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2021-08-14
L’università si sveglia: 10.000 adesioni contro il green pass in un solo giorno
Ansa
Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass.
L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori.
«Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione».
I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale».
Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato».
Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo».
«Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili.
Scuola appesa alle finestre aperte
Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza.
Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento.
Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga.
Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti.
«Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose».
Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
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Dopo il manifesto anti «totalitarismo sanitario», una petizione scuote gli atenei. Tra le firme gli intellettuali Giorgio Agamben e Augusto Sinagra.La strategia per il ritorno in classe ruota sull'aerazione forzata, «anche con tempo avverso». Nulla di fatto sui trasporti: ci si affida alla card e agli ingressi differenziati.Lo speciale contiene due articoli.Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass. L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori. «Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione». I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale». Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato». Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo». «Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-adesioni-contro-green-pass-2654663342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scuola-appesa-alle-finestre-aperte" data-post-id="2654663342" data-published-at="1628899161" data-use-pagination="False"> Scuola appesa alle finestre aperte Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza. Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento. Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga. Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti. «Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose». Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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