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2023-09-14
Ursula si fa scudo con la faccia di Draghi e la usa contro Letta
Mario Draghi (Getty Images)
Più che l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, quello di ieri da parte di Ursula von der Leyen è sembrato il primo di un nuovo mandato. Non solo per la speranza che l’ex ministro tedesco palesemente serba di fare il bis, ma anche per le carte che ha calato di fronte ai parlamentari. Il tentativo di tenere uniti i popolari e i socialisti, di strizzare gli occhi ai deputati più vicini a Emmanuel Macron, con l’obiettivo di mantenere gli stessi diktat dell’attuale commissione ma senza quella connotazione politica socialdemocratica che ha contraddistinto la maggioranza Ursula uscente. La carta del mazzo più pesante si chiama però Mario Draghi.
La Von der Leyen ha annunciato a sorpresa la decisione di affidare all’ex premier e presidente della Bce il compito di stilare un report «sul futuro della competitività europea». Il presidente della commissione ha sottolineato che per l’Europa sono tre le sfide fondamentali nel prossimo futuro: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Sfide che arrivano «in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare più avanti e definire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi - una delle più grandi menti economiche europee - di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea». Perché l’Europa farà «whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo». Ovviamente il riferimento è alla celebre frase con cui Draghi ha segnato il mandato in Bce e la sua fama di risolutore. Al di là dei contenuti di questo incarico non si può però non notarne la valenza politica. Una in totale antitesi con il consiglio Ue e con il semestre spagnolo in corso. L’altra, invece, di proiezione verso un’Ursula bis con il sostegno di un commissario tecnico primus inter pares. Appunto Draghi. È altrettanto interessante che il primo aspetto dell’analisi, quello che vede il braccio di ferro tra commissione e singoli Stati rappresentati nel consiglio, passa attraverso due figure italiane. Lo scorso 22 luglio Enrico Letta dopo aver lasciato un Pd smembrato nelle mani di Elly Schlein ha ricevuto dalla presidenza di turno spagnola (a guida socialista) l’incarico di redigere un rapporto «strategico» per rilanciare la competitività del mercato unico.
La notizia era stata diffusa dal quotidiano belga Le Soir in un’intervista allo stesso Letta sulla «delicata missione» conferita. Il giornale sottolineava come, «in un momento di cambiamenti decisivi», sulla scia della Brexit e in vista di un altro possibile allargamento (all’Ucraina), il compito di dare una spinta alla competitività della Ue sia «fondamentale».
Rispondendo alle domande del cronista, l’ex segretario dem, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, ha detto che sta «cercando la formula magica per rilanciare il mercato unico europeo». La mirabolante missione lo vedrà in prima linea con il ministro belga all’Economia, il socialista Pierre-Yves Dermagne (Ps), con l’obiettivo di stendere un rapporto da pubblicare a marzo 2024, poco prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Un frangente in cui, avvertiva Letta tramite Le Soir, «ci sarà il rischio che i Paesi di dividano» e invece, «l’unità tra di noi è ciò che è importante, ciò che deve venire prima, molto più che marcare le nostre differenze». Pazienza per la frasi di circostanza in cui probabilmente nemmeno Letta crede. A far drizzare le antenne è il termine «competitività». Pilastro dello studio assegnato sia a Letta sia a Draghi. Non è da escludere che i due lavori saranno presentati in contemporanea. Il peso internazionale di Draghi dovrebbe schiacciare l’avversario. Tant’è che ieri anche la Meloni ha salutato l’incarico come una buona notizia: «Spero che in un ruolo del genere possa avere un occhio di riguardo». In contrapposizione alle critiche rivolte a Gentiloni. Il che ci riporta al secondo corno dell’analisi politica.
