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2019-04-24
Una marea di sdegno made in Usa contro l’inchino all’islam di Obama
Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno.
Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.
Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza».
La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime».
L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"».
Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.
L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media
Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […]
Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400).
Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili.
[…] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no?
[…] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
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Dopo il tweet sugli «adoratori della Pasqua», gli americani denunciano la censura verso le vittime cattoliche. Registi, intellettuali e anche l'autore del libro «L'Opzione Benedetto»: «La rimozione è stata intenzionale».A Colombo solo l'ultimo caso di auto bavaglio dell'informazione: vietato parlare di massacri in nome di Allah.Lo speciale contiene due articoli.Poco meno di 700. Sono tante le parole spese su Open dal giornalista e debunker David Puente per tentare di spiegare il perché l'ex presidente Barack Obama e la ex first lady Hillary Clinton abbiano utilizzato la locuzione «Easter worshippers» (traducibile come «adoratori della Pasqua») in luogo del termine «cristiani», che sarebbe stato più logico aspettarsi per indicare le vittime degli attentati terroristici in Sri Lanka. Leggermente meno prolisso l'altro cacciatore di bufale per eccellenza, Paolo Attivissimo, che nel post pubblicato sul blog Disinformatico ne ha vergate appena un centinaio in meno. Non ci sono solo Puente e Attivissimo: all'indomani degli attentati di matrice jihadista che hanno causato, stando agli ultimi bilanci, 321 morti e oltre 500 feriti, un ristretto nugolo di connazionali si è adoperato per difendere la discutibile terminologia utilizzata nei tweet di cordoglio postati a seguito della strage. Tra i membri di questo singolare club troviamo, tra gli altri, Luigi Marattin, capogruppo Pd in Commissione Bilancio alla Camera («A criticare Obama per il suo tweet in inglese, gente che capisce a malapena l'italiano. Segno dei tempi»), e Christian Rocca, ex Il Sole 24 Ore oggi editorialista per La Stampa. Quest'ultimo se la prende con don Mauro Leonardi, reo di aver definito sul blog che tiene per Agi «sconcertanti» i tweet di Obama e della Clinton (Rocca, rivolgendosi al direttore della testata Riccardo Luna arriverà persino a invocare la cancellazione del contenuto) e con i colleghi del Tg2, Luca Salerno e Luciano Ghelfi, colpevoli anch'essi di aver rimproverato gli ex inquilini della Casa Bianca di non aver chiamato le cose con il proprio nome.Ma basta dare uno sguardo ai commenti in risposta ai tweet incriminati per capire che la polemica va ben oltre la semplice questione filologica. Centinaia tra personaggi pubblici, professionisti e persone comuni, nella maggior parte dei casi madrelingua, hanno duramente bacchettato sui social Barack Obama e Hillary Clinton per aver maliziosamente omesso una definizione ritenuta evidentemente scomoda. Tutto ciò a dimostrazione del fatto che, a differenza di quanto sostengono i nostri commentatori, la questione non può essere derubricata a semplice misunderstaning. Nel suo editoriale pubblicato su The Daily Wire, testata di ispirazione conservatrice diretta da Ben Shapiro, il popolare blogger Matt Walsh afferma senza mezzi termini che l'uso della locuzione «adoratori della Pasqua» è da ritenersi senz'altro «intenzionale» e che, a differenza della strage di Christchurch (due sparatorie in luoghi di preghiera islamici nel corso delle quali il 15 marzo scorso furono uccise 50 persone) «numerosi politici democratici hanno scelto di rilasciare dichiarazioni nelle quali omettono volutamente ogni riferimento diretto alla fede delle vittime». Charlie Kirk, fondatore del think tank Turning point Usa, ha scritto su Twitter: «Non ho idea di cosa siano gli “adoratori della Pasqua". Io li definisco cristiani». Blaire White, youtuber americana con oltre 500.000 follower, in risposta a Hillary Clinton