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2021-08-14
L’università si sveglia: 10.000 adesioni contro il green pass in un solo giorno
Ansa
Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass.
L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori.
«Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione».
I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale».
Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato».
Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo».
«Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili.
Scuola appesa alle finestre aperte
Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza.
Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento.
Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga.
Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti.
«Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose».
Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
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Dopo il manifesto anti «totalitarismo sanitario», una petizione scuote gli atenei. Tra le firme gli intellettuali Giorgio Agamben e Augusto Sinagra.La strategia per il ritorno in classe ruota sull'aerazione forzata, «anche con tempo avverso». Nulla di fatto sui trasporti: ci si affida alla card e agli ingressi differenziati.Lo speciale contiene due articoli.Persino nel deperito universo intellettuale italiano sta riprendendo a soffiare un alito di vita. Nei giorni scorsi abbiamo dato conto del manifesto realizzato dagli accademici Luca Marini e Francesco Benozzo contro il «nuovo totalitarismo» sanitario. Ora un altro gruppo di uomini e donne di pensiero prende la parola per opporsi con decisione al green pass. L'avvocato Olga Milanese e lo scrittore Carlo Cuppini hanno lanciato, tramite la piattaforma Avaaz, una petizione intitolata «Green pass: le ragioni del no», che in un giorno ha già raccolto circa 10.000 adesioni, alcune delle quali eccellenti. Tra i firmatari, infatti, ci sono il filosofo Giorgio Agamben, Augusto Sinagra (già magistrato, professore ordinario di diritto dell'Unione europea alla Sapienza), Daniela Danna (ricercatrice in scienza sociale all'università del Salento), Ugo Bardi (professore di chimica all'università di Firenze), Stefano Boni (antropologo dell'università di Modena e Reggio Emilia), Giovanna Campani (professore di pedagogia generale all'università di Firenze), Marco Cosentino (professore ordinario di farmacologia) e tanti altri docenti universitari, avvocati, scienziati, medici, giornalisti, scrittori. «Da oltre un anno e mezzo, il popolo italiano subisce limitazioni radicali a diritti e libertà considerate fondamentali dalla Costituzione, dalla Cedu e dalla Dichiarazioni dei diritti fondamentali dell'uomo», scrivono i promotori. «Il governo ha approvato una misura - il green pass - che implica l'esclusione in radice dell'accesso ad attività, servizi e luoghi pubblici (teatri, cinema, attività sportive, locali pubblici, fiere, manifestazioni, congressi, eccetera), a una specifica categoria di persone. [...] Il decreto legge del 6 agosto 2021 ha addirittura subordinato la possibilità degli studenti di frequentare l'università e seguire i corsi in aula in presenza al possesso del green pass e ha obbligato il personale scolastico del sistema nazionale di istruzione e universitario a possedere la suddetta certificazione». I firmatari, senza mai alzare eccessivamente i toni, fanno notare prima di tutto l'incongruenza: «Permane, tuttavia, la libertà della scelta di non sottoporsi al trattamento sanitario della vaccinazione, garantita dall'articolo 32 comma 2 della Costituzione che, pur prevedendo la possibilità che vi siano deroghe stabilite con una legge formale, ammonisce che in nessun caso è possibile violare i limiti imposti dal rispetto della dignità della persona umana. Ne discende che le restrizioni di accesso allo sport, alle attività sociali, culturali, formative, lavorative e di istruzione stabilite tramite il green pass colpiscono una categoria di persone che esercita una libertà costituzionalmente garantita, che viene penalizzata in quanto tale, per via di una propria qualità personale, di una propria condizione e di una libera scelta». In sostanza, concludono gli autori della petizione, «il green pass contrasta con i principi fondanti il nostro ordinamento, sia di matrice costituzionale che comunitaria e internazionale». Filosofi, scrittori, avvocati e docenti appaiono determinati: «Vista la gravità delle violazioni», scrivono, «dichiariamo la nostra ferma e completa opposizione a questa soluzione politica, indipendentemente da qualunque considerazione di tipo sanitario e scientifico, e da una sua eventuale (assai controversa, per la verità) efficacia pratica. Un fine prioritario condiviso da tutti - controllare l'epidemia e andare verso l'uscita definitiva dall'emergenza sanitaria e sociale - non può giustificare qualunque mezzo. E il green pass italiano è un mezzo che non può essere giustificato e attuato». Il poeta Marco Guzzi, autore prolifico e di gran livello, tra i primi firmatari della petizione, con La Verità parla esplicitamente di ricatto. «Con il green pass», dice, «si va a ledere la libertà delle persone, ci sono conseguenze sul lavoro, sull'istruzione. Si impone tramite il ricatto una vaccinazione che il governo non vuole rendere obbligatoria per motivi abbastanza ovvi, e soprattutto perché non intende assumersene