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2019-04-24
Una marea di sdegno made in Usa contro l’inchino all’islam di Obama
Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno.
Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.
Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza».
La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime».
L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"».
Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.
L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media
Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […]
Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400).
Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili.
[…] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no?
[…] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Dopo il tweet sugli «adoratori della Pasqua», gli americani denunciano la censura verso le vittime cattoliche. Registi, intellettuali e anche l'autore del libro «L'Opzione Benedetto»: «La rimozione è stata intenzionale».A Colombo solo l'ultimo caso di auto bavaglio dell'informazione: vietato parlare di massacri in nome di Allah.Lo speciale contiene due articoli.Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno. Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza». La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime». L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"». Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-marea-di-sdegno-made-in-usa-contro-linchino-allislam-di-obama-2635368557.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislamofilia-che-fa-chiudere-gli-occhi-ai-media" data-post-id="2635368557" data-published-at="1776854162" data-use-pagination="False"> L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […] Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400). Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili. […] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no? […] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Lo dice chiaramente un portavoce della Commissione europea, chiarendo che «lo prevedono le normative europee». I dati di finanza pubblica saranno resi noti domani «con una cifra decimale», applicando le normali regole matematiche di arrotondamento: «Si arrotonda per difetto se la seconda cifra è pari o inferiore a 4, e per eccesso se è pari o superiore a 5». In termini concreti, questo significa che un valore ipotetico del deficit tra il 2,95% e il 2,99% verrebbe comunque pubblicato come 3,0%, senza ulteriori dettagli.
Anche per questo il governo chiede la sospensione del Patto di stabilità con forza. «Assurde regole europee ci impediscono di aiutare le imprese come vorremmo, non possiamo bloccare l’Italia per la lentezza e l’ottusità ideologica della Commissione europea. La seconda potenza industriale d’Europa, tra poche settimane sarà totalmente bloccata»: lo ha ribadito il vicepremier, Matteo Salvini, in occasione della riunione straordinaria dei ministri dei Trasporti dell’Unione europea durante la quale il leader della Lega ha illustrato le misure adottate dal governo per mitigare gli effetti del caro-carburante e sostenere il settore dei trasporti e della logistica.
È stata anche l’occasione per evidenziare i limiti di molte delle politiche europee in materia e ribadire la necessità di rivedere rapidamente alcuni provvedimenti normativi adottati con il Green deal: a partire dall’Ets per i settori marittimo e aereo. «L’Unione deve intervenire con scelte drastiche se la guerra in Medio Oriente continua, agendo come è stato fatto con dopo la crisi del Covid con la riduzione del costo del denaro da parte della Banca centrale europea e l’acquisto di debito comune come successo per la creazione del Recovery plan», ha commentato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlando a margine del Consiglio Ue Affari esteri in Lussemburgo.
Sulla pubblicazione dei dati di Eurostat sul debito e sulla richiesta della Lega di sospendere l’applicazione delle regole di finanza pubblica del Patto di stabilità, Tajani ha detto che quest’ultima «è una delle ipotesi delle sulle quali discutere. Sono tante le cose che si possono fare», ha aggiunto più generico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, già a marzo aveva messo sul tavolo dell’Eurogruppo la richiesta di flessibilità sui conti per le circostanze eccezionali della guerra in Medio Oriente, nuova incognita che pesa sull’economia globale. La richiesta al momento è stata respinta da Bruxelles che non considera il contesto sufficientemente eccezionale. L’Italia arriva all’appuntamento di domani certa di aver fatto i compiti a casa, impegno riconosciuto anche dalle agenzie di rating e dai mercati facendo scendere lo spread.
Intanto, secondo fonti di Palazzo Chigi, c’è stata ieri una riunione per definire decreto Lavoro, da approvare in vista del Primo maggio. L’incontro è stato convocato dal premier Giorgia Meloni, di rientro dal Salone del mobile di Milano, e ha visto la partecipazione di Salvini, Tajani, Giorgetti, del ministro Marina Calderone e dei sottosegretari Luigi Sbarra, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano. L’obiettivo è l’adozione di un pacchetto organico di misure a sostegno delle categorie più esposte al caro vita, con interventi volti a garantire una retribuzione equa. Particolare attenzione sarà riservata a giovani e donne, per consolidare i segnali positivi già registrati e valorizzarne il potenziale. Si lavora, inoltre, a un più incisivo contrasto ai fenomeni di sfruttamento e caporalato.
