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2021-07-25
Vaccinazione forzata o raffica di tamponi. Il pass è una mazzata per atleti e società
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Numeri da niente. Solo cinque milioni di praticanti di ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica, 4,6 milioni di calciatori amatoriali e 4,2 milioni di appassionati degli sport acquatici. Li stiamo esaltando come base per le medaglie olimpiche nei servizi da Tokyo, li stiamo massacrando in quelli della pandemia. E con loro chi consente tutte queste attività: palestre, piscine, società sportive. Ancora una volta in ginocchio, ancora una volta nel mirino del governo: prima con i lockdown di Giuseppe Conte, ora con il Green pass di Mario Draghi. Il decreto è una lapide: «Dal 6 agosto il pass sarà obbligatorio in piscine, palestre, centri benessere e dove si praticano sport di squadra, limitatamente alle attività al chiuso, per i soggetti non esclusi per età dalla campagna vaccinale».
Chi ha più di 12 anni deve avere il certificato o non entra. E la specifica delle «attività all'aperto» è pleonastica perché gli abbonamenti ripartono da settembre e da metà ottobre, ad andare bene, in mezza Italia tutto si svolge al chiuso o non si svolge proprio. Chi verrà colto in flagrante rischia una multa da 400 a 1.000 euro «a carico dell'esercente e dell'utente». È noto che la contraffazione di pass e Qr Code è un gioco da ragazzi sul pianeta web. È l'ennesima mazzata al mondo di mezzo, quello del tempo libero (più scuole di danza), che l'Istat valuta numericamente in 20 milioni di cittadini (esclusi i runner autodidatti) e rappresenta un indotto di 60 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Meglio specificarlo perché il premier, nonostante sia un ex maratoneta, coglie al volo solo le cifre.
Il pianeta dello sport amatoriale è un bersaglio fisso da inizio pandemia. Nessun riguardo, solo chiusure preventive questa volta ammantate di prudenza in assenza di riscontri oggettivi. Andava oltre qualche mese fa Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, in un editoriale sacrosanto dopo la disastrosa esperienza del ministro Vincenzo Spadafora: «Al governo dei competenti ci permettiamo di indirizzare un caloroso auspicio, ci dia un ministro che capisca di sport, che conosca la Carta olimpica e non scambi il presidente del Cio Thomas Bach con Johann Sebastian Bach. Abbiamo già dato».
Non si tratta di tifare o no per il vaccino, ma di fotografare una situazione disastrosa, un obiettivo perdurante dell'esecutivo che fin qui ha elargito ristori minimi a un comparto sull'orlo del fallimento. Lo sottolinea il presidente dell'Asi (Associazioni sportive e sociali italiane), Claudio Barbaro, senatore di Fratelli d'Italia: «È un ulteriore colpo, durissimo, alle centomila strutture sportive. Con la limitazione degli accessi, per palestre e piscine sarà impossibile proseguire. Al di là del prevedibile calo di accessi e abbonamenti, quanti già iscritti alle strutture sportive e non in possesso di Green pass saranno rimborsati dal governo? Gli stessi gestori, vessati da 17 mesi, saranno aiutati o abbandonati? Ci chiediamo come possa l'esecutivo perseverare nel non considerare lo sport un presidio che eroga benessere. Con questa sequela di provvedimenti sono già state allontanate migliaia di persone dalla pratica sportiva».
Nessuna isteria, a dimostrazione della serietà dei gestori, ma grande preoccupazione. Le società dilettantistiche hanno un problema in più: saranno costrette a svenarsi per continuare il valzer del tampone nei confronti di quegli atleti che per motivi loro non si vaccinano. E in mancanza di numeri minimi dovranno rinunciare a un'altra stagione agonistica. Nonostante questo Marco Contardi, presidente di Arisa (l'associazione che tiene insieme le imprese sportive della Confcommercio di Milano), è dialettico: «Se questo è uno strumento per garantire la presenza della gente in palestra, ben venga. Ma è fondamentale non essere obbligati a chiudere in autunno come un anno fa».
