«Parli del diavolo e spuntano le corna» è un modo di dire usato quando una persona di cui si sta parlando arriva inaspettatamente. È un’osservazione sull’imprevedibilità del caso, che crea l’illusione che evocando un nome si favorisca la sua presenza. Se interpretiamo il motto letteralmente, arriviamo a una precisa regola esoterica. Evocare il Diavolo, vuol dire aprirgli una porta. Era un discorso metaforico. Era una burla. Era ironico. Era per ridere. Si chiama umorismo nero. Era un discorso meramente culturale. Il Diavolo non distingue l’ironia. Se è stato evocato, lui arriva.
L’idea di evocare il Diavolo, letteralmente o simbolicamente, non è mai stata, un gesto neutro. Né potrebbe esserlo. Anche quando assume i toni del gioco, della provocazione o della posa estetica, porta con sé un’ambiguità profonda: quella di chi crede di dominare un simbolo mentre ne viene, sempre, almeno in parte, trasformato. È su questo crinale che si muove una parte della riflessione raccolta da Cecilia Gatto Trocchi nel suo studio sul Risorgimento esoterico. Il quadro che emerge è quello di un Ottocento attraversato da correnti sotterranee: società segrete, simbolismi, fascinazioni per l’occulto. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di un intreccio che coinvolge anche ambienti colti, intellettuali convinti di poter esplorare, e controllare, territori simbolici pericolosi. In questo contesto, la figura di Satana diventa soprattutto una costruzione letteraria e filosofica. Non il Diavolo teologico, ma un simbolo di ribellione, di sfida, di rovesciamento dell’ordine. È il Satana di Charles Baudelaire, che nelle Litanie di Satana scrive: «O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria!». È interessante notare il nucleo: il vittimismo. L’importante non sono le cose, ma il senso che noi diamo alle cose. Ci sono persone come Carlo Acutis o Massimiliano Kolbe che sono riusciti a trovare la gioia anche in situazioni estreme: la morte per leucemia in età giovanissima, il campo di sterminio. La volontà ferrea di cercare il bene, o di non cercarlo, rendono una vita piena o vuota. Dopo averla svuotata, ci si arrabbia con Dio che non ci ha dato abbastanza e ci si rivolge a Satana Qui il male non è adorato ingenuamente: è evocato come figura tragica, specchio dell’uomo moderno, diviso e inquieto e soprattutto, per propria volontà, vuoto. Anche nella tradizione italiana emergono echi simili. In Giacomo Leopardi abbiamo la disperazione. La speranza è una virtù teologale, la disperazione un’arma del «nemico». La speranza è una virtù, deve essere costruita, con pazienza, forza, con un volontà di acciaio. Abbandonarsi alla disperazione, quindi, è una colpa. In effetti si lavora per il «nemico», si ritiene che tutti i doni di Dio, il sole che sorge ogni mattina, l’aria che respiriamo, siano robetta, comunque insufficiente. Leopardi si lascia travolgere dalla tensione verso il negativo. Compose Ad Arimane (1833), un inno in cui invoca l’entità maligna dello zoroastrismo. Al demone, nell’apice del suo pessimismo, chiede la morte arrivando a scrivere «non posso più della vita». L’Inno a Satana di Carducci è una celebrazione della ragione e del progresso, che Carducci crede in contrasto con i dogmi. Sono testi eleganti, colti, che rivelano un atteggiamento tipico della modernità: la convinzione di poter usare simboli estremi senza pagarne il prezzo, di poter «giocare col fuoco» restando indenni.
Nel Novecento, il rapporto tra simbolismo, potere e ideologia assume forme più oscure. Tutti i movimenti politici rivoluzionari, e quindi anticristiani, hanno attinto a immaginari esoterici o mitologici: le componenti esoteriche del nazismo sono molto note mentre molto meno note, ma non meno micidiali, sono quelle del comunismo sovietico.
Con la seconda metà del secolo, il discorso si sposta nella cultura di massa. Dalla musica rock alla cultura pop, simboli legati all’occulto, al mistero o alla trasgressione diventano strumenti espressivi, non a caso spesso accompagnati dalla simpatia per varie sostanze, dalla vecchia cocaina alla nuova Lsd, passando sempre per l’onnipresente cannabis, che è sicuramente innocua, però danneggia la memoria e crea falsi ricordi. La droga, esattamente come il progetto del controllo mentale, fanno parte integrante del satanismo, perché vanno a colpire il libero arbitrio, il più grande dono di Dio. Gruppi come Beatles o Led Zeppelin hanno utilizzato riferimenti simbolici e suggestioni esoteriche, più come linguaggio artistico che come adesione dottrinale. Nel libro Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone sviluppa una lettura critica della cultura musicale degli anni Sessanta e Settanta, inserendola dentro un più ampio processo di trasformazione spirituale e culturale. Il rapporto tra musica e satanismo non è trattato in modo sensazionalistico o complottista, ma come parte di un mutamento simbolico: la musica, secondo l’autore, diventa uno dei veicoli privilegiati di una nuova visione del mondo alternativa al cristianesimo tradizionale. Iannaccone collega la nascita della musica psichedelica e rock alla diffusione delle droghe, in particolare l’Lsd, che avrebbe prodotto uno «slittamento dei paradigmi mentali, religiosi e morali». La musica smette di essere intrattenimento, ma diventa uno strumento capace di modificare l’etica e scatenare l’interesse per l’occultismo, che smettono di essere, come sono sempre stati, fenomeni di nicchia e grazie alla musica, ai cantanti, ai video musicali diventano fenomeni di massa, anzi di masse di giovani e giovanissimi.
Il satanismo moderno nasce in élite che hanno letto Carducci, o almeno lo hanno sentito nominare, e diventa appannaggio di semianalfabeti che si formano sui video musicali. Arriviamo quindi al piccolo satanista della porta accanto, non legato a nessuna setta, che si sveglia al mattino per accoltellare qualcuno, dopo essersi formato su internet. Il caso del cantante Marilyn Manson è ancora più esplicito: qui la provocazione diventa parte integrante dell’estetica, una sfida diretta ai codici morali e religiosi. Come molti terapeuti testimonio che in persone predisposte i suoi video possono scatenare scompensi psicotici, e anche a tutti gli altri non è che facciano molto bene. E poi c’è sempre il buon vecchio «effetto Werther», il potere dell’imitazione soprattutto sulle menti deboli. Imitiamo eventi veri, imitiamo serie tv, film, cantanti, e così arrivano il massacro di Sharon Tate, l’assassinio di John Lennon, e migliaia di altri casi, dalle Bestie di Satana a quelli che sparano nelle scuole. Tre giovanissime ammazzarono una suora, suor Maria Laura Mainetti, con numerose coltellate e durante le indagini emerse che le tre vevano costruito una sorta di fantasia pseudo-satanica, parlando di sacrificio al diavolo, senza nessuna vera organizzazione satanista strutturata alle spalle. Basta la musica e si arriva al satanista fai da te. Il satanismo riempie i piani bassi perché è ai piani alti. Un esempio interessante di uso contemporaneo di simboli satanici, è stata l’inaugurazione del Galleria di base del San Gottardo, avvenuta il 1° giugno 2016. Tutto era accuratamente brutto, le coreografie, i costumi, la musica. Simboli satanici, l’occhio di Horus, la piramide, sono ossessivamente presenti in quasi tutti i video musicali contemporanei. Basterebbe osservare il disastro umano, suicidi, morti di overdose, ricoveri in strutture per malattie mentali, di molti artisti per rendersi conto che non siamo dentro discorsi teorici. E qui non abbiamo più i simboli del male, che come simboli di ribellione e trasgressione attraversano tutta la cultura occidentale. Se è nei video dell’industria musicale, non è trasgressione. È potere. Il satanismo è al potere e ha il potere. L’aborto al nono mese, fiore all’occhiello di tutti gli Stati democratici, cosa altro può essere se non il trionfo del satanismo? Parli del Diavolo e spuntano le corna.