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2021-06-22
Le vaccinazioni si inceppano. Ora puntano gli aghi sui bimbi
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È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età».
La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.
Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2».
E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione».
Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing.
Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».
Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.
Mascherine, il Cts decide di non decidere
Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche.
Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data.
«Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita».
Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori.
La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto».
In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme.
Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
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Ecco i dati del danno fatto da Roberto Speranza: quasi mezzo milione di inoculazioni in meno per il caos Astrazeneca. I pediatri italiani spingono per l'immunizzazione completa degli over 12 malgrado mezzo mondo sia scettico.Di fronte al pressing per l'addio all'obbligo di protezioni all'esterno, gli «esperti» perdono tre giorni per poi lavarsene le mani: via libera, ma la data definitiva sarà scelta dal governo. L'imposizione potrebbe cadere già da lunedì prossimo o dal 5 luglio.Lo speciale contiene due articoli.È ufficiale: i pediatri italiani si esprimono a favore del vaccino anti Covid per tutti i bambini e gli adolescenti dai 12 anni in su. Nel documento pubblicato ieri, il consiglio direttivo della Società italiana di pediatria (Sip) ha raccomandato «in linea con le vigenti raccomandazioni ministeriali, la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni privi di controindicazioni per gli specifici vaccini autorizzati per età». Va bene «qualsiasi vaccino» approvato dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e da quella europea (Ema), purché inoculato «secondo i tempi e le modalità di somministrazione previsti per le specifiche fasce d'età». La scelta palesata ieri, in realtà, era nell'aria già da tempo. «Sono completamente a favore alla vaccinazione per la fascia 12-15 anni, in quanto certamente daremo loro i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», affermava un paio di settimane fa la dottoressa Annamaria Staiano, presidente della Sip. Posizione condivisa da Alberto Villani, responsabile di pediatria generale e malattie infettive al Bambin Gesù, ex presidente della Sip e già membro del Cts. «La responsabilità dei genitori è enorme», così Villani in un'intervista rilasciata all'inizio di giugno ad Avvenire, «chi può avere la certezza che il proprio bimbo non sarà tra i - pur pochi - casi gravi di Covid?». E nelle ultime dichiarazioni rilasciate alla stampa, i vertici della Sip non fanno mistero di puntare a breve anche agli under 12.Ma è proprio guardando ai numeri snocciolati dagli stessi pediatri che viene da farsi più di una domanda sull'opportunità di somministrare il siero indiscriminatamente anche ai ragazzi sotto i 18 anni. Nel nostro Paese, nella fascia compresa tra 0 e 9 anni i casi sono stati il 5,5%, mentre in quella tra i 10 e i 19 anni la percentuale sale al 9,6%. Complessivamente, dunque, solo 15 casi su 100 hanno riguardato individui minorenni. Senza voler sminuire il valore di ogni singola vita umana sono pochissimi, appena 26, i decessi fatti registrare tra i più giovani. «Si trattava nella maggior parte dei casi di bambini fragili», confessa lo stesso Villani nella conversazione con Avvenire, «con patologie pregresse e comorbidità». Una considerazione ribadita anche dal documento pubblicato ieri dalla Sip, nel quale i pediatri ammettono in effetti che «la fascia pediatrica dai 12 anni in su risulta essere tra quelle meno colpite dal Sars-CoV-2». E allora, perché vaccinare? Primo elemento: «Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia d'età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche ben al di là della ben codificata Mis-c (sindrome infiammatoria riscontrata più frequentemente nei bambini positivi al coronavirus, ndr), conseguenti a un'infezione pauci o asintomatica». Secondo, perché «in termini di sanità pubblica, la fascia di età pediatrica e adolescenziale può fungere da serbatoio per la diffusione del virus nell'intera popolazione». Spiace dirlo, ma le motivazioni espresse nel documento pubblicato ieri dalla Società italiana di pediatria non convincono. Non solo perché, dati alla mano, le fasce d'età più giovani sono quelle meno interessate dalle conseguenze del virus, e quindi sulla carta meno urgenti da vaccinare. Cosa più importante, non viene citato nessuno studio citato a favore della vaccinazione dei più piccoli, forse perché è ancora troppo presto per esprimere una parola definitiva sull'argomento. Non manca invece, tra le righe, un tono che definire sibillino è poco. Prima, quando si lega la possibilità di «beneficiare di una prossima apertura dell'anno scolastico in sicurezza» alla «tempestività del raggiungimento delle alte coperture vaccinali». Più avanti, quando quasi sarcasticamente si parla di «guidare gli adolescenti e le loro famiglie verso un percorso vaccinale libero e consapevole». Spiritosi questi pediatri a parlare di libertà dopo tutto questo pressing. Per il resto ci si imbatte in concetti piuttosto vaghi, come quando si afferma che «seppur l'obiettivo primario della vaccinazione è quello di non sviluppare la malattia, l'opportunità di implementare un'offerta vaccinale universale aiuterà notevolmente a ridurre non solo la circolazione dello stesso virus, ma soprattutto il rischio di generare varianti potenzialmente più contagiose o capaci di ridurre l'efficacia degli stessi vaccini in uso». Concetto che cozza con la recente diffusione del virus mutato anche in Paesi con una percentuale di vaccinati molto più alta della nostra. Oppure in coda al testo, dove i pediatri pur affermando di condividere «l'offerta vaccinale Covid-19 limitata