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2022-05-24
Uno scudetto contro: vince il fattore umano
Il Milan, campione d'Italia 2021-2022 (Ansa)
- Quello conquistato dal Milan è il Tricolore di chi è partito, all’inizio, all’opposizione: i rossoneri hanno battuto scetticismo di media e analisti, errori arbitrali e avversari più attrezzati. È la vittoria della «forza del gruppo». E Castillejo e Tonali ne sono un esempio.
- Il fondo Usa Redbird ha definito l’acquisto del Milan per 1,3 miliardi di euro. Elliot socio di minoranza.
Lo speciale contiene due articoli.
È uno scudetto conquistato all’opposizione quello vinto dal Milan domenica allo stadio Mapei di Reggio Emilia con il 3 a 0 sul Sassuolo. Uno scudetto contro. Vinto risalendo la corrente. Ribaltando lo scetticismo dei media e degli analisti più accreditati. Domando squadre più attrezzate e sponsorizzate. Metabolizzando errori arbitrali clamorosi che hanno tolto punti che avrebbero potuto risultare decisivi. Uno scudetto vinto sul filo di lana dopo una volata di sei vittorie consecutive contro squadre molto insidiose. Ma non è solo per questo che il diciannovesimo trofeo nazionale incamerato dalla società rossonera ha un sapore particolare. Si è letto del capolavoro di Stefano Pioli, gran protagonista, allenatore finora apprezzato per le qualità umane (mai una parola fuori posto anche quando Ralf Rangnick era a un passo da Milanello), ma considerato un non vincente. Si è letto del ruolo di Zlatan Ibrahimovic e del carisma dei «vecchi» come Simon Kjaer e Olivier Giroud. Si è riconosciuta l’esplosione di talenti come Rafael Leao, Mike Maignan e Sandro Tonali. Si sono apprezzati i grandi meriti di Paolo Maldini, passato dalla dimensione di ex bandiera, prima all’ombra di Leonardo e poi di Zvonimir Boban (il cui contributo oggi non va dimenticato), a quella di dirigente autorevole e lungimirante. Se oggi il Milan è una società che attira l’interesse dei maggiori fondi internazionali è perché in poco più di due anni, grazie al lavoro di Elliott e dell’ad Ivan Gazidis, ha risanato il bilancio e, da una sconfortante mediocrità, è salito ai vertici della Serie A, diventando un modello di calcio sostenibile. Anche queste sono considerazioni che si sono lette, soprattutto grazie al senno postumo. Perché, prima e durante, gran parte dei commentatori le ritenevano ininfluenti sul risultato del campo. I campionati li vincono i campioni, si ripete. E, dunque, con i soldi. Ci sono società che hanno improntato a questo assioma la loro filosofia. Basta guardare a come si sviluppano certe campagne acquisti. A volte, invece, ed è questo il caso, si vincono anche con le idee. E con il fattore umano. È per questo, forse, che questo scudetto vale più di altri. Ci sono alcuni fotogrammi che fanno intuire cosa s’intende quando si parla della «forza del gruppo», come ha fatto Davide Calabria nell’euforia di domenica sera rispondendo a chi gli chiedeva il segreto della cavalcata rossonera.
Castillejo, ancora tu
Il primo flash risale al 16 ottobre, quando alla fine del primo tempo il Milan è sotto 0 a 2 con il Verona. Dopo l’intervallo Pioli sostituisce Alexis Saelemaekers ripescando dal sottoscala dello spogliatoio Samu Castillejo che fino a quel momento aveva giocato due minuti. Sempre dato come partente nelle ultime sessioni di mercato, nel secondo tempo di quella partita lo smilzo Castillejo, che ha sempre continuato ad allenarsi nonostante fosse marchiato come giocatore che «non rientra nei piani dell’allenatore», dà l’anima fino a risultare determinate nella rimonta rossonera. Dopo il gol di Giroud, procura il rigore del pareggio trasformato da Franck Kessie e l’autorete del difensore veronese del 3 a 2 finale. Dopo il triplice fischio si scioglie in lacrime tra gli abbracci dei compagni. Spiegherà alle televisioni che sta attraversando un momento difficile perché gli manca la famiglia rimasta in Spagna alla quale spera di riunirsi quanto prima.
