Lunedì, prima del Consiglio Affari generali di ieri, 16 paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno presentato una dichiarazione congiunta per ridisegnare i contorni del prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Una mossa politica arrivata alla vigilia della riunione dei ministri per gli Affari europei.
Il Qfp è strutturato su cicli di sette anni e fissa i tetti massimi di spesa per le grandi categorie di politiche europee, come coesione territoriale, agricoltura, ricerca, difesa, infrastrutture. La Commissione ha presentato l’estate scorsa la sua proposta per il ciclo 2028-2034, per la cifra mostruosa di 1.900 miliardi di euro, con un aumento del 32% rispetto al precedente Qfp 2021-2027 che era di 1.200 miliardi di euro.
I 16 Paesi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia) si sono riuniti sotto il cappello informale degli «Amici della Coesione» per firmare una proposta che riguarda tre grandi voci comprese nel primo «pilastro» del Qfp, ossia la Politica di coesione (che finanzia infrastrutture nelle aree più povere dell’Ue), la Politica agricola comune e la Politica comune della pesca. Nella proposta della Commissione queste tre politiche sono le uniche a subire riduzioni in termini reali. I 16 chiedono invece un aumento degli stanziamenti per gli Stati membri, considerandole politiche «radicate nei Trattati». Attualmente coesione e agricoltura rappresentano circa il 60% del bilancio complessivo dell’Ue, ma nella proposta della Commissione la quota scenderebbe al 44%.
La seconda proposta riguarda la governance, su cui i 16 vogliono che la programmazione dei fondi resti «interamente responsabilità degli Stati membri». La critica in questo caso è verso i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato, che legano l’erogazione dei fondi a riforme europee, ricalcando la logica del Recovery Fund.
Le raccomandazioni europee, sostengono i firmatari, non devono «tradursi automaticamente in obblighi». Sul fronte delle entrate, la dichiarazione chiede di valutare «uno schema di rimborso più graduale» del debito contratto con Next Generation Eu e «nuovi strumenti di prestito congiunto» per finanziare investimenti strategici. In sostanza, nuovo debito comune europeo.
Su quest’ultimo aspetto la risposta tedesca era arrivata già ad aprile, allorché il cancelliere Friedrich Merz aveva dichiarato che né un maggiore indebitamento né l’emissione di bond europei sul mercato dei capitali sono «in discussione» da parte tedesca. Berlino è il maggiore contributore netto al bilancio Ue e si oppone sia all’allargamento del bilancio sia al debito condiviso, e non a caso. Il governo Merz è pressato a destra dall’ascesa elettorale dell’AfD, mentre nella famiglia politica moderata la Csu bavarese si sta agitando molto. Peraltro, il debito comune non è previsto dagli attuali trattati e introdurlo richiederebbe la modifica degli stessi, con anni di negoziati che nessuno vuole.
Il comunicato stampa del Consiglio Affari generali di ieri non fa menzione della dichiarazione degli «Amici della Coesione» e si limita a descrivere la proposta di Qfp della Commissione, che comprende i Piani di partenariato nazionale e regionale, il nuovo Fondo europeo per la competitività per settori e tecnologie strategiche, lo strumento Europa globale per i partenariati esterni, il Connecting Europe Facility per le infrastrutture transfrontaliere, il Programma per il mercato unico e le dogane per la cooperazione amministrativa.
Le proposte dei 16 segnalano l’ennesima spaccatura che attraversa l’Europa, tra i Paesi del Nord che non vogliono un aumento del bilancio Ue, e i percettori netti di fondi cui invece la proposta della Commissione non dispiace, almeno nella cifra totale. «Non possiamo continuare a spendere sempre di più in settori tradizionali», ha dichiarato ieri ai giornalisti Marie Bjerre, ministra danese per gli Affari europei, riferendosi all’agricoltura e alla coesione.
Delle proposte dei 16, il rigetto dei Piani di partenariato è quella più centrata, perché tali Patti sarebbero una replica del meccanismo deprecabile del Pnrr, cioè soldi condizionati agli obiettivi europei. In pratica, un modo per comprare le riforme.
Un dubbio però riguarda la posizione dell’Italia, se si considera che 14 dei 16 «Amici» sono percettori netti di fondi del bilancio europeo. Solo Italia e Spagna sono contributori netti e forse questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme a Roma. Conviene all’Italia fare fronte comune con Paesi che beneficiano strutturalmente del sistema molto più di quanto non vi contribuiscano? E vi è qualche ragione nell’allinearsi su questo con il governo socialista dell’altro contributore netto, la Spagna?
Un aumento del bilancio europeo significherebbe per Roma versare di più senza ricevere di più nella stessa proporzione. Se poi l'alternativa fosse finanziare il bilancio con risorse proprie europee, cioè con nuove tasse a livello Ue, il conto per i contribuenti italiani sarebbe ancora più salato.