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2021-07-25
Vaccinazione forzata o raffica di tamponi. Il pass è una mazzata per atleti e società
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Numeri da niente. Solo cinque milioni di praticanti di ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica, 4,6 milioni di calciatori amatoriali e 4,2 milioni di appassionati degli sport acquatici. Li stiamo esaltando come base per le medaglie olimpiche nei servizi da Tokyo, li stiamo massacrando in quelli della pandemia. E con loro chi consente tutte queste attività: palestre, piscine, società sportive. Ancora una volta in ginocchio, ancora una volta nel mirino del governo: prima con i lockdown di Giuseppe Conte, ora con il Green pass di Mario Draghi. Il decreto è una lapide: «Dal 6 agosto il pass sarà obbligatorio in piscine, palestre, centri benessere e dove si praticano sport di squadra, limitatamente alle attività al chiuso, per i soggetti non esclusi per età dalla campagna vaccinale».
Chi ha più di 12 anni deve avere il certificato o non entra. E la specifica delle «attività all'aperto» è pleonastica perché gli abbonamenti ripartono da settembre e da metà ottobre, ad andare bene, in mezza Italia tutto si svolge al chiuso o non si svolge proprio. Chi verrà colto in flagrante rischia una multa da 400 a 1.000 euro «a carico dell'esercente e dell'utente». È noto che la contraffazione di pass e Qr Code è un gioco da ragazzi sul pianeta web. È l'ennesima mazzata al mondo di mezzo, quello del tempo libero (più scuole di danza), che l'Istat valuta numericamente in 20 milioni di cittadini (esclusi i runner autodidatti) e rappresenta un indotto di 60 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Meglio specificarlo perché il premier, nonostante sia un ex maratoneta, coglie al volo solo le cifre.
Il pianeta dello sport amatoriale è un bersaglio fisso da inizio pandemia. Nessun riguardo, solo chiusure preventive questa volta ammantate di prudenza in assenza di riscontri oggettivi. Andava oltre qualche mese fa Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, in un editoriale sacrosanto dopo la disastrosa esperienza del ministro Vincenzo Spadafora: «Al governo dei competenti ci permettiamo di indirizzare un caloroso auspicio, ci dia un ministro che capisca di sport, che conosca la Carta olimpica e non scambi il presidente del Cio Thomas Bach con Johann Sebastian Bach. Abbiamo già dato».
Non si tratta di tifare o no per il vaccino, ma di fotografare una situazione disastrosa, un obiettivo perdurante dell'esecutivo che fin qui ha elargito ristori minimi a un comparto sull'orlo del fallimento. Lo sottolinea il presidente dell'Asi (Associazioni sportive e sociali italiane), Claudio Barbaro, senatore di Fratelli d'Italia: «È un ulteriore colpo, durissimo, alle centomila strutture sportive. Con la limitazione degli accessi, per palestre e piscine sarà impossibile proseguire. Al di là del prevedibile calo di accessi e abbonamenti, quanti già iscritti alle strutture sportive e non in possesso di Green pass saranno rimborsati dal governo? Gli stessi gestori, vessati da 17 mesi, saranno aiutati o abbandonati? Ci chiediamo come possa l'esecutivo perseverare nel non considerare lo sport un presidio che eroga benessere. Con questa sequela di provvedimenti sono già state allontanate migliaia di persone dalla pratica sportiva».
Nessuna isteria, a dimostrazione della serietà dei gestori, ma grande preoccupazione. Le società dilettantistiche hanno un problema in più: saranno costrette a svenarsi per continuare il valzer del tampone nei confronti di quegli atleti che per motivi loro non si vaccinano. E in mancanza di numeri minimi dovranno rinunciare a un'altra stagione agonistica. Nonostante questo Marco Contardi, presidente di Arisa (l'associazione che tiene insieme le imprese sportive della Confcommercio di Milano), è dialettico: «Se questo è uno strumento per garantire la presenza della gente in palestra, ben venga. Ma è fondamentale non essere obbligati a chiudere in autunno come un anno fa».
