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2021-06-22
Le vaccinazioni si inceppano. Ora puntano gli aghi sui bimbi
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È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età».
La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.
Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2».
E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione».
Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing.
Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».
Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.
Mascherine, il Cts decide di non decidere
Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche.
Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data.
«Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita».
Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori.
La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto».
In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme.
Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
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Ecco i dati del danno fatto da Roberto Speranza: quasi mezzo milione di inoculazioni in meno per il caos Astrazeneca. I pediatri italiani spingono per l'immunizzazione completa degli over 12 malgrado mezzo mondo sia scettico.Di fronte al pressing per l'addio all'obbligo di protezioni all'esterno, gli «esperti» perdono tre giorni per poi lavarsene le mani: via libera, ma la data definitiva sarà scelta dal governo. L'imposizione potrebbe cadere già da lunedì prossimo o dal 5 luglio.Lo speciale contiene due articoli.È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età». La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2». E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione». Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing. Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazioni-inceppano-puntano-aghi-bimbi-2653484284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mascherine-il-cts-decide-di-non-decidere" data-post-id="2653484284" data-published-at="1624334270" data-use-pagination="False"> Mascherine, il Cts decide di non decidere Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche. Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data. «Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita». Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori. La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto». In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme. Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
Esistono dei retroscena su un chiacchierato precedente accordo, e certo gli interrogativi sulla tenuta del diritto internazionale emergono lampanti dalla vicenda. Qui ci concentriamo però sulle conseguenze per l’economia dell’energia derivanti dalla spettacolare manovra di ieri.
I temi principali sono due. Il primo riguarda il petrolio, naturalmente, e suona come un de profundis per la transizione energetica. Il Venezuela possiede le più grandi riserve certe di petrolio al mondo, più di 300 miliardi di barili, pari al 20% mondiale (seguono l’Arabia Saudita con 267 miliardi e l’Iran con 209 miliardi di barili). Se aveva senso per Washington tenersi buoni amici gli arabi, ha ancora più senso, nell’ottica statunitense, fare in modo che le enormi riserve venezuelane siano gestite da un governo amico.
Il petrolio venezuelano è greggio denso e pesante, proprio ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Come nel caso dell’Iran, sanzioni, investimenti scarsi e vincoli infrastrutturali limitano però la produzione, ferma a meno di un milione di barili al giorno, un terzo rispetto a 20 anni fa e circa l’1% dell’offerta mondiale. Ora è presto per capire chi e come governerà il Venezuela, ma se ci fosse una leadership filoamericana le sanzioni potrebbero finire molto presto e nuovi quantitativi di greggio potrebbero riversarsi sul mercato. Se fosse così, i prezzi del greggio, in un mercato già piuttosto fornito, potrebbero scendere anche del 20% nel tempo, in assenza di turbative altrove (certo sempre possibili).
Vorrebbe dire che Chevron, unica major operante nel paese, Exxon e gli altri grandi attori del mercato petrolifero potrebbero precipitarsi sulle immense riserve di petrolio e sfruttarne la capacità. Non sarebbe un passaggio immediato, ma questo sposterebbe gli equilibri che riguardano altri grandi produttori. Con una offerta aggiuntiva importante di olio venezuelano calerebbero in modo consistente le entrate per la Russia e l’Iran, ad esempio, regimi per cui il petrolio è fondamentale per l’equilibrio economico. Ne soffrirebbe l’Opec, che avrebbe ancora meno influenza sui prezzi, potendo controllare una minore quota di offerta.
Chi ne farebbe le spese, tra gli acquirenti, sarebbe la Cina, oggi praticamente unica destinataria delle magre esportazioni venezuelane. Forse è un caso, ma proprio poche ore prima del blitz americano si trovava a Caracas per un incontro con Maduro l’inviato speciale di Xi Jinping, Qiu Xiaoqi, durante il quale è stato confermato il legame amichevole tra i due Paesi. Il problema di Pechino non deriva tanto dai quantitativi di greggio, comunque modesti, ma dalla perdita di un alleato in una posizione strategica assai vicina agli Stati Uniti.
In questione vi è in effetti tutto il Sudamerica, e questo è il secondo tema che emerge dalla vicenda. Con questa azione, Donald Trump conferma di considerare il Sudamerica il «giardino di casa» e di non tollerare le intrusioni della Cina e la presenza di governi considerati ostili. Questo è piuttosto chiaro e non è una novità.
Ma ora si apre una nuova prospettiva: dopo le vittorie elettorali della destra in Bolivia, Cile e Argentina, appare sempre più chiaro che Washington sta costruendo in America Latina una base industriale importantissima per sé. In Sudamerica vi sono enormi riserve di materiali critici (argomento di cui abbiamo parlato diffusamente sulla Verità nelle settimane scorse), oltre che di energia. Ciò che ora si comincia a delineare è un allargamento della sfera di influenza degli Stati Uniti su un patrimonio di metalli strategici come rame, litio, terre rare, presenti abbondantemente in Cile e Argentina, ed ora anche, in prospettiva, sulle maggiori riserve di petrolio, quelle venezuelane. Un’azione come quella di ieri mette sull’attenti tutti i governi sudamericani (quello colombiano in primis) ed è un fermo altolà alle ambizioni cinesi di penetrare nel subcontinente. Se Washington riuscisse davvero a imporre il proprio controllo su tale enorme massa di materie prime e di energia, sarebbe in grado di creare una propria filiera industriale tecnologica avanzata senza dover dipendere dalla Cina.
