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2018-12-28
Un morto e quattro feriti. Il peggio degli ultrà si è radunato a San Siro con mazze e roncole
ANSA
Milano, ore 19.30 del giorno di Santo Stefano, angolo tra via Fratelli Zoia e via Novara: dieci furgoncini da nove posti l'uno partiti da Napoli sono fermi in coda nel traffico meneghino, insieme ad altre auto. La polizia li attende a due minuti di strada per scortarli allo stadio Meazza, dopo esser stata avvisata via radio da una volante che li aveva notati all'uscita della tangenziale e aveva cominciato a seguirli. Un gruppo di ultrà nerazzurri, affiancati anche da elementi provenienti dalle curve del Nizza e del Varese (circa 100 persone coperte da cappucci e passamontagna) anticipa il servizio d'ordine e si fa strada tra le auto. L'assalto è immediato. Il primo furgoncino viene colpito con mazze da baseball e bastoni. I tifosi del Napoli scendono e in strada scoppia la rissa: quattro ultrà partenopei vengono accoltellati durante gli scontri. Tre di loro verranno medicati sul posto. Il quarto, con un brutto taglio all'altezza dell'addome, finirà in codice giallo all'ospedale Sacco. Sono minuti di violenza cieca, poi, all'arrivo in forze della polizia, scatta una fuga generale. Tra i fumogeni e le auto che sgommano, un Suv di colore scuro fa manovra, si sposta sulla corsia di sorpasso e, contromano, parte a tutto gas. Nelle immagini recuperate dalla Digos si vede che il mezzo urta un uomo e lo sbalza a terra. L'indagine della polizia sugli scontri tra i tifosi della partita Inter-Napoli di mercoledì comincia da qui. Da questo momento preciso. E da un'accusa che, con molta probabilità, sarà omicidio stradale: «Non si sa chi era alla guida del Suv e non abbiamo nemmeno la certezza che si sia accorto», ha spiegato il questore di Milano, Marcello Cardona.
La vittima della manovra era fra gli ultrà dell'Inter: Daniele Belardinelli detto Dede, classe 1983, di Varese, piastrellista con una passione per le arti marziali, indicato come uno dei capi della frangia di tifosi del Varese calcio (gemellati con gli ultrà dell'Inter) denominata Blood & Honour, Sangue e onore, motto della gioventù hitleriana. Belardinelli aveva precedenti specifici per reati da stadio e due Daspo (diffide dalla partecipazione a eventi sportivi) alle spalle. Nel 2007 diede un schiaffo a Sean Sogliano, all'epoca direttore sportivo del Varese, perché non voleva far scendere in campo la squadra dopo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri. Scontato il primo Daspo, fu coinvolto in uno scontro tra tifoserie durante una partita amichevole tra Como e Inter (occasione in cui, esattamente come l'altroieri, i tifosi del Varese si recarono sul Lario per dar man forte agli interisti contro i rivali di turno) che gli costò altri cinque anni di lontananza coatta dagli stadi. A Varese era noto anche per i suoi successi nella scherma corta con la Fight academy di Morazzone (paese in cui viveva). Era infatti campione in tutte le specialità di gara: coltello, giacca e coltello e capraia.
«I primi ad attirare l'attenzione sulla vittima», ha spiegato il questore, «sono stati i tifosi del Napoli, poi quelli dell'Inter lo hanno portato in macchina in ospedale». I medici hanno provato disperatamente a intervenire sulle gravi lesioni alla milza, all'aorta toracica e addominale e sulle diverse fratture, tra cui quella al femore. Ma non c'è stato nulla da fare e, ieri mattina alle 4.30, l'ultrà del Varese è morto. «Si sono dette molte cose sbagliate su di lui», ha dichiarato ieri la moglie Cristina a Varesenews, «era un bravo padre e un gran lavoratore. La casa, le macchine e il furgone sono il frutto del suo lavoro». Anche dal mondo del basket arrivano attestati di stima per Belardinelli: dalla tifoseria organizzata della curva dell'Olimpia Milano al Forum di Assago fanno sapere di aver avuto «il privilegio di conoscerlo e di ammirare il suo esempio di stile ultrà».
