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2023-09-14
Ursula si fa scudo con la faccia di Draghi e la usa contro Letta
Mario Draghi (Getty Images)
Più che l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, quello di ieri da parte di Ursula von der Leyen è sembrato il primo di un nuovo mandato. Non solo per la speranza che l’ex ministro tedesco palesemente serba di fare il bis, ma anche per le carte che ha calato di fronte ai parlamentari. Il tentativo di tenere uniti i popolari e i socialisti, di strizzare gli occhi ai deputati più vicini a Emmanuel Macron, con l’obiettivo di mantenere gli stessi diktat dell’attuale commissione ma senza quella connotazione politica socialdemocratica che ha contraddistinto la maggioranza Ursula uscente. La carta del mazzo più pesante si chiama però Mario Draghi.
La Von der Leyen ha annunciato a sorpresa la decisione di affidare all’ex premier e presidente della Bce il compito di stilare un report «sul futuro della competitività europea». Il presidente della commissione ha sottolineato che per l’Europa sono tre le sfide fondamentali nel prossimo futuro: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Sfide che arrivano «in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare più avanti e definire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi - una delle più grandi menti economiche europee - di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea». Perché l’Europa farà «whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo». Ovviamente il riferimento è alla celebre frase con cui Draghi ha segnato il mandato in Bce e la sua fama di risolutore. Al di là dei contenuti di questo incarico non si può però non notarne la valenza politica. Una in totale antitesi con il consiglio Ue e con il semestre spagnolo in corso. L’altra, invece, di proiezione verso un’Ursula bis con il sostegno di un commissario tecnico primus inter pares. Appunto Draghi. È altrettanto interessante che il primo aspetto dell’analisi, quello che vede il braccio di ferro tra commissione e singoli Stati rappresentati nel consiglio, passa attraverso due figure italiane. Lo scorso 22 luglio Enrico Letta dopo aver lasciato un Pd smembrato nelle mani di Elly Schlein ha ricevuto dalla presidenza di turno spagnola (a guida socialista) l’incarico di redigere un rapporto «strategico» per rilanciare la competitività del mercato unico.
La notizia era stata diffusa dal quotidiano belga Le Soir in un’intervista allo stesso Letta sulla «delicata missione» conferita. Il giornale sottolineava come, «in un momento di cambiamenti decisivi», sulla scia della Brexit e in vista di un altro possibile allargamento (all’Ucraina), il compito di dare una spinta alla competitività della Ue sia «fondamentale».
Rispondendo alle domande del cronista, l’ex segretario dem, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, ha detto che sta «cercando la formula magica per rilanciare il mercato unico europeo». La mirabolante missione lo vedrà in prima linea con il ministro belga all’Economia, il socialista Pierre-Yves Dermagne (Ps), con l’obiettivo di stendere un rapporto da pubblicare a marzo 2024, poco prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Un frangente in cui, avvertiva Letta tramite Le Soir, «ci sarà il rischio che i Paesi di dividano» e invece, «l’unità tra di noi è ciò che è importante, ciò che deve venire prima, molto più che marcare le nostre differenze». Pazienza per la frasi di circostanza in cui probabilmente nemmeno Letta crede. A far drizzare le antenne è il termine «competitività». Pilastro dello studio assegnato sia a Letta sia a Draghi. Non è da escludere che i due lavori saranno presentati in contemporanea. Il peso internazionale di Draghi dovrebbe schiacciare l’avversario. Tant’è che ieri anche la Meloni ha salutato l’incarico come una buona notizia: «Spero che in un ruolo del genere possa avere un occhio di riguardo». In contrapposizione alle critiche rivolte a Gentiloni. Il che ci riporta al secondo corno dell’analisi politica.