L’impressione è che la Von der Leyen puntando sull’asso di mister Bce voglia non solo consolidare il primato della commissione, che negli ultimi mesi è stata penalizzata dalle mosse troppo fuori le righe di Frans Timmermans, ma anche aprirsi le strade a nuove e più larghe alleanze. L’uscita di Manfred Weber di ieri riporta l’asse con i socialisti in linea di marcia. D’altra parte serviranno anche i macroniani, ma soprattutto è chiaro che l’intento di un’Ursula bis è quello di mantenere i binari su cui l’attuale commissione ha messo l’Europa. Cambiando il colore della locomotiva e al massimo qualche vagone. Avere dalla propria l’immagine di Draghi fornirà il vantaggio alla Von der Leyen di diluire il colore socialista che ormai anche agli alleati reca più danni che benefici e al tempo stesso raddoppiare gli sforzi sulla transizione green, sul rinnovamento degli schemi di approvvigionamento energetico e soprattutto sulla riforma del Patto di stabilità. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha spiegato che non si può tornare ai vecchi schemi e che ne servono di nuovi. È certo che il lavoro affidato ieri servirà anche a questo. Difficile che il governo Meloni provi a opporsi alle risultanze, visto i rapporti e lo stesso varrà per i tedeschi. Vedremo Macron che cosa chiederà in cambio. La partita è aperta.
E il povero Letta? Il Pd fuori dai palazzi non serve più a nulla, così devono pensarla a Bruxelles. E il predecessore della Schlein è più che mai oggi sacrificabile, una volta per tutte.
Weber fiuta il vento e si riavvicina ai socialisti
Il leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha (o forse aveva) in testa un’idea meravigliosa: diventare il presidente della Commissione europea, prendendo il posto di Ursula von der Leyen, a capo di una maggioranza di centrodestra, con i socialisti all’opposizione e i conservatori di Ecr, il gruppo di cui fa parte Fratelli d’Italia, al loro posto. Il vispo esponente della Csu tedesca si è però reso conto che fare a meno dei socialisti e democratici, dopo le Europee del 2024, sarà comunque molto difficile, e ha invertito la rotta. Risultato: Weber, ieri, dopo aver lavorato per mesi per scalzarla, in aula a Strasburgo ha tessuto le lodi di Ursula e della maggioranza che di lei porta il nome, ringraziando la presidente del gruppo dei Socialisti, Iratxe Garcia Perez, e di Renew Europe, Stephane Sejournè, per la «proficua collaborazione»: «Cara Iratxe, caro Stephane», ha detto Weber, «voglio ringraziarvi per la nostra collaborazione di successo in questi momenti cruciali. Il motore politico dell’Europa funziona. La maggioranza Von der Leyen ha reso tutto questo possibile». Parlando con il Corriere della Sera, Weber si è spinto anche oltre. Ci sarà un cambio di maggioranza nel prossimo parlamento e un’alleanza tra il Ppe e i conservatori dell’Ecr? «Bisogna tenere presente», ha risposto Weber, «che i leader di Spagna e Germania sono socialisti, il presidente francese è liberale e il Ppe è il primo partito in Europa: credo sia ovvio che i tre partiti debbano sedersi insieme e trovare, prima di tutto, un’intesa comune per il futuro dell’Europa». Un riposizionamento repentino, quello di Weber, che non è bastato a evitargli la durissima reprimenda di Iratxe Garcìa Pèrez: «Oggi», ha detto la leader spagnola dei Socialisti e Democratici europei, «l’alleanza tra destra ed estrema destra rappresenta il clamoroso fallimento di un progetto fondato sull’involuzione. Signor Weber, lei ha commesso un errore storico e la storia la ricorderà. Non può invocare questa maggioranza e poi cercare voti inseguendo altre alleanze in quest’aula». All’insegna della cautela, in attesa dei risultati delle elezioni, le valutazioni dei membri italiani di Ecr, esponenti di Fratelli d’Italia: «Presidente Von der Leyen», ha detto il capodelegazione Carlo Fidanza in aula, «abbiamo ascoltato una sorta di manifesto elettorale. In parte condivisibile, in parte no, in parte in estremo ritardo». «La revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, approvata oggi a Strasburgo», ha successivamente sottolineato Fidanza insieme all’eurodeputato di