True
2023-09-01
Verso il bis di Quota 103 e più Ape sociale
È sicuramente quello delle pensioni il tema che sta diventando più caldo, rispetto ai numeri e alle coperture della legge di bilancio. Da una parte, infatti, si moltiplicano le voci secondo le quali il governo procederà a una limatura delle indicizzazioni degli assegni più alti, mentre dall’altra giungono rassicurazioni su un aumento delle minime. Ciò non sta evitando una levata di scudi da parte dei sindacati di categoria, che minacciano già da qualche giorno manifestazioni di protesta nel caso venissero confermate le indiscrezioni sui tagli a quelle più cospicue.
D’altra parte, le parole pronunciate su queste colonne dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon lasciano prefigurare entrambi gli interventi sulle pensioni da parte dell’esecutivo, e parimenti la conferma di Quota 103, con il rinvio di quota 41 (fortemente desiderata dalla Lega) a una delle prossime manovre. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, infatti, ha più volte sottolineato che gli obiettivi del governo in tema di pensioni e di sostegno a famiglie e alle classi più disagiate vanno visti in un’ottica di legislatura, piuttosto che nel lasso di una o due leggi di bilancio.
In ogni caso, se tutto dovesse andare come nelle premesse, anche nel 2024 ci si potrà avvalere di Quota 103, ovvero accedere alla pensione avendo almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Il governo sta concentrando le risorse, come detto, anche sul fronte dell’aumento delle minime, facendole scavalcare almeno la soglia dei 600 euro. Si pensa poi che con la rivalutazione all’inflazione si possa arrivare almeno a 615 euro. Se i soldi non dovessero bastare per tutti, l’aumento potrebbe riguardare solo gli over 75 ma su questo fronte Forza Italia (che ha ben presente l’impegno preso nella sua ultima campagna elettorale da Silvio Berlusconi) sta spingendo sull’incremento erga omnes. Tra l’altro, l’obiettivo dichiarato degli esponenti azzurri è di portare le minime a 1.000 euro entro la fine della legislatura.
Capitolo Opzione donna: qui a spingere per l’allargamento della platea delle beneficiarie è il ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone, dopo le polemiche dell’anno scorso per la stretta sull’accesso. Il desiderio sarebbe quello di dare la possibilità di andare in pensione a 10.000 donne in più rispetto all’anno scorso. Lavoratrici che hanno 35 anni di contributi lavorativi ma o non hanno compiuto il sessantesimo anno d’età (paletto messo l’anno scorso) o non hanno i requisiti prescritti quanto, ad esempio, al numero di figli o alla mansione ricoperta. Questo intervento, però, si scontra con le risorse a disposizione, ed è per questo che potrebbe fondersi con l’Ape sociale, in cui andrebbero a confluire nuove tutele. Tra queste, più flessibilità per caregiver e lavoratrici in particolari condizioni. Quest’anno per accedere all’Ape sociale è stato necessario aver compiuto 63 anni di età, aver interrotto l’attività lavorativa e non essere titolari di un trattamento pensionistico diretto. Se la misura dovesse essere potenziata, nel 2024 entrerebbero i professionisti impegnati in attività usuranti.
Alla Verità, Durigon ha detto a chiare lettere che «l’Ape sociale può essere lo strumento attraverso il quale garantire maggiore flessibilità in uscita alle donne che per i motivi che tutti conosciamo iniziano a lavorare più tardi e spesso hanno una vita contributiva meno continua rispetto a quella degli uomini». In ogni caso, la polemica politica non attende certo che si dipanino le incognite relative alle coperture o alla dinamica del deficit e pertanto anche la giornata di ieri ha visto più di un botta e risposta tra esponenti di maggioranza e minoranza.
Sul piede di guerra, in particolare, i sindacati dei pensionati, che hanno minacciato più volte di scendere in piazza qualora l’esecutivo confermasse l’intenzione di limare gli assegni più alti. Per la Spi-Cgil «se questo governo pensa di tagliare ancora l’indicizzazione degli assegni, stavolta faremo fatica a stare fermi. Scenderemo in piazza, come in Francia. E faremo ricorso alla Corte costituzionale». Parole simili dalla Uil pensionati: «L’ipotesi di un ulteriore taglio per noi non è nemmeno da considerare e, in caso si realizzasse, di certo non staremmo fermi. Allo stesso modo», aggiunge, «non rimarremmo con le mani in mano se nella legge di bilancio non ci fossero finanziamenti adeguati per la non autosufficienza e per potenziare la sanità pubblica».
