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2019-04-24
Una marea di sdegno made in Usa contro l’inchino all’islam di Obama
Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno.
Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.
Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza».
La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime».
L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"».
Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.
L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media
Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […]
Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400).
Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili.
[…] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no?
[…] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Dopo il tweet sugli «adoratori della Pasqua», gli americani denunciano la censura verso le vittime cattoliche. Registi, intellettuali e anche l'autore del libro «L'Opzione Benedetto»: «La rimozione è stata intenzionale».A Colombo solo l'ultimo caso di auto bavaglio dell'informazione: vietato parlare di massacri in nome di Allah.Lo speciale contiene due articoli.Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno. Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza». La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime». L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"». Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-marea-di-sdegno-made-in-usa-contro-linchino-allislam-di-obama-2635368557.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislamofilia-che-fa-chiudere-gli-occhi-ai-media" data-post-id="2635368557" data-published-at="1771902350" data-use-pagination="False"> L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […] Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400). Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili. […] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no? […] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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