Nessuno si sbilancia su un possibile legame tra i tafferugli e l'investimento. Anche perché la dinamica è ancora in fase di analisi e gli investigatori stanno ancora raccogliendo i video amatoriali girati con gli smartphone dai passanti. L'investitore anonimo potrebbe anche essere un automobilista che si è trovato lì per caso e che, preso dal panico, ha azzardato la manovra ed è partito a tutta velocità. Oppure potrebbe trattarsi di un tifoso che cercava di raggiungere lo stadio, anche se, confermano gli investigatori, di solito soltanto i furgoncini viaggiano in carovana. E se da un lato la polizia è concentrata nella caccia al pirata della strada, dall'altro sta cercando di individuare uno a uno i facinorosi che hanno eseguito quella che il questore ha definito «un'azione squadrista». Che, probabilmente, le tifoserie meditavano già da tempo. Gli ultrà del Nizza (che come quelli del Varese sono gemellati con i nerazzurri) non erano ancora riusciti a regolare i conti con i napoletani per gli scontri durante i preliminari di Champions League del 2017. L'agguato, insomma, per la dinamica con cui si è sviluppato, ha tutta l'aria di essere stato premeditato. Anche per questo motivo in Questura si respira aria pesante. Il questore (per motivi di ordine pubblico che, si apprende da fonti dell'ufficio di gabinetto, motiverà nelle sedi opportune) ha chiesto di vietare le trasferte dell'Inter fino alla fine del campionato e la chiusura della curva Nord di San Siro fino a marzo 2019 (ovvero altre cinque partite). Tre ultrà interisti coinvolti nella guerriglia sono stati già individuati e arrestati. L'accusa è rissa aggravata e lesioni personali. Su quella che gli investigatori ora chiamano «scena dell'evento» è stata recuperata, tra vari bastoni, spranghe e martelli, anche una roncola. «Saranno emessi Daspo durissimi per tutti quelli che hanno partecipato all'agguato», ha annunciato il questore, proprio mentre i suoi uomini, dopo le perquisizioni nelle abitazioni dei sospettati, stanno valutando almeno nove provvedimenti da emettere nelle prossime ore.
Fabio Amendolara
I guai del calcio non si risolveranno con l’antirazzismo della domenica
Tutti eroi del giorno dopo. Tutti in corsa per l'Abbondino d'oro, premio alla carriera dedicato a chi si avvicina di più al don Abbondio manzoniano. Quello che decideva di non decidere perché «il coraggio uno non se lo può dare». Il sindaco, l'arbitro, il questore, l'allenatore, i colleghi in campo, il procuratore federale; tutti protagonisti a San Siro durante Inter-Napoli dello stesso triste presepe che in Italia va di moda da Natale a Ferragosto: quello dello scaricabarile. Perché il problema del razzismo negli stadi non riguarda soltanto una minoranza di imbecilli che alimentano le loro frustrazioni ululando contro gli avversari di colore, ma affonda le sue radici nell'insipienza, nella cattiva coscienza, nell'inettitudine delle autorità incapaci di far rispettare regole solennemente stabilite.
Da noi funziona a meraviglia solo la filosofia della «prossima volta». Per accorgersene basta ascoltare le dichiarazioni delle statuine gallonate il giorno dopo i fatti, quando Kalidou Koulibaly era ormai uscito di scena cornuto e mazziato; quando la partita era inevitabilmente virata in rissa (da boxing game a game di boxe); quando le tv che pagano miliardi per comprare un simile spettacolo avevano mostrato ovvia indignazione. Allora, solo allora, le autorità hanno aperto le imposte e hanno fatto capolino da dietro le loro tendine di pizzo. Il sindaco arcobaleno di Milano, Beppe Sala, è stato il primo in ordine di apparizione: «Chiedo scusa al giocatore insultato a nome mio e della Milano sana, che vuol testimoniare che si può sentirsi fratelli nonostante i tempi difficili in cui viviamo. Mi piacerebbe che a Empoli la fascia di capitano dell'Inter la portasse Asamoah. La prossima volta ai primi buu mi alzerò e me ne andrò».