la responsabilità. Ecco allora che utilizza un sistema ricattatorio che va a incidere sulle libertà fondamentali». Guzzi non è tenero nei confronti degli intellettuali, che accusa di «collaborazionismo». «Credo che sia il momento di mobilitarsi», dice, «perché sono convinto che questo sia solo l'inizio. Oggi si impone questo lasciapassare sanitario poliziesco. Domani, in virtù di una dichiarata emergenza, si potrebbe persino andare oltre. La cosa più grave», prosegue, «è il clima che si è creato. Hanno messo gli italiani gli uni contro gli altri, siamo a quella che Enzensberger chiamava guerra molecolare di tutti contro tutti». Difficile dargli torto. Così come è difficile contestare le affermazioni cristalline contenute nella petizione. Forse, chissà, questa ennesima scossa riuscirà a destare persino gli intellettuali. Magari anche quelli che, da oltre un anno, dormono il sonno dei vili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-adesioni-contro-green-pass-2654663342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scuola-appesa-alle-finestre-aperte" data-post-id="2654663342" data-published-at="1628899161" data-use-pagination="False"> Scuola appesa alle finestre aperte Non solo green pass e vaccinazione. Per tornare in classe occorrerà l'igiene, visto che serviranno mascherine, distanziamento e finestre aperte. La scuola, forse, ripartirà a settembre con le stesse regole di un anno fa quando è stata immediatamente richiusa. E intanto c'è chi ipotizza un'ondata di contagi alla fine delle vacanze parlando di «incidenza del contagio», visto che l'Rt scende, i ricoveri non sono preoccupanti e i vaccinati aumentano, giusto per «preparare» il terreno a un possibile ritorno alla didattica a distanza. Il green pass sarà obbligatorio per il personale della scuola, a cominciare dai docenti, anche se i sindacati continuano a contestare la misura. Nessun obbligo sui trasporti pubblici, autobus e metro, che non sappiamo quanto siano stati potenziati per evitare assembramenti di studenti. Non sarà necessario misurare la temperatura all'ingresso a scuola. Previsti turni differenziati di ingresso e uscita e in mensa, per mantenere il distanziamento. Insieme al green pass e alla vaccinazione, però il principale cambiamento nelle regole per il ritorno in classe è l'indicazione di una maggiore flessibilità del distanziamento. Il metro di distanza, infatti, diventa flessibile non grazie ai famosi quanto inutili banchi a rotelle (ormai in soffitta) ma per l'areazione delle aule affidata non certo a tecnologici condizionatori ma a porte e finestre che devono restare aperte anche se fa freddo. Anche nelle classi super affollate, quelle «pollaio», parola che non piace agli addetti ai lavori, dove si arriva anche a 30 alunni che stanno «vicini vicini» per sei o sette ore. Queste le indicazioni del ministero di Viale Trastevere: «Nelle aule è opportuno tenere aperte leggermente una o più ante delle finestre e/o di eventuali balconi e la porta dell'aula in modo intermittente o continuo. La misura raggiunge la massima efficienza se finestre, balconi e porte si trovano su entrambi i lati dell'aula (ventilazione incrociata) e dovrà essere adottata anche con meteo avverso». Da Bolzano a Palermo e non c'è inverno che tenga. Secondo quanto già indicato dal Cts il metro di distanza tra un alunno e l'altro e i due metri dalla cattedra diventano una «raccomandazione». Si legge nel protocollo che «laddove le condizioni strutturali logistiche degli edifici scolastici, legate anche alla disponibilità di risorse umane, non consentano il distanziamento di sicurezza interpersonale, resta necessario mantenere le altre misure di prevenzione a partire dalle mascherine». Sarà la scuola a fornirle e si dovranno tenere al banco anche se c'è il distanziamento. Dovranno usarle i bambini dai sei anni in su, anche se per Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sarebbero utili anche all'asilo «nei bimbi dai 24 mesi per cercare di rendere più sicura la scuola». Per gli studenti con disabilità e per gli insegnanti di sostegno si potranno sperimentare anche le mascherine trasparenti. «Il ministero è al lavoro da mesi per la ripartenza di settembre», chiarisce il ministro Patrizio Bianchi. «Da febbraio abbiamo sempre guardato a questo obiettivo e ci siamo impegnati costantemente per raggiungerlo, in collaborazione anche con le Regioni e gli enti locali, che ringrazio (anche se l'accordo non è stato ancora raggiunto, ndr). Abbiamo stanziato oltre 2 miliardi per il rientro in sicurezza, compresi 270 milioni per l'edilizia scolastica leggera e l'affitto di spazi ulteriori per la didattica. Fondi che distribuiremo, per la prima volta, tenendo conto in via prioritaria della quantità di alunni presenti sui territori e delle classi numerose». Restano i dubbi sulla quarantena per i vaccinati, sull'obbligo del green pass per i docenti e sulle sanzioni, sospensione dal servizio e stop dello stipendio per assenza ingiustificata dopo cinque giorni senza aver presentato il green pass e multa al preside se non controlla. Presidi e sindacati chiedono di togliere le sanzioni e fare chiarezza se è previsto il licenziamento del personale non in regola. Intanto il ministero ha attivato un help desk per i presidi, i tavoli con i prefetti e consultazioni con enti locali e sindacati.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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