Dalla maggioranza, come detto, si moltiplicano le voci rassicuranti, mentre i partiti di opposizione accusano il premier e il centrodestra in generale di voler procedere a tagli draconiani. «Per Forza Italia», ha dichiarato Maurizio Gasparri, «la misura più urgente è l’aumento delle pensioni minime per aiutare la fascia più fragile della popolazione, e la conferma del taglio del cuneo fiscale per migliorare il potere di acquisto delle famiglie e dei lavoratori». Per Angelo Bonelli, dell’Alleanza Verdi-Sinistra, la Meloni «taglia le pensioni, taglia la salute, taglia la cultura e le risorse per i giovani».
Per sostenere la natalità, allo studio un bonus per chi fa il secondo figlio
Il governo è al lavoro per risolvere il nodo della natalità in caduta libera e per questo all’interno della manovra 2024 potrebbero arrivare un bonus per chi fa un secondo figlio e persino un «reddito di infanzia» per chi ha almeno tre pargoli. La prossima manovra di bilancio sarà dunque l’occasione per sperare di far ripartire le nascite nel nostro Paese. Sono diverse le ipotesi allo studio in merito, ma quelle più concrete riguardano tutti aiuti alle famiglie numerose.
L’idea del bonus secondo figlio arriva dal ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, che spera di destinare i fondi dell’assegno unico alle coppie che decideranno di andare oltre il figlio unico. I dettagli della norma non sono ancora definiti, ma allo studio ci sarebbero sia uno sgravio fiscale sia l’azzeramento della retta dell’asilo, da sempre un fardello per le tasche dei giovani genitori.
Ma all’interno della maggioranza c’è già chi vorrebbe andare oltre un aiuto per chi fa due figli. Tra le ipotesi al vaglio si pensa anche a un reddito di infanzia, che potrebbe persino diventare successivamente un assegno di gioventù. In questo caso, l’idea sarebbe quella di offrire 400 euro al mese per ogni figlio fino all’età di sei anni. Calcoli alla mano si tratterebbe di 28.800 euro spalmati su 72 mesi. Successivamente il contributo scenderebbe a 250 euro al mese dai 7 ai 25 anni di età. Pallottoliere alla mano, sarebbero altri 54.000 euro divisi sui successivi 18 anni di età. In totale, insomma, il governo starebbe valutando di elargire 82.800 euro per ogni figlio nato in Italia dopo il primogenito. Se così fosse si tratterebbe di un vero e proprio tesoretto in arrivo attraverso una riforma particolarmente costosa e caldeggiata da Fratelli d’Italia, il partito del premier Giorgia Meloni, che spinge per averlo nella prossima manovra.
Il problema è che questa manovra si preannuncia dai margini davvero stretti, anche perché, oltre al tema della denatalità, c’è anche quello della riforma del cuneo fiscale, altra misura salatissima per le tasche dello Stato. Anche per questo l’esecutivo punta a reperire nuovi fondi attraverso la lotta all’evasione, che dovrebbe passare anche da una facilitazione del concordato preventivo e dell’adempimento collaborativo tra le parti. Proprio su questo tema ieri è intervenuto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ospite su La7: «Bisogna fare delle scelte, una delle questioni di fondo si chiama riforma fiscale», ha detto. «Non si possono continuare a fare condoni di fronte a questi livelli di evasione». Fra le possibilità, anche quella di sfruttare i maggiori incassi delle accise sulla benzina.
Il tema di un giro di vite sull’evasione è inoltre legato a doppio filo con il Patto di stabilità europeo, elemento che preoccupa non poco il numero uno della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non possiamo essere tranquilli finché non vediamo l’esito di quelli che saranno gli elementi previsti dalla finanziaria», ha detto ieri il governatore a margine di un evento sulla disabilità e la lotta al cancro, «Si tratta di un periodo molto difficile e non dimentichiamo che la vera spada di Damocle è quella del nuovo Patto di stabilità. Se dovesse passare a livello europeo questa richiesta, sarebbe veramente devastante per tutti gli enti pubblici, nessuno escluso».
Sul tema è intervenuto anche l’omologo di Fontana in Calabria, Roberto Occhiuto. «Spero che l’Europa continui a fare l’Europa che è stata negli ultimi due-tre anni, dopo l’emergenza Covid. Sarebbe illogico che abbia deciso di investire tante risorse per uscire dalla pandemia e per fronteggiare la crisi derivante dal conflitto in Ucraina, per poi azzerare questi interventi con un ritorno repentino al vecchio Patto di stabilità», ha ricordato ieri su Rai3. «Un’evenienza di questo tipo sarebbe difficile da gestire in Paesi come il nostro che hanno un debito pubblico così elevato».