La garanzia non esiste. E allora anche lo sport di base è pronto a scendere in piazza, ad alzare la voce invece dei pesi. Anche l'Anif aumenta il volume della radio. L'associazione degli impianti sport e fitness (che rappresenta i 100.000 centri sportivi) presieduta da Giampaolo Duregon ha emesso un comunicato che non lascia spazio alla fantasia: «Di fatto questa è un'altra semichiusura mascherata. Al netto delle decisioni del governo, l'Anif ribadisce la sua ferma opposizione a qualsiasi forma di passaporto vaccinale per entrare nelle palestre e nelle piscine al coperto. Il che equivale a tornare a restrizioni penalizzanti per l'intero settore».
I centri sportivi hanno adottato fin da subito protocolli severissimi con un costo economico elevato. Uso della mascherina, distanziamento, sanificazione continua degli attrezzi e degli ambienti, rilevamento della temperatura all'ingresso, registrazione degli utenti all'interno delle strutture. Scoprire che tutto ciò non basta crea senso di frustrazione e accenni di ribellione. «Quei protocolli hanno trasformato i centri in oasi di salute capaci di tenere lontano contagi e pandemia», prosegue l'Anif. «Imporre il Green pass significa precludere lo sport ai giovani (che sono in maggioranza) e agli adolescenti che per ragioni di età non sono inevitabilmente vaccinati». Mentre lo sport di base rischia il collasso, fare passerella davanti ai campioni d'Europa del pallone o alle medaglie olimpiche è solo ipocrisia.
La beffa per chi alloggia in albergo: ristorante vietato senza certificato
Le regole per l'obbligatorietà del green pass non sono ancora chiare, e uno dei settori in preda all'incertezza è quello delle strutture ricettive. Per alloggiare in albergo, infatti, il governo non ha previsto l'obbligo del certificato vaccinale. Libertà, quindi? Non esattamente, perché si pone un problema molto serio, quello delle restrizioni che restano ancora in piedi, almeno secondo una prima lettura del testo da parte delle associazioni di categoria, per i ristoranti interni agli hotel, così come per bar, palestre, piscine. In sostanza: è vero che una famiglia sprovvista del green pass può tranquillamente prenotare un soggiorno in albergo, ma non potrà fare colazione nella sala interna, pranzare o cenare nei bar e ristoranti interni, usufruire di servizi al chiuso come piscina, palestra, centro benessere e via dicendo. Stesso discorso per una famiglia nella quale i genitori sono vaccinati e in possesso di green pass, ma i figli adolescenti no: in assenza di sale ristorante, piscine e palestre all'aperto, la famigliola per non dividersi dovrà prenotare solo il pernottamento, ma senza nessun altro servizio, per poi organizzarsi in bar e ristoranti all'aperto per colazione, pranzo e cena.
«Premesso che siamo tutti in attesa di chiarimenti», dice alla Verità Antonio Izzo, presidente di Federalberghi Napoli «di fronte a ciò che abbiamo letto, le indicazioni sono queste. Per soggiornare in albergo non è richiesto il green pass, per accedere al bar e stare seduti, al ristorante, in piscina, alla spa o in palestra, al chiuso, bisogna essere muniti del certificato di vaccinazione. Naturalmente», aggiunge Izzo, «gli hotel che sono dotati di un roof, di sale ristoranti, piscine e palestre all'aperto, non hanno problemi, ma non tutte le strutture dispongono dei necessari spazi esterni».
