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2022-04-07
C’è una verità unica e chi non si adegua è un «negazionista»
Toni Capuozzo (Ansa)
Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.
Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.
Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile».
Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.
Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).
Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.
Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.
Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.
L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi.
La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare?
Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori.
Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare».
I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
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Incredibile: chiesto il ritiro di un premio dato a Toni Capuozzo. Si cerca di ridurre al silenzio chiunque osi porre domande.L'Ucraina denuncia altre barbarie. La gente torna a casa e accusa l’esercito di Mosca di aver violentato, ucciso e depredato.Lo speciale contiene due articoli.Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile». Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. 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Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare? Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori. Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare». I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
iStock
Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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