Ingaggio autoridotto
Il secondo fotogramma riguarda Tonali, nato lo stesso giorno di Franco Baresi, tifoso rossonero fin da bambino quando scriveva le letterine a Santa Lucia perché esaudisse il suo sogno di diventare un giocatore del Milan. Una volta arrivato, nell’estate 2020 in prestito dal Brescia, però Sandrino delude le attese. I soliti scettici sentenziano che «non è da Milan» e che non vada riscattato. La società invece gli dà fiducia e mantiene la rotta. Per agevolare l’operazione, lui decide di ridursi l’ingaggio di 400.000 euro. Un gesto che lo rende protagonista, lo sgrava di troppe responsabilità e lo rende più disinvolto in campo, fino a farlo risultare uno dei migliori della stagione.
Arbitri e alibi
Il 17 gennaio, quando in classifica l’Inter ha 49 punti e il Milan 48, si gioca Milan-Spezia. In pieno recupero, sul punteggio di 1 a 1 l’arbitro fischia un fallo su Ante Rebic senza concedere la regola del vantaggio proprio mentre la palla arriva a Junior Messias che insacca. Successivamente, nell’ultima azione della partita, lo Spezia segna il gol dell’1 a 2 e così, nel giro di un minuto, dalla vittoria quasi certa il Milan passa a una rocambolesca sconfitta. L’arbitro Marco Serra chiede scusa sconfortato per l’errore. Al termine del match Ibrahimovic gli fa visita nello spogliatoio: «Tranquillo, sbagli tu come sbaglio io». Il Codacons chiede di ripetere la partita. Al contrario, Pioli e la società non alzano i toni della polemica contro i direttori di gara e l’Aia (Associazione italiana arbitri), evitando di alimentare alibi nello spogliatoio. Sono tre flash, se ne potrebbero aggiungere altri. Ma bastano per intuire che il fattore umano, spesso sottovalutato, alla lunga può fare la differenza anche in un gioco complesso, strano e imprevedibile come il calcio.
Affare fatto, il club passa a Redbird. Maldini e Massara possono restare
Il Milan festeggia il suo diciannovesimo scudetto, ma proprio in queste ore vengono fissate le basi economiche del futuro della società. A quanto risulta alla Verità, l’affare è praticamente chiuso. Devono essere limati solo gli ultimi dettagli, ma la cessione del club al fondo di private equity americano Redbird avverrà alla fine della prossima settimana, quando ci saranno le firme. A quanto pare Elliott, che in questi anni ha investito nel Milan circa 700 milioni di euro, resterà con una quota di minoranza. L’organigramma societario dovrebbe restare invariato. Paolo Maldini e Frederic Massara, direttore area tecnica e direttore sportivo, saranno confermati. Diverso è invece il discorso legato a Ivan Gazidis, il cui contratto scadrà a novembre. Ci sono buone possibilità che rimanga, ma bisognerà anche capire chi saranno gli occhi di Redbird in Italia e quale incarico vorranno i nuovi proprietari.
Il Milan è in vendita da mesi. Il fondo Elliott della famiglia Singer, che lo acquistò nel 2018 dall’imprenditore cinese Yonghong Li, ha risanato i conti. Ha riportato il club rossonero in cima al campionato italiano. Si tratta di un successo, economico e sportivo, conquistato in appena 4 anni di gestione. Il marchio ha riacquistato il valore perso negli ultimi dieci anni, in Europa e nel mondo. È probabile che Elliott non potesse più andare avanti. Ora l’obiettivo è quello di creare una società competitiva in Europa, sempre con attenta gestione dei conti, un tetto agli stipendi dei giocatori e l’acquisto e la valorizzazione di giocatori giovani. In aprile si era parlato dell’interesse del fondo Investcorp, base in Barhain ma con un azionista degli Emirati Arabi Uniti noto in Italia, ovvero Mubadala, già in Piaggio Aerospace e in rapporti economici anche con Etihad, ex partner di Alitalia.
