True
2022-04-28
Varsavia dà il via al conto alla rovescia che può lasciare l’Occidente al buio
Il premier polacco Mateusz Morawiecki (Ansa)
Più armi a Kiev, meno soldi a Mosca: la strategia dell’Occidente per mettere in ginocchio la Russia si snoda su due terreni. Al vertice straordinario per l’Ucraina nella base statunitense di Ramstein, in Germania, dove l’altro ieri su invito degli Stati Uniti si sono incontrati i ministri della Difesa di 40 Paesi che hanno deciso di intensificare le forniture di armi pesanti all’Ucraina, fa seguito la prima conseguenza, ampiamente prevista, della decisione dell’Europa di non pagare le forniture di gas in rubli. Ieri mattina, la Russia ha interrotto il flusso di gas verso Polonia e Bulgaria, che il 26 aprile non hanno pagato i rifornimenti in rubli.
«La necessità» di accettare solo rubli per il pagamento del gas, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «è stata causata da azioni ostili senza precedenti in campo economico e finanziario che sono state adottate da Paesi ostili contro di noi. La Russia resta un fornitore affidabile di energia e non scende a ricatti», ha aggiunto Peskov, che ha precisato che il rifornimento di gas a Polonia e Bulgaria riprenderà quando verrà rispettato il meccanismo di pagamento in rubli. Il colosso energetico Gazprom ha confermato ieri mattina il blocco delle forniture di gas verso Varsavia e Sofia, e di aver notificato alla società bulgara Bulgargaz e alla società polacca Pgnig la «sospensione delle consegne di gas dal 27 aprile e fino al pagamento in rubli». La Polonia dipende per il 50% dal gas russo, e ha i suoi impianti di stoccaggio pieni per circa l’80%; molto peggio sta messa la Bulgaria, che dipende dal gas russo per la quasi totalità degli approvvigionamenti e ha le riserve a un livello inferiore al 20%. «La Russia», ha affermato il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, «dovrebbe sospendere la fornitura di gas non solo a Bulgaria e Polonia, ma anche ad altri Paesi ostili».
Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato ieri pomeriggio che «Polonia e Bulgaria ci hanno aggiornato sulla situazione, entrambi stanno ricevendo gas dai loro vicini europei». Questo tipo di soluzione ha degli effetti collaterali: o gli Stati che soccorrono Polonia e Bulgaria aumentano il flusso proveniente da Mosca, azzerando quindi il danno economico per la Russia, oppure ci si troverà di fronte a una riduzione degli approvvigionamenti per l’intera Europa. Nel medio e lungo periodo, Polonia e Bulgaria dovranno diversificare le fonti di approvvigionamento di gas: Varsavia si sta muovendo da tempo, con il completamento in collaborazione con la Danimarca della Baltic pipe, un gasdotto che dovrebbe entrare a regime in autunno e che dovrebbe sostituire il gas russo con quello norvegese. Sono pronte anche azioni legali contro Gazprom. Sofia dovrà invece rivolgersi a mercati alternativi.
Di «imperialismo del gas» della Russia e di «attacco diretto alla Polonia» ha parlato il premier polacco Mateusz Morawiecki, a quanto riporta Bloomberg. «Affronteremo questo ricatto con la pistola puntata alla testa senza che i polacchi se ne accorgano», ha aggiunto Morawiecki, che ha sottolineato che la Polonia ha 2,3 miliardi di metri cubi di riserve di gas, sufficienti per un mese e mezzo o anche più in caso di rialzo delle temperature. «La Russia», ha detto il presidente polacco, «ha lo scopo di far alzare ancora di più i costi del gas». Enorme e comprensibile la preoccupazione della Germania, che ha molti suoi colossi industriali delocalizzati in Polonia in virtù di un costo del lavoro inferiore: «I flussi di gas sono complessivamente a livelli stabili», ha affermato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, «vediamo però con preoccupazione che in Paesi partner europei si sia arrivati allo stop del rifornimento del gas. Ci sono stati dei problemi di pagamento per una filiale di Gazprom Germania. Per me è importante che la Germania non paghi in rubli e che agisca in unità con l’Ue. Nel caso di un embargo energetico», ha aggiunto Habeck, «la Germania entrerebbe in recessione. Dobbiamo essere preparati a pagare questo prezzo. La dipendenza della Germania dal gas russo è calata a una quota del 35% dal 55% del periodo precedente la guerra in Ucraina. Siamo in una situazione in cui il governo tedesco deve adattarsi e prepararsi a tutti gli scenari», ha detto infine Habeck rispondendo a una domanda sull’ipotesi di espropriare la raffineria petrolifera Pck di Schwedt, gestita da Rosnef. Secondo indiscrezioni pubblicate da Bloomberg, Berlino sosterrebbe un addio graduale al petrolio russo, piuttosto che alcune delle altre opzioni sul tavolo, come un tetto massimo o meccanismi di pagamento per trattenere parte delle entrate di Mosca. E prima dell’embargo vorrebbe un periodo di transizione.