L’impressione è che la Von der Leyen puntando sull’asso di mister Bce voglia non solo consolidare il primato della commissione, che negli ultimi mesi è stata penalizzata dalle mosse troppo fuori le righe di Frans Timmermans, ma anche aprirsi le strade a nuove e più larghe alleanze. L’uscita di Manfred Weber di ieri riporta l’asse con i socialisti in linea di marcia. D’altra parte serviranno anche i macroniani, ma soprattutto è chiaro che l’intento di un’Ursula bis è quello di mantenere i binari su cui l’attuale commissione ha messo l’Europa. Cambiando il colore della locomotiva e al massimo qualche vagone. Avere dalla propria l’immagine di Draghi fornirà il vantaggio alla Von der Leyen di diluire il colore socialista che ormai anche agli alleati reca più danni che benefici e al tempo stesso raddoppiare gli sforzi sulla transizione green, sul rinnovamento degli schemi di approvvigionamento energetico e soprattutto sulla riforma del Patto di stabilità. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha spiegato che non si può tornare ai vecchi schemi e che ne servono di nuovi. È certo che il lavoro affidato ieri servirà anche a questo. Difficile che il governo Meloni provi a opporsi alle risultanze, visto i rapporti e lo stesso varrà per i tedeschi. Vedremo Macron che cosa chiederà in cambio. La partita è aperta.
E il povero Letta? Il Pd fuori dai palazzi non serve più a nulla, così devono pensarla a Bruxelles. E il predecessore della Schlein è più che mai oggi sacrificabile, una volta per tutte.
Weber fiuta il vento e si riavvicina ai socialisti
Il leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha (o forse aveva) in testa un’idea meravigliosa: diventare il presidente della Commissione europea, prendendo il posto di Ursula von der Leyen, a capo di una maggioranza di centrodestra, con i socialisti all’opposizione e i conservatori di Ecr, il gruppo di cui fa parte Fratelli d’Italia, al loro posto. Il vispo esponente della Csu tedesca si è però reso conto che fare a meno dei socialisti e democratici, dopo le Europee del 2024, sarà comunque molto difficile, e ha invertito la rotta. Risultato: Weber, ieri, dopo aver lavorato per mesi per scalzarla, in aula a Strasburgo ha tessuto le lodi di Ursula e della maggioranza che di lei porta il nome, ringraziando la presidente del gruppo dei Socialisti, Iratxe Garcia Perez, e di Renew Europe, Stephane Sejournè, per la «proficua collaborazione»: «Cara Iratxe, caro Stephane», ha detto Weber, «voglio ringraziarvi per la nostra collaborazione di successo in questi momenti cruciali. Il motore politico dell’Europa funziona. La maggioranza Von der Leyen ha reso tutto questo possibile». Parlando con il Corriere della Sera, Weber si è spinto anche oltre. Ci sarà un cambio di maggioranza nel prossimo parlamento e un’alleanza tra il Ppe e i conservatori dell’Ecr? «Bisogna tenere presente», ha risposto Weber, «che i leader di Spagna e Germania sono socialisti, il presidente francese è liberale e il Ppe è il primo partito in Europa: credo sia ovvio che i tre partiti debbano sedersi insieme e trovare, prima di tutto, un’intesa comune per il futuro dell’Europa». Un riposizionamento repentino, quello di Weber, che non è bastato a evitargli la durissima reprimenda di Iratxe Garcìa Pèrez: «Oggi», ha detto la leader spagnola dei Socialisti e Democratici europei, «l’alleanza tra destra ed estrema destra rappresenta il clamoroso fallimento di un progetto fondato sull’involuzione. Signor Weber, lei ha commesso un errore storico e la storia la ricorderà. Non può invocare questa maggioranza e poi cercare voti inseguendo altre alleanze in quest’aula». All’insegna della cautela, in attesa dei risultati delle elezioni, le valutazioni dei membri italiani di Ecr, esponenti di Fratelli d’Italia: «Presidente Von der Leyen», ha detto il capodelegazione Carlo Fidanza in aula, «abbiamo ascoltato una sorta di manifesto elettorale. In parte condivisibile, in parte no, in parte in estremo ritardo». «La revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, approvata oggi a Strasburgo», ha successivamente sottolineato Fidanza insieme all’eurodeputato