True
2022-04-07
C’è una verità unica e chi non si adegua è un «negazionista»
Toni Capuozzo (Ansa)
Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.
Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.
Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile».
Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.
Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).
Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.
Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.
Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.
L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi.
La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare?
Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori.
Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare».
I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
Continua a leggereRiduci
Incredibile: chiesto il ritiro di un premio dato a Toni Capuozzo. Si cerca di ridurre al silenzio chiunque osi porre domande.L'Ucraina denuncia altre barbarie. La gente torna a casa e accusa l’esercito di Mosca di aver violentato, ucciso e depredato.Lo speciale contiene due articoli.Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile». Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-unica-non-adegua-negazionista-2657112873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-denuncia-altre-barbarie-nei-paesi-abbandonati-dai-militi-russi" data-post-id="2657112873" data-published-at="1649314577" data-use-pagination="False"> L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi. La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare? Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori. Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare». I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
Continua a leggereRiduci
Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
Continua a leggereRiduci
Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
Continua a leggereRiduci