Anche l’Austria ha assicurato che continua a pagare in euro. La parola «ricatto» viene utilizzata sia dalla von der Leyen sia dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ma in realtà lo stop ai flussi di gas da Mosca era ampiamente previsto e addirittura caldeggiato come sanzione massima dai «falchi» occidentali. L’Europa deve prepararsi a un disastro economico e sociale senza precedenti.
Ma la von der Leyen tira dritto: «Ricatto inaccettabile»
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si allaccia l’elmetto e auspica ulteriori sanzioni nei confronti della Russia: «L’Italia», ha detto ieri Mattarella, rispondendo a una domanda che gli è stata rivolta nel corso dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, «ha contribuito da protagonista alle sanzioni, le sta applicando con assoluto rigore ed è pronta ad altre sanzioni con assoluto rigore e senza esitazioni. L’impianto sanzionatorio deciso è pienamente operativo in Italia, con rigore e severità, una decisione politica del governo assolutamente chiara. Alle aziende che hanno base in Italia», ha aggiunto Mattarella, «nel rispetto dei principi dello Stato di diritto e della economia del libero mercato le imprese nella loro autonomia si regolano di conseguenza come avviene in altri Paesi». Le parole di Mattarella hanno immediatamente ringalluzzito i «falchi» italiani, a partire naturalmente dal Pd, con il senatore Andrea Marcucci che ha invitato «gli scettici ad ascoltare le parole del capo dello Stato».
Intanto, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è lanciata nei consueti proclami commentando lo stop delle forniture di gas russo a Polonia e Bulgaria, definito un ricatto «ingiustificato e inaccettabile», dicendo: «L’era dei combustibili fossili russi in Europa finirà», ha detto la von der Leyen, «l’Europa va avanti sulle questioni energetiche. Oggi (ieri, ndr) gli Stati membri si sono riuniti nel contesto del gruppo di coordinamento del gas. L’Europa si sta muovendo per ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe, questo è l’obiettivo del piano RepowerEu, oltre che diversificare le fonti di approvvigionamento. Inoltre», ha aggiunto la von der Leyen, «è stato anche raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per aumentare le importazioni di gas naturale in modo da garantire agli Stati membri che vi sia una fornitura anche da altri partner oltre alla Russia». A pensar male si fa peccato, ma il fatto che saranno gli Stati Uniti a compensare con il loro gas naturale liquido le mancate importazioni di metano russo non sembra esattamente una pura coincidenza rispetto all’atteggiamento ultramilitarista di Washington e ai continui inviti a inasprire le sanzioni contro Mosca da parte dell’amministrazione americana. Lo scorso 24 marzo, ricordiamolo, la von der Leyen e il presidente americano Joe Biden hanno annunciato un primo accordo in tal senso: «Lavoreremo», ha detto Biden in quell’occasione, «per garantire un ulteriori 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno e intanto lavoriamo per interrompere il gas russo ben prima del 2030 per garantire un’ulteriore domanda del mercato dell’Ue per 50 miliardi di metri cubi entro il 2030».
«Le nostre linee guida», ha aggiunto la von der Leyen, «sono molto chiare: pagare in rubli, se non è previsto nel contratto, è una violazione delle nostre sanzioni. Circa il 97% di tutti i contratti esplicitamente stipula pagamenti in euro o dollari. La richiesta da parte russa di pagare in rubli è una decisione unilaterale e non è in linea con i contratti. Le compagnie con questi contratti non devono accettare la richiesta russa».
Altro che molto chiare: ieri fonti europee hanno riferito che molti Stati membri dell’Unione, nel corso dalla riunione degli ambasciatori permanenti degli Stati membri che si è svolta ieri, hanno espresso perplessità in merito al contenuto delle linee guida predisposte dalla Commissione europea sul pagamento di gas russo in rubli. Diverse aziende importatrici avrebbero sottolineato che le linee guida non chiariscono in maniera sufficientemente chiara cosa si può fare e cosa è vietato. La Commissione si è quindi impegnata a elaborare una nuova versione di queste linee guida, e la questione sarà oggetto del Consiglio straordinario sull’energia in agenda lunedì prossimo.
