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2022-04-07
C’è una verità unica e chi non si adegua è un «negazionista»
Toni Capuozzo (Ansa)
Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.
Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.
Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.
Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile».
Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.
Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).
Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.
Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.
Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.
L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi.
La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare?
Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori.
Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare».
I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
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Incredibile: chiesto il ritiro di un premio dato a Toni Capuozzo. Si cerca di ridurre al silenzio chiunque osi porre domande.L'Ucraina denuncia altre barbarie. La gente torna a casa e accusa l’esercito di Mosca di aver violentato, ucciso e depredato.Lo speciale contiene due articoli.Nel tempo in cui la reductio ad Hitlerum è pratica comune e quotidiana, il termine «negazionista» non poteva non imporsi come una delle parole caratterizzanti del dibattito pubblico. Non è di nuovo conio, ovviamente, ma da qualche tempo ha assunto una rilevanza notevole e ha pericolosamente esteso il suo raggio d’azione, ritornando con allarmante frequenza sulle pagine dei giornali e sulle labbra di politici e commentatori televisivi. Ieri, ad esempio, appariva su quasi tutti i quotidiani italiani, indirizzata a quanti non hanno fatto totalmente propria la posizione secondo cui Vladimir Putin è Hitler ed è colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Non è un caso che gli stessi media riportassero con ampia evidenza - condividendole - le frasi di Volodymyr Zelensky sulla necessità di un «processo di Norimberga» per la Russia.Più precisamente, l’accusa di negazionismo viene mossa in queste ore ai giornalisti (ad esempio a Toni Capuozzo a cui vogliono togliere un premio giornalistico, di cui peraltro - visto il suo valore - può tranquillamente fare a meno) che hanno osato avanzare qualche interrogativo sulla strage di Bucha, notando che qualcosa non torna nelle tempistiche, e che i documenti disponibili (audio e video) non contribuiscono a fugare ogni incertezza su quanto accaduto nella cittadina ucraina. Fino a prova contraria, il compito di un giornalista sarebbe quello di verificare i fatti, indagare, e non accodarsi alle verità precostituite. Proprio la sinistra - quella che più inveisce contro i negazionisti - ha prodotto montagne di argomentazioni a tale proposito, glorificando spesso e volentieri la «controinformazione» e gli eroi del pensiero libero che si oppongono al conformismo vigliacco.Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, chi tenta di scavare evitando la superficialità è guardato con grande sospetto. E rischia di vedersi appiccicata la più odiosa delle etichette: quella di negazionista, appunto. Oggi accade con Bucha, fino a qualche mese fa accadeva con il Covid. Ricordate? Chi scendeva in piazza a manifestare contro la gestione governativa della pandemia veniva etichettato come negazionista del virus. Della formula si abusò così tanto che la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, fu costretta a intervenire: «Faccio un appello a partiti politici e giornali», disse. «Negazionismo, lager e campi di concentramento usiamoli per indicare il concetto originario per cui sono destinati. Altrimenti si relativizza la memoria e si svilisce la storia». Prevedibilmente, le sue parole furono ignorate e continuano a esserlo ancora oggi.Già di per sé, l’utilizzo del termine «negazionista» è estremamente sgradevole, proprio perché viene utilizzato per stabilire un immediato collegamento con la Shoah: il «negazionista dell’Olocausto» è considerato la figura più spregevole in circolazione, ed esservi assimilati significa meritare il comune disprezzo. Secondo la Treccani, il negazionismo è «una corrente antistorica e antiscientifica del revisionismo». È una definizione, questa, che merita d’essere analizzata molto seriamente. Essa stabilisce che il negazionista sia colui che nega l’evidenza «scientifica», che calpesta una «verità storica» in certi casi tutelata perfino dalla legge. Sostenere che vi fossero dei «negazionisti» del virus, ad esempio, significava appunto postulare l’esistenza di una «verità ufficiale» sull’epidemia. Il fatto è che le verità ufficiali sono spesso molto problematiche, perché ovviamente è il potere a fissarne i confini. E il potere, quasi sempre, utilizza come criterio non «il vero» bensì «l’utile». Nel caso del Covid è da subito diventato evidente l’uso politico della scienza: esisteva una narrazione approvata dall’alto che non poteva essere messa in dubbio. Bollando i critici della gestione governativa come «negazionisti» li si screditava, li si gettava fuori dal consesso dei cittadini rispettabili. Ecco il punto: il negazionista, oltre a sostenere tesi sbagliate, è moralmente deprecabile. La sua parola non va tenuta in considerazione perché è schifosa, intollerabile. Egli non deve essere smentito o contraddetto, ma processato e poi punito.Come ha notato Alain De Benoist (in Contro la censura, Diana editore) «oggi le censure vogliono avere una buona coscienza, la qual cosa non accadeva necessariamente una volta. Quelli che si danno da fare per marginalizzare, ostracizzare, ridurre al silenzio, hanno la sensazione di stare dalla parte del Bene. Il nuovo ordine morale si confonde oggi con quello che Philippe Muray definiva l’impero del Bene. Questa evoluzione è inseparabile dalla comparsa di una nuova forma di morale