La garanzia non esiste. E allora anche lo sport di base è pronto a scendere in piazza, ad alzare la voce invece dei pesi. Anche l'Anif aumenta il volume della radio. L'associazione degli impianti sport e fitness (che rappresenta i 100.000 centri sportivi) presieduta da Giampaolo Duregon ha emesso un comunicato che non lascia spazio alla fantasia: «Di fatto questa è un'altra semichiusura mascherata. Al netto delle decisioni del governo, l'Anif ribadisce la sua ferma opposizione a qualsiasi forma di passaporto vaccinale per entrare nelle palestre e nelle piscine al coperto. Il che equivale a tornare a restrizioni penalizzanti per l'intero settore».
I centri sportivi hanno adottato fin da subito protocolli severissimi con un costo economico elevato. Uso della mascherina, distanziamento, sanificazione continua degli attrezzi e degli ambienti, rilevamento della temperatura all'ingresso, registrazione degli utenti all'interno delle strutture. Scoprire che tutto ciò non basta crea senso di frustrazione e accenni di ribellione. «Quei protocolli hanno trasformato i centri in oasi di salute capaci di tenere lontano contagi e pandemia», prosegue l'Anif. «Imporre il Green pass significa precludere lo sport ai giovani (che sono in maggioranza) e agli adolescenti che per ragioni di età non sono inevitabilmente vaccinati». Mentre lo sport di base rischia il collasso, fare passerella davanti ai campioni d'Europa del pallone o alle medaglie olimpiche è solo ipocrisia.
La beffa per chi alloggia in albergo: ristorante vietato senza certificato
Le regole per l'obbligatorietà del green pass non sono ancora chiare, e uno dei settori in preda all'incertezza è quello delle strutture ricettive. Per alloggiare in albergo, infatti, il governo non ha previsto l'obbligo del certificato vaccinale. Libertà, quindi? Non esattamente, perché si pone un problema molto serio, quello delle restrizioni che restano ancora in piedi, almeno secondo una prima lettura del testo da parte delle associazioni di categoria, per i ristoranti interni agli hotel, così come per bar, palestre, piscine. In sostanza: è vero che una famiglia sprovvista del green pass può tranquillamente prenotare un soggiorno in albergo, ma non potrà fare colazione nella sala interna, pranzare o cenare nei bar e ristoranti interni, usufruire di servizi al chiuso come piscina, palestra, centro benessere e via dicendo. Stesso discorso per una famiglia nella quale i genitori sono vaccinati e in possesso di green pass, ma i figli adolescenti no: in assenza di sale ristorante, piscine e palestre all'aperto, la famigliola per non dividersi dovrà prenotare solo il pernottamento, ma senza nessun altro servizio, per poi organizzarsi in bar e ristoranti all'aperto per colazione, pranzo e cena.
«Premesso che siamo tutti in attesa di chiarimenti», dice alla Verità Antonio Izzo, presidente di Federalberghi Napoli «di fronte a ciò che abbiamo letto, le indicazioni sono queste. Per soggiornare in albergo non è richiesto il green pass, per accedere al bar e stare seduti, al ristorante, in piscina, alla spa o in palestra, al chiuso, bisogna essere muniti del certificato di vaccinazione. Naturalmente», aggiunge Izzo, «gli hotel che sono dotati di un roof, di sale ristoranti, piscine e palestre all'aperto, non hanno problemi, ma non tutte le strutture dispongono dei necessari spazi esterni».