Fdi Pietro Fiocchi, «è una bruttissima pagina per l’Italia. Tutti abbiamo a cuore la salute dei cittadini, ma tale direttiva si pone degli obiettivi irraggiungibili». «Ho apprezzato», ha commentato il copresidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo Nicola Procaccini, «l’annuncio della Von der Leyen in merito alla conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani, ma non basta. È certamente utile discuterne, ma è necessario soprattutto agire in modo risoluto». Ieri sera, ospite di Porta a Porta e Cinque minuti su Rai Uno, il premier Giorgia Meloni ha detto la sua sull’ipotesi di un’alleanza Ecr-Ppe-Socialisti: «Una coalizione con i socialisti in Ue? È molto difficile», ha detto la Meloni, «non l’abbiamo fatta in Italia non vedo perché in Europa. Di solito con la sinistra non sono avvezza a fare accordi. Rivendico con orgoglio quello che abbiamo fatto sul reddito di cittadinanza, se fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del reddito di cittadinanza, cioè la camorra, su questa cosa spero che la magistratura vada fino in fondo. Su Ita Airways e sull’accordo con Lufthansa», ha aggiunto la Meloni, «ci dicono da anni di trovare una soluzione, il governo trova una soluzione dopo anni, quando la troviamo mi aspetto che ci si dica bravi e che tutti quanti si remi nella stessa direzione. Chiediamo che l’Europa ci dia una mano». Su Gentiloni: «Ho visto un approccio più critico che collaborativo», ha detto il premier, «ma non vuol dire che io voglia litigare o discutere con Paolo Gentiloni. La tassa sugli extraprofitti delle banche? Se ci sono correttivi da fare si possono fare ma non intendo fare marcia indietro. Modifiche si possono fare a parità di gettito. I bonus edilizi messi in campo da Conte sono costati ad oggi circa 140 miliardi. Qualcosa deve non aver funzionato».
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La Von der Leyen gli chiede un report sulla competitività: il Consiglio aveva scomodato l’ex Pd. Giorgia Meloni: Mario può aiutarci.Dopo le polemiche, il leader del Ppe Manfred Weber loda gli alleati per il lavoro fatto. Il premier: no ad intese con la sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Più che l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, quello di ieri da parte di Ursula von der Leyen è sembrato il primo di un nuovo mandato. Non solo per la speranza che l’ex ministro tedesco palesemente serba di fare il bis, ma anche per le carte che ha calato di fronte ai parlamentari. Il tentativo di tenere uniti i popolari e i socialisti, di strizzare gli occhi ai deputati più vicini a Emmanuel Macron, con l’obiettivo di mantenere gli stessi diktat dell’attuale commissione ma senza quella connotazione politica socialdemocratica che ha contraddistinto la maggioranza Ursula uscente. La carta del mazzo più pesante si chiama però Mario Draghi. La Von der Leyen ha annunciato a sorpresa la decisione di affidare all’ex premier e presidente della Bce il compito di stilare un report «sul futuro della competitività europea». Il presidente della commissione ha sottolineato che per l’Europa sono tre le sfide fondamentali nel prossimo futuro: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Sfide che arrivano «in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare più avanti e definire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi - una delle più grandi menti economiche europee - di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea». Perché l’Europa farà «whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo». Ovviamente il riferimento è alla celebre frase con cui Draghi ha segnato il mandato in Bce e la sua fama di risolutore. Al di là dei contenuti di questo incarico non si può però non notarne la valenza politica. Una in totale antitesi con il consiglio Ue e con il semestre spagnolo in corso. L’altra, invece, di proiezione verso un’Ursula bis con il sostegno di un commissario tecnico primus inter pares. Appunto Draghi. È altrettanto interessante che il primo aspetto dell’analisi, quello che vede il braccio di ferro tra commissione e singoli Stati rappresentati nel consiglio, passa attraverso