
Con una crasi dei titoli di Italo Calvino si può dire che siamo di fonte alla Baronessa dimezzata che deve anche incassare il grazie di Javier Milei, presidente argentino, a Giorgia Meloni. È la fola del trattato col Mercosur, propagandata da Bruxelles per autoconvincersi di essere protagonista nel mondo, che ieri Ursula von der Leyen ha firmato in Paraguay con un evento definito «storico», perché dà vita a «un’area di libero scambio», dazi ridotti o azzerati sul 90% delle merci, «di oltre 720 milioni di persone; la più ampia del globo».
La baronessa è dimezzata perché al suo rientro in Europa troverà ad accoglierla i trattori che il 20 gennaio stringeranno d’assedio a Strasburgo il Parlamento europeo dove pendono una mozione di sfiducia contro di lei, un ricorso alla Corte di giustizia contro il Mercosur e una platea parlamentare spaccata come una mela sul trattato. Tuttavia la Von der Leyen mostra la sua sicumera affermando: «Questo trattato è il risultato di una generazione e il meglio deve ancora venire». L’Ue interpreta la firma come uno stop agli Stati Uniti nel giardino di casa loro. L’accordo però e sbilanciato a favore di Brasile, Uruguay, Paraguay, più Bolivia e Argentina, e si scontra con la pervasiva presenza cinese nell’area. Per l’83% dei brasiliani, lo rileva un sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni interazionali - Pechino è un partner imprescindibile! Che la faccenda sia in gran parte molte chiacchiere e distintivo - per ora l’interscambio Ue-Mercosur è limitato a 111 miliardi con uno sbilancio di circa 10 miliardi a favore dei Paesi latinoamericani ed è al 50% costituito da esportazioni agroalimentari - è confermato dal fatto che il presidente della Commissione europea per tenere desta l’attenzione ha fatto una pre cerimonia dimostrando - semmai ce ne fosse stato bisogno - che il suo interesse per questo trattato è soprattutto politico e che a guadagnarci sono praticamente solo i tedeschi.
Venerdì la «baronessa» è volata a Brasilia per ricevere la benedizione di Luiz Inácio Lula da Silva - amicissimo del deposto despota venezuelano Nicolás Maduro: quando si dice fare affari con chi rispetta i valori europei - che ha ribadito «finalmente dopo 25 anni mettiamo insieme un area che vale 22.000 miliardi di dollari». Che i tre quarti siano costituiti dall’economia europea è solo un dettaglio e peraltro Lula da Silva (non ha partecipato alla cerimonia di ieri in Paraguay) non ha nascosto di voler stringere altri accordi con Canada, Messico, Vietnam e Giappone.
La Von der Leyen ha risposto: così si crea l’amicizia tra i popoli. Ma tanto Lula quanto la baronessa avevano in testa di dare uno schiaffo a Donald Trump. Puntualissimo è arrivato un articolo del Financial Times a dire che per gran parte della business-community americana l’accordo Ue-Mercosur è un atto di ostilità che fa il paio con la minaccia di nuovi dazi fatta da Donald Trump per chi si oppone all’affare Groenlandia. Che l’Ue abbia voglia di menare le mani con Washington sul terreno economico lo conferma la stessa Ursula von der Leyen. Sul trattato col Mercosur sostiene: «Nel momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questa storica intesa commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile».
C’è però un piccolo particolare: l’Eurocamera non ha ratificato il trattato e la firma apposta ieri ad Asunción è allo stato solo un atto formale che mercoledì al Parlamento europeo affronta il voto più delicato. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič dovrà evitare che passi il ricorso alla Corte di giustizia sul trattato: se venisse accolto, tutto si fermerebbe in attesa della sentenza per almeno due anni. In caso vada tutto liscio comunque il voto dell’Eurocamera che deve varare le garanzie promesse dalla Von der Leyen agli agricoltori e segnatamente all’Italia non ci sarebbe prima di maggio. In più c’è l’incognita della mozione di sfiducia alla Commissione che sarà votata giovedì. Per ora c’è l’adesione di 104 eurodeputati (per l’Italia solo 5 stelle e Lega sono a favore), ma l’esito è assai incerto.
Continua anche la pressione dei cinque Paesi che sono contrari all’accordo, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria con la Francia, dove non si fermano le proteste degli agricoltori, capofila. Le Figaro dà conto di uno stop al divieto di deforestazione dell’Amazzonia chiesto, e forse già ottenuto, dall’associazione dei produttori di soia guidati dai «giganti» multinazionali Cargill, Jbs e Louis-Dreyfus per cui i verdi europei sono pronti a bloccare tutto a Strasburgo.
Incurante di tutto ciò, ieri, una raggiante Ursula von der Leyen con accanto Antonio Costa, il portoghese presidente del Consiglio europeo, e Kaia Kallas, l’alto rappresentante per la Politica estera europea, ha firmato al Gran Teatro José Asunción Flores della Banca centrale del Paraguay il trattato con il presidente del Paraguay Santiago Peña e i presidenti di Argentina, Bolivia (è Paese associato al Mercosur) e Uruguay, Javier Milei, Rodrigo Paz Pereira e Yamandú Orsi. E da Milei è arrivato un minimo colpo di scena. Se la Von der Leyn ha insistito sul libero mercato, la necessità di lottare contro il cambiamento climatico, la stretta amicizia tra i paesi il presidente argentino si è rivolto a Giorgia Meloni dicendo: «Il suo impegno e il suo sostegno sono stati fondamentali per rendere possibile questo accordo».