solo a pazienti pediatrici con malattie pregresse», non ritengono «tale approccio valido ed efficace per contrastare l'attuale pandemia, che necessita piuttosto di un intervento vaccinale globale, in tutte le età e in tutti i Paesi del mondo».Non la pensano così altrove. Cauti i tedeschi, con la commissione permanente sui vaccini (Stiko) che in Germania si è espressa contro la raccomandazione per i soggetti tra i 12 e i 17 anni senza patologie pregresse. Pochi giorni fa, in Danimarca sono stati gli stessi pediatri a porre un freno all'entusiasmo dell'Autorità per la salute: «Mancano le conoscenze per valutare l'impatto su questa fascia d'età». Senza contare l'appello lanciato a maggio dall'Organizzazione mondiale della sanità. «Non vaccinate i bambini e ragazzi, ma date le loro dosi a Covax», il programma internazionale per fornire i vaccini ai Paesi più poveri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazioni-inceppano-puntano-aghi-bimbi-2653484284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mascherine-il-cts-decide-di-non-decidere" data-post-id="2653484284" data-published-at="1624334270" data-use-pagination="False"> Mascherine, il Cts decide di non decidere Le bacchettate del premier Draghi al ministro Speranza e al Cts hanno sortito un doppio effetto. La vaccinazione eterologa non è più un obbligo, perciò gli under 60 possono scegliere di fare anche la seconda dose con Astrazeneca, e ha i giorni contati il vincolo della mascherina all'aperto. Le due condizioni saranno essere all'esterno e senza assembramenti. Ieri sera, suggerendo l'eliminazione dell'obbligo di indossare il dispositivo di protezione di naso e bocca a partire, con ogni probabilità dal 28 giugno quando, con l'ingresso in zona bianca della Val d'Aosta, tutta la Penisola sarà nell'area a minori restrizioni, il Comitato di esperti ha dimostrato ancora una volta di seguire la politica, non convinzioni scientifiche. Aver voluto mantenere per mesi la regola del dispositivo di protezione individuale in ogni situazione, spazio aperto o chiuso che fosse, è così sembrata un'ostinazione dei tecnici, più che una misura sanitaria utile ai cittadini. Altrimenti si sarebbero pronunciati per il mantenimento dell'obbligo senza aspettare tre giorni a non decidere. L'altra ipotesi in campo è quella del 5 luglio, che consentirebbe di aspettare un altro monitoraggio del venerdì precedente, per verificare se la curva epidemiologica non subisce scossoni a causa della variante delta, e inoltre, darebbe altri giorni di vantaggio alla campagna vaccinale. Toccherà al governo prendere la decisione, il Cts non si è preso la responsabilità di scegliere la data. «Se i numeri continueranno ad andare nella direzione che hanno preso si potrà aprire una riflessione», dichiarava con grande cautela il 21 maggio Franco Locatelli, coordinatore del Cts e presidente del Consiglio superiore di sanità, senza sbilanciarsi sull'orizzonte temporale. «Si può parlarne dopo la metà di luglio, prima è largamente prematuro», affermava ai primi di giugno, sostenendo che «va valorizzato il ruolo delle mascherine in generale per prevenire le infezioni respiratorie. Non sono così limitanti del nostro stile di vita». Di tutt'altro parere sono numerosi esperti come Scott Gottlieb, ex capo della Fda, l'agenzia federale statunitense per gli alimenti e i farmaci, che già ad aprile parlava di «obbligo non più necessario». Un articolo di revisione pubblicato su The Journal of infectious diseases dai ricercatori dell'Università della California, San Francisco, ha scoperto che meno del 10% della trasmissione avviene all'aperto e le probabilità di diffusione del virus all'interno erano 19 volte superiori. La lista dei pareri scientifici favorevoli al non obbligo all'aperto è lunga, pochi giorni fa anche Alberto Zangrillo, primario di anestesia al San Raffaele di Milano, ha detto che fuori dagli spazi chiusi i dispositivi «non hanno alcun senso», non servono più. Il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, prima della riunione del Cts ieri ipotizzava un fine obbligo a partire «dal 1 luglio. A patto di tenere la mascherina sempre in tasca e rimetterla in caso di assembramenti o se si entra in un luogo chiuso. E monitorando con attenzione la variante delta», si raccomandava. «Oltre alla Spagna, molti Paesi hanno tolto la mascherina all'aperto», aveva ricordato il presidente del Consiglio, annunciando che avrebbe fatto la richiesta al Cts tramite il ministro della Salute. Speranza, benché da sempre contrario alla fine dell'imbavagliamento, è stato così costretto a chiedere ai tecnici il parere formale «relativamente alle modalità e ai termini della permanenza dell'obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie all'aperto». In Gran Bretagna la mascherina all'aperto non è mai stata obbligatoria, se si rispetta il distanziamento, la Francia l'ha abolita il 17 giugno, la Spagna toglierà il divieto da sabato prossimo. Ieri sul Foglio, l'ex direttore generale dell'Aifa, Luca Pani, metteva in guardia su quanti «valutano e deliberano» pur in assenza di informazioni certe, perché molti dati non sono «a disposizione di quella comunità scientifica che si vuole sostituire ai regolatori, non è il suo mestiere. Non lo sarà mai», affermava il professore che oggi vive negli Stati Uniti. Nel «mucchio» rientrano i virologi che si atteggiano a opinionisti di Covid e vaccini, ma anche il Cts della cui inutilità da troppo tempo abbiamo conferme. Le nuove regole prevedranno comunque l'obbligo di portare con sé la mascherina e indossarla quando, anche all'aperto, non sarà possibile mantenere la distanza interpersonale. Il dispositivo di protezione andrà sempre tenuto nei luoghi chiusi come negozi, bar e i ristoranti, cinema e musei, su treni e aerei e quando si sale sui mezzi pubblici. Ieri, intanto, l'Alto Adige si è portato avanti. Nel primo giorno di ingresso in fascia bianca, la provincia autonoma ha tolto coprifuoco e l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, anche se molte persone hanno continuato a girare con il dispositivo di protezione ben aderente al volto.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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