di Fdi Pietro Fiocchi, «è una bruttissima pagina per l’Italia. Tutti abbiamo a cuore la salute dei cittadini, ma tale direttiva si pone degli obiettivi irraggiungibili». «Ho apprezzato», ha commentato il copresidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo Nicola Procaccini, «l’annuncio della Von der Leyen in merito alla conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani, ma non basta. È certamente utile discuterne, ma è necessario soprattutto agire in modo risoluto». Ieri sera, ospite di Porta a Porta e Cinque minuti su Rai Uno, il premier Giorgia Meloni ha detto la sua sull’ipotesi di un’alleanza Ecr-Ppe-Socialisti: «Una coalizione con i socialisti in Ue? È molto difficile», ha detto la Meloni, «non l’abbiamo fatta in Italia non vedo perché in Europa. Di solito con la sinistra non sono avvezza a fare accordi. Rivendico con orgoglio quello che abbiamo fatto sul reddito di cittadinanza, se fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del reddito di cittadinanza, cioè la camorra, su questa cosa spero che la magistratura vada fino in fondo. Su Ita Airways e sull’accordo con Lufthansa», ha aggiunto la Meloni, «ci dicono da anni di trovare una soluzione, il governo trova una soluzione dopo anni, quando la troviamo mi aspetto che ci si dica bravi e che tutti quanti si remi nella stessa direzione. Chiediamo che l’Europa ci dia una mano». Su Gentiloni: «Ho visto un approccio più critico che collaborativo», ha detto il premier, «ma non vuol dire che io voglia litigare o discutere con Paolo Gentiloni. La tassa sugli extraprofitti delle banche? Se ci sono correttivi da fare si possono fare ma non intendo fare marcia indietro. Modifiche si possono fare a parità di gettito. I bonus edilizi messi in campo da Conte sono costati ad oggi circa 140 miliardi. Qualcosa deve non aver funzionato».
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La Von der Leyen gli chiede un report sulla competitività: il Consiglio aveva scomodato l’ex Pd. Giorgia Meloni: Mario può aiutarci.Dopo le polemiche, il leader del Ppe Manfred Weber loda gli alleati per il lavoro fatto. Il premier: no ad intese con la sinistra.Lo speciale contiene due articoli.Più che l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, quello di ieri da parte di Ursula von der Leyen è sembrato il primo di un nuovo mandato. Non solo per la speranza che l’ex ministro tedesco palesemente serba di fare il bis, ma anche per le carte che ha calato di fronte ai parlamentari. Il tentativo di tenere uniti i popolari e i socialisti, di strizzare gli occhi ai deputati più vicini a Emmanuel Macron, con l’obiettivo di mantenere gli stessi diktat dell’attuale commissione ma senza quella connotazione politica socialdemocratica che ha contraddistinto la maggioranza Ursula uscente. La carta del mazzo più pesante si chiama però Mario Draghi. La Von der Leyen ha annunciato a sorpresa la decisione di affidare all’ex premier e presidente della Bce il compito di stilare un report «sul futuro della competitività europea». Il presidente della commissione ha sottolineato che per l’Europa sono tre le sfide fondamentali nel prossimo futuro: lavoro, inflazione e contesto imprenditoriale. Sfide che arrivano «in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare più avanti e definire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi - una delle più grandi menti economiche europee - di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea». Perché l’Europa farà «whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo». Ovviamente il riferimento è alla celebre frase con cui Draghi ha segnato il mandato in Bce e la sua fama di risolutore. Al di là dei contenuti di questo incarico non si può però non notarne la valenza politica. Una in totale antitesi con il consiglio Ue e con il semestre spagnolo in corso. L’altra, invece, di proiezione verso un’Ursula bis con il sostegno di un commissario tecnico primus inter pares. Appunto Draghi. È altrettanto interessante che il primo aspetto dell’analisi, quello che vede il braccio di ferro tra commissione e singoli Stati rappresentati nel consiglio, passa attraverso