«Le recenti norme del green pass», conferma Giovanni Battaiola, presidente dell'Associazione albergatori ed imprese turistiche della Provincia di Trento, «stanno generando confusione soprattutto perché a stagione in corso e a prenotazioni già effettuate si introducono restrizioni che prevedono anche per gli alloggiati nelle strutture ricettive il controllo del certificato verde in caso di accesso al ristorante interno all'albergo. Anche in Trentino», aggiunge Battaiola, «molte aziende nostre associate segnalano disdette di prenotazioni in quanto non è poco frequente che in una famiglia ci siano persone vaccinate e altre, in particolare i minori sopra i dodici anni, che non lo sono. Questo è spesso motivo di impedimento a confermare la prenotazione e la presenza nella struttura scelta per la vacanza. Federalberghi ha sollevato presso le competenti sedi a livello nazionale un intervento che chiarisca la questione», rimarca Battaiola, «e soprattutto modifichi la norma attuale che appare confusa e contraddittoria tenuto conto che in albergo si accede senza green pass, mentre appunto sarebbe obbligatorio per la fruizione del ristorante interno».
Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi, teme per le prenotazioni già effettuate con la formula della mezza pensione: «Le ultime norme sul green pass», dice Bocca, «hanno generato qualche incertezza che potrebbe ripercuotersi sull'andamento della stagione in corso. A fronte di queste impreviste restrizioni che prevederebbero il controllo della certificazione verde nei ristoranti interni all'hotel anche per gli alloggiati, si teme che vi possano essere cancellazioni. Ricordiamo», aggiunge Bocca, «che gli albergatori hanno già posto in essere con la clientela contratti di mezze pensioni che nessuno vorrebbe assolutamente disattendere».
Secondo uno studio dell'associazione, il giro d'affari complessivo della stagione turistica 2021 in Italia, includendo le spese di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti), toccherà i 22,7 miliardi di euro contro i 14,3 miliardi di euro dello scorso anno (+58,7% circa). Di questi, però, solo il 21,4% è destinato ad essere speso per il pernottamento, quindi in sostanza neanche 5 miliardi arriveranno alle imprese ricettive.
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Le squadre dovranno pagare i test dei membri e gli abbonamenti crolleranno. Un massacro per un settore da 20 milioni di aderenti.Gli sprovvisti di card esclusi da pasti e piscine. Federalberghi: «Arrivano già disdette».Lo speciale contiene due articoli.Numeri da niente. Solo cinque milioni di praticanti di ginnastica, aerobica, fitness e cultura fisica, 4,6 milioni di calciatori amatoriali e 4,2 milioni di appassionati degli sport acquatici. Li stiamo esaltando come base per le medaglie olimpiche nei servizi da Tokyo, li stiamo massacrando in quelli della pandemia. E con loro chi consente tutte queste attività: palestre, piscine, società sportive. Ancora una volta in ginocchio, ancora una volta nel mirino del governo: prima con i lockdown di Giuseppe Conte, ora con il Green pass di Mario Draghi. Il decreto è una lapide: «Dal 6 agosto il pass sarà obbligatorio in piscine, palestre, centri benessere e dove si praticano sport di squadra, limitatamente alle attività al chiuso, per i soggetti non esclusi per età dalla campagna vaccinale». Chi ha più di 12 anni deve avere il certificato o non entra. E la specifica delle «attività all'aperto» è pleonastica perché gli abbonamenti ripartono da settembre e da metà ottobre, ad andare bene, in mezza Italia tutto si svolge al chiuso o non si svolge proprio. Chi verrà colto in flagrante rischia una multa da 400 a 1.000 euro «a carico dell'esercente e dell'utente». È noto che la contraffazione di pass e Qr Code è un gioco da ragazzi sul pianeta web. È l'ennesima mazzata al mondo di mezzo, quello del tempo libero (più scuole di danza), che l'Istat valuta numericamente in 20 milioni di cittadini (esclusi i runner autodidatti) e rappresenta un indotto di 60 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Meglio specificarlo perché il premier, nonostante sia un ex maratoneta, coglie