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2022-04-28
Varsavia dà il via al conto alla rovescia che può lasciare l’Occidente al buio
Il premier polacco Mateusz Morawiecki (Ansa)
Più armi a Kiev, meno soldi a Mosca: la strategia dell’Occidente per mettere in ginocchio la Russia si snoda su due terreni. Al vertice straordinario per l’Ucraina nella base statunitense di Ramstein, in Germania, dove l’altro ieri su invito degli Stati Uniti si sono incontrati i ministri della Difesa di 40 Paesi che hanno deciso di intensificare le forniture di armi pesanti all’Ucraina, fa seguito la prima conseguenza, ampiamente prevista, della decisione dell’Europa di non pagare le forniture di gas in rubli. Ieri mattina, la Russia ha interrotto il flusso di gas verso Polonia e Bulgaria, che il 26 aprile non hanno pagato i rifornimenti in rubli.
«La necessità» di accettare solo rubli per il pagamento del gas, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «è stata causata da azioni ostili senza precedenti in campo economico e finanziario che sono state adottate da Paesi ostili contro di noi. La Russia resta un fornitore affidabile di energia e non scende a ricatti», ha aggiunto Peskov, che ha precisato che il rifornimento di gas a Polonia e Bulgaria riprenderà quando verrà rispettato il meccanismo di pagamento in rubli. Il colosso energetico Gazprom ha confermato ieri mattina il blocco delle forniture di gas verso Varsavia e Sofia, e di aver notificato alla società bulgara Bulgargaz e alla società polacca Pgnig la «sospensione delle consegne di gas dal 27 aprile e fino al pagamento in rubli». La Polonia dipende per il 50% dal gas russo, e ha i suoi impianti di stoccaggio pieni per circa l’80%; molto peggio sta messa la Bulgaria, che dipende dal gas russo per la quasi totalità degli approvvigionamenti e ha le riserve a un livello inferiore al 20%. «La Russia», ha affermato il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, «dovrebbe sospendere la fornitura di gas non solo a Bulgaria e Polonia, ma anche ad altri Paesi ostili».
Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato ieri pomeriggio che «Polonia e Bulgaria ci hanno aggiornato sulla situazione, entrambi stanno ricevendo gas dai loro vicini europei». Questo tipo di soluzione ha degli effetti collaterali: o gli Stati che soccorrono Polonia e Bulgaria aumentano il flusso proveniente da Mosca, azzerando quindi il danno economico per la Russia, oppure ci si troverà di fronte a una riduzione degli approvvigionamenti per l’intera Europa. Nel medio e lungo periodo, Polonia e Bulgaria dovranno diversificare le fonti di approvvigionamento di gas: Varsavia si sta muovendo da tempo, con il completamento in collaborazione con la Danimarca della Baltic pipe, un gasdotto che dovrebbe entrare a regime in autunno e che dovrebbe sostituire il gas russo con quello norvegese. Sono pronte anche azioni legali contro Gazprom. Sofia dovrà invece rivolgersi a mercati alternativi.
Di «imperialismo del gas» della Russia e di «attacco diretto alla Polonia» ha parlato il premier polacco Mateusz Morawiecki, a quanto riporta Bloomberg. «Affronteremo questo ricatto con la pistola puntata alla testa senza che i polacchi se ne accorgano», ha aggiunto Morawiecki, che ha sottolineato che la Polonia ha 2,3 miliardi di metri cubi di riserve di gas, sufficienti per un mese e mezzo o anche più in caso di rialzo delle temperature. «La Russia», ha detto il presidente polacco, «ha lo scopo di far alzare ancora di più i costi del gas». Enorme e comprensibile la preoccupazione della Germania, che ha molti suoi colossi industriali delocalizzati in Polonia in virtù di un costo del lavoro inferiore: «I flussi di gas sono complessivamente a livelli stabili», ha affermato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, «vediamo però con preoccupazione che in Paesi partner europei si sia arrivati allo stop del rifornimento del gas. Ci sono stati dei problemi di pagamento per una filiale di Gazprom Germania. Per me è importante che la Germania non paghi in rubli e che agisca in unità con l’Ue. Nel caso di un embargo energetico», ha aggiunto Habeck, «la Germania entrerebbe in recessione. Dobbiamo essere preparati a pagare questo prezzo. La dipendenza della Germania dal gas russo è calata a una quota del 35% dal 55% del periodo precedente la guerra in Ucraina. Siamo in una situazione in cui il governo tedesco deve adattarsi e prepararsi a tutti gli scenari», ha detto infine Habeck rispondendo a una domanda sull’ipotesi di espropriare la raffineria petrolifera Pck di Schwedt, gestita da Rosnef. Secondo indiscrezioni pubblicate da Bloomberg, Berlino sosterrebbe un addio graduale al petrolio russo, piuttosto che alcune delle altre opzioni sul tavolo, come un tetto massimo o meccanismi di pagamento per trattenere parte delle entrate di Mosca. E prima dell’embargo vorrebbe un periodo di transizione.