Continua a leggereRiduci
Il nodo pensioni è il più complicato della manovra. Il governo sarebbe orientato a rinnovare le soglie già in vigore e a potenziare gli strumenti per le uscite agevolate. Sindacati in rivolta: «Se verranno bloccate le rivalutazioni scenderemo in piazza».Fra le ipotesi anche il «reddito di infanzia». Allarme di Attilio Fontana sul Patto di stabilità.Lo speciale contiene due articoliÈ sicuramente quello delle pensioni il tema che sta diventando più caldo, rispetto ai numeri e alle coperture della legge di bilancio. Da una parte, infatti, si moltiplicano le voci secondo le quali il governo procederà a una limatura delle indicizzazioni degli assegni più alti, mentre dall’altra giungono rassicurazioni su un aumento delle minime. Ciò non sta evitando una levata di scudi da parte dei sindacati di categoria, che minacciano già da qualche giorno manifestazioni di protesta nel caso venissero confermate le indiscrezioni sui tagli a quelle più cospicue. D’altra parte, le parole pronunciate su queste colonne dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon lasciano prefigurare entrambi gli interventi sulle pensioni da parte dell’esecutivo, e parimenti la conferma di Quota 103, con il rinvio di quota 41 (fortemente desiderata dalla Lega) a una delle prossime manovre. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, infatti, ha più volte sottolineato che gli obiettivi del governo in tema di pensioni e di sostegno a famiglie e alle classi più disagiate vanno visti in un’ottica di legislatura, piuttosto che nel lasso di una o due leggi di bilancio.In ogni caso, se tutto dovesse andare come nelle premesse, anche nel 2024 ci si potrà avvalere di Quota 103, ovvero accedere alla pensione avendo almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. Il governo sta concentrando le risorse, come detto, anche sul fronte dell’aumento delle minime, facendole scavalcare almeno la soglia dei 600 euro. Si pensa poi che con la rivalutazione all’inflazione si possa arrivare almeno a 615 euro. Se i soldi non dovessero bastare per tutti, l’aumento potrebbe riguardare solo gli over 75 ma su questo fronte Forza Italia (che ha ben presente l’impegno preso nella sua ultima campagna elettorale da Silvio Berlusconi) sta spingendo sull’incremento erga omnes. Tra l’altro, l’obiettivo dichiarato degli esponenti azzurri è di portare le minime a 1.000 euro entro la fine della legislatura. Capitolo Opzione donna: qui a spingere per l’allargamento della platea delle beneficiarie è il ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone, dopo le polemiche dell’anno scorso per la stretta sull’accesso. Il desiderio sarebbe quello di dare la possibilità di andare in pensione a 10.000 donne in più rispetto all’anno scorso. Lavoratrici che hanno 35 anni di contributi lavorativi ma o non hanno compiuto il sessantesimo anno d’età (paletto messo l’anno scorso) o non hanno i requisiti prescritti quanto, ad esempio, al numero di figli o alla mansione ricoperta. Questo intervento, però, si scontra con le risorse a disposizione, ed è per questo che potrebbe fondersi con l’Ape sociale, in cui andrebbero a confluire nuove tutele. Tra queste, più flessibilità per caregiver e lavoratrici in particolari condizioni. Quest’anno per accedere all’Ape sociale è stato necessario aver compiuto 63 anni di età, aver interrotto l’attività lavorativa e non essere titolari di un trattamento pensionistico diretto. Se la misura dovesse essere potenziata, nel 2024 entrerebbero i professionisti impegnati in attività usuranti.Alla Verità, Durigon ha detto a chiare lettere che «l’Ape sociale può essere lo strumento attraverso il quale garantire maggiore flessibilità in uscita alle donne che per i motivi che tutti conosciamo iniziano a lavorare più tardi e spesso hanno una vita contributiva meno continua rispetto a quella degli uomini». In ogni caso, la polemica politica non attende certo che si dipanino le incognite relative alle coperture o alla dinamica del deficit e pertanto anche la giornata di ieri ha visto più di un botta e risposta tra esponenti di maggioranza e minoranza. Sul piede di guerra, in particolare, i sindacati dei pensionati, che hanno minacciato più volte di scendere in piazza qualora l’esecutivo confermasse l’intenzione di limare gli assegni più alti. Per la Spi-Cgil «se questo governo pensa di tagliare ancora l’indicizzazione degli assegni, stavolta faremo fatica a stare fermi. Scenderemo in piazza, come in Francia. E faremo ricorso alla Corte costituzionale». Parole simili dalla Uil pensionati: «L’ipotesi di un ulteriore taglio per noi non è nemmeno da considerare e, in caso si realizzasse, di certo non staremmo fermi. Allo stesso modo», aggiunge, «non rimarremmo con le mani in mano se nella legge di bilancio non ci fossero finanziamenti adeguati per la non autosufficienza e per potenziare la sanità pubblica».Dalla maggioranza, come detto, si moltiplicano