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Andiamo con ordine. Punto numero uno: state facendo il conto alla rovescia per la vacanza estiva? Meglio scegliere mete a portata di mano. Dimenticatevi località esotiche e viaggi intercontinentali a meno di non raddoppiare il budget a disposizione e mettere in conto di vedersi cancellata la partenza all’ultimo minuto. Uno studio della società ambientalista, Transport & environment (T&e), riportato dall’agenzia Reuters, confrontando i prezzi al 16 aprile con quelli prima dell’inizio della guerra in Iran, fa emergere che l’interruzione delle forniture globali di petrolio ha fatto aumentare il costo medio del carburante di 88 euro (104 dollari) per passeggero per i voli di lungo raggio in partenza dall’Europa e di 29 euro per quelli all’interno del Vecchio continente. Un onere che le compagnie scaricheranno sui passeggeri aumentando i prezzi dei biglietti. Secondo le stime di T&e, il carburante per un volo da Barcellona a Berlino costerebbe 26 euro in più a passeggero, mentre un lungo raggio da Parigi a New York ben 129 euro in più e un Milano-Madrid avrà un sovrapprezzo di 24 euro.
Se la notizia può consolare, oggi la Ue dovrebbe pubblicare le linee guida sulla gestione delle scorte limitate di carburante per gli aerei. Lufthansa, Ryanair, Air France-Klm, a marzo avevano comunicato che se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso a lungo, avrebbero probabilmente trasferito l’aumento dei costi del cherosene sui consumatori (Lufthansa ha annunciato ieri sera di aver deciso il taglio di circa 20.000 voli a corto raggio per la stagione estiva: la compagnia aerea tedesca ha cancellato circa 120 voli giornalieri e ha dichiarato che eliminerà le tratte non redditizie da Monaco e Francoforte fino alla fine della stagione estiva). Un dettaglio tecnico riguarda la composizione delle flotte. T&e avverte che se il prezzo del petrolio resterà sopra i 100-110 dollari per tutta l’estate, i vecchi modelli di aerei meno efficienti diventeranno economicamente insostenibili da far volare, portando a un ritiro anticipato. Le compagnie aeree hanno chiesto un’inversione di rotta rispetto ad alcune politiche climatiche dell’Ue, tra cui l’obbligo, previsto per il 2030, di utilizzare carburante sintetico ecologico per gli aerei, nonché una revisione delle prossime norme sulla tariffazione del carbonio. Per tutta risposta Bruxelles, nel documento che presenterà oggi sulla gestione della crisi, insiste sull’accelerazione degli investimenti per i carburanti ecologici per aerei. Nel piano, la Commissione esorta gli Stati membri a incrementare le importazioni dagli Usa e dalla Nigeria per compensare il vuoto lasciato dal blocco del Golfo e si appresta ad aumentare l’apparato burocratico con l’istituzione di un nuovo ente per monitorare le scorte di cherosene. Nessuna sospensione, però, delle tasse sul carbonio.
Il ministro cipriota dei Trasporti, Alexis Vafeades, all’arrivo al Consiglio Ue a Bruxelles, ha cercato di smorzare gli allarmi: «Non siamo in una situazione pericolosa ma c’è la possibilità di una carenza di carburante per aerei e di un problema di domanda sul medio e lungo termine. Quindi dobbiamo essere consapevoli e pronti».
Passiamo al punto numero due: chi ha comprato un biglietto aereo deve sapere che, in caso di cancellazione del volo per carenza di jet fuel, non avrà il risarcimento ma solo il rimborso, la riprotezione (un altro biglietto per la stessa destinazione) e l’assistenza in aeroporto. Questo perché, come ha chiarito il commissario Ue ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, la carenza di carburante è «una circostanza straordinaria» e, per questo, non dà necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato per il rincaro del cherosene, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria.
Poi ha specificato che «se la situazione in Medio Oriente dovesse peggiorare e le flessibilità previste dalla normativa aeronautica non fossero più sufficienti, proporremo modifiche temporanee alla legislazione». E comunque la Commissione si riserva di fornire «indicazioni su queste flessibilità, in particolare per quanto riguarda gli slot aeroportuali, gli obblighi di servizio pubblico e i diritti dei passeggeri». Il commissario ha anche affermato che «la cancellazione di alcuni voli non ha niente da vedere con l’evocazione della carenza di carburante». Infine, «l’Europa è pronta a dare il benvenuto a tutti i turisti che verranno quest’estate».