Anche l’Austria ha assicurato che continua a pagare in euro. La parola «ricatto» viene utilizzata sia dalla von der Leyen sia dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ma in realtà lo stop ai flussi di gas da Mosca era ampiamente previsto e addirittura caldeggiato come sanzione massima dai «falchi» occidentali. L’Europa deve prepararsi a un disastro economico e sociale senza precedenti.
Ma la von der Leyen tira dritto: «Ricatto inaccettabile»
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si allaccia l’elmetto e auspica ulteriori sanzioni nei confronti della Russia: «L’Italia», ha detto ieri Mattarella, rispondendo a una domanda che gli è stata rivolta nel corso dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, «ha contribuito da protagonista alle sanzioni, le sta applicando con assoluto rigore ed è pronta ad altre sanzioni con assoluto rigore e senza esitazioni. L’impianto sanzionatorio deciso è pienamente operativo in Italia, con rigore e severità, una decisione politica del governo assolutamente chiara. Alle aziende che hanno base in Italia», ha aggiunto Mattarella, «nel rispetto dei principi dello Stato di diritto e della economia del libero mercato le imprese nella loro autonomia si regolano di conseguenza come avviene in altri Paesi». Le parole di Mattarella hanno immediatamente ringalluzzito i «falchi» italiani, a partire naturalmente dal Pd, con il senatore Andrea Marcucci che ha invitato «gli scettici ad ascoltare le parole del capo dello Stato».
Intanto, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è lanciata nei consueti proclami commentando lo stop delle forniture di gas russo a Polonia e Bulgaria, definito un ricatto «ingiustificato e inaccettabile», dicendo: «L’era dei combustibili fossili russi in Europa finirà», ha detto la von der Leyen, «l’Europa va avanti sulle questioni energetiche. Oggi (ieri, ndr) gli Stati membri si sono riuniti nel contesto del gruppo di coordinamento del gas. L’Europa si sta muovendo per ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe, questo è l’obiettivo del piano RepowerEu, oltre che diversificare le fonti di approvvigionamento. Inoltre», ha aggiunto la von der Leyen, «è stato anche raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per aumentare le importazioni di gas naturale in modo da garantire agli Stati membri che vi sia una fornitura anche da altri partner oltre alla Russia». A pensar male si fa peccato, ma il fatto che saranno gli Stati Uniti a compensare con il loro gas naturale liquido le mancate importazioni di metano russo non sembra esattamente una pura coincidenza rispetto all’atteggiamento ultramilitarista di Washington e ai continui inviti a inasprire le sanzioni contro Mosca da parte dell’amministrazione americana. Lo scorso 24 marzo, ricordiamolo, la von der Leyen e il presidente americano Joe Biden hanno annunciato un primo accordo in tal senso: «Lavoreremo», ha detto Biden in quell’occasione, «per garantire un ulteriori 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno e intanto lavoriamo per interrompere il gas russo ben prima del 2030 per garantire un’ulteriore domanda del mercato dell’Ue per 50 miliardi di metri cubi entro il 2030».
«Le nostre linee guida», ha aggiunto la von der Leyen, «sono molto chiare: pagare in rubli, se non è previsto nel contratto, è una violazione delle nostre sanzioni. Circa il 97% di tutti i contratti esplicitamente stipula pagamenti in euro o dollari. La richiesta da parte russa di pagare in rubli è una decisione unilaterale e non è in linea con i contratti. Le compagnie con questi contratti non devono accettare la richiesta russa».
Altro che molto chiare: ieri fonti europee hanno riferito che molti Stati membri dell’Unione, nel corso dalla riunione degli ambasciatori permanenti degli Stati membri che si è svolta ieri, hanno espresso perplessità in merito al contenuto delle linee guida predisposte dalla Commissione europea sul pagamento di gas russo in rubli. Diverse aziende importatrici avrebbero sottolineato che le linee guida non chiariscono in maniera sufficientemente chiara cosa si può fare e cosa è vietato. La Commissione si è quindi impegnata a elaborare una nuova versione di queste linee guida, e la questione sarà oggetto del Consiglio straordinario sull’energia in agenda lunedì prossimo.