scrive che «proprio come non sei mai stata in grado di pronunciare la parola “islam" dopo la strage di Orlando, ora non sei capace di dire “cristiani" dopo che 200 giacciono a terra morti. Adoratori della Pasqua? Ciao, ragazza». La diatriba, originatasi inizialmente in ambito conservatore, ha ben presto varcato i confini della polemica politica. Rispondendo a Barack Obama, l'imprenditore e regista Dennis Michael Lynch ha twittato: «Che ne dici di chiamare (gli attentatori, ndr) assassini… Estremisti islamici. Sarebbe giusto chiamarli assassini. Ignorarli non li manderà via. E comunque, non è un peccato usare il termine “cristiani" quando ci si riferisce alle vittime». L'attivista Mohamad Tawhidi, presidente dell'associazione islamica dell'Australia del Sud, ha pubblicato due diversi tweet nei quali confronta la differente reazione di Obama e della Clinton in occasione dei fatti di Christchurch e dello Sri Lanka. Nel primo caso, quando si tratta di esprimere la propria solidarietà alla comunità colpita, entrambi utilizzano senza farsi molti problemi l'aggettivo «musulmano». «Trova le differenze», chiosa sarcastico Tawhidi, ricevendo per il suo intervento la bellezza di oltre 20.000 retweet. Nella discussione interviene anche lo scrittore americano Rod Dreher, autore del libro L'Opzione Benedetto, definito dal New York Times il «testo religioso più importante del decennio»: «La controversia sugli “adoratori della Pasqua" non mi fa impazzire, ma trovo singolare il fatto che alcuni importanti esponenti democratici abbiano utilizzato questa strana definizione quando invece il termine “cristiani" sarebbe risultato più ovvio. Perché? È come se qualcuno dall'ufficio comunicazione abbia suggerito loro: “Non usate la parola cristiani"». Roba da far venire l'emicrania ai debunker de' noantri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/una-marea-di-sdegno-made-in-usa-contro-linchino-allislam-di-obama-2635368557.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lislamofilia-che-fa-chiudere-gli-occhi-ai-media" data-post-id="2635368557" data-published-at="1767809966" data-use-pagination="False"> L’islamofilia che fa chiudere gli occhi ai media Il favore dei media nei confronti dell'immigrazione si accompagna a uno sguardo parimenti benevolo verso un'altra realtà: la religione islamica, presentata come serenamente compatibile con i valori democratici occidentali e aliena da qualsivoglia fondamentalismo che, laddove presente, sarebbe solo un marginale fraintendimento. Un simile atteggiamento, comunque singolare se pensiamo a quello - assai meno tenero - riservato per esempio alla Chiesa cattolica, potrebbe pure apparire legittimo in un'ottica di integrazione sociale. Il problema sorge quando, alla volontà di scongiurare i pregiudizi, fanno seguito manipolazioni, menzogne e, in qualche caso, autentiche messinscena. […] Già, perché ogni volta che purtroppo si verifica un attentato, la prima strategia che i media islamofili impiegano è proprio quella di presentare il terrorismo di matrice islamica come qualcosa di totalmente dissociato rispetto alla fede mussulmana. […] Ora, è del tutto evidente come, potendo avere i furgoni e i camion tutti i problemi del mondo fuorché quelli psichiatrici, simili sintesi giornalistiche rispondano solamente a uno scopo: quello di edulcorare la realtà. Allo stesso modo, appare molto debole la tesi - cui i media offrono sistematicamente ampio spazio - che vorrebbe il terrorismo planetario come qualcosa di disgiunto dalla religione, se non altro perché i numeri confermano l'opposto. Infatti, se si vanno a conteggiare gli atti terroristici compiuti nel periodo 2000-2014 a livello globale, si scopre come le quattro realtà più attive siano risultate nell'ordine l'Isis (752 atti di terrorismo), Boko Haram (con 552), i Talebani afghani (con 444) e Al Qaeda in Iraq (con 400). Dunque, le quattro maggiori responsabili del terrorismo mondiale - secondo questi dati, elaborati dal Global terrorism database - sono tutte sigle di matrice islamista. Attenzione: non si sta affermando che la violenza omicida sia prerogativa del solo mondo mussulmano, né si sta sposando alcuna generalizzazione; si sta solo sottolineando come il terrorismo islamico sia quello resosi materialmente responsabile del maggior numero di atti criminali. Non è quindi la demagogia e