Continua a leggereRiduci
Da ieri stop al gas russo per Polonia e Bulgaria. L’Austria nega i pagamenti in rubli. Berlino: «Prepariamoci a tutti gli scenari».Il presidente della Commissione Ue alza un muro. Sergio Mattarella rincara: «Italia pronta ad altre sanzioni senza esitazione».Lo speciale contiene due articoli.Più armi a Kiev, meno soldi a Mosca: la strategia dell’Occidente per mettere in ginocchio la Russia si snoda su due terreni. Al vertice straordinario per l’Ucraina nella base statunitense di Ramstein, in Germania, dove l’altro ieri su invito degli Stati Uniti si sono incontrati i ministri della Difesa di 40 Paesi che hanno deciso di intensificare le forniture di armi pesanti all’Ucraina, fa seguito la prima conseguenza, ampiamente prevista, della decisione dell’Europa di non pagare le forniture di gas in rubli. Ieri mattina, la Russia ha interrotto il flusso di gas verso Polonia e Bulgaria, che il 26 aprile non hanno pagato i rifornimenti in rubli. «La necessità» di accettare solo rubli per il pagamento del gas, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «è stata causata da azioni ostili senza precedenti in campo economico e finanziario che sono state adottate da Paesi ostili contro di noi. La Russia resta un fornitore affidabile di energia e non scende a ricatti», ha aggiunto Peskov, che ha precisato che il rifornimento di gas a Polonia e Bulgaria riprenderà quando verrà rispettato il meccanismo di pagamento in rubli. Il colosso energetico Gazprom ha confermato ieri mattina il blocco delle forniture di gas verso Varsavia e Sofia, e di aver notificato alla società bulgara Bulgargaz e alla società polacca Pgnig la «sospensione delle consegne di gas dal 27 aprile e fino al pagamento in rubli». La Polonia dipende per il 50% dal gas russo, e ha i suoi impianti di stoccaggio pieni per circa l’80%; molto peggio sta messa la Bulgaria, che dipende dal gas russo per la quasi totalità degli approvvigionamenti e ha le riserve a un livello inferiore al 20%. «La Russia», ha affermato il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, «dovrebbe sospendere la fornitura di gas non solo a Bulgaria e Polonia, ma anche ad altri Paesi ostili». Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato ieri pomeriggio che «Polonia e Bulgaria ci hanno aggiornato sulla situazione, entrambi stanno ricevendo gas dai loro vicini europei». Questo tipo di soluzione ha degli effetti collaterali: o gli Stati che soccorrono Polonia e Bulgaria aumentano il flusso proveniente da Mosca, azzerando quindi il danno economico per la Russia, oppure ci si troverà di fronte a una riduzione degli approvvigionamenti per l’intera Europa. Nel medio e lungo periodo, Polonia e Bulgaria dovranno diversificare le fonti di approvvigionamento di gas: Varsavia si sta muovendo da tempo, con il completamento in collaborazione con la Danimarca della Baltic pipe, un gasdotto che dovrebbe entrare a regime in autunno e che dovrebbe sostituire il gas russo con quello norvegese. Sono pronte anche azioni legali contro Gazprom. Sofia dovrà invece rivolgersi a mercati alternativi. Di «imperialismo del gas» della Russia e di «attacco diretto alla Polonia» ha parlato il premier polacco Mateusz Morawiecki, a quanto riporta Bloomberg. «Affronteremo questo ricatto con la pistola puntata alla testa senza che i polacchi se ne accorgano», ha aggiunto Morawiecki, che ha sottolineato che la Polonia ha 2,3 miliardi di metri cubi di riserve di gas, sufficienti per un mese e mezzo o anche più in caso di rialzo delle temperature. «La Russia», ha detto il presidente polacco, «ha lo scopo di far alzare ancora di più i costi del gas». Enorme e comprensibile la preoccupazione della Germania, che ha molti suoi colossi industriali delocalizzati in Polonia in virtù di un costo del lavoro inferiore: «I flussi di gas sono complessivamente a livelli stabili», ha affermato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, «vediamo però con preoccupazione che in Paesi partner europei si sia arrivati allo stop del rifornimento del gas. Ci sono stati dei problemi di pagamento per una filiale di Gazprom Germania. Per me è importante che la Germania non paghi in rubli e che agisca in unità con l’Ue. Nel caso di un embargo energetico», ha aggiunto Habeck, «la Germania entrerebbe in recessione. Dobbiamo essere preparati a pagare questo prezzo. La dipendenza della Germania dal gas russo è calata a una quota del 35% dal 55% del periodo precedente la guerra in Ucraina. Siamo in una situazione in cui il governo tedesco deve adattarsi e prepararsi a tutti gli scenari», ha detto infine Habeck rispondendo a una domanda sull’ipotesi di espropriare la raffineria petrolifera Pck di Schwedt, gestita da Rosnef. Secondo indiscrezioni pubblicate da Bloomberg, Berlino sosterrebbe un addio graduale al petrolio russo, piuttosto che alcune delle altre opzioni sul tavolo, come un tetto massimo o meccanismi di pagamento per trattenere parte delle entrate di Mosca. E prima dell’embargo vorrebbe un periodo di transizione. Anche l’Austria ha assicurato che continua a pagare in euro. La parola «ricatto» viene utilizzata sia dalla von der Leyen sia dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ma in realtà lo stop ai flussi di gas da Mosca era ampiamente previsto e addirittura caldeggiato come sanzione massima dai «falchi» occidentali. L’Europa deve prepararsi a un disastro economico e sociale senza precedenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/varsavia-occidente-buio-2657227487.