- Israele continua devastanti attacchi di terra ma teme il fronte col Libano. Pressing di Joe Biden contro l’invasione. Il premier vede le famiglie dei rapiti. A Roma corteo pro Palestina: strappata la bandiera di David dalla Fao.
- Recep Tayyip Erdogan: «Gerusalemme criminale». Giorgia Meloni: «Astensione Onu per evitare escalation».
Lo speciale contiene due articoli
«La nostra sarà la vittoria del bene sul male». Parola di Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è intervenuto ieri sera in un discorso alla nazione: «I nostri soldati stanno combattendo e si trovano all’interno della Striscia di Gaza. Vogliamo distruggere il nemico, l’obiettivo è garantire la nostra esistenza». Al fianco di Netanyahu, che ha accusato l’Iran di sostenere Hamas con il 90% dei finanziamenti, il ministro della Difesa Yoav Gallant, ha detto senza troppi giri di parole che questa «sarà una guerra lunga» e che «soldati e aviazione sono pronti a tutto».
Parole giunte al termine della giornata forse più dura e complicata da quel tremendo 7 ottobre, il giorno del massacro operato da Hamas. Lo è stata sicuramente per chi ancora vive all’interno dell’enclave palestinese, in particolar modo a Nord, dove da venerdì notte è in corso un’offensiva israeliana definita «senza precedenti».
Raid aerei, colpi di artiglieria e numerose esplosioni hanno causato altre centinaia di morti e danneggiato centinaia di edifici, oltre all’interruzione delle reti telefoniche e delle comunicazioni via internet. Un’operazione massiccia che di fatto annuncia la cosiddetta «fase due» del conflitto: «Da venerdì notte è iniziata una nuova fase della guerra» ha spiegato Gallant: «La terra a Gaza ha tremato. Abbiamo attaccato i terroristi a tutti i livelli, in tutti i luoghi. L’operazione militare nella Striscia continuerà finché non verrà emesso un nuovo ordine».
A queste parole hanno fatto seguito quelle del contrammiraglio Daniel Hagari. Il portavoce militare delle Forza armate israeliane ha comunicato che nel raid di venerdì notte sarebbero stati eliminati alcuni comandanti di Hamas: «La loro uccisione rappresenta per noi un passo avanti significativo nei combattimenti e vuol dire che combatteremo un nemico più debole». Tra questi, ci sarebbero il comandante delle forze navali della brigata di Gaza City, Ratib Abu Tzahiban, e il capo della formazione aerea di Hamas, Ezzam Abu Raffa, accusato quest’ultimo di aver pianificato ed eseguito l’attacco del 7 ottobre.
Da quel giorno, il ministero della Sanità palestinese, controllato da Hamas, ha denunciato 7.703 morti a Gaza e oltre 19.450 feriti. L’esercito israeliano, tramite la distribuzione di alcuni volantini, ha sollecitato i civili rimasti a Gaza a spostarsi verso Sud: «La regione di Gaza City è diventata un campo di battaglia. I rifugi nel Nord e nell’intero governatorato non sono sicuri. Bisogna partire subito verso le zone a Sud del Wadi Gaza». Intanto, l’esercito israeliano si è detto pronto a far transitare maggiori aiuti umanitari dall’Egitto nel Sud della Striscia attraverso il valico di Rafah, ma secondo Reuters «ostacoli israeliani starebbero impedendo la consegna».
Non si capisce bene ancora quale sia l’effettiva strategia israeliana. Secondo l’Ansa, che riporta alcune fonti qualificate, l’obiettivo è dividere la Striscia in tre parti per costringere Hamas a ritirarsi dagli avamposti attaccati e spingere la maggior parte dei civili a Sud. Con il blitz a Nord Israele avrebbe colpito finora circa 150 obiettivi, considerati basi terroristiche. Al Jazeera ha mandato in onda alcuni video che mostravano esplosioni nelle vicinanze dell’ospedale Al-Shifa, dove secondo l’esercito israeliano risiederebbe la base operativa di Hamas, accusata di utilizzare questo luogo sensibile come scudo umano.
Il gruppo terrorista, che continua a negare questa ipotesi, ha cercato di rispondere all’attacco israeliano facendo partire dall’enclave palestinese diversi razzi diretti ad Ashkelon, città a ridosso del confine tra la Striscia e Israele. Secondo la stampa israeliana i razzi, tutti intercettati dalla prima linea di difesa Iron Dome, non hanno causato feriti e danni. Nel Nordest della Striscia, nei pressi di Beit Hanoun, a pochi chilometri da Sderot, ci sarebbe stato un violento combattimento tra le forze armate israeliane e la brigata al-Qassam, ala militare di Hamas. Altri scontri sono stati segnalati nella parte centrale della Striscia, a Bureji.
C’è poi la questione legata agli ostaggi. Ieri il premier Netanyahu ha incontrato una delegazione dei familiari delle persone sequestrate dal gruppo terroristico, a cui ha detto che «maggiore sarà la pressione su Hamas e maggiori saranno le possibilità di rilascio». Una teoria che non convince e non può, evidentemente, placare la preoccupazione dei parenti, che, dopo l’incontro, si sono fermati in piazza per ribadire a gran voce quel che hanno chiesto al primo ministro, ossia compiere qualunque sforzo pur di riportare a casa i propri cari: «Abbiamo chiarito a Netanyahu che è necessario un accordo «tutti in cambio di tutti» – ha detto uno dei familiari – «Devono riportarli a casa con qualsiasi tipo di negoziato, non importa cosa gli danno in cambio», riferendosi all’offerta di Hamas di scambiare gli ostaggi israeliani con tutti i detenuti palestinesi ora in carcere. E proprio mentre Bibi incontrava i familiari degli ostaggi, Hamas non si è fatta sfuggire l’opportunità di accusare Israele di aver esitato troppo di fronte all’accordo sulla liberazione dei rapiti: «Si sono svolti contatti sulla questione dei prigionieri e c’era la possibilità di raggiungere un accordo, ma il nemico ha temporeggiato» ha scritto su Telegram il portavoce delle brigate al-Qassam, Abu Obaida, parlando di almeno 50 ostaggi che avrebbero perso la vita a causa del raid israeliano nella Striscia. Il portavoce dell’Idf Hagari, ha accusato Hamas di «usare gli ostaggi per fare terrorismo psicologico» e ha ribadito che il rilascio dei 229 ostaggi è «uno sforzo nazionale di massima importanza».
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