Iran, la rete africana di Teheran: religione, affari e sicurezza per resistere all’isolamento
Sotto pressione militare e diplomatica, l’Iran rafforza la sua presenza in Africa. Dalle reti religiose alla cooperazione economica e militare, Teheran costruisce alleanze strategiche nel continente per sostenere una strategia di resistenza nel lungo periodo.
Sotto la pressione dei bombardamenti israeliani e statunitensi iniziati alla fine di febbraio, la leadership iraniana si trova in una fase particolarmente delicata. Nonostante il contesto militare sfavorevole e l’isolamento internazionale, la Repubblica islamica continua però a fare affidamento su una fitta rete di relazioni costruite nel tempo, in particolare in Africa, dove le ambizioni strategiche di Teheran sono cresciute in modo graduale nel corso degli ultimi decenni.
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.