«Le recenti norme del green pass», conferma Giovanni Battaiola, presidente dell'Associazione albergatori ed imprese turistiche della Provincia di Trento, «stanno generando confusione soprattutto perché a stagione in corso e a prenotazioni già effettuate si introducono restrizioni che prevedono anche per gli alloggiati nelle strutture ricettive il controllo del certificato verde in caso di accesso al ristorante interno all'albergo. Anche in Trentino», aggiunge Battaiola, «molte aziende nostre associate segnalano disdette di prenotazioni in quanto non è poco frequente che in una famiglia ci siano persone vaccinate e altre, in particolare i minori sopra i dodici anni, che non lo sono. Questo è spesso motivo di impedimento a confermare la prenotazione e la presenza nella struttura scelta per la vacanza. Federalberghi ha sollevato presso le competenti sedi a livello nazionale un intervento che chiarisca la questione», rimarca Battaiola, «e soprattutto modifichi la norma attuale che appare confusa e contraddittoria tenuto conto che in albergo si accede senza green pass, mentre appunto sarebbe obbligatorio per la fruizione del ristorante interno».
Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi, teme per le prenotazioni già effettuate con la formula della mezza pensione: «Le ultime norme sul green pass», dice Bocca, «hanno generato qualche incertezza che potrebbe ripercuotersi sull'andamento della stagione in corso. A fronte di queste impreviste restrizioni che prevederebbero il controllo della certificazione verde nei ristoranti interni all'hotel anche per gli alloggiati, si teme che vi possano essere cancellazioni. Ricordiamo», aggiunge Bocca, «che gli albergatori hanno già posto in essere con la clientela contratti di mezze pensioni che nessuno vorrebbe assolutamente disattendere».
Secondo uno studio dell'associazione, il giro d'affari complessivo della stagione turistica 2021 in Italia, includendo le spese di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti), toccherà i 22,7 miliardi di euro contro i 14,3 miliardi di euro dello scorso anno (+58,7% circa). Di questi, però, solo il 21,4% è destinato ad essere speso per il pernottamento, quindi in sostanza neanche 5 miliardi arriveranno alle imprese ricettive.
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Le squadre dovranno pagare i test dei membri e gli abbonamenti crolleranno. Un massacro per un settore da 20 milioni di aderenti.Gli sprovvisti di card esclusi da pasti e piscine. Federalberghi: «Arrivano già disdette».Lo speciale contiene due articoli.Numeri da niente. Solo cinque milioni di praticanti di ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica, 4,6 milioni di calciatori amatoriali e 4,2 milioni di appassionati degli sport acquatici. Li stiamo esaltando come base per le medaglie olimpiche nei servizi da Tokyo, li stiamo massacrando in quelli della pandemia. E con loro chi consente tutte queste attività: palestre, piscine, società sportive. Ancora una volta in ginocchio, ancora una volta nel mirino del governo: prima con i lockdown di Giuseppe Conte, ora con il Green pass di Mario Draghi. Il decreto è una lapide: «Dal 6 agosto il pass sarà obbligatorio in piscine, palestre, centri benessere e dove si praticano sport di squadra, limitatamente alle attività al chiuso, per i soggetti non esclusi per età dalla campagna vaccinale». Chi ha più di 12 anni deve avere il certificato o non entra. E la specifica delle «attività all'aperto» è pleonastica perché gli abbonamenti ripartono da settembre e da metà ottobre, ad andare bene, in mezza Italia tutto si svolge al chiuso o non si svolge proprio. Chi verrà colto in flagrante rischia una multa da 400 a 1.000 euro «a carico dell'esercente e dell'utente». È noto che la contraffazione di pass e Qr Code è un gioco da ragazzi sul pianeta web. È l'ennesima mazzata al mondo di mezzo, quello del tempo libero (più scuole di danza), che l'Istat valuta numericamente in 20 milioni di cittadini (esclusi i runner autodidatti) e rappresenta un indotto di 60 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Meglio specificarlo perché il premier, nonostante sia un ex maratoneta, coglie