due figure italiane. Lo scorso 22 luglio Enrico Letta dopo aver lasciato un Pd smembrato nelle mani di Elly Schlein ha ricevuto dalla presidenza di turno spagnola (a guida socialista) l’incarico di redigere un rapporto «strategico» per rilanciare la competitività del mercato unico. La notizia era stata diffusa dal quotidiano belga Le Soir in un’intervista allo stesso Letta sulla «delicata missione» conferita. Il giornale sottolineava come, «in un momento di cambiamenti decisivi», sulla scia della Brexit e in vista di un altro possibile allargamento (all’Ucraina), il compito di dare una spinta alla competitività della Ue sia «fondamentale». Rispondendo alle domande del cronista, l’ex segretario dem, oggi presidente dell’Institut Jacques Delors, ha detto che sta «cercando la formula magica per rilanciare il mercato unico europeo». La mirabolante missione lo vedrà in prima linea con il ministro belga all’Economia, il socialista Pierre-Yves Dermagne (Ps), con l’obiettivo di stendere un rapporto da pubblicare a marzo 2024, poco prima delle elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Un frangente in cui, avvertiva Letta tramite Le Soir, «ci sarà il rischio che i Paesi di dividano» e invece, «l’unità tra di noi è ciò che è importante, ciò che deve venire prima, molto più che marcare le nostre differenze». Pazienza per la frasi di circostanza in cui probabilmente nemmeno Letta crede. A far drizzare le antenne è il termine «competitività». Pilastro dello studio assegnato sia a Letta sia a Draghi. Non è da escludere che i due lavori saranno presentati in contemporanea. Il peso internazionale di Draghi dovrebbe schiacciare l’avversario. Tant’è che ieri anche la Meloni ha salutato l’incarico come una buona notizia: «Spero che in un ruolo del genere possa avere un occhio di riguardo». In contrapposizione alle critiche rivolte a Gentiloni. Il che ci riporta al secondo corno dell’analisi politica. L’impressione è che la Von der Leyen puntando sull’asso di mister Bce voglia non solo consolidare il primato della commissione, che negli ultimi mesi è stata penalizzata dalle mosse troppo fuori le righe di Frans Timmermans, ma anche aprirsi le strade a nuove e più larghe alleanze. L’uscita di Manfred Weber di ieri riporta l’asse con i socialisti in linea di marcia. D’altra parte serviranno anche i macroniani, ma soprattutto è chiaro che l’intento di un’Ursula bis è quello di mantenere i binari su cui l’attuale commissione ha messo l’Europa. Cambiando il colore della locomotiva e al massimo qualche vagone. Avere dalla propria l’immagine di Draghi fornirà il vantaggio alla Von der Leyen di diluire il colore socialista che ormai anche agli alleati reca più danni che benefici e al tempo stesso raddoppiare gli sforzi sulla transizione green, sul rinnovamento degli schemi di approvvigionamento energetico e soprattutto sulla riforma del Patto di stabilità. In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha spiegato che non si può tornare ai vecchi schemi e che ne servono di nuovi. È certo che il lavoro affidato ieri servirà anche a questo. Difficile che il governo Meloni provi a opporsi alle risultanze, visto i rapporti e lo stesso varrà per i tedeschi. Vedremo Macron che cosa chiederà in cambio. La partita è aperta. E il povero Letta? Il Pd fuori dai palazzi non serve più a nulla, così devono pensarla a Bruxelles. E il predecessore della Schlein è più che mai oggi sacrificabile, una volta per tutte.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ursula-scudo-draghi-contro-letta-2665376051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="weber-fiuta-il-vento-e-si-riavvicina-ai-socialisti" data-post-id="2665376051" data-published-at="1694674616" data-use-pagination="False"> Weber fiuta il vento e si riavvicina ai socialisti Il leader del Partito popolare europeo, Manfred Weber, ha (o forse aveva) in testa un’idea meravigliosa: diventare il presidente della Commissione europea, prendendo il posto di Ursula von der Leyen, a capo di una maggioranza di centrodestra, con i socialisti all’opposizione e i conservatori di Ecr, il gruppo di cui fa parte Fratelli