Ana
- Sono concreti e si trovano sempre in prima linea in ogni crisi. Le femministe pensino di più alle terribili violenze dei maranza.
- Un sessantunenne ha un malore dopo che alcuni giovani lo chiamano «guerrafondaio». Un altro, alticcio, è caduto da un muretto e, dopo un volo di 2 metri, è in pericolo di vita.
Lo speciale contiene due articoli
Che Dio benedica gli alpini. Mio marito è stato sottotenente di complemento degli alpini, per la precisione artigliere da montagna nella divisione Julia. Ho ancora in casa tre cappelli con la piuma, mio figlio ci giocava felice e fiero da bambino. Anni dopo la fine del servizio militare, eravamo già sposati, alcuni dei suoi soldati continuarono a cercarlo. Lo invitarono come testimone di nozze, come padrino di battesimo dei loro figli. Non erano rapporti formali: erano amicizie costruite nella fatica condivisa, nelle marce tra i monti, nelle sere passate dividendo il rancio, spesso integrato con pane, formaggio o qualche pollo comprati con i soldi del sottotenente nelle baite vicine. Sicuramente anche per questo, anni dopo ancora lo invitavano. Mio marito aveva organizzato per i suoi artiglieri un corso base di educazione civica, perché si vota, quando si vota, come è costituito il parlamento, rudimenti di diritto civile e penale, come si scrive una denuncia. Erano giovani uomini che imparavano a fidarsi l’uno dell’altro e a riconoscere il valore della solidarietà. Nel maggio 1976, già sposata ma non ancora laureata, sono partita con alcuni colleghi per il Friuli sbriciolato da un terribile terremoto. Abbiamo portato attrezzature mediche, da cucina e generi di conforto di prima necessità. Ovunque c’erano alpini che scavavano nel fango, insieme ai civili, piangendo insieme a loro, come quando piangendo nel fango avevano scavato sul Vajont nel 1963, o come avrebbero scavato nell’alluvione in Piemonte del 1994.
Questo mio scritto è per esprimere la mia disistima totale assoluta a tutte le protagoniste di quello che sta succedendo a Genova: volantini e fischietti distribuiti per salvarsi dalle «violenze degli alpini». Ho fatto moltissime conferenze per presentare i miei libri, ho girato per tutta l’Italia. Quando potevo giravo in macchina. Le stazioni italiane, soprattutto quelle piccole, soprattutto se deve arrivarci di sera, sono posti estremamente sgradevoli per le violenze verbali, quando non di peggio, delle persone extra europee soprattutto se di religione musulmana. Se un uomo mostra il suo organo sessuale, invitando la donna cui lo sta mostrando, approcciata come «bianca e put… ehm, diciamo di facili costumi, vieni a s…», questa è una molestia. Questo è un insulto, che può facilmente trasformarsi in violenza, quindi abbassi la testa e schizzi via ringraziando che ti è andata bene. A innumerevoli altre donne è andata meno bene. Non è una forma di razzismo gratuito, ma semplicemente la conseguenza di una prescrizione del Corano, quella di umiliare le donne che non appartengono alla fede musulmana. Uccidete gli infedeli ovunque si trovino è uno dei precetti. Umiliate delle donne degli infedeli è un altro dei precetti. Ma per le fanciullette di «Non una di meno», questo va benissimo.