due figure italiane. Lo scorso 22 luglio Enrico Letta dopo aver lasciato un Pd smembrato nelle mani di Elly Schlein ha ricevuto dalla presidenza di turno spagnola (a guida socialista) l’incarico di redigere un rapporto «strategico» per rilanciare la competitività del mercato unico. La notizia era stata diffusa dal quotidiano belga Le Soir in un’intervista allo stesso Letta sulla «delicata missione» conferita. Il giornale sottolineava come, «in un momento di cambiamenti decisivi», sulla scia della Brexit e in vista di un altro possibile allargamento (all’Ucraina), il compito di dare una spinta alla competitività della Ue sia «fondamentale». Rispondendo alle domande del cronista, l’ex segretario dem, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, ha detto che sta «cercando la formula magica per rilanciare il mercato unico europeo». La mirabolante missione lo vedrà in prima linea con il ministro belga all’Economia, il socialista Pierre-Yves Dermagne (Ps), con l’obiettivo di stendere un rapporto da pubblicare a marzo 2024, poco prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Un frangente in cui, avvertiva Letta tramite Le Soir, «ci sarà il rischio che i Paesi di dividano» e invece, «l’unità tra di noi è ciò che è importante, ciò che deve venire prima, molto più che marcare le nostre differenze». Pazienza per la frasi di circostanza in cui probabilmente nemmeno Letta crede. A far drizzare le antenne è il termine «competitività». Pilastro dello studio assegnato sia a Letta sia a Draghi. Non è da escludere che i due lavori saranno presentati in contemporanea. Il peso internazionale di Draghi dovrebbe schiacciare l’avversario. Tant’è che ieri anche la Meloni ha salutato l’incarico come una buona notizia: «Spero che in un ruolo del genere possa avere un occhio di riguardo». In contrapposizione alle critiche rivolte a Gentiloni. Il che ci riporta al secondo corno dell’analisi politica. L’impressione è che la Von der Leyen puntando sull’asso di mister Bce voglia non solo consolidare il primato della commissione, che negli ultimi mesi è stata penalizzata dalle mosse troppo fuori le righe di Frans Timmermans, ma anche aprirsi le strade a nuove e più larghe alleanze. L’uscita di Manfred Weber di ieri riporta l’asse con i socialisti in linea di marcia. D’altra parte serviranno anche i macroniani, ma soprattutto è chiaro che l’intento di un’Ursula bis è quello di mantenere i binari su cui l’attuale commissione ha messo l’Europa. Cambiando il colore della locomotiva e al massimo qualche vagone. Avere dalla propria l’immagine di Draghi fornirà il vantaggio alla Von der Leyen di diluire il colore socialista che ormai anche agli alleati reca più danni che benefici e al tempo stesso raddoppiare gli sforzi sulla transizione green, sul rinnovamento degli schemi di approvvigionamento energetico e soprattutto sulla riforma del Patto di stabilità. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha spiegato che non si può tornare ai vecchi schemi e che ne servono di nuovi. È certo che il lavoro affidato ieri servirà anche a questo. Difficile che il governo Meloni provi a opporsi alle risultanze, visto i rapporti e lo stesso varrà per i tedeschi. Vedremo Macron che cosa chiederà in cambio. La partita è aperta. E il povero Letta? Il Pd fuori dai palazzi non serve più a nulla, così devono pensarla a Bruxelles. E il predecessore della Schlein è più che mai oggi sacrificabile, una volta per tutte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-scudo-draghi-contro-letta-2665376051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="weber-fiuta-il-vento-e-si-riavvicina-ai-socialisti" data-post-id="2665376051" data-published-at="1694674616" data-use-pagination="False"> Weber fiuta il vento e si riavvicina ai socialisti Il leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha (o forse aveva) in testa un’idea meravigliosa: diventare il presidente della Commissione europea, prendendo il posto di Ursula von der Leyen, a capo di una maggioranza di centrodestra, con i socialisti all’opposizione e i conservatori di Ecr, il gruppo di cui fa parte Fratelli d’Italia, al loro posto. Il