Con il passare dei giorni, però, l’offerta araba, all’incirca di 1,2 miliardi euro, è andata scemando. Quindi, anche se ieri con un tweet Investcorp ha voluto fare i complimenti alla squadra di Stefano Pioli per lo scudetto, è evidente che, ormai, la società del Barhein si è fatta da parte. A pesare sarebbe stata anche la formula dell’offerta, con almeno 400 milioni di euro in prestiti. Così, nelle ultime settimane, è andata sempre più concretizzandosi l’offerta di Redbird capital partners. In questi giorni è a Milano Gerry Cardinale, fondatore della società di private equity pronta a mettere sul piatto 1,4 miliardi di dollari statunitensi (1,3 miliardi di euro) con la possibilità di salire fino a 1,8 miliardi.
Cardinale è un ex Goldman Sachs, esperto di private equity che ha gestito nella sua carriera fino a 100 miliardi di dollari. È amico dell’attuale presidente del Milan Paolo Scaroni. Il numero uno di Redbird, che ha avuto diversi colloqui con Singer in questi giorni, lavora da più di vent’anni nel settore sportivo. Ha costruito società di successo come Yankees entertainment & sports (Yes) network, una rete sportiva degli Stati Uniti che fu venduta a Rupert Murdoch per 4 miliardi di dollari e poi tornata di nuovo sotto la sua ala tre anni fa. Ma l’investimento più rilevante Cardinale lo ha fatto a metà marzo, quando Redbird capital partners ha investito 750 milioni di dollari in Fenway sports group (Fsg), la società proprietaria del Liverpool, squadra inglese che quest’anno è arrivata seconda in Premier League e si giocherà la finale di Champions League nei prossimi giorni contro il Real Madrid.
Anche il Milan vuole tornare ai livelli europei, dopotutto ha vinto sette Coppe dei campioni. Redbird darà un aiuto, a cominciare anche dalla soluzione per la nascita di un nuovo stadio di proprietà.
Quello conquistato dal Milan è il Tricolore di chi è partito, all’inizio, all’opposizione: i rossoneri hanno battuto scetticismo di media e analisti, errori arbitrali e avversari più attrezzati. È la vittoria della «forza del gruppo». E Castillejo e Tonali ne sono un esempio.Il fondo Usa Redbird ha definito l’acquisto del Milan per 1,3 miliardi di euro. Elliot socio di minoranza.Lo speciale contiene due articoli.È uno scudetto conquistato all’opposizione quello vinto dal Milan domenica allo stadio Mapei di Reggio Emilia con il 3 a 0 sul Sassuolo. Uno scudetto contro. Vinto risalendo la corrente. Ribaltando lo scetticismo dei media e degli analisti più accreditati. Domando squadre più attrezzate e sponsorizzate. Metabolizzando errori arbitrali clamorosi che hanno tolto punti che avrebbero potuto risultare decisivi. Uno scudetto vinto sul filo di lana dopo una volata di sei vittorie consecutive contro squadre molto insidiose. Ma non è solo per questo che il diciannovesimo trofeo nazionale incamerato dalla società rossonera ha un sapore particolare. Si è letto del capolavoro di Stefano Pioli, gran protagonista, allenatore finora apprezzato per le qualità umane (mai una parola fuori posto anche quando Ralf Rangnick era a un passo da Milanello), ma considerato un non vincente. Si è letto del ruolo di Zlatan Ibrahimovic e del carisma dei «vecchi» come Simon Kjaer e Olivier Giroud. Si è riconosciuta l’esplosione di talenti come Rafael Leao, Mike Maignan e Sandro Tonali. Si sono apprezzati i grandi meriti di Paolo Maldini, passato dalla dimensione di ex bandiera, prima all’ombra di Leonardo e poi di Zvonimir Boban (il cui contributo oggi non va dimenticato), a quella di dirigente autorevole e lungimirante. Se oggi il Milan è una società che attira l’interesse dei maggiori fondi internazionali è perché in poco più di due anni, grazie al lavoro di Elliott e dell’ad Ivan Gazidis, ha risanato il bilancio e, da una sconfortante mediocrità, è salito ai vertici della Serie A, diventando un modello di calcio sostenibile. Anche queste sono considerazioni che si sono lette, soprattutto grazie al senno postumo. Perché, prima e durante, gran parte dei commentatori le ritenevano ininfluenti sul risultato del campo. I campionati li