al volo solo le cifre. Il pianeta dello sport amatoriale è un bersaglio fisso da inizio pandemia. Nessun riguardo, solo chiusure preventive questa volta ammantate di prudenza in assenza di riscontri oggettivi. Andava oltre qualche mese fa Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, in un editoriale sacrosanto dopo la disastrosa esperienza del ministro Vincenzo Spadafora: «Al governo dei competenti ci permettiamo di indirizzare un caloroso auspicio, ci dia un ministro che capisca di sport, che conosca la Carta olimpica e non scambi il presidente del Cio Thomas Bach con Johann Sebastian Bach. Abbiamo già dato».Non si tratta di tifare o no per il vaccino, ma di fotografare una situazione disastrosa, un obiettivo perdurante dell'esecutivo che fin qui ha elargito ristori minimi a un comparto sull'orlo del fallimento. Lo sottolinea il presidente dell'Asi (Associazioni sportive e sociali italiane), Claudio Barbaro, senatore di Fratelli d'Italia: «È un ulteriore colpo, durissimo, alle centomila strutture sportive. Con la limitazione degli accessi, per palestre e piscine sarà impossibile proseguire. Al di là del prevedibile calo di accessi e abbonamenti, quanti già iscritti alle strutture sportive e non in possesso di Green pass saranno rimborsati dal governo? Gli stessi gestori, vessati da 17 mesi, saranno aiutati o abbandonati? Ci chiediamo come possa l'esecutivo perseverare nel non considerare lo sport un presidio che eroga benessere. Con questa sequela di provvedimenti sono già state allontanate migliaia di persone dalla pratica sportiva».Nessuna isteria, a dimostrazione della serietà dei gestori, ma grande preoccupazione. Le società dilettantistiche hanno un problema in più: saranno costrette a svenarsi per continuare il valzer del tampone nei confronti di quegli atleti che per motivi loro non si vaccinano. E in mancanza di numeri minimi dovranno rinunciare a un'altra stagione agonistica. Nonostante questo Marco Contardi, presidente di Arisa (l'associazione che tiene insieme le imprese sportive della Confcommercio di Milano), è dialettico: «Se questo è uno strumento per garantire la presenza della gente in palestra, ben venga. Ma è fondamentale non essere obbligati a chiudere in autunno come un anno fa». La garanzia non esiste. E allora anche lo sport di base è pronto a scendere in piazza, ad alzare la voce invece dei pesi. Anche l'Anif aumenta il volume della radio. L'associazione degli impianti sport e fitness (che rappresenta i 100.000 centri sportivi) presieduta da Giampaolo Duregon ha emesso un comunicato che non lascia spazio alla fantasia: «Di fatto questa è un'altra semichiusura mascherata. Al netto delle decisioni del governo, l'Anif ribadisce la sua ferma opposizione a qualsiasi forma di passaporto vaccinale per entrare nelle palestre e nelle piscine al coperto. Il che equivale a tornare a restrizioni penalizzanti per l'intero settore». I centri sportivi hanno adottato fin da subito protocolli severissimi con un costo economico elevato. Uso della mascherina, distanziamento, sanificazione continua degli attrezzi e degli ambienti, rilevamento della temperatura all'ingresso, registrazione degli utenti all'interno delle strutture. Scoprire che tutto ciò non basta crea senso di frustrazione e accenni di ribellione. «Quei protocolli hanno trasformato i centri in oasi di salute capaci di tenere lontano contagi e pandemia», prosegue l'Anif. «Imporre il Green pass significa precludere lo sport ai giovani (che sono in maggioranza) e agli adolescenti che per ragioni di età non sono inevitabilmente vaccinati». Mentre lo sport di base rischia il collasso, fare passerella davanti ai campioni d'Europa del pallone o alle medaglie olimpiche è solo ipocrisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazione-forzata-o-raffica-di-tamponi-il-pass-e-una-mazzata-per-atleti-e-societa-2653941580.