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2022-04-07
C’è una verità unica e chi non si adegua è un «negazionista»
Toni Capuozzo (Ansa)
Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.
Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.
Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile».
Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.
Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).
Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.
Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.
Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.
L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi.
La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare?
Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori.
Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare».
I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
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Incredibile: chiesto il ritiro di un premio dato a Toni Capuozzo. Si cerca di ridurre al silenzio chiunque osi porre domande.L'Ucraina denuncia altre barbarie. La gente torna a casa e accusa l’esercito di Mosca di aver violentato, ucciso e depredato.Lo speciale contiene due articoli.Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile». Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-unica-non-adegua-negazionista-2657112873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-denuncia-altre-barbarie-nei-paesi-abbandonati-dai-militi-russi" data-post-id="2657112873" data-published-at="1649314577" data-use-pagination="False"> L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi. La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare? Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori. Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare». I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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