vincono i campioni, si ripete. E, dunque, con i soldi. Ci sono società che hanno improntato a questo assioma la loro filosofia. Basta guardare a come si sviluppano certe campagne acquisti. A volte, invece, ed è questo il caso, si vincono anche con le idee. E con il fattore umano. È per questo, forse, che questo scudetto vale più di altri. Ci sono alcuni fotogrammi che fanno intuire cosa s’intende quando si parla della «forza del gruppo», come ha fatto Davide Calabria nell’euforia di domenica sera rispondendo a chi gli chiedeva il segreto della cavalcata rossonera.Castillejo, ancora tuIl primo flash risale al 16 ottobre, quando alla fine del primo tempo il Milan è sotto 0 a 2 con il Verona. Dopo l’intervallo Pioli sostituisce Alexis Saelemaekers ripescando dal sottoscala dello spogliatoio Samu Castillejo che fino a quel momento aveva giocato due minuti. Sempre dato come partente nelle ultime sessioni di mercato, nel secondo tempo di quella partita lo smilzo Castillejo, che ha sempre continuato ad allenarsi nonostante fosse marchiato come giocatore che «non rientra nei piani dell’allenatore», dà l’anima fino a risultare determinate nella rimonta rossonera. Dopo il gol di Giroud, procura il rigore del pareggio trasformato da Franck Kessie e l’autorete del difensore veronese del 3 a 2 finale. Dopo il triplice fischio si scioglie in lacrime tra gli abbracci dei compagni. Spiegherà alle televisioni che sta attraversando un momento difficile perché gli manca la famiglia rimasta in Spagna alla quale spera di riunirsi quanto prima.Ingaggio autoridottoIl secondo fotogramma riguarda Tonali, nato lo stesso giorno di Franco Baresi, tifoso rossonero fin da bambino quando scriveva le letterine a Santa Lucia perché esaudisse il suo sogno di diventare un giocatore del Milan. Una volta arrivato, nell’estate 2020 in prestito dal Brescia, però Sandrino delude le attese. I soliti scettici sentenziano che «non è da Milan» e che non vada riscattato. La società invece gli dà fiducia e mantiene la rotta. Per agevolare l’operazione, lui decide di ridursi l’ingaggio di 400.000 euro. Un gesto che lo rende protagonista, lo sgrava di troppe responsabilità e lo rende più disinvolto in campo, fino a farlo risultare uno dei migliori della stagione.Arbitri e alibiIl 17 gennaio, quando in classifica l’Inter ha 49 punti e il Milan 48, si gioca Milan-Spezia. In pieno recupero, sul punteggio di 1 a 1 l’arbitro fischia un fallo su Ante Rebic senza concedere la regola del vantaggio proprio mentre la palla arriva a Junior Messias che insacca. Successivamente, nell’ultima azione della partita, lo Spezia segna il gol dell’1 a 2 e così, nel giro di un minuto, dalla vittoria quasi certa il Milan passa a una rocambolesca sconfitta. L’arbitro Marco Serra chiede scusa sconfortato per l’errore. Al termine del match Ibrahimovic gli fa visita nello spogliatoio: «Tranquillo, sbagli tu come sbaglio io». Il Codacons chiede di ripetere la partita. Al contrario, Pioli e la società non alzano i toni della polemica contro i direttori di gara e l’Aia (Associazione italiana arbitri), evitando di alimentare alibi nello spogliatoio. Sono tre flash, se ne potrebbero aggiungere altri. Ma bastano per intuire che il fattore umano, spesso sottovalutato, alla lunga può fare la differenza anche in un gioco complesso, strano e imprevedibile come il calcio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uno-scudetto-contro-vince-il-fattore-umano-2657378917.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="affare-fatto-il-club-passa-a-redbird-maldini-e-massara-possono-restare" data-post-id="2657378917" data-published-at="1653398953" data-use-pagination="False"> Affare fatto, il club passa a Redbird. Maldini e Massara possono restare Il Milan festeggia il suo diciannovesimo scudetto, ma proprio in queste ore vengono fissate le basi economiche del futuro della società. A quanto risulta alla Verità, l’affare è praticamente chiuso. Devono essere limati solo gli ultimi dettagli, ma la cessione del club al fondo di private equity americano Redbird avverrà alla fine della