Il prezzo del future mensile ha toccato venerdì un massimo giornaliero di 38,06 euro/MWh, un prezzo che non si vedeva dallo scorso luglio. Da allora, il prezzo non aveva fatto altro che scendere, al netto di qualche fisiologico su e giù.
Alla riapertura del mercato, ieri, il prezzo ha segnato un brusco calo, tornando verso quota 33 €/MWh e chiudendo poi a 35,40 €/MWh.
Per chi è sul mercato libero e ha un prezzo fisso, gli impatti sulla bolletta del gas sono nulli. Chi invece ha un prezzo variabile indicizzato al mercato vedrà nella bolletta dei consumi di gennaio un aumento del prezzo. Certo, d’inverno fa freddo e gli stoccaggi sono riempiti apposta per essere svuotati. La salita del prezzo era iniziata infatti come un fisiologico aggiustamento al rialzo dopo un periodo prolungato di lievi cali giornalieri, ma si è trasformato rapidamente in una corsa a coprire le posizioni cosiddette corte, cioè quelle di chi vende il future sperando che il prezzo scenda.
Sul mercato c’erano molti operatori in quella condizione, e quando il prezzo ha iniziato a salire molti hanno preferito chiudere le posizioni, acquistando e di conseguenza rafforzando il ciclo rialzista. Come spesso accade, il panico ha scatenato gli acquisti, un processo che sul mercato viene chiamato «short squeeze». Ora l’emergenza sembra finita, anche perché non c’è vera carenza di gas. Si tratta di una fiammata destinata a smorzarsi e che certo ha poco a che fare con la crisi del gas del 2022, quando il prezzo fu di dieci volte superiore all’attuale. Al rialzo attuale ha contribuito l’imprevisto stop alla centrale nucleare francese di Flamanville, in Normandia. La causa principale della fermata dell’enorme centrale da 4.330 MW di potenza è il passaggio della tempesta Goretti, che ha colpito duramente la costa francese. Le unità 1 e 3 (Epr) sono state scollegate dalla rete elettrica in via precauzionale e, secondo le ultime comunicazioni di Edf, rimarranno indisponibili probabilmente fino all’inizio di febbraio 2026, a causa delle riparazioni necessarie alle infrastrutture esterne danneggiate dalla tempesta.
Diverso è il discorso se si guarda alle tensioni internazionali. Dopo che sabato scorso il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler imporre dazi del 15% ai Paesi europei che hanno inviato un manipolo di militari in Groenlandia, sono aumentati i timori di una escalation che potrebbe colpire anche le forniture di gas.
I maggiori tre Paesi cui Trump ha imposto dazi al 10% dal 1° febbraio prossimo, ovvero Olanda, Francia e Germania, nei primi dieci mesi del 2025 hanno importato complessivamente 36,6 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl). Nello stesso periodo, l’Italia ha importato circa 8 miliardi di metri cubi di Gnl dagli Usa, la metà rispetto alla sola Olanda. Nel quarto trimestre del 2025 le importazioni di Gnl dagli Usa hanno rappresentato il 27% del totale degli approvvigionamenti di gas dell’Unione europea.
Con questo peso, tra i fornitori di un bene essenziale come il gas, in una eventuale escalation diplomatica con l’Europa, gli Stati Uniti hanno ampi margini di manovra, mentre l’Unione rischia di restare strangolata un’altra volta. Un po’ come era ai tempi della dipendenza dal gas dalla Russia, ora l’Europa è di nuovo vulnerabile.
Il punto principale della vicenda è questo. L’Unione europea, nonostante i grandi sforzi per uscire dalla dipendenza dal gas russo, è ancora molto esposta alle bizze dei mercati, senza avere un’adeguata riserva di energia, mentre le regole europee tengono alti i prezzi.
Ad esempio, con le attuali quotazioni, il costo delle emissioni di CO2 sull’energia elettrica è arrivato a 36 €/MWh, in omaggio al sistema Ets che impone il pagamento di questa tassa.
La strategia di perseguire l’indipendenza energetica attraverso l’elettrificazione e l’installazione di capacità a fonte rinnovabile non ha dato grandi risultati sinora, se non un aumento dei costi e una ridotta affidabilità dei sistemi elettrici. La proclamata Unione dell’energia non appare all’orizzonte e ogni Paese fa per sé. La settimana scorsa il governo tedesco ha deciso di installare altri 12.000 MW di potenza a gas, dopo avere chiuso 5.000 MW di potenza da fonte nucleare. I governi nazionali decidono ma gli impatti poi si scaricano anche sui sistemi degli altri Paesi. Manca soprattutto la consapevolezza che solo la diversificazione e l’abbondanza di offerta di energia può evitare il verificarsi di altre crisi.
In Italia, intanto, si attende da mesi il cosiddetto decreto Energia, che dovrebbe contenere una serie di misure per la riduzione dei costi. Il governo sta probabilmente negoziando il decreto con la Commissione europea, dopo il clamoroso fraintendimento con Bruxelles sul decreto Energy release dello scorso anno. Si sa che l’ipotizzata cartolarizzazione di alcuni oneri non ci sarà, cassata dall’Ue e in fondo non risolutiva. Dovrebbe esserci, invece, il contributo per le famiglie con basso Isee e un taglio dei premi del vecchio Conto energia per il fotovoltaico che pesa ancora per circa 6 miliardi all’anno sulla bolletta degli italiani.