier Giorgia Meloni, che spinge per averlo nella prossima manovra.
Il problema è che questa manovra si preannuncia dai margini davvero stretti, anche perché, oltre al tema della denatalità, c’è anche quello della riforma del cuneo fiscale, altra misura salatissima per le tasche dello Stato. Anche per questo l’esecutivo punta a reperire nuovi fondi attraverso la lotta all’evasione, che dovrebbe passare anche da una facilitazione del concordato preventivo e dell’adempimento collaborativo tra le parti. Proprio su questo tema ieri è intervenuto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ospite su La7: «Bisogna fare delle scelte, una delle questioni di fondo si chiama riforma fiscale», ha detto. «Non si possono continuare a fare condoni di fronte a questi livelli di evasione». Fra le possibilità, anche quella di sfruttare i maggiori incassi delle accise sulla benzina.
Il tema di un giro di vite sull’evasione è inoltre legato a doppio filo con il Patto di stabilità europeo, elemento che preoccupa non poco il numero uno della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non possiamo essere tranquilli finché non vediamo l’esito di quelli che saranno gli elementi previsti dalla finanziaria», ha detto ieri il governatore a margine di un evento sulla disabilità e la lotta al cancro, «Si tratta di un periodo molto difficile e non dimentichiamo che la vera spada di Damocle è quella del nuovo Patto di stabilità. Se dovesse passare a livello europeo questa richiesta, sarebbe veramente devastante per tutti gli enti pubblici, nessuno escluso».
Sul tema è intervenuto anche l’omologo di Fontana in Calabria, Roberto Occhiuto. «Spero che l’Europa continui a fare l’Europa che è stata negli ultimi due-tre anni, dopo l’emergenza Covid. Sarebbe illogico che abbia deciso di investire tante risorse per uscire dalla pandemia e per fronteggiare la crisi derivante dal conflitto in Ucraina, per poi azzerare questi interventi con un ritorno repentino al vecchio Patto di stabilità», ha ricordato ieri su Rai3. «Un’evenienza di questo tipo sarebbe difficile da gestire in Paesi come il nostro che hanno un debito pubblico così elevato».
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Il nodo pensioni è il più complicato della manovra. Il governo sarebbe orientato a rinnovare le soglie già in vigore e a potenziare gli strumenti per le uscite agevolate. Sindacati in rivolta: «Se verranno bloccate le rivalutazioni scenderemo in piazza».Fra le ipotesi anche il «reddito di infanzia». Allarme di Attilio Fontana sul Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoliÈ sicuramente quello delle pensioni il tema che sta diventando più caldo, rispetto ai numeri e alle coperture della legge di bilancio. Da una parte, infatti, si moltiplicano le voci secondo le quali il governo procederà a una limatura delle indicizzazioni degli assegni più alti, mentre dall’altra giungono rassicurazioni su un aumento delle minime. Ciò non sta evitando una levata di scudi da parte dei sindacati di categoria, che minacciano già da qualche giorno manifestazioni di protesta nel caso venissero confermate le indiscrezioni sui tagli a quelle più cospicue. D’altra parte, le parole pronunciate su queste colonne dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon lasciano prefigurare entrambi gli interventi sulle pensioni da parte dell’esecutivo, e parimenti la conferma di Quota 103, con il rinvio di quota 41 (fortemente desiderata dalla Lega) a una delle prossime manovre. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, infatti, ha più volte sottolineato che gli obiettivi del governo in tema di pensioni e di sostegno a famiglie e alle classi più disagiate vanno visti in un’ottica di legislatura, piuttosto che nel lasso di una o due leggi di bilancio.In ogni caso, se tutto dovesse andare come nelle premesse, anche nel 2024 ci si potrà avvalere di Quota 103, ovvero accedere alla pensione avendo almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Il governo sta concentrando le risorse, come detto, anche sul fronte dell’aumento delle minime, facendole scavalcare almeno la soglia dei 600 euro. Si pensa poi che con la rivalutazione all’inflazione si possa arrivare almeno a 615 euro. Se i soldi non dovessero bastare per tutti, l’aumento potrebbe riguardare solo gli over 75 ma su questo fronte Forza Italia (che ha ben presente l’impegno preso nella sua ultima campagna elettorale da Silvio Berlusconi) sta spingendo sull’incremento erga omnes. Tra l’altro, l’obiettivo dichiarato degli esponenti azzurri è di portare le minime a 1.000 euro entro la fine della legislatura. Capitolo Opzione donna: qui a spingere per l’allargamento della platea delle beneficiarie è il ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone, dopo le polemiche dell’anno scorso per la stretta sull’accesso. Il desiderio sarebbe quello di dare la possibilità di andare in pensione a 10.000 donne in più rispetto all’anno scorso. Lavoratrici che hanno 35 anni di contributi lavorativi ma o non hanno compiuto il sessantesimo anno d’età (paletto messo l’anno scorso) o non hanno i requisiti prescritti quanto, ad esempio, al numero di figli o alla mansione ricoperta. Questo intervento, però, si scontra con le risorse a disposizione, ed è per questo che potrebbe fondersi con l’Ape sociale, in cui andrebbero a confluire nuove tutele. Tra queste, più flessibilità per caregiver e lavoratrici in particolari condizioni. Quest’anno per accedere all’Ape sociale è stato necessario aver compiuto 63 anni di età, aver interrotto l’attività lavorativa e non essere titolari di un trattamento pensionistico diretto. Se la misura dovesse essere potenziata, nel 2024 entrerebbero i professionisti impegnati in attività usuranti.Alla Verità, Durigon ha detto a chiare lettere che «l’Ape sociale può essere lo strumento attraverso il quale garantire maggiore flessibilità in uscita alle donne che per i motivi che tutti conosciamo iniziano a lavorare più tardi e spesso hanno una vita contributiva meno continua rispetto a quella degli uomini». In ogni caso, la polemica politica non attende certo che si dipanino le incognite relative alle coperture o alla dinamica del deficit e pertanto anche la giornata di ieri ha visto più di un botta e risposta tra esponenti di maggioranza e minoranza. Sul piede di guerra, in particolare, i sindacati dei pensionati, che hanno minacciato più volte di scendere in piazza qualora l’esecutivo confermasse l’intenzione di limare gli assegni più alti. Per la Spi-Cgil «se questo governo pensa di tagliare ancora l’indicizzazione degli assegni, stavolta faremo fatica a stare fermi. Scenderemo in piazza, come in Francia. E faremo ricorso alla Corte costituzionale». Parole simili dalla Uil pensionati: «L’ipotesi di un ulteriore taglio per noi non è nemmeno da considerare e, in caso si realizzasse, di certo non staremmo fermi. Allo stesso modo», aggiunge, «non rimarremmo con le mani in mano se nella legge di bilancio non ci fossero finanziamenti adeguati per la non autosufficienza e per potenziare la sanità pubblica».Dalla maggioranza, come detto, si moltiplicano le voci rassicuranti, mentre i partiti di opposizione accusano il premier e il centrodestra in generale di voler procedere a tagli draconiani. «Per Forza Italia», ha dichiarato Maurizio Gasparri, «la misura più urgente è l’aumento delle pensioni minime per aiutare la fascia più fragile della popolazione, e la conferma del taglio del cuneo fiscale per migliorare il potere di acquisto delle famiglie e dei lavoratori». Per Angelo Bonelli, dell’Alleanza Verdi-Sinistra, la Meloni «taglia le pensioni, taglia la salute, taglia la cultura e le risorse per i giovani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-il-bis-di-quota-103-e-piu-ape-sociale-2664718556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-sostenere-la-natalita-allo-studio-un-bonus-per-chi-fa-il-secondo-figlio" data-post-id="2664718556" data-published-at="1693518595" data-use-pagination="False"> Per sostenere la natalità, allo studio un bonus per chi fa il secondo figlio