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2021-08-14
L’università si sveglia: 10.000 adesioni contro il green pass in un solo giorno
Ansa
Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass.
L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori.
«Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione».
I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale».
Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato».
Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo».
«Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili.
Scuola appesa alle finestre aperte
Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza.
Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento.
Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga.
Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti.
«Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose».
Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
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Dopo il manifesto anti «totalitarismo sanitario», una petizione scuote gli atenei. Tra le firme gli intellettuali Giorgio Agamben e Augusto Sinagra.La strategia per il ritorno in classe ruota sull'aerazione forzata, «anche con tempo avverso». Nulla di fatto sui trasporti: ci si affida alla card e agli ingressi differenziati.Lo speciale contiene due articoli.Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass. L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori. «Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione». I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale». Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato». Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo». «Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-adesioni-contro-green-pass-2654663342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scuola-appesa-alle-finestre-aperte" data-post-id="2654663342" data-published-at="1628899161" data-use-pagination="False"> Scuola appesa alle finestre aperte Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza. Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento. Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga. Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti. «Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose». Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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