Adesso a Genova, scopro che il problema sono gli alpini. Alla vigilia dell’adunata qualcuno ha scritto «assassini» sulla porta della loro sede in piazza Siziglia. La città è tappezzata di dementi manifesti, «meno alpini, più gattini». «Alpino molesto stai attento», è stato scritto su un muro. Sono state lanciate bottigliette contro un gruppo di alpini seduti un bar. Tutto questo nasce dalle sigle transfemministe, esperte in femminismo misandrico che odiano gli uomini occidentali, ma anche le donne, convive serenamente con la violenza di maranza e mafia nigeriana e trasforma l’adunata degli alpini in un’emergenza nazionale. È con una pugnalata di nausea che leggo i loro slogan. L’alpino fonde le due figure, del guerriero e del protettore, che sono i due pilastri della virilità occidentale cristiana. Intervenuti dopo la catastrofe del Vajont, dopo il terremoto del Friuli del 1976, gli alpini parteciparono alla ricostruzione di interi paesi, organizzando cantieri, assistenza agli sfollati e strutture temporanee. Quel modello di intervento divenne un punto di riferimento per la moderna Protezione civile italiana. Nel terremoto dell’Aquila del 2009 le penne nere tornarono in prima linea. A Fossa, uno dei comuni più colpiti, realizzarono abitazioni, spazi pubblici, una chiesa, aree verdi e servizi destinati alla popolazione. Non solo assistenza immediata, ma ricostruzione concreta e duratura, pensata per restituire dignità e normalità alle comunità colpite. Anche durante le alluvioni che hanno devastato Genova nel 2014, gli alpini furono tra i primi volontari ad arrivare nelle zone sommerse dal fango. Con motopompe, pale e mezzi di emergenza operarono nei quartieri più colpiti, aiutando famiglie, negozianti e anziani a liberare case e strade dall’acqua e dai detriti. Nel 2018, dopo il crollo del ponte Morandi, che causò 43 vittime, le penne nere si mobilitarono nuovamente per sostenere la città. Fornirono assistenza logistica, supporto ai soccorritori e presenza costante accanto alla popolazione in uno dei momenti più drammatici della storia recente di Genova. L’impegno degli alpini, però, non si limita alle catastrofi. In tutta Italia, le sezioni dell’Associazione nazionale alpini organizzano raccolte fondi, assistenza agli anziani, manutenzione di sentieri e rifugi, sostegno durante le emergenze sanitarie e attività sociali nelle piccole comunità. Per questo motivo gli alpini vengono spesso percepiti come un presidio di solidarietà concreta. Il loro intervento non si basa su slogan o campagne mediatiche, ma sulla presenza fisica nei luoghi del bisogno.
Ora la festa è stata infangata. Gratuitamente. Hanno consigliato fischietti da far risuonare in caso di molestie inesistenti, hanno attivato il solito form anonimo per raccogliere testimonianze spazzatura, come già successo a Rimini e altre città, scrivendo il testo con i ridicoli segni dell’inclusività ortografica. Alle altre adunate, le denunce sono state di scemenze, complimenti, non confondibili con aggressioni verbali. Il form era aperto dal giorno prima dell’adunata, nella certezza assoluta che ci sarebbe stato qualcosa da segnalare: la colpevolezza degli alpini è certa, nasce con il loro esistere, essere maschi ed essere alpini. È una diffamazione preventiva costruita con fiumi di segnalazioni anonime che non possono reggere a nessun vaglio giudiziario. In un’epoca in cui tutti hanno un cellulare, il video di un alpino che compie una violenza non c’è. Quello di maranza che accoltellano, feriscono, massacrano ci sono, ma quelli non valgono. Il femminismo misandrico odia sicuramente gli uomini (occidentali cristiani), ma in realtà odia le donne: il suo cavallo di battaglia è l’aborto, la cosa più squallida una donna possa fare. Soprattutto odia la vita e odia la culla della vita che è l’amore tra un uomo e una donna. L’amore nasce dal desiderio che i maschi hanno del corpo femminile. Il testosterone dà ai maschi una libido ben più alta della nostra. Noi dobbiamo restare lucide davanti a un uomo che ci chiede di accompagnarlo anche nella sessualità, per scegliere tra i maschi che ci offrono quello che più ci dà affidamento del fatto che proteggerà noi e soprattutto la nostra prole. Da sempre gli uomini fanno la corte alle donne e da sempre le donne normali sono gratificate da questa corte. Se un uomo dice una donna che è bella, è un complimento non è un insulto. Se la donna lo percepisce come un insulto, evidentemente lei ha dei grossi problemi. Il fatto che alcune donne, la solita minoranza, percepisco un complimento come un insulto, non deve criminalizzare gli uomini che li fanno. Il fatto che addirittura le istituzioni della città si siano unite a questo razzistico provvedimento contro gli alpini dimostra quanto le istituzioni della città siano problematiche. Quando crollò il ponte Morandi a Genova il sindaco Bucci telefonò all’Ana che rispose immediatamente. Speriamo che a Genova non crolli più niente, che non ci siano più alluvioni, che non ci sia più bisogno di spalare nel fango. Nel caso il sindaco Salis, tra una comparsa e l’altra su Vogue, potrebbe telefonare ai centri sociali e alle femministe di «Non una di meno», ma a spalare nel fango le unghie si rovinano, e le foto del micio da mettere sul social in mezzo a cadaveri e macerie non vengono bene. Che Dio benedica gli alpini.