le voci rassicuranti, mentre i partiti di opposizione accusano il premier e il centrodestra in generale di voler procedere a tagli draconiani. «Per Forza Italia», ha dichiarato Maurizio Gasparri, «la misura più urgente è l’aumento delle pensioni minime per aiutare la fascia più fragile della popolazione, e la conferma del taglio del cuneo fiscale per migliorare il potere di acquisto delle famiglie e dei lavoratori». Per Angelo Bonelli, dell’Alleanza Verdi-Sinistra, la Meloni «taglia le pensioni, taglia la salute, taglia la cultura e le risorse per i giovani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verso-il-bis-di-quota-103-e-piu-ape-sociale-2664718556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-sostenere-la-natalita-allo-studio-un-bonus-per-chi-fa-il-secondo-figlio" data-post-id="2664718556" data-published-at="1693518595" data-use-pagination="False"> Per sostenere la natalità, allo studio un bonus per chi fa il secondo figlio Il governo è al lavoro per risolvere il nodo della natalità in caduta libera e per questo all’interno della manovra 2024 potrebbero arrivare un bonus per chi fa un secondo figlio e persino un «reddito di infanzia» per chi ha almeno tre pargoli. La prossima manovra di bilancio sarà dunque l’occasione per sperare di far ripartire le nascite nel nostro Paese. Sono diverse le ipotesi allo studio in merito, ma quelle più concrete riguardano tutti aiuti alle famiglie numerose. L’idea del bonus secondo figlio arriva dal ministro della Famiglia, Eugenia Roccella, che spera di destinare i fondi dell’assegno unico alle coppie che decideranno di andare oltre il figlio unico. I dettagli della norma non sono ancora definiti, ma allo studio ci sarebbero sia uno sgravio fiscale sia l’azzeramento della retta dell’asilo, da sempre un fardello per le tasche dei giovani genitori. Ma all’interno della maggioranza c’è già chi vorrebbe andare oltre un aiuto per chi fa due figli. Tra le ipotesi al vaglio si pensa anche a un reddito di infanzia, che potrebbe persino diventare successivamente un assegno di gioventù. In questo caso, l’idea sarebbe quella di offrire 400 euro al mese per ogni figlio fino all’età di sei anni. Calcoli alla mano si tratterebbe di 28.800 euro spalmati su 72 mesi. Successivamente il contributo scenderebbe a 250 euro al mese dai 7 ai 25 anni di età. Pallottoliere alla mano, sarebbero altri 54.000 euro divisi sui successivi 18 anni di età. In totale, insomma, il governo starebbe valutando di elargire 82.800 euro per ogni figlio nato in Italia dopo il primogenito. Se così fosse si tratterebbe di un vero e proprio tesoretto in arrivo attraverso una riforma particolarmente costosa e caldeggiata da Fratelli d’Italia, il partito del premier Giorgia Meloni, che spinge per averlo nella prossima manovra. Il problema è che questa manovra si preannuncia dai margini davvero stretti, anche perché, oltre al tema della denatalità, c’è anche quello della riforma del cuneo fiscale, altra misura salatissima per le tasche dello Stato. Anche per questo l’esecutivo punta a reperire nuovi fondi attraverso la lotta all’evasione, che dovrebbe passare anche da una facilitazione del concordato preventivo e dell’adempimento collaborativo tra le parti. Proprio su questo tema ieri è intervenuto il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ospite su La7: «Bisogna fare delle scelte, una delle questioni di fondo si chiama riforma fiscale», ha detto. «Non si possono continuare a fare condoni di fronte a questi livelli di evasione». Fra le possibilità, anche quella di sfruttare i maggiori incassi delle accise sulla benzina. Il tema di un giro di vite sull’evasione è inoltre legato a doppio filo con il Patto di stabilità europeo, elemento che preoccupa non poco il numero uno della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non possiamo essere tranquilli finché non vediamo l’esito di quelli che saranno gli elementi previsti dalla finanziaria», ha detto ieri il governatore a margine di un evento sulla disabilità e la lotta al cancro, «Si tratta di un periodo molto difficile e non dimentichiamo che la vera spada di Damocle è quella del nuovo Patto di stabilità. Se dovesse passare a livello europeo questa richiesta, sarebbe veramente devastante per tutti gli enti pubblici, nessuno escluso». Sul tema è intervenuto anche l’omologo di Fontana in Calabria, Roberto Occhiuto. «Spero che l’Europa continui a fare l’Europa che è stata negli ultimi due-tre anni, dopo l’emergenza Covid. Sarebbe illogico che abbia deciso di investire tante risorse per uscire dalla pandemia e per fronteggiare la crisi derivante dal conflitto in Ucraina, per poi azzerare questi interventi con un ritorno repentino al vecchio Patto di stabilità», ha ricordato ieri su Rai3. «Un’evenienza di questo tipo sarebbe difficile da gestire in Paesi come il nostro che hanno un debito pubblico così elevato».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara