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2021-06-22
Le vaccinazioni si inceppano. Ora puntano gli aghi sui bimbi
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È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età».
La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.
Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2».
E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione».
Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing.
Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».
Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.
Mascherine, il Cts decide di non decidere
Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche.
Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data.
«Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita».
Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori.
La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto».
In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme.
Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
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Ecco i dati del danno fatto da Roberto Speranza: quasi mezzo milione di inoculazioni in meno per il caos Astrazeneca. I pediatri italiani spingono per l'immunizzazione completa degli over 12 malgrado mezzo mondo sia scettico.Di fronte al pressing per l'addio all'obbligo di protezioni all'esterno, gli «esperti» perdono tre giorni per poi lavarsene le mani: via libera, ma la data definitiva sarà scelta dal governo. L'imposizione potrebbe cadere già da lunedì prossimo o dal 5 luglio.Lo speciale contiene due articoli.È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età». La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2». E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione». Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing. Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazioni-inceppano-puntano-aghi-bimbi-2653484284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mascherine-il-cts-decide-di-non-decidere" data-post-id="2653484284" data-published-at="1624334270" data-use-pagination="False"> Mascherine, il Cts decide di non decidere Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche. Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data. «Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita». Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori. La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto». In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme. Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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