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2019-04-24
Una marea di sdegno made in Usa contro l’inchino all’islam di Obama
Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno.
Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.
Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza».
La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime».
L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"».
Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.
L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media
Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […]
Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400).
Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili.
[…] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no?
[…] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Dopo il tweet sugli «adoratori della Pasqua», gli americani denunciano la censura verso le vittime cattoliche. Registi, intellettuali e anche l'autore del libro «L'Opzione Benedetto»: «La rimozione è stata intenzionale».A Colombo solo l'ultimo caso di auto bavaglio dell'informazione: vietato parlare di massacri in nome di Allah.Lo speciale contiene due articoli.Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno. Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza». La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime». L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"». Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-marea-di-sdegno-made-in-usa-contro-linchino-allislam-di-obama-2635368557.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislamofilia-che-fa-chiudere-gli-occhi-ai-media" data-post-id="2635368557" data-published-at="1770017348" data-use-pagination="False"> L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […] Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400). Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili. […] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no? […] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
Dopo le due ore di guerriglia, in 24 sono stati portati in Questura, identificati e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, porto d’armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità. Sono scattati anche i sequestri: materiale da travestimento, sassi, chiavi inglesi, frombole e coltelli. Il kit da guerrigliero metropolitano.
Ai 24 bisogna aggiungere altri tre aggressori finiti in manette: due fermati in flagranza di reato, un trentunenne e un trentacinquenne, ritenuti responsabili di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il terzo arresto è stato disposto con lo strumento della flagranza differita. È un ventiduenne proveniente dalla provincia di Grosseto, indicato dalla Digos torinese come uno dei componenti del gruppo che ha preso parte alla violenta aggressione contro l’operatore del Secondo Reparto mobile della polizia di Stato di Padova, Alessandro Calista, isolato durante gli scontri e rimasto per alcuni istanti in balia degli antagonisti. Preso a calci e colpito con oggetti contundenti. Anche con un martello. Ieri è stato dimesso con 20 giorni di prognosi, mentre per il collega che l’ha soccorso e col quale ha condiviso la stanza all’ospedale Molinette la prognosi è di 30 giorni.
Per Calista, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, chiede un riconoscimento per merito straordinario. Per il ventiduenne grossetano, invece, sono scattate le accuse di lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina in concorso, perché, stando alla ricostruzione degli investigatori, oltre ad aver partecipato al pestaggio, il giovane avrebbe fatto parte del gruppo che ha depredato il poliziotto. Dello scudo. Del casco U-bot. E della maschera antigas. Lasciandolo così esposto ai lacrimogeni e alla furia degli aggressori. È questo l’episodio che segna il punto di non ritorno della giornata. Nella quale bisogna inserire un altro dato pesante: 108 operatori delle forze dell’ordine feriti: 96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri. È il bilancio finale degli scontri. Il più alto degli ultimi anni.
Ma c’è ancora un terzo gruppetto di facinorosi. È stato schedato prima del corteo, durante le attività di prevenzione, quando sono scattati 30 fogli di via obbligatori, dieci avvisi orali del questore e sette divieti di accesso ai locali pubblici. Provvedimenti indirizzati a soggetti trovati in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento e all’offesa, oppure già gravati da precedenti penali e di polizia ritenuti indicativi di pericolosità sociale. Sono dati essenziali. Perché, superata la fase dell’ordine pubblico, scendono in campo le squadre investigative. Si è già accertato che dentro il blocco antagonista c’era di tutto: anarchici, autonomi, gruppi strutturati e cani sciolti. Un insieme composito. Con degli innesti dall’estero: specialisti della guerriglia arrivati a Torino soprattutto dalla Francia. Che, ricostruiscono gli investigatori, comunicano tra loro usando nomi in codice (Blu, Ugo, Kiwi, Mango), come se la piazza fosse un terreno operativo. Si sono mossi a piccoli gruppi, con modalità già viste soprattutto in Val di Susa, indicata dagli investigatori come una sorta di palestra permanente per i cosiddetti incappucciati. Durante gli attacchi hanno usato puntatori laser per disturbare gli agenti, tubi di lancio artigianali, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta e batterie di artifici pirotecnici, oltre alle aste divelte dai cartelloni stradali. Insomma, erano armati. Un modus operandi che richiede l’attenzione di una magistratura da reati non ordinari.
Perché un conto è punire le aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine, un altro è interrogarsi su un livello di organizzazione, addestramento e coordinamento che va ben oltre la violenza episodica di piazza e che chiama in causa responsabilità più ampie, strutturate, e ancora tutte da accertare. Di certo c’è che nell’ottobre scorso, quando ancora Askatasuna era occupato, qualcuno organizzò un’assemblea, presentata come «riunione aperta», dal titolo «Diamoci strumenti per continuare a lottare!». Una lezione di guerriglia, costruita per fornire strumenti teorici e pratici a chi, nei giorni precedenti, aveva già sperimentato lo scontro in piazza: come muoversi in un picchetto, in un blocco, durante un’occupazione, leggere quello che accade intorno, imparare a stare dentro una mobilitazione conflittuale. Un vademecum della lotta, pensato per rendere più efficace l’azione futura e preparare quello che veniva definito un «autunno caldissimo». Ma che probabilmente è stato spostato in avanti di qualche mese.