prossima settimana, quando ci saranno le firme. A quanto pare Elliott, che in questi anni ha investito nel Milan circa 700 milioni di euro, resterà con una quota di minoranza. L’organigramma societario dovrebbe restare invariato. Paolo Maldini e Frederic Massara, direttore area tecnica e direttore sportivo, saranno confermati. Diverso è invece il discorso legato a Ivan Gazidis, il cui contratto scadrà a novembre. Ci sono buone possibilità che rimanga, ma bisognerà anche capire chi saranno gli occhi di Redbird in Italia e quale incarico vorranno i nuovi proprietari. Il Milan è in vendita da mesi. Il fondo Elliott della famiglia Singer, che lo acquistò nel 2018 dall’imprenditore cinese Yonghong Li, ha risanato i conti. Ha riportato il club rossonero in cima al campionato italiano. Si tratta di un successo, economico e sportivo, conquistato in appena 4 anni di gestione. Il marchio ha riacquistato il valore perso negli ultimi dieci anni, in Europa e nel mondo. È probabile che Elliott non potesse più andare avanti. Ora l’obiettivo è quello di creare una società competitiva in Europa, sempre con attenta gestione dei conti, un tetto agli stipendi dei giocatori e l’acquisto e la valorizzazione di giocatori giovani. In aprile si era parlato dell’interesse del fondo Investcorp, base in Barhain ma con un azionista degli Emirati Arabi Uniti noto in Italia, ovvero Mubadala, già in Piaggio Aerospace e in rapporti economici anche con Etihad, ex partner di Alitalia. Con il passare dei giorni, però, l’offerta araba, all’incirca di 1,2 miliardi euro, è andata scemando. Quindi, anche se ieri con un tweet Investcorp ha voluto fare i complimenti alla squadra di Stefano Pioli per lo scudetto, è evidente che, ormai, la società del Barhein si è fatta da parte. A pesare sarebbe stata anche la formula dell’offerta, con almeno 400 milioni di euro in prestiti. Così, nelle ultime settimane, è andata sempre più concretizzandosi l’offerta di Redbird capital partners. In questi giorni è a Milano Gerry Cardinale, fondatore della società di private equity pronta a mettere sul piatto 1,4 miliardi di dollari statunitensi (1,3 miliardi di euro) con la possibilità di salire fino a 1,8 miliardi. Cardinale è un ex Goldman Sachs, esperto di private equity che ha gestito nella sua carriera fino a 100 miliardi di dollari. È amico dell’attuale presidente del Milan Paolo Scaroni. Il numero uno di Redbird, che ha avuto diversi colloqui con Singer in questi giorni, lavora da più di vent’anni nel settore sportivo. Ha costruito società di successo come Yankees entertainment & sports (Yes) network, una rete sportiva degli Stati Uniti che fu venduta a Rupert Murdoch per 4 miliardi di dollari e poi tornata di nuovo sotto la sua ala tre anni fa. Ma l’investimento più rilevante Cardinale lo ha fatto a metà marzo, quando Redbird capital partners ha investito 750 milioni di dollari in Fenway sports group (Fsg), la società proprietaria del Liverpool, squadra inglese che quest’anno è arrivata seconda in Premier League e si giocherà la finale di Champions League nei prossimi giorni contro il Real Madrid. Anche il Milan vuole tornare ai livelli europei, dopotutto ha vinto sette Coppe dei campioni. Redbird darà un aiuto, a cominciare anche dalla soluzione per la nascita di un nuovo stadio di proprietà.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
Il modo di dire «uscire dalla porta e rientrare dalla finestra» indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro Covid. Diamo i numeri?, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità è stata dello 0,66% (link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità - Case Fatality Rate) indica la proporzione di decessi per una specifica malattia sul totale delle persone che hanno contratto quella malattia. Il tasso di mortalità indica quante persone sono morte per una determinata causa rispetto al totale della popolazione (esposta al rischio) in un determinato periodo di tempo, è più difficile da calcolare, ed è quindi ancora più basso. Quindi restiamo sulla letalità dello 0,66%. Per una