vispo esponente della Csu tedesca si è però reso conto che fare a meno dei socialisti e democratici, dopo le Europee del 2024, sarà comunque molto difficile, e ha invertito la rotta. Risultato: Weber, ieri, dopo aver lavorato per mesi per scalzarla, in aula a Strasburgo ha tessuto le lodi di Ursula e della maggioranza che di lei porta il nome, ringraziando la presidente del gruppo dei Socialisti, Iratxe Garcia Perez, e di Renew Europe, Stephane Sejournè, per la «proficua collaborazione»: «Cara Iratxe, caro Stephane», ha detto Weber, «voglio ringraziarvi per la nostra collaborazione di successo in questi momenti cruciali. Il motore politico dell’Europa funziona. La maggioranza Von der Leyen ha reso tutto questo possibile». Parlando con il Corriere della Sera, Weber si è spinto anche oltre. Ci sarà un cambio di maggioranza nel prossimo parlamento e un’alleanza tra il Ppe e i conservatori dell’Ecr? «Bisogna tenere presente», ha risposto Weber, «che i leader di Spagna e Germania sono socialisti, il presidente francese è liberale e il Ppe è il primo partito in Europa: credo sia ovvio che i tre partiti debbano sedersi insieme e trovare, prima di tutto, un’intesa comune per il futuro dell’Europa». Un riposizionamento repentino, quello di Weber, che non è bastato a evitargli la durissima reprimenda di Iratxe Garcìa Pèrez: «Oggi», ha detto la leader spagnola dei Socialisti e Democratici europei, «l’alleanza tra destra ed estrema destra rappresenta il clamoroso fallimento di un progetto fondato sull’involuzione. Signor Weber, lei ha commesso un errore storico e la storia la ricorderà. Non può invocare questa maggioranza e poi cercare voti inseguendo altre alleanze in quest’aula». All’insegna della cautela, in attesa dei risultati delle elezioni, le valutazioni dei membri italiani di Ecr, esponenti di Fratelli d’Italia: «Presidente Von der Leyen», ha detto il capodelegazione Carlo Fidanza in aula, «abbiamo ascoltato una sorta di manifesto elettorale. In parte condivisibile, in parte no, in parte in estremo ritardo». «La revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, approvata oggi a Strasburgo», ha successivamente sottolineato Fidanza insieme all’eurodeputato di Fdi Pietro Fiocchi, «è una bruttissima pagina per l’Italia. Tutti abbiamo a cuore la salute dei cittadini, ma tale direttiva si pone degli obiettivi irraggiungibili». «Ho apprezzato», ha commentato il copresidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo Nicola Procaccini, «l’annuncio della Von der Leyen in merito alla conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani, ma non basta. È certamente utile discuterne, ma è necessario soprattutto agire in modo risoluto». Ieri sera, ospite di Porta a Porta e Cinque minuti su Rai Uno, il premier Giorgia Meloni ha detto la sua sull’ipotesi di un’alleanza Ecr-Ppe-Socialisti: «Una coalizione con i socialisti in Ue? È molto difficile», ha detto la Meloni, «non l’abbiamo fatta in Italia non vedo perché in Europa. Di solito con la sinistra non sono avvezza a fare accordi. Rivendico con orgoglio quello che abbiamo fatto sul reddito di cittadinanza, se fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del reddito di cittadinanza, cioè la camorra, su questa cosa spero che la magistratura vada fino in fondo. Su Ita Airways e sull’accordo con Lufthansa», ha aggiunto la Meloni, «ci dicono da anni di trovare una soluzione, il governo trova una soluzione dopo anni, quando la troviamo mi aspetto che ci si dica bravi e che tutti quanti si remi nella stessa direzione. Chiediamo che l’Europa ci dia una mano». Su Gentiloni: «Ho visto un approccio più critico che collaborativo», ha detto il premier, «ma non vuol dire che io voglia litigare o discutere con Paolo Gentiloni. La tassa sugli extraprofitti delle banche? Se ci sono correttivi da fare si possono fare ma non intendo fare marcia indietro. Modifiche si possono fare a parità di gettito. I bonus edilizi messi in campo da Conte sono costati ad oggi circa 140 miliardi. Qualcosa deve non aver funzionato».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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