Il governo è al lavoro per risolvere il nodo della natalità in caduta libera e per questo all’interno della manovra 2024 potrebbero arrivare un bonus per chi fa un secondo figlio e persino un «reddito di infanzia» per chi ha almeno tre pargoli. La prossima manovra di bilancio sarà dunque l’occasione per sperare di far ripartire le nascite nel nostro Paese. Sono diverse le ipotesi allo studio in merito, ma quelle più concrete riguardano tutti aiuti alle famiglie numerose. L’idea del bonus secondo figlio arriva dal ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, che spera di destinare i fondi dell’assegno unico alle coppie che decideranno di andare oltre il figlio unico. I dettagli della norma non sono ancora definiti, ma allo studio ci sarebbero sia uno sgravio fiscale sia l’azzeramento della retta dell’asilo, da sempre un fardello per le tasche dei giovani genitori. Ma all’interno della maggioranza c’è già chi vorrebbe andare oltre un aiuto per chi fa due figli. Tra le ipotesi al vaglio si pensa anche a un reddito di infanzia, che potrebbe persino diventare successivamente un assegno di gioventù. In questo caso, l’idea sarebbe quella di offrire 400 euro al mese per ogni figlio fino all’età di sei anni. Calcoli alla mano si tratterebbe di 28.800 euro spalmati su 72 mesi. Successivamente il contributo scenderebbe a 250 euro al mese dai 7 ai 25 anni di età. Pallottoliere alla mano, sarebbero altri 54.000 euro divisi sui successivi 18 anni di età. In totale, insomma, il governo starebbe valutando di elargire 82.800 euro per ogni figlio nato in Italia dopo il primogenito. Se così fosse si tratterebbe di un vero e proprio tesoretto in arrivo attraverso una riforma particolarmente costosa e caldeggiata da Fratelli d’Italia, il partito del premier Giorgia Meloni, che spinge per averlo nella prossima manovra. Il problema è che questa manovra si preannuncia dai margini davvero stretti, anche perché, oltre al tema della denatalità, c’è anche quello della riforma del cuneo fiscale, altra misura salatissima per le tasche dello Stato. Anche per questo l’esecutivo punta a reperire nuovi fondi attraverso la lotta all’evasione, che dovrebbe passare anche da una facilitazione del concordato preventivo e dell’adempimento collaborativo tra le parti. Proprio su questo tema ieri è intervenuto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ospite su La7: «Bisogna fare delle scelte, una delle questioni di fondo si chiama riforma fiscale», ha detto. «Non si possono continuare a fare condoni di fronte a questi livelli di evasione». Fra le possibilità, anche quella di sfruttare i maggiori incassi delle accise sulla benzina. Il tema di un giro di vite sull’evasione è inoltre legato a doppio filo con il Patto di stabilità europeo, elemento che preoccupa non poco il numero uno della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non possiamo essere tranquilli finché non vediamo l’esito di quelli che saranno gli elementi previsti dalla finanziaria», ha detto ieri il governatore a margine di un evento sulla disabilità e la lotta al cancro, «Si tratta di un periodo molto difficile e non dimentichiamo che la vera spada di Damocle è quella del nuovo Patto di stabilità. Se dovesse passare a livello europeo questa richiesta, sarebbe veramente devastante per tutti gli enti pubblici, nessuno escluso». Sul tema è intervenuto anche l’omologo di Fontana in Calabria, Roberto Occhiuto. «Spero che l’Europa continui a fare l’Europa che è stata negli ultimi due-tre anni, dopo l’emergenza Covid. Sarebbe illogico che abbia deciso di investire tante risorse per uscire dalla pandemia e per fronteggiare la crisi derivante dal conflitto in Ucraina, per poi azzerare questi interventi con un ritorno repentino al vecchio Patto di stabilità», ha ricordato ieri su Rai3. «Un’evenienza di questo tipo sarebbe difficile da gestire in Paesi come il nostro che hanno un debito pubblico così elevato».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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