Poteva farlo in diretta. Uscire dalla tribuna d'onore è facile, basta chiedere a Javier Zanetti di spostarsi un attimo. In Italia non mancano mai l'indignazione del giorno dopo e la minaccia civile: c'è sempre una prossima volta. Anche per il questore Marcello Cardona, ex arbitro, che spiega: «Qui siamo nella demenza di offendere la squadra avversaria anche quando ci sono giocatori di colore nella propria. Dopo gli ultimi cori a cinque minuti dalla fine la partita andava sospesa». E perché mai la massima autorità di pubblica sicurezza della città non l'ha fatta sospendere? «Era il caso di creare casino pubblico con tutto quello che stava succedendo? No».
In attesa di sapere quando è il caso - di sicuro «la prossima volta» -, e in attesa di vedere i giocatori di colore della squadra avversaria, per esempio dell'Inter, andarsene per solidarietà (sarebbe un gesto impagabile, mai che succeda), registriamo la dichiarazione dell'allenatore del Napoli, Carlo Ancelotti: «Abbiamo chiesto tre volte la sospensione ma niente. La prossima volta ci fermiamo noi, dobbiamo lasciare il campo». Poteva alzarsi dalla panchina, andare dal collega Luciano Spalletti e dirgli: «Se tu non ti vergogni per ciò che succede, mi vergogno io. Ce ne andiamo insieme o me ne vado da solo. Ciao». Non ha avuto il coraggio di farlo, anche per lui c'è sempre una prossima volta, anche lui don Abbondio.
Ora chiacchierano tutti, anzi fanno a gara, si arrampicano l'uno sulle frasi dell'altro, salgono sulla babele di congetture, promettono pene esemplari. Ma mentre i buu travolgevano Koulibaly e la sua dignità, nessuno si è mosso. E non raccontiamoci la favola della sorpresa, perché gli stessi latrati si sentono tutte le domeniche in tutte le partite, quando non compaiono le banane. Dov'era l'arbitro Paolo Silvio Mazzoleni, che avrebbe potuto sospendere la gara? Aveva forse un brano dei Deep Purple a palla negli auricolari?
«È l'ultima che mi fai, domani ti punisco». Molti genitori sanno che questo è il modo migliore per trasformare figli vivaci in bimbi minkia autoreferenziali e fuori controllo; figuriamoci se il metodo può funzionare con gli ultrà inclini al razzismo più becero. Con la filosofia della «prossima volta» non si va lontani, al massimo si finisce per penalizzare la parte sana della tifoseria con le squalifiche del campo. Il peggio non poteva che arrivare dalla Procura federale, l'organo di disciplina sportiva, che ha un suo rappresentante negli stadi e dovrebbe coordinarsi con il questore per indurre il mondo sportivo a prendere le decisioni più gravi. Ventiquattro ore dopo i fatti, il procuratore Giuseppe Pecoraro affermava, come se si trattasse di un caso del tutto teorico riguardante qualcosa avvenuto in Alaska: «Per me quella partita andava sospesa».
Il razzismo negli stadi si debella con due parole che ovunque hanno un senso, ma nell'Italia tutta incenso e sacrestia fanno ribrezzo: legge e ordine. In Inghilterra la violenza è stata debellata così. Ancora oggi esistono gli hooligans e le risse nei pub di Liverpool o di Manchester non fanno notizia. Ma dentro gli stadi non si sente volare una mosca perché chi viola le regole finisce in carcere: processo per direttissima, Daspo a vita, prigione. E il conto dei danneggiamenti recapitato a casa. Funziona.