Punto tre: se le vacanze sono a rischio anche la vita di coppia è destinata a incrinarsi. Karex, il principale produttore mondiale di preservativi, ha comunicato che aumenterà drasticamente i prezzi, dal 20 al 30% e forse anche di più, a causa delle tensioni nella catena di approvvigionamento. Karex sta, inoltre, registrando una impennata nella domanda poiché i ritardi nelle spedizioni, hanno lasciato molti clienti senza scorte. L’azienda produce oltre 5 miliardi di preservativi l’anno ed è fornitore di marchi leader come Durex e Trojan.
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(IStock)
Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione clandestina. È una storiaccia che si consuma a cavallo tra il 2021 e il 2022 proprio negli uffici pubblici della Seconda e della Terza municipalità, tra piazza Dante e via Lieti a Capodimonte. L’indagine, affidata ai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi (coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto), è stata condotta da carabinieri e vigili urbani. A tutti gli indagati l’altro giorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che di solito precede una richiesta di rinvio a giudizio). Al centro del sistema, per gli investigatori, c’era un uomo di 53 anni originario del Bangladesh e residente nel quartiere Sanità. Gestiva un Caf piantato in un buco nel quale riceveva i clienti. Sarebbe stato lui a intercettare i connazionali in cerca di documenti, a raccogliere le richieste e a trasformarle in pratiche da «sbloccare». Un intermediario stabile, con tanto di tariffario. Secondo chi indaga, quello dello straniero era un ruolo centrale, emerso subito dalla ricostruzione dei passaggi tra richieste, pagamenti e lavorazione delle pratiche. Attorno al suo Caf ruotavano due dipendenti: uno di 66 anni in servizio all’epoca negli uffici di piazza Dante, l’altro, 68 anni, in forza alla sede di via Lieti. I due impiegati avrebbero garantito l’accesso ai richiedenti, ognuno nella propria municipalità e nel proprio ufficio.
A piazza Dante, però, stando alle accuse, si sarebbe fatto un passo ulteriore. Non solo denaro. Sarebbero quattro gli episodi, collocati tra giugno e novembre 2021, in cui la contropartita viene indicata da chi indaga in «prestazioni sessuali». Che compaiono nella ricostruzione investigativa, ma non emergerebbero, almeno nella qualificazione delle accuse, come autonome contestazioni penali. L’indagine coinvolge anche altri due ex dipendenti comunali, mentre nel filone legato agli uffici di via Lieti compare un ex consigliere della Terza municipalità. È qui che gli inquirenti individuano un ulteriore livello: un sistema clientelare radicato, capace, secondo l’accusa, di ottenere certificati e documenti sfruttando relazioni interne agli uffici, in alcuni casi operando direttamente dalle postazioni dei dipendenti. Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche (oltre cento): cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi ma anche pakistani, romeni e cinesi. Ovvero coloro i quali avrebbero pagato per ottenere documenti che, sulla carta, spettavano loro di diritto. A volte, però, gli indirizzi sarebbero stati fittizi. Ad accorgersene sono stati gli agenti della Polizia locale che al momento della verifica della residenza si ritrovavano abitazioni di pochi metri quadrati, quasi tutte nel centro storico, con una decina di residenti stranieri. In un caso il numero sarebbe salito oltremodo: 20 stranieri ufficialmente stipati in un «basso», le caratteristiche abitazioni al piano terra del vecchio abitato, con ingresso diretto sulla strada del vicolo. «L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive», alzano la voce i movimenti partenopei per il diritto alla casa, «è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri». Secondo gli attivisti, «neanche si può reagire non riconoscendo il diritto di residenza a centinaia, forse migliaia di singoli e famiglie che in questo momento a Napoli sono “cancellate” (sia migranti che napoletani)». Una lettura che affianca al piano penale quello sociale, indicando nelle difficoltà di accesso ai diritti uno dei fattori che avrebbe favorito il meccanismo contestato dai magistrati. La richiesta al sindaco dem Gaetano Manfredi, infatti, è di «un atto politico dall’amministrazione cittadina che come avvenuto in altre grandi città renda più lineare, sicura e trasparente l’iscrizione anagrafica per tutte le persone che vivono a Napoli, sottraendola a corrotti, faccendieri e traffichini».
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