che ha finito con l’invadere tutto». La morale oggi prevalente a cui De Benoist fa riferimento non è incardinata in valori eterni o tradizionali, ma è del tutto arbitraria. Proprio perché i valori tradizionali non contano più nulla, a decidere che cosa sia buono e che cosa no è il potere, tramite l’uso della forza (più o meno esplicito).Insistiamo dunque sullo stesso nodo: il più forte stabilisce di essere anche il più buono; poi fissa il perimetro della verità; infine stabilisce che chi non accetta quella verità è «deplorevole», cioè moralmente inferiore, cattivo, e meritevole di condanna di fronte al tribunale della Storia. A differenza del passato, tuttavia, ad operare in questo modo non è soltanto il potere costituito. Il fatto nuovo è che la censura «non è più principalmente propria dei poteri pubblici, ma dei grandi mezzi di informazione. Una volta le richieste di censura emanavano principalmente dallo Stato; e la stampa si vantava di svolgere un ruolo di contropotere protettore delle libertà. Tutto questo è cambiato. Non soltanto i mezzi di informazione hanno quasi abbandonato ogni velleità di resistenza all’ideologia dominante, ma ne sono divenuti i principali vettori». Infatti sono prevalentemente i giornali, di questi tempi, ad atteggiarsi a inquisitori e invocare roghi.Il risultato è che il dibattito pubblico ne esce irrimediabilmente danneggiato, perché alcune tesi o alcune voci non vengono nemmeno ascoltate, ma condannate a prescindere. Il giornalista e lo studioso possono sbagliare un’analisi o riportare notizie false che è possibile decostruire dopo averle esaminate. Il negazionista, invece, è colui che infierisce sulle vittime. E, come noto, sulle vittime non si può speculare: esse vanno protette, la loro presenza richiede silenzio, non discussione. Con lo slittamento della discussione dal piano politico a quello morale, di conseguenza, si elimina d’imperio un punto di vista, si zittiscono i cattivi affinché i buoni trionfino.Se poi i «buoni» ci vogliono condurre alla terza guerra mondiale, poco male: con i cattivi non si tratta, li si annienta e basta. E pazienza se qualche innocente ci va di mezzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/verita-unica-non-adegua-negazionista-2657112873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-denuncia-altre-barbarie-nei-paesi-abbandonati-dai-militi-russi" data-post-id="2657112873" data-published-at="1649314577" data-use-pagination="False"> L’Ucraina denuncia altre barbarie nei paesi abbandonati dai militi russi. La guerra in Ucraina che è arrivata al quarantatreesimo giorno non smette di mostrarci il male assoluto, anzi, ogni giorno che passa si apre una nuova porta dell’inferno. In questo viaggio che facciamo per raccontare questo conflitto, c’è tutta la malvagità che solo l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili. Non c’è nessuna pietà. Qui c’è solo morte e dolore. Poi quando si arriva ai filmati e alle fotografie delle stanze dell’orrore dove donne e uomini di ogni età e bambini che hanno gli anni dei tuoi figli o dei tuoi nipoti, che sono stati imprigionati, torturati, stuprati e infine massacrati, per poi essere gettati con una «Z» incisa sulla schiena, per strada o in una fossa comune, ti chiedi quanto durerà il viaggio nell’orrore per il popolo ucraino, ma non solo: dove andrà tutto questo male una volta che le armi smetteranno di parlare? Intanto i giorni passano e in Ucraina si continua a morire. A proposito delle violenze sessuali, il Procuratore generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, ha reso noto che le forze dell’ordine ucraine segnalano l’aumento esponenziale degli stupri nei confronti di donne, uomini, bambini e persino delle persone anziane. Ma non è tutto, perché le vittime vengono anche depredate di tutto e i loro stupratori, assassini e miserabili razziatori, spediscono il loro bottino di guerra fatto di televisori, vestiti, condizionatori, telefoni cellulari, orologi, computer, gadget elettronici e tutto quello che si può rubare, alle loro mogli, alle fidanzate oppure ai loro genitori. Se non fosse stato per gli attivisti bielorussi del Progetto Hajun che hanno piazzato di nascosto una telecamera in un ufficio postale a Mazyr (Bielorussia), luogo da dove i soldati delle forze armate russe spedivano i loro pacchi a Rubtsovsk, Altai Krai, Gornyak (Altai Krai), Chita (Zabaykalsky Krai), Zheleznogorsk (Krasnoyarsky Krai), solo per citarne alcune, non avremmo mai saputo di questo ennesimo oltraggio. L’ultima spedizione dall’ufficio del servizio di consegna espresso russo Cdek in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia), più di due tonnellate di pacchi, è avvenuta lo scorso 2 aprile. L’orrore continua nella città di Mariupol ridotta ormai ad un cumulo di macerie, dove secondo le autorità della città martire di questa guerra «gli assassini stanno coprendo le loro tracce. I crematori mobili russi hanno iniziato a operare». I crematori sarebbero gli stessi serviti a bruciare i corpi dei primi soldati russi morti in battaglia, poi il numero delle vittime (le stime parlano di circa 18.000 soldati) avrebbe fatto sì che venissero mandati in Ucraina dei treni-obitorio. Nessuno sa se poi le salme dei soldati vengono restituite alle famiglie oppure bruciate altrove. Mentre a Hostomel (Kiev) mancano all’appello 400 persone e si teme che siano finite in una fossa comune; sempre ieri è arrivata la conferma del ritrovamento a Vorzel, che si trova a 10 chilometri da Kiev, dei corpi di bambini di tre anni e cinque anni, mentre quelli di Irpin erano tutti sotto i dieci anni. Lyudmila Denisova, difensore civico ucraino ha confermato su Telegram: «Bambini di meno di 10 anni sono stati uccisi. Presentano segni di stupro e tortura». I loro stupratori che si riprendevano con il cellulare ridevano di gusto.
Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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