Da noi si tende a dilazionare, a giustificare, a voler applicare anche laddove è impossibile l'ipocrisia del perdonismo. Tre anni fa a Bergamo, per stroncare un raid vergognoso in centro città fra le mamme con i passeggini, la polizia arrestò una quindicina di ultrà. Alcuni minorenni, tutti incarcerati. Nei giorni successivi la questura si trovò davanti a un problema inatteso; i genitori in processione ne chiedevano la liberazione, accompagnati da amici sacerdoti e da un'unica inquietante giustificazione: «In fondo sono tutti figli di questa terra».
Gridare al lupo prima e lavarsi la coscienza dopo (all'italiana) è perdente, mortificante. Ecco perché responsabili delle miserie da stadio non sono solo i teppisti ma anche chi, pur avendone l'autorità, non fa rispettare le leggi. Se non domani. L'ultima statuetta del triste presepe è il professionista della strumentalizzazione, colui che (come spiegava Albert Camus ne La peste) getta topi infetti dai tombini. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha parlato di «razzismo di Stato». «Poteva mai essere sospesa la partita in un Paese che vede nel governo un ministro dell'Interno che dovrebbe garantire la sicurezza negli stadi, ma che cantava qualche anno fa cori razzisti contro i napoletani?».
Buttarla in politica significa dare forza ai reprobi. E costringere Koulibaly a scendere in campo anche la prossima volta con i tappi nelle orecchie.
Giorgio Gandola
Meazza chiuso, castigati gli onesti
Il conto della vergogna dei cori e degli ululati razzisti partiti dalla curva nord di San Siro nel corso di Inter-Napoli lo pagheranno i tifosi perbene: il giudice sportivo, Gerardo Mastrandrea, ieri ha inflitto alla società nerazzurra due gare a porte chiuse, mentre una terza verrà disputata con la sola curva chiusa. L'Inter giocherà senza il suo pubblico il match di Coppa Italia contro il Benevento (il prossimo 13 gennaio) e quello contro il Sassuolo alla ripresa del campionato di serie A (19 gennaio). La sanzione, si legge nella motivazione, è stata inflitta per «cori insultanti di matrice territoriale, reiterati per tutta la durata della gara, nei confronti dei sostenitori della squadra avversaria, provenienti dalla grande maggioranza dei tifosi assiepati nel settore indicato e percepiti anche in tutto l'impianto» e per «coro denigratorio di matrice razziale» indirizzato al difensore del Napoli Kalidou Koulibaly.
Per lo stesso Koulibaly arriva una squalifica per due giornate, «per comportamento scorretto nei confronti di un avversario; già diffidato (una giornata); per avere, al 35° del secondo tempo, dopo la notifica del provvedimento di ammonizione, rivolto al direttore di gara un ironico applauso (una giornata)». Due turni di squalifica anche per Lorenzo Insigne, attaccante dei partenopei espulso «al 48° del secondo tempo per avere rivolto al direttore di gara un epiteto gravemente insultante, sanzione aggravata perché capitano».
Il questore di Milano, Marcello Cardona, aveva chiesto di «vietare le trasferte dell'Inter fino al termine del campionato» e «l'immediata chiusura della curva per cinque giornate e una di Coppa Italia, fino al 31 marzo 2019». La Prefettura di Firenze - per competenza territoriale - ha deciso di chiudere il settore ospiti per la gara tra Empoli e Inter in programma domani nella cittadina toscana. Sarà anche proibita la vendita di biglietti per lo stadio Castellani ai residenti in Lombardia.
Ancora una volta, dunque, la stupidità di un manipolo di ignoranti finisce per colpire i veri tifosi, gli appassionati di calcio, le famiglie che vanno allo stadio per godersi lo spettacolo e sostenere la propria squadra. Subito dopo l'annuncio della chiusura di San Siro per due turni, sui social network si sono moltiplicate le proteste dei tifosi interisti e in particolare degli abbonati, che non potranno assistere alle prossime due partite, con un danno economico e morale non indifferente.