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Da ieri stop al gas russo per Polonia e Bulgaria. L’Austria nega i pagamenti in rubli. Berlino: «Prepariamoci a tutti gli scenari».Il presidente della Commissione Ue alza un muro. Sergio Mattarella rincara: «Italia pronta ad altre sanzioni senza esitazione».Lo speciale contiene due articoli.Più armi a Kiev, meno soldi a Mosca: la strategia dell’Occidente per mettere in ginocchio la Russia si snoda su due terreni. Al vertice straordinario per l’Ucraina nella base statunitense di Ramstein, in Germania, dove l’altro ieri su invito degli Stati Uniti si sono incontrati i ministri della Difesa di 40 Paesi che hanno deciso di intensificare le forniture di armi pesanti all’Ucraina, fa seguito la prima conseguenza, ampiamente prevista, della decisione dell’Europa di non pagare le forniture di gas in rubli. Ieri mattina, la Russia ha interrotto il flusso di gas verso Polonia e Bulgaria, che il 26 aprile non hanno pagato i rifornimenti in rubli. «La necessità» di accettare solo rubli per il pagamento del gas, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, «è stata causata da azioni ostili senza precedenti in campo economico e finanziario che sono state adottate da Paesi ostili contro di noi. La Russia resta un fornitore affidabile di energia e non scende a ricatti», ha aggiunto Peskov, che ha precisato che il rifornimento di gas a Polonia e Bulgaria riprenderà quando verrà rispettato il meccanismo di pagamento in rubli. Il colosso energetico Gazprom ha confermato ieri mattina il blocco delle forniture di gas verso Varsavia e Sofia, e di aver notificato alla società bulgara Bulgargaz e alla società polacca Pgnig la «sospensione delle consegne di gas dal 27 aprile e fino al pagamento in rubli». La Polonia dipende per il 50% dal gas russo, e ha i suoi impianti di stoccaggio pieni per circa l’80%; molto peggio sta messa la Bulgaria, che dipende dal gas russo per la quasi totalità degli approvvigionamenti e ha le riserve a un livello inferiore al 20%. «La Russia», ha affermato il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, «dovrebbe sospendere la fornitura di gas non solo a Bulgaria e Polonia, ma anche ad altri Paesi ostili». Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato ieri pomeriggio che «Polonia e Bulgaria ci hanno aggiornato sulla situazione, entrambi stanno ricevendo gas dai loro vicini europei». Questo tipo di soluzione ha degli effetti collaterali: o gli Stati che soccorrono Polonia e Bulgaria aumentano il flusso proveniente da Mosca, azzerando quindi il danno economico per la Russia, oppure ci si troverà di fronte a una riduzione degli approvvigionamenti per l’intera Europa. Nel medio e lungo periodo, Polonia e Bulgaria dovranno diversificare le fonti di approvvigionamento di gas: Varsavia si sta muovendo da tempo, con il completamento in collaborazione con la Danimarca della Baltic pipe, un gasdotto che dovrebbe entrare a regime in autunno e che dovrebbe sostituire il gas russo con quello norvegese. Sono pronte anche azioni legali contro Gazprom. Sofia dovrà invece rivolgersi a mercati alternativi. Di «imperialismo del gas» della Russia e di «attacco diretto alla Polonia» ha parlato il premier polacco Mateusz Morawiecki, a quanto riporta Bloomberg. «Affronteremo questo ricatto con la pistola puntata alla testa senza che i polacchi se ne accorgano», ha aggiunto Morawiecki, che ha sottolineato che la Polonia ha 2,3 miliardi di metri cubi di riserve di gas, sufficienti per un mese e mezzo o anche più in caso di rialzo delle temperature. «La Russia», ha detto il presidente polacco, «ha lo scopo di far alzare ancora di più i costi del gas». Enorme e comprensibile la preoccupazione della Germania, che ha molti suoi colossi industriali delocalizzati in Polonia in virtù di un costo del lavoro inferiore: «I flussi di gas sono complessivamente a livelli stabili», ha affermato il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, «vediamo però con preoccupazione che in Paesi partner europei si sia arrivati allo stop del rifornimento del gas. Ci sono stati dei problemi di pagamento per una filiale di Gazprom Germania. Per me è importante che la Germania non paghi in rubli e che agisca in unità con l’Ue. Nel caso di un embargo energetico», ha aggiunto Habeck, «la Germania entrerebbe in recessione. Dobbiamo essere preparati a pagare questo prezzo. La dipendenza della Germania dal gas russo è calata a una quota del 35% dal 55% del