neppure la sociologia, bensì la matematica più elementare a fare a pezzi il buonismo che gli organi d'informazione cavalcano a ogni attentato di matrice islamica. Del resto, la stessa tesi secondo cui l'islam sarebbe religione di pace pare poggiare sulle sabbie mobili. […] Il bello, si fa per dire, è che quando la rimozione della responsabilità islamica di determinati crimini non riesce o non appare abbastanza efficace, i burattinai dei media non hanno timore a spingersi più in là - se serve, ricorrendo alla censura - pur di raggiungere il loro scopo. Un caso da manuale, anche se poco conosciuto, è quello che ha visto protagonista il settimanale francese Paris Match. Tutti ricorderanno la terribile strage di Nizza che, la sera del 14 luglio 2016, vide Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, a bordo di un camion, travolgere la folla e sparare all'impazzata, lasciando a terra 86 morti e 302 feriti. Una vera e propria carneficina. Ebbene, non immediatamente a ridosso di quei fatti, bensì un anno dopo la strage, Paris Match decise di pubblicare alcune foto inedite del massacro, riprese dalle telecamere di sorveglianza. Si trattava di fotogrammi certamente cruenti, ma del tutto autentici. Eppure, in barba al diritto di cronaca, la procura di Parigi pensò bene di aprire un fascicolo per violazione del segreto investigativo, disponendo il ritiro dal commercio delle copie della rivista. Perché delle stragi islamiche, evidentemente, è meglio che non si parli troppo approfonditamente. […] Similmente, quando il 31 ottobre 2017, a New York, l'uzbeko Sayfullo Saipov - che aveva giurato fedeltà all'Isis -, si rese responsabile di un attentato che causò 8 morti e 12 feriti, il giorno dopo la grande stampa Usa si presentò in edicola con i seguenti titoli: «Un attacco lungo un miglio con il furgone, uccise 8 persone a Manhattan» (New York Times); «Un attacco con furgone a New York uccide 8 persone» (Washington Post); «Un atto vigliacco» (Usa Today); «Un vigliacco attacco terroristico uccide 8 persone» (Chicago Tribune). Morale, su nessun titolo figurò alcun richiamo al fondamentalismo religioso dell'attentatore, né, tantomeno, all'islam. Curioso, no? […] Lo prova anche il caso dell'attentato al mercatino di Natale di Strasburgo dello scorso 11 dicembre. Tra le vittime, si ricorderà, ci fu Antonio Megalizzi, reporter ventinovenne rimasto gravemente ferito e deceduto in ospedale tre giorni dopo. Ebbene, alla notizia della morte del giovane italiano, politici e media iniziarono a piangerlo come vittima «di chi odia l'Europa». Ma ad uccidere Megalizzi non era stato un euroscettico, bensì Chérif Chekatt, giovane di origini magrebine già noto alle forze dell'ordine, oltre che per diverse rapine di cui si era reso autore, per il suo fondamentalismo islamico. Eppure, anche in quel caso, di islam si preferì non parlare. «Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente», commentò il giornalista e scrittore Pierluigi Battista, «il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Strasburgo».
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.
In questa puntata di Segreti smontiamo uno dei miti più duri a morire sul delitto di Garlasco: il presunto movente legato al computer di Alberto Stasi. Le nuove analisi chiariscono cosa fece davvero Chiara Poggi in quei minuti chiave e fanno crollare una narrazione che per anni ha orientato opinione pubblica e processo.
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Oltre 13 milioni di euro assegnati alle federazioni del tiro nel riparto 2026 di Sport e Salute fotografano una disciplina spesso invisibile nel dibattito pubblico. Tra tesserati ufficiali, praticanti non censiti e risultati internazionali continui, il tiro sportivo italiano si conferma un movimento strutturato, attivo tutto l’anno e non legato solo all’appuntamento olimpico.
Il tiro sportivo in Italia è un movimento in crescita più di quanto raccontino i numeri. Non perché manchino risultati o strutture, ma perché si tratta di una disciplina che sfugge per sua natura alle rilevazioni immediate e alla visibilità ciclica dei grandi eventi. Stimare con precisione le dimensioni del tiro sportivo nel nostro Paese non è semplice: i dati sono frammentati tra più federazioni e specialità, e una parte consistente dei praticanti non rientra nei circuiti ufficiali.
