Mentre la sinistra italiana festeggia la sconfitta di Viktor Orbán, i dati raccontano una realtà diversa: il nuovo vincitore, Péter Magyar, si muove su una piattaforma tutt'altro che progressista e la sinistra tradizionale è di fatto scomparsa dal Parlamento di Budapest.
Mentre la sinistra italiana festeggia la sconfitta di Viktor Orbán, i dati raccontano una realtà diversa: il nuovo vincitore, Péter Magyar, si muove su una piattaforma tutt'altro che progressista e la sinistra tradizionale è di fatto scomparsa dal Parlamento di Budapest.
Sergio Cammariere (Ansa)
L’artista: «Durante una marcetta feci il mio primo «solo blues». In Brasile decisi di dedicarmi alla mia musica. A Sanremo sono andato quando non me l’aspettavo più. Sono parente di Rino Gaetano, l’ho scoperto per caso».
La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».
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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
La denuncia del cardinale Pizzaballa sulla Messa negata la domenica delle Palme ha dato la stura a una serie di commenti antisemiti. Mentre ci si dimentica dei cristiani che, in quelle stesse ore, venivano massacrati in Nigeria nel silenzio globale.
Il modo di dire «uscire dalla porta e rientrare dalla finestra» indica un fenomeno che, dopo essere stato escluso o accantonato, ritorna in auge in modo inaspettato o per vie traverse. Roberto Demaio, matematico e scrittore, ha ricostruito con minuziosa precisione i veri numeri dell’epidemia Covid nell’imperdibile libro Covid. Diamo i numeri?, che contiene anche esclusive sui tamponi utilizzati e le loro problematiche statistiche e metodologiche. I numeri non mentono. La letalità è stata dello 0,66% (link: https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(20)30243-7/fulltext). La parola Letalità (Tasso di letalità - Case Fatality Rate) indica la proporzione di decessi per una specifica malattia sul totale delle persone che hanno contratto quella malattia. Il tasso di mortalità indica quante persone sono morte per una determinata causa rispetto al totale della popolazione (esposta al rischio) in un determinato periodo di tempo, è più difficile da calcolare, ed è quindi ancora più basso. Quindi restiamo sulla letalità dello 0,66%. Per una malattia con letalità dello 0,66%, per questa assurda pestilenza, mite come una qualsiasi influenza, la Messa è finita. Nella Pasqua del 2020 le chiese sono state chiuse mentre i tabaccai erano aperti. Non è stato chiesto perdono di nulla. Non è stato chiesto perdono per le colpe della Chiesa, quelle passate e quelle attuali, l’orrendo idolo Pachamama sugli altari, non è stato chiesto perdono per i nostri peccati, l’aborto, il rifiuto del dono di Dio della vita, della sessualità che la genera. Non è stato chiesto perdono per le blasfemie pagate con denaro pubblico, per i cristiani martirizzati in terra di Africa e Asia nella nostra indifferenza. È stato dichiarato che non è il tempo del giudizio di Dio, ma del giudizio dell’uomo. Di Dio è stato negato il giudizio e la sua Casa è rimasta chiusa. Cristo è stato invitato a svegliarsi e risolvere la situazione. Esiste una profezia apocalittica di Daniele che vide «abolito il sacrificio quotidiano» ed «eretto l’abominio della desolazione».
Domenica delle Palme 2026. Piovono missili e bombe a grappolo su Gerusalemme. La contraerea israeliana non riesce a intercettare il 100%. dei missili. Molti non hanno colto le implicazioni teologiche che questo evento suggerisce. Gerusalemme è una città santa per ebrei e cristiani. Gerusalemme non è una città santa islamica. Quando l’islam ha avuto il controllo di Gerusalemme ha fatto di tutto per farla decadere. Sia Mark Twain che Carlo Marx la descrivono come una città fatta di polvere e escrementi di capra, abitata nella sua parte orientale da comunità di ebrei, molto vessati e molto miserabili, e in quella occidentale da comunità cristiane altrettanto vessate e un po’ meno miserabili, con unica eccezione allo squallore la spianata delle Moschee, che era già stata la spianata del Tempio, il luogo dove l’islam tiene i piedi sul cuore del cristianesimo e dell’ebraismo. Contrariamente a quelli israeliani, i missili iraniani puntano serenamente a obiettivi civili. Il fatto di non contenere obiettivi militari o strategici non salva Gerusalemme. Il governo teocratico iraniano tira s missili su Gerusalemme, come ai suoi tempi lo aveva fatto il laico Saddam Hussein, come lo hanno fatto i miliziani di Hezbollah, di Hamas e quelli dello Yemen, perché le città sante dell’islam, le intoccabili, sono La Mecca e Medina. Quando, prima della guerra dei 6 giorni, Gerusalemme apparteneva alla Giordania, non ne era neanche la capitale. Del fatto che piovano missili e bombe a grappolo su Gerusalemme, molti non hanno colto le implicazioni pratiche, tra questi il card. Pizzaballa. L’implicazione logica e ovvia è che lo Stato israeliano ha chiuso i luoghi santi, che sono stati vietati agli ebrei che non potevano arrivare al Muro Occidentale, che noi chiamiamo Muro del Pianto, gli islamici non potevano arrivare alla Spianata delle Moschee e non hanno protestato nemmeno loro, e i cristiani non possono arrivare al Santo sepolcro, e non hanno ovviamente protestato nemmeno loro, trattandosi di un provvedimento logico. O, meglio, non hanno protestato i cristiani copti, né quelli ortodossi, né gli evangelici. Il Cardinale Pizzaballa, benché fosse stata comunicata la chiusura dei luoghi santi, ha ritenuto suo dovere presentarsi con kefiah di ordinanza e si è fatto fermare dai soldati israeliani, che quindi secondo la narrazione che si è immediatamente creata, gli avrebbero impedito di dire Messa nella Basilica del Santo Sepolcro. Sua Eminenza non ha espresso nessuna contrarietà al fatto che l’Iran abbia bombardato i luoghi santi, lo scopo della sua animosità erano i soldati israeliani che stavano salvando la sua incolumità. Ha affermato che nei secoli non è mai successo che la Basilica del Santo sepolcro fosse chiusa e la Messa di Pasqua non fosse permessa. Quindi Sua Eminenza non ricordava che la chiesa del Santo Sepolcro, come ogni altra chiesa, è stata chiusa nel 2020, davanti a una pandemia con lo 0,66% di letalità, lo zero virgola qualcosetta di mortalità, un problema infinitamente meno pericoloso delle bombe a grappolo su Gerusalemme.