In molti, dopo la morte dell'ultrà Daniele Belardinelli, avevano chiesto lo stop al campionato di Serie A, ma la Figc ha detto no: il prossimo turno si disputerà regolarmente. «Sabato in Serie A si gioca», ha detto il presidente della Figc, Gabriele Gravina, «ho parlato un po' con tutti per sentire il clima intorno a ciò che è successo ieri e all'unanimità, dai sottosegretari Giorgetti e Valente alla Lega di Serie A e al presidente del Coni, abbiamo deciso di andare avanti».
Intanto, sul campionato incombe il braccio di ferro tra Carlo Ancelotti e la Figc. Il tecnico azzurro, che ha lamentato la mancata sospensione della partita, ha annunciato che se dovessero ripetersi cori razzisti sarà il Napoli a lasciare il campo. «Se una squadra», ha risposto Gravina, «decidesse di lasciare il campo per cori razzisti violerebbe le norme».
Carlo Tarallo
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Agguato alla carovana di tifosi napoletani: a dar man forte agli interisti sono arrivati pure da Nizza e da Varese, come l'uomo investito e ucciso.Il giocatore africano Kalidou Koulibaly è stato insultato per il colore della pelle senza che nessuno (dalle istituzioni alla Figc, alle squadre) abbia mosso un dito. Sul tema fa comodo solo urlare. Rigorosamente dopo i fattacci.Due turni di squalifica allo stadio, colpiti anche gli abbonati che non c'entrano nulla con le bestialità dell'altra sera. Ipotesi assurda: fermare la A. Gravina: «No, si gioca».Lo speciale contiene tre articoli Milano, ore 19.30 del giorno di Santo Stefano, angolo tra via Fratelli Zoia e via Novara: dieci furgoncini da nove posti l'uno partiti da Napoli sono fermi in coda nel traffico meneghino, insieme ad altre auto. La polizia li attende a due minuti di strada per scortarli allo stadio Meazza, dopo esser stata avvisata via radio da una volante che li aveva notati all'uscita della tangenziale e aveva cominciato a seguirli. Un gruppo di ultrà nerazzurri, affiancati anche da elementi provenienti dalle curve del Nizza e del Varese (circa 100 persone coperte da cappucci e passamontagna) anticipa il servizio d'ordine e si fa strada tra le auto. L'assalto è immediato. Il primo furgoncino viene colpito con mazze da baseball e bastoni. I tifosi del Napoli scendono e in strada scoppia la rissa: quattro ultrà partenopei vengono accoltellati durante gli scontri. Tre di loro verranno medicati sul posto. Il quarto, con un brutto taglio all'altezza dell'addome, finirà in codice giallo all'ospedale Sacco. Sono minuti di violenza cieca, poi, all'arrivo in forze della polizia, scatta una fuga generale. Tra i fumogeni e le auto che sgommano, un Suv di colore scuro fa manovra, si sposta sulla corsia di sorpasso e, contromano, parte a tutto gas. Nelle immagini recuperate dalla Digos si vede che il mezzo urta un uomo e lo sbalza a terra. L'indagine della polizia sugli scontri tra i tifosi della partita Inter-Napoli di mercoledì comincia da qui. Da questo momento preciso. E da un'accusa che, con molta probabilità, sarà omicidio stradale: «Non si sa chi era alla guida del Suv e non abbiamo nemmeno la certezza che si sia accorto», ha spiegato il questore di Milano, Marcello Cardona. La vittima della manovra era fra gli ultrà dell'Inter: Daniele Belardinelli detto Dede, classe 1983, di Varese, piastrellista con una passione per le arti marziali, indicato come uno dei capi della frangia di tifosi del Varese calcio (gemellati con gli ultrà dell'Inter) denominata Blood & Honour, Sangue e onore, motto della gioventù hitleriana. Belardinelli aveva precedenti specifici per reati da stadio e due Daspo (diffide dalla partecipazione a eventi sportivi) alle spalle. Nel 2007 diede un schiaffo a Sean Sogliano, all'epoca direttore sportivo del Varese, perché non voleva far scendere in campo la squadra