d’Italia, al loro posto. Il vispo esponente della Csu tedesca si è però reso conto che fare a meno dei socialisti e democratici, dopo le Europee del 2024, sarà comunque molto difficile, e ha invertito la rotta. Risultato: Weber, ieri, dopo aver lavorato per mesi per scalzarla, in aula a Strasburgo ha tessuto le lodi di Ursula e della maggioranza che di lei porta il nome, ringraziando la presidente del gruppo dei Socialisti, Iratxe Garcia Perez, e di Renew Europe, Stephane Sejournè, per la «proficua collaborazione»: «Cara Iratxe, caro Stephane», ha detto Weber, «voglio ringraziarvi per la nostra collaborazione di successo in questi momenti cruciali. Il motore politico dell’Europa funziona. La maggioranza Von der Leyen ha reso tutto questo possibile». Parlando con il Corriere della Sera, Weber si è spinto anche oltre. Ci sarà un cambio di maggioranza nel prossimo parlamento e un’alleanza tra il Ppe e i conservatori dell’Ecr? «Bisogna tenere presente», ha risposto Weber, «che i leader di Spagna e Germania sono socialisti, il presidente francese è liberale e il Ppe è il primo partito in Europa: credo sia ovvio che i tre partiti debbano sedersi insieme e trovare, prima di tutto, un’intesa comune per il futuro dell’Europa». Un riposizionamento repentino, quello di Weber, che non è bastato a evitargli la durissima reprimenda di Iratxe Garcìa Pèrez: «Oggi», ha detto la leader spagnola dei Socialisti e Democratici europei, «l’alleanza tra destra ed estrema destra rappresenta il clamoroso fallimento di un progetto fondato sull’involuzione. Signor Weber, lei ha commesso un errore storico e la storia la ricorderà. Non può invocare questa maggioranza e poi cercare voti inseguendo altre alleanze in quest’aula». All’insegna della cautela, in attesa dei risultati delle elezioni, le valutazioni dei membri italiani di Ecr, esponenti di Fratelli d’Italia: «Presidente Von der Leyen», ha detto il capodelegazione Carlo Fidanza in aula, «abbiamo ascoltato una sorta di manifesto elettorale. In parte condivisibile, in parte no, in parte in estremo ritardo». «La revisione della direttiva sulla qualità dell’aria, approvata oggi a Strasburgo», ha successivamente sottolineato Fidanza insieme all’eurodeputato di Fdi Pietro Fiocchi, «è una bruttissima pagina per l’Italia. Tutti abbiamo a cuore la salute dei cittadini, ma tale direttiva si pone degli obiettivi irraggiungibili». «Ho apprezzato», ha commentato il copresidente del gruppo Ecr al Parlamento europeo Nicola Procaccini, «l’annuncio della Von der Leyen in merito alla conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani, ma non basta. È certamente utile discuterne, ma è necessario soprattutto agire in modo risoluto». Ieri sera, ospite di Porta a Porta e Cinque minuti su Rai Uno, il premier Giorgia Meloni ha detto la sua sull’ipotesi di un’alleanza Ecr-Ppe-Socialisti: «Una coalizione con i socialisti in Ue? È molto difficile», ha detto la Meloni, «non l’abbiamo fatta in Italia non vedo perché in Europa. Di solito con la sinistra non sono avvezza a fare accordi. Rivendico con orgoglio quello che abbiamo fatto sul reddito di cittadinanza, se fosse vero che c’è qualcuno che gestisce i soldi del reddito di cittadinanza, cioè la camorra, su questa cosa spero che la magistratura vada fino in fondo. Su Ita Airways e sull’accordo con Lufthansa», ha aggiunto la Meloni, «ci dicono da anni di trovare una soluzione, il governo trova una soluzione dopo anni, quando la troviamo mi aspetto che ci si dica bravi e che tutti quanti si remi nella stessa direzione. Chiediamo che l’Europa ci dia una mano». Su Gentiloni: «Ho visto un approccio più critico che collaborativo», ha detto il premier, «ma non vuol dire che io voglia litigare o discutere con Paolo Gentiloni. La tassa sugli extraprofitti delle banche? Se ci sono correttivi da fare si possono fare ma non intendo fare marcia indietro. Modifiche si possono fare a parità di gettito. I bonus edilizi messi in campo da Conte sono costati ad oggi circa 140 miliardi. Qualcosa deve non aver funzionato».
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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