al volo solo le cifre. Il pianeta dello sport amatoriale è un bersaglio fisso da inizio pandemia. Nessun riguardo, solo chiusure preventive questa volta ammantate di prudenza in assenza di riscontri oggettivi. Andava oltre qualche mese fa Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, in un editoriale sacrosanto dopo la disastrosa esperienza del ministro Vincenzo Spadafora: «Al governo dei competenti ci permettiamo di indirizzare un caloroso auspicio, ci dia un ministro che capisca di sport, che conosca la Carta olimpica e non scambi il presidente del Cio Thomas Bach con Johann Sebastian Bach. Abbiamo già dato».Non si tratta di tifare o no per il vaccino, ma di fotografare una situazione disastrosa, un obiettivo perdurante dell'esecutivo che fin qui ha elargito ristori minimi a un comparto sull'orlo del fallimento. Lo sottolinea il presidente dell'Asi (Associazioni sportive e sociali italiane), Claudio Barbaro, senatore di Fratelli d'Italia: «È un ulteriore colpo, durissimo, alle centomila strutture sportive. Con la limitazione degli accessi, per palestre e piscine sarà impossibile proseguire. Al di là del prevedibile calo di accessi e abbonamenti, quanti già iscritti alle strutture sportive e non in possesso di Green pass saranno rimborsati dal governo? Gli stessi gestori, vessati da 17 mesi, saranno aiutati o abbandonati? Ci chiediamo come possa l'esecutivo perseverare nel non considerare lo sport un presidio che eroga benessere. Con questa sequela di provvedimenti sono già state allontanate migliaia di persone dalla pratica sportiva».Nessuna isteria, a dimostrazione della serietà dei gestori, ma grande preoccupazione. Le società dilettantistiche hanno un problema in più: saranno costrette a svenarsi per continuare il valzer del tampone nei confronti di quegli atleti che per motivi loro non si vaccinano. E in mancanza di numeri minimi dovranno rinunciare a un'altra stagione agonistica. Nonostante questo Marco Contardi, presidente di Arisa (l'associazione che tiene insieme le imprese sportive della Confcommercio di Milano), è dialettico: «Se questo è uno strumento per garantire la presenza della gente in palestra, ben venga. Ma è fondamentale non essere obbligati a chiudere in autunno come un anno fa». La garanzia non esiste. E allora anche lo sport di base è pronto a scendere in piazza, ad alzare la voce invece dei pesi. Anche l'Anif aumenta il volume della radio. L'associazione degli impianti sport e fitness (che rappresenta i 100.000 centri sportivi) presieduta da Giampaolo Duregon ha emesso un comunicato che non lascia spazio alla fantasia: «Di fatto questa è un'altra semichiusura mascherata. Al netto delle decisioni del governo, l'Anif ribadisce la sua ferma opposizione a qualsiasi forma di passaporto vaccinale per entrare nelle palestre e nelle piscine al coperto. Il che equivale a tornare a restrizioni penalizzanti per l'intero settore». I centri sportivi hanno adottato fin da subito protocolli severissimi con un costo economico elevato. Uso della mascherina, distanziamento, sanificazione continua degli attrezzi e degli ambienti, rilevamento della temperatura all'ingresso, registrazione degli utenti all'interno delle strutture. Scoprire che tutto ciò non basta crea senso di frustrazione e accenni di ribellione. «Quei protocolli hanno trasformato i centri in oasi di salute capaci di tenere lontano contagi e pandemia», prosegue l'Anif. «Imporre il Green pass significa precludere lo sport ai giovani (che sono in maggioranza) e agli adolescenti che per ragioni di età non sono inevitabilmente vaccinati». Mentre lo sport di base rischia il collasso, fare passerella davanti ai campioni d'Europa del pallone o alle medaglie olimpiche è solo ipocrisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccinazione-forzata-o-raffica-di-tamponi-il-pass-e-una-mazzata-per-atleti-e-societa-2653941580.