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-beffa-per-chi-alloggia-in-albergo-ristorante-vietato-senza-certificato" data-post-id="2653941580" data-published-at="1627165373" data-use-pagination="False"> La beffa per chi alloggia in albergo: ristorante vietato senza certificato Le regole per l'obbligatorietà del green pass non sono ancora chiare, e uno dei settori in preda all'incertezza è quello delle strutture ricettive. Per alloggiare in albergo, infatti, il governo non ha previsto l'obbligo del certificato vaccinale. Libertà, quindi? Non esattamente, perché si pone un problema molto serio, quello delle restrizioni che restano ancora in piedi, almeno secondo una prima lettura del testo da parte delle associazioni di categoria, per i ristoranti interni agli hotel, così come per bar, palestre, piscine. In sostanza: è vero che una famiglia sprovvista del green pass può tranquillamente prenotare un soggiorno in albergo, ma non potrà fare colazione nella sala interna, pranzare o cenare nei bar e ristoranti interni, usufruire di servizi al chiuso come piscina, palestra, centro benessere e via dicendo. Stesso discorso per una famiglia nella quale i genitori sono vaccinati e in possesso di green pass, ma i figli adolescenti no: in assenza di sale ristorante, piscine e palestre all'aperto, la famigliola per non dividersi dovrà prenotare solo il pernottamento, ma senza nessun altro servizio, per poi organizzarsi in bar e ristoranti all'aperto per colazione, pranzo e cena. «Premesso che siamo tutti in attesa di chiarimenti», dice alla Verità Antonio Izzo, presidente di Federalberghi Napoli «di fronte a ciò che abbiamo letto, le indicazioni sono queste. Per soggiornare in albergo non è richiesto il green pass, per accedere al bar e stare seduti, al ristorante, in piscina, alla spa o in palestra, al chiuso, bisogna essere muniti del certificato di vaccinazione. Naturalmente», aggiunge Izzo, «gli hotel che sono dotati di un roof, di sale ristoranti, piscine e palestre all'aperto, non hanno problemi, ma non tutte le strutture dispongono dei necessari spazi esterni». «Le recenti norme del green pass», conferma Giovanni Battaiola, presidente dell'Associazione albergatori ed imprese turistiche della Provincia di Trento, «stanno generando confusione soprattutto perché a stagione in corso e a prenotazioni già effettuate si introducono restrizioni che prevedono anche per gli alloggiati nelle strutture ricettive il controllo del certificato verde in caso di accesso al ristorante interno all'albergo. Anche in Trentino», aggiunge Battaiola, «molte aziende nostre associate segnalano disdette di prenotazioni in quanto non è poco frequente che in una famiglia ci siano persone vaccinate e altre, in particolare i minori sopra i dodici anni, che non lo sono. Questo è spesso motivo di impedimento a confermare la prenotazione e la presenza nella struttura scelta per la vacanza. Federalberghi ha sollevato presso le competenti sedi a livello nazionale un intervento che chiarisca la questione», rimarca Battaiola, «e soprattutto modifichi la norma attuale che appare confusa e contraddittoria tenuto conto che in albergo si accede senza green pass, mentre appunto sarebbe obbligatorio per la fruizione del ristorante interno». Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi, teme per le prenotazioni già effettuate con la formula della mezza pensione: «Le ultime norme sul green pass», dice Bocca, «hanno generato qualche incertezza che potrebbe ripercuotersi sull'andamento della stagione in corso. A fronte di queste impreviste restrizioni che prevederebbero il controllo della certificazione verde nei ristoranti interni all'hotel anche per gli alloggiati, si teme che vi possano essere cancellazioni. Ricordiamo», aggiunge Bocca, «che gli albergatori hanno già posto in essere con la clientela contratti di mezze pensioni che nessuno vorrebbe assolutamente disattendere». Secondo uno studio dell'associazione, il giro d'affari complessivo della stagione turistica 2021 in Italia, includendo le spese di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti), toccherà i 22,7 miliardi di euro contro i 14,3 miliardi di euro dello scorso anno (+58,7% circa). Di questi, però, solo il 21,4% è destinato ad essere speso per il pernottamento, quindi in sostanza neanche 5 miliardi arriveranno alle imprese ricettive.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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