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-la-von-der-leyen-tira-dritto-ricatto-inaccettabile" data-post-id="2657227487" data-published-at="1651106809" data-use-pagination="False"> Ma la von der Leyen tira dritto: «Ricatto inaccettabile» Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si allaccia l’elmetto e auspica ulteriori sanzioni nei confronti della Russia: «L’Italia», ha detto ieri Mattarella, rispondendo a una domanda che gli è stata rivolta nel corso dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, «ha contribuito da protagonista alle sanzioni, le sta applicando con assoluto rigore ed è pronta ad altre sanzioni con assoluto rigore e senza esitazioni. L’impianto sanzionatorio deciso è pienamente operativo in Italia, con rigore e severità, una decisione politica del governo assolutamente chiara. Alle aziende che hanno base in Italia», ha aggiunto Mattarella, «nel rispetto dei principi dello Stato di diritto e della economia del libero mercato le imprese nella loro autonomia si regolano di conseguenza come avviene in altri Paesi». Le parole di Mattarella hanno immediatamente ringalluzzito i «falchi» italiani, a partire naturalmente dal Pd, con il senatore Andrea Marcucci che ha invitato «gli scettici ad ascoltare le parole del capo dello Stato». Intanto, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è lanciata nei consueti proclami commentando lo stop delle forniture di gas russo a Polonia e Bulgaria, definito un ricatto «ingiustificato e inaccettabile», dicendo: «L’era dei combustibili fossili russi in Europa finirà», ha detto la von der Leyen, «l’Europa va avanti sulle questioni energetiche. Oggi (ieri, ndr) gli Stati membri si sono riuniti nel contesto del gruppo di coordinamento del gas. L’Europa si sta muovendo per ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe, questo è l’obiettivo del piano RepowerEu, oltre che diversificare le fonti di approvvigionamento. Inoltre», ha aggiunto la von der Leyen, «è stato anche raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per aumentare le importazioni di gas naturale in modo da garantire agli Stati membri che vi sia una fornitura anche da altri partner oltre alla Russia». A pensar male si fa peccato, ma il fatto che saranno gli Stati Uniti a compensare con il loro gas naturale liquido le mancate importazioni di metano russo non sembra esattamente una pura coincidenza rispetto all’atteggiamento ultramilitarista di Washington e ai continui inviti a inasprire le sanzioni contro Mosca da parte dell’amministrazione americana. Lo scorso 24 marzo, ricordiamolo, la von der Leyen e il presidente americano Joe Biden hanno annunciato un primo accordo in tal senso: «Lavoreremo», ha detto Biden in quell’occasione, «per garantire un ulteriori 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno e intanto lavoriamo per interrompere il gas russo ben prima del 2030 per garantire un’ulteriore domanda del mercato dell’Ue per 50 miliardi di metri cubi entro il 2030». «Le nostre linee guida», ha aggiunto la von der Leyen, «sono molto chiare: pagare in rubli, se non è previsto nel contratto, è una violazione delle nostre sanzioni. Circa il 97% di tutti i contratti esplicitamente stipula pagamenti in euro o dollari. La richiesta da parte russa di pagare in rubli è una decisione unilaterale e non è in linea con i contratti. Le compagnie con questi contratti non devono accettare la richiesta russa». Altro che molto chiare: ieri fonti europee hanno riferito che molti Stati membri dell’Unione, nel corso dalla riunione degli ambasciatori permanenti degli Stati membri che si è svolta ieri, hanno espresso perplessità in merito al contenuto delle linee guida predisposte dalla Commissione europea sul pagamento di gas russo in rubli. Diverse aziende importatrici avrebbero sottolineato che le linee guida non chiariscono in maniera sufficientemente chiara cosa si può fare e cosa è vietato. La Commissione si è quindi impegnata a elaborare una nuova versione di queste linee guida, e la questione sarà oggetto del Consiglio straordinario sull’energia in agenda lunedì prossimo.
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».