dopo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri. Scontato il primo Daspo, fu coinvolto in uno scontro tra tifoserie durante una partita amichevole tra Como e Inter (occasione in cui, esattamente come l'altroieri, i tifosi del Varese si recarono sul Lario per dar man forte agli interisti contro i rivali di turno) che gli costò altri cinque anni di lontananza coatta dagli stadi. A Varese era noto anche per i suoi successi nella scherma corta con la Fight academy di Morazzone (paese in cui viveva). Era infatti campione in tutte le specialità di gara: coltello, giacca e coltello e capraia. «I primi ad attirare l'attenzione sulla vittima», ha spiegato il questore, «sono stati i tifosi del Napoli, poi quelli dell'Inter lo hanno portato in macchina in ospedale». I medici hanno provato disperatamente a intervenire sulle gravi lesioni alla milza, all'aorta toracica e addominale e sulle diverse fratture, tra cui quella al femore. Ma non c'è stato nulla da fare e, ieri mattina alle 4.30, l'ultrà del Varese è morto. «Si sono dette molte cose sbagliate su di lui», ha dichiarato ieri la moglie Cristina a Varesenews, «era un bravo padre e un gran lavoratore. La casa, le macchine e il furgone sono il frutto del suo lavoro». Anche dal mondo del basket arrivano attestati di stima per Belardinelli: dalla tifoseria organizzata della curva dell'Olimpia Milano al Forum di Assago fanno sapere di aver avuto «il privilegio di conoscerlo e di ammirare il suo esempio di stile ultrà».Nessuno si sbilancia su un possibile legame tra i tafferugli e l'investimento. Anche perché la dinamica è ancora in fase di analisi e gli investigatori stanno ancora raccogliendo i video amatoriali girati con gli smartphone dai passanti. L'investitore anonimo potrebbe anche essere un automobilista che si è trovato lì per caso e che, preso dal panico, ha azzardato la manovra ed è partito a tutta velocità. Oppure potrebbe trattarsi di un tifoso che cercava di raggiungere lo stadio, anche se, confermano gli investigatori, di solito soltanto i furgoncini viaggiano in carovana. E se da un lato la polizia è concentrata nella caccia al pirata della strada, dall'altro sta cercando di individuare uno a uno i facinorosi che hanno eseguito quella che il questore ha definito «un'azione squadrista». Che, probabilmente, le tifoserie meditavano già da tempo. Gli ultrà del Nizza (che come quelli del Varese sono gemellati con i nerazzurri) non erano ancora riusciti a regolare i conti con i napoletani per gli scontri durante i preliminari di Champions League del 2017. L'agguato, insomma, per la dinamica con cui si è sviluppato, ha tutta l'aria di essere stato premeditato. Anche per questo motivo in Questura si respira aria pesante. Il questore (per motivi di ordine pubblico che, si apprende da fonti dell'ufficio di gabinetto, motiverà nelle sedi opportune) ha chiesto di vietare le trasferte dell'Inter fino alla fine del campionato e la chiusura della curva Nord di San Siro fino a marzo 2019 (ovvero altre cinque partite). Tre ultrà interisti coinvolti nella guerriglia sono stati già individuati e arrestati. L'accusa è rissa aggravata e lesioni personali. Su quella che gli investigatori ora chiamano «scena dell'evento» è stata recuperata, tra vari bastoni, spranghe e martelli, anche una roncola. «Saranno emessi Daspo durissimi per tutti quelli che hanno partecipato all'agguato», ha annunciato il questore, proprio mentre i suoi uomini, dopo le perquisizioni nelle abitazioni dei sospettati, stanno valutando almeno nove provvedimenti da emettere nelle prossime ore.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-morto-e-quattro-feriti-il-peggio-degli-ultra-si-e-radunato-a-san-siro-con-mazze-e-roncole-2624518555.