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-beffa-per-chi-alloggia-in-albergo-ristorante-vietato-senza-certificato" data-post-id="2653941580" data-published-at="1627165373" data-use-pagination="False"> La beffa per chi alloggia in albergo: ristorante vietato senza certificato Le regole per l'obbligatorietà del green pass non sono ancora chiare, e uno dei settori in preda all'incertezza è quello delle strutture ricettive. Per alloggiare in albergo, infatti, il governo non ha previsto l'obbligo del certificato vaccinale. Libertà, quindi? Non esattamente, perché si pone un problema molto serio, quello delle restrizioni che restano ancora in piedi, almeno secondo una prima lettura del testo da parte delle associazioni di categoria, per i ristoranti interni agli hotel, così come per bar, palestre, piscine. In sostanza: è vero che una famiglia sprovvista del green pass può tranquillamente prenotare un soggiorno in albergo, ma non potrà fare colazione nella sala interna, pranzare o cenare nei bar e ristoranti interni, usufruire di servizi al chiuso come piscina, palestra, centro benessere e via dicendo. Stesso discorso per una famiglia nella quale i genitori sono vaccinati e in possesso di green pass, ma i figli adolescenti no: in assenza di sale ristorante, piscine e palestre all'aperto, la famigliola per non dividersi dovrà prenotare solo il pernottamento, ma senza nessun altro servizio, per poi organizzarsi in bar e ristoranti all'aperto per colazione, pranzo e cena. «Premesso che siamo tutti in attesa di chiarimenti», dice alla Verità Antonio Izzo, presidente di Federalberghi Napoli «di fronte a ciò che abbiamo letto, le indicazioni sono queste. Per soggiornare in albergo non è richiesto il green pass, per accedere al bar e stare seduti, al ristorante, in piscina, alla spa o in palestra, al chiuso, bisogna essere muniti del certificato di vaccinazione. Naturalmente», aggiunge Izzo, «gli hotel che sono dotati di un roof, di sale ristoranti, piscine e palestre all'aperto, non hanno problemi, ma non tutte le strutture dispongono dei necessari spazi esterni». «Le recenti norme del green pass», conferma Giovanni Battaiola, presidente dell'Associazione albergatori ed imprese turistiche della Provincia di Trento, «stanno generando confusione soprattutto perché a stagione in corso e a prenotazioni già effettuate si introducono restrizioni che prevedono anche per gli alloggiati nelle strutture ricettive il controllo del certificato verde in caso di accesso al ristorante interno all'albergo. Anche in Trentino», aggiunge Battaiola, «molte aziende nostre associate segnalano disdette di prenotazioni in quanto non è poco frequente che in una famiglia ci siano persone vaccinate e altre, in particolare i minori sopra i dodici anni, che non lo sono. Questo è spesso motivo di impedimento a confermare la prenotazione e la presenza nella struttura scelta per la vacanza. Federalberghi ha sollevato presso le competenti sedi a livello nazionale un intervento che chiarisca la questione», rimarca Battaiola, «e soprattutto modifichi la norma attuale che appare confusa e contraddittoria tenuto conto che in albergo si accede senza green pass, mentre appunto sarebbe obbligatorio per la fruizione del ristorante interno». Bernabò Bocca, presidente nazionale di Federalberghi, teme per le prenotazioni già effettuate con la formula della mezza pensione: «Le ultime norme sul green pass», dice Bocca, «hanno generato qualche incertezza che potrebbe ripercuotersi sull'andamento della stagione in corso. A fronte di queste impreviste restrizioni che prevederebbero il controllo della certificazione verde nei ristoranti interni all'hotel anche per gli alloggiati, si teme che vi possano essere cancellazioni. Ricordiamo», aggiunge Bocca, «che gli albergatori hanno già posto in essere con la clientela contratti di mezze pensioni che nessuno vorrebbe assolutamente disattendere». Secondo uno studio dell'associazione, il giro d'affari complessivo della stagione turistica 2021 in Italia, includendo le spese di viaggio, vitto, alloggio e divertimenti), toccherà i 22,7 miliardi di euro contro i 14,3 miliardi di euro dello scorso anno (+58,7% circa). Di questi, però, solo il 21,4% è destinato ad essere speso per il pernottamento, quindi in sostanza neanche 5 miliardi arriveranno alle imprese ricettive.
C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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