Alpino insultato finisce in ospedale
Alla fine, l’adunata degli alpini è andata come doveva andare. Molte polemiche e nessun problema. Se non quelli creati da chi le penne nere a Genova proprio non le voleva. Nella notte tra venerdì e sabato, un ragazzo e una ragazza di circa vent’anni si sono avvicinati a due alpini e hanno cominciato ad apostrofarli in malo modo, chiamandoli «guerrafondai». Uno dei due, un sessantunenne cardiopatico, si è sentito male e, dopo l’intervento di un’ambulanza, è stato necessario portarlo in ospedale. In ospedale è finito anche un sessantenne, in stato di alterazione etilica, che è precipitato per oltre due metri mentre si trovava seduto su un muretto.
Nonostante le polemiche, gli alpini hanno cantato le loro canzoni malinconiche su amori passati e hanno ricordato i mesi di naja ritrovandosi ancora una volta insieme. E sì: ci hanno certamente bevuto sopra. Sulle polemiche dei giorni passati, quelle per capirci, innescate da Non una di meno, è intervenuto il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Io non penso che gli alpini molestino. Penso che gli alpini siano qua per festeggiare, per essere quello che sono. Poi, magari c'è qualche stupido, e se c'è qualche stupido è giusto che venga ripreso, ma i primi a riprenderlo sono gli alpini». Per il presidente, Giorgia Meloni, gli alpini sono «un corpo che rappresenta coraggio, sacrificio, spirito di servizio e amore per la Patria. Gli alpini sono un orgoglio italiano». Game over. Perché quest’adunata, come le altre del resto, dimostra proprio questo: gli alpini non molestano. Certo, a volte c’è qualche apprezzamento un po’ esagerato, ma le molestie sono un’altra cosa. Una cosa seria. Non come l’iniziativa del centro sociale Aut Aut 357, che ha pubblicato un post in cui afferma: «Genova trasformata in caserma, scuole chiuse, quartieri blindati: ancora una volta l’adunata degli alpini viene imposta come evento di “tutt3”, quando in realtà rappresenta un modello di città militarizzata, escludente e piegata a logiche che nulla ha a che fare con i bisogni reali di chi la vive ogni giorno». Sarà, ma la presenza degli alpini, accompagnata a maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine, ha permesso l’arresto e l’espulsione di tre africani che si trovavano illegalmente nel nostro Paese e che spacciavano per le vie della città. Forse per Aut Aut 357 l’assenza di spacciatori non rientra tra i bisogni reali, ma per i genovesi sì. Almeno per quelli per bene. Nel suo post, il centro sociale annota anche che: «Ci raccontano la favola della tradizione, dell’identità, del folklore. Ma dietro le penne nere e le sfilate si nasconde un’occupazione temporanea dello spazio urbano che produce disagi concreti: servizi sospesi, mobilità stravolta, spazi pubblici sottratti alla cittadinanza. (...) Non è solo una questione logistica. È una scelta politica precisa: normalizzare la presenza militare nelle città, renderla familiare, accettabile, persino festosa. È la stessa logica che giustifica l’aumento delle spese militari mentre si tagliano servizi essenziali, che trasforma le città in scenografie securitarie, che abitua all’idea che il controllo e la disciplina siano valori da celebrare». Ora, basterebbe ascoltare una qualsiasi canzone degli alpini per rendersi conto del fatto che disprezzano la guerra, anche se poi quando c’è da combattere lo fanno, anche a costo di lasciare la loro casa, la donna che amano e le loro terre. Come dice G.K. Chesterton: «Il vero soldato combatte non perché odia ciò che è di fronte a lui, ma perché ama ciò che è dietro di lui». Una cosa che chi frequenta i centri sociali, però, non può capire.
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Il pain perdu è un dolce nazionale transalpino che, però, si trova già nei «consigli» culinari di Apicio. E che dire dei marron glacées? Di «parigino» hanno solo il nome.
Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
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Antonio Riva
Antonio Riva, lo stilista amato dalle spose: «Rifiuto la logica dei trend effimeri e mi concentro su elementi essenziali, come equilibrio e proporzione. Oggi le donne cercano autenticità e personalizzazione, sono più consapevoli e desiderano un capo che le rappresenti davvero».
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
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I familiari della signora «suicidata» per depressione mettono a nudo l’ideologia.
Il mese scorso, in Svizzera, una mamma inglese di 56 anni ha chiesto e ottenuto suicidio assistito perché in preda a una forte depressione conseguente alla prematura morte di suo figlio: si tratta di una drammatica vicenda che impone qualche riflessione circa la legalizzazione nel nostro Paese della pratica del suicidio assistito.
Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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