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2022-04-07
C’è una verità unica e chi non si adegua è un «negazionista»
Toni Capuozzo (Ansa)
Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.
Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.
Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile».
Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.
Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).
Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.
Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.
Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.
L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi.
La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare?
Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori.
Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare».
I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
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Incredibile: chiesto il ritiro di un premio dato a Toni Capuozzo. Si cerca di ridurre al silenzio chiunque osi porre domande.L'Ucraina denuncia altre barbarie. La gente torna a casa e accusa l’esercito di Mosca di aver violentato, ucciso e depredato.Lo speciale contiene due articoli.Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile». Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-unica-non-adegua-negazionista-2657112873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-denuncia-altre-barbarie-nei-paesi-abbandonati-dai-militi-russi" data-post-id="2657112873" data-published-at="1649314577" data-use-pagination="False"> L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi. La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare? Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori. Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare». I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
Giorgia Meloni (Ansa)
A margine dell’incontro, il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Andriy Gnatov, ha reso noto che Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo bilaterale sul futuro sostegno all’esercito ucraino. Nel documento vengono descritte «le modalità di supporto all’Ucraina, alle forze armate, al loro approvvigionamento, alla loro modernizzazione». Nel frattempo, il presidente americano, Donald Trump, ha espresso tutta la sua frustrazione nei confronti dello zar russo: «Non mi entusiasma Putin. Non sono contento. Sta uccidendo troppe persone».
In ogni caso, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dopo la riunione a Kiev, ha scritto su X: «Il lavoro con i consiglieri continua. Stiamo preparando gli incontri in Europa la prossima settimana» e anche quelli «con gli Stati Uniti». Il prossimo appuntamento, a livello di leader, sarà infatti il 6 gennaio quando è previsto a Parigi il vertice della Coalizione dei Volenterosi. A prendere parte all’incontro sarà anche il presidente del consiglio, Giorgia Meloni.
E in vista del summit di Parigi, Zelensky si è anche sentito telefonicamente con il premier britannico, Keir Starmer, per «discutere i dettagli». Ma non solo: i due hanno anche parlato «della necessità di una giusta decisione riguardo ai proventi congelati derivanti dalla vendita del Chelsea». Si tratta di «2,5 miliardi di sterline che possono e devono contribuire in modo significativo a proteggere le vite umane e sostenere la ripresa dell’Ucraina dopo tutti gli attacchi russi» ha scritto Zelensky su X. Solamente un paio di settimane fa, Starmer ha minacciato l’ex proprietario della squadra di calcio, Roman Abramovich, di ricorrere ad azioni legali qualora l’oligarca russo si rifiuti di donare i proventi della vendita a Kiev. Tornando alla telefonata, una nota di Downing Street ha aggiunto che Zelensky «ha discusso del lavoro in corso per garantire il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina nei giorni successivi al cessate il fuoco».
Oltre alle trattative di pace, il presidente ucraino prosegue con il rimpasto dopo lo scandalo sulla corruzione: ha proposto l’ex primo ministro Denys Shmyhal, che è stato alla guida del ministero della Difesa per meno di sei mesi, come nuovo ministro dell’Energia e primo viceministro. A prendere il posto di Shmyhal al dicastero della Difesa sarà l’ormai ex ministro alla Transizione digitale, Mykhailo Fedorov. Nel motivare quest’ultima decisione, il leader di Kiev ha dichiarato che Fedorov sarà «in grado di attuare cambiamenti nel settore della difesa» visto che è stato già «profondamente impegnato nel lavoro sui droni». Inoltre, Zelensky ha annunciato su X che cambierà i vertici in cinque regioni, ovvero a «Vinnytsia, Dnipro, Poltava, Ternopil e Chernivtsi».
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Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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