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-guai-del-calcio-non-si-risolveranno-con-lantirazzismo-della-domenica" data-post-id="2624518555" data-published-at="1778440822" data-use-pagination="False"> I guai del calcio non si risolveranno con l’antirazzismo della domenica Tutti eroi del giorno dopo. Tutti in corsa per l'Abbondino d'oro, premio alla carriera dedicato a chi si avvicina di più al don Abbondio manzoniano. Quello che decideva di non decidere perché «il coraggio uno non se lo può dare». Il sindaco, l'arbitro, il questore, l'allenatore, i colleghi in campo, il procuratore federale; tutti protagonisti a San Siro durante Inter-Napoli dello stesso triste presepe che in Italia va di moda da Natale a Ferragosto: quello dello scaricabarile. Perché il problema del razzismo negli stadi non riguarda soltanto una minoranza di imbecilli che alimentano le loro frustrazioni ululando contro gli avversari di colore, ma affonda le sue radici nell'insipienza, nella cattiva coscienza, nell'inettitudine delle autorità incapaci di far rispettare regole solennemente stabilite. Da noi funziona a meraviglia solo la filosofia della «prossima volta». Per accorgersene basta ascoltare le dichiarazioni delle statuine gallonate il giorno dopo i fatti, quando Kalidou Koulibaly era ormai uscito di scena cornuto e mazziato; quando la partita era inevitabilmente virata in rissa (da boxing game a game di boxe); quando le tv che pagano miliardi per comprare un simile spettacolo avevano mostrato ovvia indignazione. Allora, solo allora, le autorità hanno aperto le imposte e hanno fatto capolino da dietro le loro tendine di pizzo. Il sindaco arcobaleno di Milano, Beppe Sala, è stato il primo in ordine di apparizione: «Chiedo scusa al giocatore insultato a nome mio e della Milano sana, che vuol testimoniare che si può sentirsi fratelli nonostante i tempi difficili in cui viviamo. Mi piacerebbe che a Empoli la fascia di capitano dell'Inter la portasse Asamoah. La prossima volta ai primi buu mi alzerò e me ne andrò». Poteva farlo in diretta. Uscire dalla tribuna d'onore è facile, basta chiedere a Javier Zanetti di spostarsi un attimo. In Italia non mancano mai l'indignazione del giorno dopo e la minaccia civile: c'è sempre una prossima volta. Anche per il questore Marcello Cardona, ex arbitro, che spiega: «Qui siamo nella demenza di offendere la squadra avversaria anche quando ci sono giocatori di colore nella propria. Dopo gli ultimi cori a cinque minuti dalla fine la partita andava sospesa». E perché mai la massima autorità di pubblica sicurezza della città non l'ha fatta sospendere? «Era il caso di creare casino pubblico con tutto quello che stava succedendo? No». In attesa di sapere quando è il caso - di sicuro «la prossima volta» -, e in attesa di vedere i giocatori di colore della squadra avversaria, per esempio dell'Inter, andarsene per solidarietà (sarebbe un gesto impagabile, mai che succeda), registriamo la dichiarazione dell'allenatore del Napoli, Carlo Ancelotti: «Abbiamo chiesto tre volte la sospensione ma niente. La prossima volta ci fermiamo noi, dobbiamo lasciare il campo». Poteva alzarsi dalla panchina, andare dal collega Luciano Spalletti e dirgli: «Se tu non ti vergogni per ciò che succede, mi vergogno io. Ce ne andiamo insieme o me ne vado da solo. Ciao». Non ha avuto il coraggio di farlo, anche per lui c'è sempre una prossima volta, anche lui don Abbondio. Ora chiacchierano tutti, anzi fanno a gara, si arrampicano l'uno sulle frasi dell'altro, salgono sulla babele di congetture, promettono pene esemplari. Ma mentre i buu travolgevano Koulibaly e la sua dignità, nessuno si è mosso. E non raccontiamoci la favola della sorpresa, perché gli stessi latrati si sentono tutte le domeniche in tutte le partite, quando non compaiono le banane. Dov'era l'arbitro Paolo Silvio Mazzoleni, che avrebbe potuto sospendere la gara? Aveva forse un brano dei