Dato che escludo che un cardinale di Santa Madre Chiesa e in particolare Sua Eminenza Pizzaballa, possa mentire, non posso che dedurne che Sua Eminenza presenti un danno alla capacità di memorizzazione. Sua Eminenza sapeva da prima di andarci che non l’avrebbero lasciato entrare per ragioni di sicurezza (e difatti il divieto era esteso a tutti i luoghi di culto, sinagoghe comprese) o lo aveva dimenticato? Non può che essere stata una dimenticanza, perché sarebbe semplicemente ridicolo, una provocazione, presentarsi a farsi fotografare a un posto di blocco sapendo in anticipo di non poter passare, per ovvie ragioni di sicurezza.
Sua Eminenza Pizzaballa in quanto Cardinale è tenuto più di ogni altro, con l’eccezione del Papa, a seguire le indicazioni di Cristo che ha raccomandato di dare a Cesare quello che è di Cesare, e che ha dichiarato beati gli operatori di pace, e gli operatori di pace sono coloro che non versano benzina sul fuoco. Una Eminenza della chiesa di Gesù Cristo non può portare sui suoi abiti la stessa kefiah che avevano coloro che hanno strangolato i bambini Bibas rapiti in un sotterraneo, che hanno bruciato vive due gemelline di sette anni e il loro fratellino il 7 ottobre e che, dopo averlo fatto, ridevano felici. Sono estremamente preoccupata per le condizioni cognitive di Sua Eminenza Pizzaballa e per i danni che i suoi indubbi deficit mnemonici stanno causando alla cristianità. La foto di Sua Eminenza fermato dai soldati israeliani ha fatto il giro dei social. La violenza dell’antisemitismo nei commenti è spaventosa e dà la nausea. Anche i siti israeliani hanno commentato le fotografie del Cardinale: hanno ricordato le parole di Arafat, portatore di kefiah per eccellenza: Noi li sgozzeremo tutti, sgozzeremo i feti nelle madri». Hanno ricordato secoli di persecuzioni di cui hanno tenuto un conto puntiglioso, dalla seconda diaspora causata dai crociati, allo sterminio nazista che è comunque avvenuto per mano cristiana su terre cristiane. L’antisemitismo cacciato dalla porta ottanta anni fa, ora rientra dalla finestra ammantato di una bizzarra compassione selettiva. In quella stessa domenica delle Palme mentre il Cardinale faceva la sua passeggiata verso il posto di blocco, altri cristiani sono stati massacrati in Nigeria e grazie anche al Cardinale che ha occupato la scena, sono stati immediatamente dimenticati. Data la delicatezza della situazione, non sarebbe il caso di sostituire Sua Eminenza Pizzaballa con un cardinale con migliore memoria? Qualcuno che non dimentichi le regole elementari per non buttare benzina sul fuoco.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 aprile 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il blocco navale di Trump a Hormuz è rischiosissimo e di difficile attuazione.
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2026-04-13
Iran, la rete africana di Teheran: religione, affari e sicurezza per resistere all’isolamento
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Una manifestazione in Piazza della Nazione a Dakar, in Senegal, per protestare contro gli attacchi statunitensi e israeliani all'Iran e al Libano (Getty Images)
Sotto pressione militare e diplomatica, l’Iran rafforza la sua presenza in Africa. Dalle reti religiose alla cooperazione economica e militare, Teheran costruisce alleanze strategiche nel continente per sostenere una strategia di resistenza nel lungo periodo.
Sotto la pressione dei bombardamenti israeliani e statunitensi iniziati alla fine di febbraio, la leadership iraniana si trova in una fase particolarmente delicata. Nonostante il contesto militare sfavorevole e l’isolamento internazionale, la Repubblica islamica continua però a fare affidamento su una fitta rete di relazioni costruite nel tempo, in particolare in Africa, dove le ambizioni strategiche di Teheran sono cresciute in modo graduale nel corso degli ultimi decenni.
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.
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