malattia con letalità dello 0,66%, per questa assurda pestilenza, mite come una qualsiasi influenza, la Messa è finita. Nella Pasqua del 2020 le chiese sono state chiuse mentre i tabaccai erano aperti. Non è stato chiesto perdono di nulla. Non è stato chiesto perdono per le colpe della Chiesa, quelle passate e quelle attuali, l’orrendo idolo Pachamama sugli altari, non è stato chiesto perdono per i nostri peccati, l’aborto, il rifiuto del dono di Dio della vita, della sessualità che la genera. Non è stato chiesto perdono per le blasfemie pagate con denaro pubblico, per i cristiani martirizzati in terra di Africa e Asia nella nostra indifferenza. È stato dichiarato che non è il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo. Di Dio è stato negato il giudizio e la sua Casa è rimasta chiusa. Cristo è stato invitato a svegliarsi e risolvere la situazione. Esiste una profezia apocalittica di Daniele che vide «abolito il sacrificio quotidiano» ed «eretto l’abominio della desolazione».
Domenica delle Palme 2026. Piovono missili e bombe a grappolo su Gerusalemme. La contraerea israeliana non riesce a intercettare il 100%. dei missili. Molti non hanno colto le implicazioni teologiche che questo evento suggerisce. Gerusalemme è una città santa per ebrei e cristiani. Gerusalemme non è una città santa islamica. Quando l’islam ha avuto il controllo di Gerusalemme ha fatto di tutto per farla decadere. Sia Mark Twain che Carlo Marx la descrivono come una città fatta di polvere e escrementi di capra, abitata nella sua parte orientale da comunità di ebrei, molto vessati e molto miserabili, e in quella occidentale da comunità cristiane altrettanto vessate e un po’ meno miserabili, con unica eccezione allo squallore la spianata delle Moschee, che era già stata la spianata del Tempio, il luogo dove l’islam tiene i piedi sul cuore del cristianesimo e dell’ebraismo. Contrariamente a quelli israeliani, i missili iraniani puntano serenamente a obiettivi civili. Il fatto di non contenere obiettivi militari o strategici non salva Gerusalemme. Il governo teocratico iraniano tira s missili su Gerusalemme, come ai suoi tempi lo aveva fatto il laico Saddam Hussein, come lo hanno fatto i miliziani di Hezbollah, di Hamas e quelli dello Yemen, perché le città sante dell’islam, le intoccabili, sono La Mecca e Medina. Quando, prima della guerra dei 6 giorni, Gerusalemme apparteneva alla Giordania, non ne era neanche la capitale. Del fatto che piovano missili e bombe a grappolo su Gerusalemme, molti non hanno colto le implicazioni pratiche, tra questi il card. Pizzaballa. L’implicazione logica e ovvia è che lo Stato israeliano ha chiuso i luoghi santi, che sono stati vietati agli ebrei che non potevano arrivare al Muro Occidentale, che noi chiamiamo Muro del Pianto, gli islamici non potevano arrivare alla Spianata delle Moschee e non hanno protestato nemmeno loro, e i cristiani non possono arrivare al Santo sepolcro, e non hanno ovviamente protestato nemmeno loro, trattandosi di un provvedimento logico. O, meglio, non hanno protestato i cristiani copti, né quelli ortodossi, né gli evangelici. Il Cardinale Pizzaballa, benché fosse stata comunicata la chiusura dei luoghi santi, ha ritenuto suo dovere presentarsi con kefiah di ordinanza e si è fatto fermare dai soldati israeliani, che quindi secondo la narrazione che si è immediatamente creata, gli avrebbero impedito di dire Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Sua Eminenza non ha espresso nessuna contrarietà al fatto che l’Iran abbia bombardato i luoghi santi, lo scopo della sua animosità erano i soldati israeliani che stavano salvando la sua incolumità. Ha affermato che nei secoli non è mai successo che la Basilica del Santo sepolcro fosse chiusa e la Messa di Pasqua non fosse permessa. Quindi Sua Eminenza non ricordava che la chiesa del Santo Sepolcro, come ogni altra chiesa, è stata chiusa nel 2020, davanti a una pandemia con lo 0,66% di letalità, lo zero virgola qualcosetta di mortalità, un problema infinitamente meno pericoloso delle bombe a grappolo su Gerusalemme.