periodo precedente la guerra in Ucraina. Siamo in una situazione in cui il governo tedesco deve adattarsi e prepararsi a tutti gli scenari», ha detto infine Habeck rispondendo a una domanda sull’ipotesi di espropriare la raffineria petrolifera Pck di Schwedt, gestita da Rosnef. Secondo indiscrezioni pubblicate da Bloomberg, Berlino sosterrebbe un addio graduale al petrolio russo, piuttosto che alcune delle altre opzioni sul tavolo, come un tetto massimo o meccanismi di pagamento per trattenere parte delle entrate di Mosca. E prima dell’embargo vorrebbe un periodo di transizione. Anche l’Austria ha assicurato che continua a pagare in euro. La parola «ricatto» viene utilizzata sia dalla von der Leyen sia dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ma in realtà lo stop ai flussi di gas da Mosca era ampiamente previsto e addirittura caldeggiato come sanzione massima dai «falchi» occidentali. 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L’impianto sanzionatorio deciso è pienamente operativo in Italia, con rigore e severità, una decisione politica del governo assolutamente chiara. Alle aziende che hanno base in Italia», ha aggiunto Mattarella, «nel rispetto dei principi dello Stato di diritto e della economia del libero mercato le imprese nella loro autonomia si regolano di conseguenza come avviene in altri Paesi». Le parole di Mattarella hanno immediatamente ringalluzzito i «falchi» italiani, a partire naturalmente dal Pd, con il senatore Andrea Marcucci che ha invitato «gli scettici ad ascoltare le parole del capo dello Stato». Intanto, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è lanciata nei consueti proclami commentando lo stop delle forniture di gas russo a Polonia e Bulgaria, definito un ricatto «ingiustificato e inaccettabile», dicendo: «L’era dei combustibili fossili russi in Europa finirà», ha detto la von der Leyen, «l’Europa va avanti sulle questioni energetiche. Oggi (ieri, ndr) gli Stati membri si sono riuniti nel contesto del gruppo di coordinamento del gas. L’Europa si sta muovendo per ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe, questo è l’obiettivo del piano RepowerEu, oltre che diversificare le fonti di approvvigionamento. Inoltre», ha aggiunto la von der Leyen, «è stato anche raggiunto un accordo con gli Stati Uniti per aumentare le importazioni di gas naturale in modo da garantire agli Stati membri che vi sia una fornitura anche da altri partner oltre alla Russia». A pensar male si fa peccato, ma il fatto che saranno gli Stati Uniti a compensare con il loro gas naturale liquido le mancate importazioni di metano russo non sembra esattamente una pura coincidenza rispetto all’atteggiamento ultramilitarista di Washington e ai continui inviti a inasprire le sanzioni contro Mosca da parte dell’amministrazione americana. Lo scorso 24 marzo, ricordiamolo, la von der Leyen e il presidente americano Joe Biden hanno annunciato un primo accordo in tal senso: «Lavoreremo», ha detto Biden in quell’occasione, «per garantire un ulteriori 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno e intanto lavoriamo per interrompere il gas russo ben prima del 2030 per garantire un’ulteriore domanda del mercato dell’Ue per 50 miliardi di metri cubi entro il 2030». «Le nostre linee guida», ha aggiunto la von der Leyen, «sono molto chiare: pagare in rubli, se non è previsto nel contratto, è una violazione delle nostre sanzioni. Circa il 97% di tutti i contratti esplicitamente stipula pagamenti in euro o dollari. La richiesta da parte russa di pagare in rubli è una decisione unilaterale e non è in linea con i contratti. Le compagnie con questi contratti non devono accettare la richiesta russa». Altro che molto chiare: ieri fonti europee hanno riferito che molti Stati membri dell’Unione, nel corso dalla riunione degli ambasciatori permanenti degli Stati membri che si è svolta ieri, hanno espresso perplessità in merito al contenuto delle linee guida predisposte dalla Commissione europea sul pagamento di gas russo in rubli. Diverse aziende importatrici avrebbero sottolineato che le linee guida non chiariscono in maniera sufficientemente chiara cosa si può fare e cosa è vietato. La Commissione si è quindi impegnata a elaborare una nuova versione di queste linee guida, e la questione sarà oggetto del Consiglio straordinario sull’energia in agenda lunedì prossimo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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