Le stime più attendibili parlano comunque di oltre 100.000 tesserati, distribuiti tra tiro a volo, tiro a segno, tiro dinamico e altre discipline affini. A questa base va aggiunta una platea informale di appassionati che frequentano poligoni e campi di tiro senza un tesseramento stabile: una fascia difficilmente quantificabile, ma che secondo alcune valutazioni potrebbe arrivare a diverse centinaia di migliaia di persone. Numeri che non collocano il tiro tra gli sport di massa, ma che ne confermano la solidità all’interno del sistema sportivo nazionale. Questo quadro trova una prima conferma nel riparto dei contributi pubblici per il 2026 deliberato da Sport e Salute. Su un totale di 344,4 milioni di euro destinati agli organismi sportivi, il comparto del tiro – escludendo il tiro con l’arco – riceve complessivamente oltre 13 milioni di euro. Una cifra che riflette risultati internazionali continui e una capacità organizzativa valutata positivamente dal Modello algoritmico dei contributi (MaC), lo strumento adottato per misurare performance, crescita e utilizzo efficiente delle risorse pubbliche.
Nel dettaglio, la Federazione italiana Tiro a volo supera i 7,19 milioni di euro, collocandosi attorno alla quindicesima posizione nel ranking generale dei contributi. L’Unione italiana Tiro a segno riceve poco più di 4 milioni, mentre la Federazione italiana Discipline con Armi sportive da caccia si attesta sopra 1,55 milioni. Più contenuta in valore assoluto, ma significativa sul piano percentuale, la quota assegnata alla Federazione italiana Tiro dinamico sportivo, che registra l’incremento massimo consentito dal sistema, pari al 15%. I finanziamenti si inseriscono in un contesto più ampio di crescita del sistema sportivo italiano, sostenuto da un meccanismo di autofinanziamento attivo dal 2019 e da una politica pubblica orientata a premiare non solo il merito agonistico, ma anche l’impatto sociale e la sostenibilità gestionale. Le risorse complessive destinate allo sport, alimentate in larga parte dal prelievo fiscale generato dal calcio professionistico, hanno continuato ad aumentare nonostante la crisi pandemica, con effetti visibili sull’ampliamento della base dei praticanti.
Al di là dei numeri, il tiro sportivo resta una disciplina che vive soprattutto nella quotidianità dei poligoni e dei campi di tiro. È uno sport strutturato su percorsi formativi graduali, che possono iniziare in giovane età con le armi ad aria compressa e proseguire, nel tempo, verso specialità più complesse. La progressione è scandita da livelli tecnici precisi e da un sistema di controlli che pone la sicurezza come requisito imprescindibile. Allenatori, istruttori e ufficiali di gara garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i tiratori, soprattutto quelli alle prime armi, in un contesto rigidamente regolamentato.
Dal punto di vista della prestazione, il tiro sportivo richiede un equilibrio specifico tra precisione tecnica, forza mentale e condizione fisica. La stabilità del gesto, la capacità di concentrazione e la gestione della pressione sono fattori determinanti, tanto quanto l’allenamento muscolare. È una combinazione che spiega perché i percorsi agonistici siano spesso lunghi e perché i risultati arrivino dopo anni di lavoro lontano dall’attenzione mediatica. Il legame con le Olimpiadi contribuisce a dare visibilità alla disciplina, ma ne rappresenta solo una parte. Il tiro sportivo è presente quasi ininterrottamente nel programma dei Giochi moderni e oggi comprende sei specialità olimpiche, tra bersagli fissi e mobili. Tuttavia, la sua struttura non si esaurisce nel quadriennio olimpico: vive di attività federale costante, di competizioni nazionali e internazionali e di un movimento che, pur restando lontano dalle prime pagine, continua a produrre risultati e praticanti.
Lo stanziamento per il 2026 conferma questa continuità. Più che un’attenzione episodica, i fondi destinati al tiro sportivo certificano l’esistenza di un settore che funziona, cresce in modo misurato e contribuisce, nel suo perimetro, alla tenuta complessiva dello sport italiano. Un mondo che emerge raramente nel dibattito pubblico, ma che esiste ben oltre la vetrina olimpica.
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