Dato che escludo che un cardinale di Santa Madre Chiesa e in particolare Sua Eminenza Pizzaballa, possa mentire, non posso che dedurne che Sua Eminenza presenti un danno alla capacità di memorizzazione. Sua Eminenza sapeva da prima di andarci che non l’avrebbero lasciato entrare per ragioni di sicurezza (e difatti il divieto era esteso a tutti i luoghi di culto, sinagoghe comprese) o lo aveva dimenticato? Non può che essere stata una dimenticanza, perché sarebbe semplicemente ridicolo, una provocazione, presentarsi a farsi fotografare a un posto di blocco sapendo in anticipo di non poter passare, per ovvie ragioni di sicurezza.
Sua Eminenza Pizzaballa in quanto Cardinale è tenuto più di ogni altro, con l’eccezione del Papa, a seguire le indicazioni di Cristo che ha raccomandato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e che ha dichiarato beati gli operatori di pace, e gli operatori di pace sono coloro che non versano benzina sul fuoco. Una Eminenza della chiesa di Gesù Cristo non può portare sui suoi abiti la stessa kefiah che avevano coloro che hanno strangolato i bambini Bibas rapiti in un sotterraneo, che hanno bruciato vive due gemelline di sette anni e il loro fratellino il 7 ottobre e che, dopo averlo fatto, ridevano felici. Sono estremamente preoccupata per le condizioni cognitive di Sua Eminenza Pizzaballa e per i danni che i suoi indubbi deficit mnemonici stanno causando alla cristianità. La foto di Sua Eminenza fermato dai soldati israeliani ha fatto il giro dei social. La violenza dell’antisemitismo nei commenti è spaventosa e dà la nausea. Anche i siti israeliani hanno commentato le fotografie del Cardinale: hanno ricordato le parole di Arafat, portatore di kefiah per eccellenza: Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Hanno ricordato secoli di persecuzioni di cui hanno tenuto un conto puntiglioso, dalla seconda diaspora causata dai crociati, allo sterminio nazista che è comunque avvenuto per mano cristiana su terre cristiane. L’antisemitismo cacciato dalla porta ottanta anni fa, ora rientra dalla finestra ammantato di una bizzarra compassione selettiva. In quella stessa domenica delle Palme mentre il Cardinale faceva la sua passeggiata verso il posto di blocco, altri cristiani sono stati massacrati in Nigeria e grazie anche al Cardinale che ha occupato la scena, sono stati immediatamente dimenticati. Data la delicatezza della situazione, non sarebbe il caso di sostituire Sua Eminenza Pizzaballa con un cardinale con migliore memoria? Qualcuno che non dimentichi le regole elementari per non buttare benzina sul fuoco.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 aprile 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il blocco navale di Trump a Hormuz è rischiosissimo e di difficile attuazione.
Una manifestazione in Piazza della Nazione a Dakar, in Senegal, per protestare contro gli attacchi statunitensi e israeliani all'Iran e al Libano (Getty Images)
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.
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