Quello che appare chiaro è che la transizione energetica all’europea è ormai un logoro vessillo nel pieno di un uragano. Con la mossa decisa di Washington, le ambizioni energetiche dell’Unione europea si rivelano ancora più disastrose e inconsistenti, non supportate da una reale capacità di incidere. Oggi serve energia abbondante e a basso prezzo, sembra finita la ricreazione dei regolamenti attraverso cui modellare un mondo inesistente.
Ora però la questione riguarda anche la sicurezza degli investimenti. Se con azioni di forza si scavalca l’ordine apparente, il profilo di rischio sale per tutte le classi di investimento. Che cosa è «sicuro» oggi? Diventa più difficile stabilirlo, e se sale il rischio salgono i rendimenti. Dobbiamo aspettarci turbolenze sui mercati, nei prossimi mesi, mentre si discute su cosa è legittimo e cosa non lo è, cosa è sicuro e cosa no.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Segue predisposizione di un’azione ficcante: «In collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas e gli Stati membri stiamo assicurando che i cittadini europei presenti in Venezuela possano contare sul pieno supporto dell’Ue». Nessuno però, né dalla Casa Bianca, né dal Pentagono, né della Nato, dove c’è pure la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, amicissimo di Maduro, ha avvertito Bruxelles.
A Palazzo Berlaymont, deserto causa strapagate ferie natalizie, hanno saputo dalle agenzie dell’attacco americano e della «cattura» di Nicolás Maduro e della «presidenta» Cilia Flores, la «primiera combattente», personaggio non gradito in quasi tutta l’America, non isole comprese perché a Cuba il regime comunista la idolatra.
A conferma del nulla che conta l’Ue nel mondo c’è anche la dichiarazione tonitruante del presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, che minaccia, via X dell’inviso Elon Musk: «Seguo con grande preoccupazione la situazione in Venezuela. L’Unione europea chiede una de-escalation e una risoluzione nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite». E poi con il copia incolla anche lui assicura che ha sentito la Kallas. L’Alta rappresentante, per molte ore, a dispetto del cognome che ricorda la più eccelsa soprano del Novecento, è parsa afasica. Poi si è palesata su X: «Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e col nostro ambasciatore a Caracas. Stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità». E qui sta il grande imbarazzo di Bruxelles. Non tutta l’Europa è contro Maduro; c’è, verso il dittatore venezuelano, una simpatia bipartisan, del socialista spagnolo Pedro Sánchez e di Viktor Orbán (la Russia e la Cina hanno sempre protetto Maduro); e anche la Grecia aveva buone relazioni con Caracas. Infine è ancora fresca la spaccatura dell’Eurocamera nel settembre del 2024, quando si votò una risoluzione di condanna di Maduro, riconoscendo la presidenza di Edmundo González Urrutia come «legittima e democraticamente eletta» e si denunciarono i brogli elettorali. Quella risoluzione passò con 309 voti a favore, 201 contrari e 12 astenuti, con un’alleanza anti-maggioranza Ursula del Ppe con la destra. Ferocemente contrari furono i movimenti di ultrasinistra, e questo spiega perché Giuseppe Conte, M5s, insieme alla coppia di fatto di Avs, urli a Giorgia Meloni di condannare il presidente americano per la «palese violazione del diritto internazionale». Ma anche i socialisti - Pd compreso - votarono contro. La diplomazia di Washington lo sa e dunque ignora Bruxelles.
Non ci sta Pina Picerno, la pasionaria del Pd anti Schlein che però sente il richiamo della foresta del socialismo e, da vicepresidente dell’Eurocamera, pontifica: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie». Non contenta, la Picerno sprona l’Ue: «Trump, Putin e Xi si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza. Senza diritto internazionale, senza multilateralismo credibile, la forza non produce giustizia: produce solo nuovi precedenti pericolosi. All’Europa è chiesto un impegno definitivo per riaffermare il diritto internazionale contro le aggressioni delle potenze globali autocratiche e cleptocratiche. La libertà e la democrazia sono nelle mani dei popoli, non delle dottrine di Trump, Putin e Xi». Sarebbe facile ricordare all’onorevole Picerno che Trump è stato votato da 78 milioni di americani e che lei è vicepresidente dell’Eurocamera con 527 preferenze; sta di fatto, però, che l’Europa ha condannato Maduro, ma lo ha lasciato lì. Trump invece ha risolto la pratica. Capita, se si è il due di bastoni quando l’asso di briscola è denari.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Ansa
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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