Come il processo d’appello contro gli storici attivisti del centro sociale, la cui data della prima udienza non è ancora stata fissata. La Procura generale di Torino, in quel procedimento, tornerà a sostenere l’accusa di associazione a delinquere che, in primo grado, nel marzo del 2025, era caduta per tutti e 16 gli imputati. Il processo era stato originato da una lunga indagine della Digos che aveva ricondotto a un’unica strategia una serie di attentati contro i cantieri della Tav in Val di Susa. I pubblici ministeri, in Aula, per i 26 imputati avevano chiesto condanne per un totale di circa 88 anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitte 18 (pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere). E mentre in Procura si lavora alla richiesta di convalida dei tre fermi, il procuratore Giovanni Bombardieri attende le prime informative per stabilire il perimetro dell’attività investigativa post chiusura di Askatasuna.
Alle quali andrà ad aggiungersi una denuncia, quella che presenterà il difensore dell’agente Calista, l’avvocato Rachele De Giorgis, che inquadra giuridicamente l’aggressione in un tentato omicidio: «Mi aspetto che venga formulata una contestazione proporzionata a quanto accaduto, ovvero di tentato omicidio. Non possono esserci due pesi e due misure a seconda di chi sia la persona offesa».
Gli arresti e le denunce di ieri, insomma, sono solo il punto di partenza.
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Ci sono dei film nei quali gli Usa, la Russia o Israele perdono una bomba nucleare e si scatenano avventurose missioni di ricerca. Ricordate "007 Thunderball" o "Il pacificatore" con George Clooney? E, ancora, i libri dello scrittore Tom Clancy? Ecco, sappiate che qualcosa di simile è veramente accaduto!
Gli scontri di Torino tra i manifestanti e le forze dell'ordine durante il corteo di sabato scorso contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna (Ansa)
Sorprendente? No. Ogni volta che si prova a mettere dentro i professionisti della violenza, che colgono ogni occasione per devastare le città e scontrarsi con la polizia, c’è sempre una sentenza che li salva e li rimette in circolazione. Prendete la banda dei No tav che da anni tiene in scacco le forze dell’ordine. Nonostante sia evidente l’esistenza di un coordinamento delle manifestazioni e degli scontri con l’unico obiettivo di impedire un’opera pubblica, i giudici hanno assolto i componenti della banda dall’accusa di associazione a delinquere. La Procura aveva chiesto 88 anni di carcere per 26 imputati, ma pur riconoscendo l’esistenza di reati gravi come estorsione, rapina, sequestro di persona, violenza privata, incendio e resistenza a pubblico ufficiale, il tribunale ha negato il reato associativo. I centri sociali sono gruppi organizzati, i militanti si muovono con le modalità di un’organizzazione eversiva, ma per le toghe non esiste l’associazione a delinquere.
Stefano Esposito, ex senatore del Pd, non ha dubbi: a Torino e in Val di Susa c’è un gruppo che ha fatto della lotta all’alta velocità un laboratorio dell’antagonismo e della violenza politica. Ci sono pezzi della sinistra che stanno con questa teppaglia, spiega. «Come sapevo io che sarebbe finita così?», ha detto al Corriere della Sera: «Lo sapevano tutti che gli scontri erano l’obiettivo della manifestazione e che sarebbe finita così. E questo è inaccettabile».
Già. Lo sanno tutti. Quelli che rivendicano la libertà di manifestare il dissenso, ben sapendo che si legittima la libertà di devastare le città e ferire uomini delle forze dell’ordine, e quelli che una volta arrestati li rimettono in libertà, facendo finta di ignorare che la prossima volta faranno anche peggio. Proprio a Torino, inaugurando l’anno giudiziario prima che si verificassero gli incidenti che tanto hanno indignato l’opinione pubblica, il procuratore generale Lucia Musti se l’è presa con la benevola tolleranza dell’upper class, che guarda con compiacimento i disordini di piazza, «che altro non sono se non gravi reati». L’alto magistrato ha accusato quei personaggi che «con il loro scrivere, il loro condurre alla normalizzazione, il loro agire in appoggio» vanno a popolare «un’area grigia, di matrice colta e borghese» che, invece di svolgere un’azione illuminata di deterrenza, finisce per fornire una lettura compiacente «dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità». Per Musti «in ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e nuovi capi che incitano sul campo».
Ha ragione il procuratore generale di Torino. I soggetti sono sempre gli stessi. Tutti li conoscono. Ma l’informazione che ieri inaugurando l’anno giudiziario non ha fornito è una sola: perché i suoi colleghi li lasciano in libertà nonostante si sappia chi sono e chi li ispira?
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