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2019-04-24
Una marea di sdegno made in Usa contro l’inchino all’islam di Obama
Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno.
Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.
Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza».
La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime».
L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"».
Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.
L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media
Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […]
Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400).
Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili.
[…] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no?
[…] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Dopo il tweet sugli «adoratori della Pasqua», gli americani denunciano la censura verso le vittime cattoliche. Registi, intellettuali e anche l'autore del libro «L'Opzione Benedetto»: «La rimozione è stata intenzionale».A Colombo solo l'ultimo caso di auto bavaglio dell'informazione: vietato parlare di massacri in nome di Allah.Lo speciale contiene due articoli.Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno. Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza». La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime». L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? 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Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […] Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400). Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili. […] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no? […] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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