Deep Purple a palla negli auricolari? «È l'ultima che mi fai, domani ti punisco». Molti genitori sanno che questo è il modo migliore per trasformare figli vivaci in bimbi minkia autoreferenziali e fuori controllo; figuriamoci se il metodo può funzionare con gli ultrà inclini al razzismo più becero. Con la filosofia della «prossima volta» non si va lontani, al massimo si finisce per penalizzare la parte sana della tifoseria con le squalifiche del campo. Il peggio non poteva che arrivare dalla Procura federale, l'organo di disciplina sportiva, che ha un suo rappresentante negli stadi e dovrebbe coordinarsi con il questore per indurre il mondo sportivo a prendere le decisioni più gravi. Ventiquattro ore dopo i fatti, il procuratore Giuseppe Pecoraro affermava, come se si trattasse di un caso del tutto teorico riguardante qualcosa avvenuto in Alaska: «Per me quella partita andava sospesa». Il razzismo negli stadi si debella con due parole che ovunque hanno un senso, ma nell'Italia tutta incenso e sacrestia fanno ribrezzo: legge e ordine. In Inghilterra la violenza è stata debellata così. Ancora oggi esistono gli hooligans e le risse nei pub di Liverpool o di Manchester non fanno notizia. Ma dentro gli stadi non si sente volare una mosca perché chi viola le regole finisce in carcere: processo per direttissima, Daspo a vita, prigione. E il conto dei danneggiamenti recapitato a casa. Funziona. Da noi si tende a dilazionare, a giustificare, a voler applicare anche laddove è impossibile l'ipocrisia del perdonismo. Tre anni fa a Bergamo, per stroncare un raid vergognoso in centro città fra le mamme con i passeggini, la polizia arrestò una quindicina di ultrà. Alcuni minorenni, tutti incarcerati. Nei giorni successivi la questura si trovò davanti a un problema inatteso; i genitori in processione ne chiedevano la liberazione, accompagnati da amici sacerdoti e da un'unica inquietante giustificazione: «In fondo sono tutti figli di questa terra». Gridare al lupo prima e lavarsi la coscienza dopo (all'italiana) è perdente, mortificante. Ecco perché responsabili delle miserie da stadio non sono solo i teppisti ma anche chi, pur avendone l'autorità, non fa rispettare le leggi. Se non domani. L'ultima statuetta del triste presepe è il professionista della strumentalizzazione, colui che (come spiegava Albert Camus ne La peste) getta topi infetti dai tombini. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha parlato di «razzismo di Stato». «Poteva mai essere sospesa la partita in un Paese che vede nel governo un ministro dell'Interno che dovrebbe garantire la sicurezza negli stadi, ma che cantava qualche anno fa cori razzisti contro i napoletani?». Buttarla in politica significa dare forza ai reprobi. E costringere Koulibaly a scendere in campo anche la prossima volta con i tappi nelle orecchie. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-morto-e-quattro-feriti-il-peggio-degli-ultra-si-e-radunato-a-san-siro-con-mazze-e-roncole-2624518555.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meazza-chiuso-castigati-gli-onesti" data-post-id="2624518555" data-published-at="1778440822" data-use-pagination="False"> Meazza chiuso, castigati gli onesti Il conto della vergogna dei cori e degli ululati razzisti partiti dalla curva nord di San Siro nel corso di Inter-Napoli lo pagheranno i tifosi perbene: il giudice sportivo, Gerardo Mastrandrea, ieri ha inflitto alla società nerazzurra due gare a porte chiuse, mentre una terza verrà disputata con la sola curva chiusa. L'Inter giocherà senza il suo pubblico il match di Coppa Italia contro il Benevento (il prossimo 13 gennaio) e quello contro il Sassuolo alla ripresa del campionato di serie A (19 gennaio). La sanzione, si legge nella motivazione, è stata inflitta per «cori insultanti di matrice territoriale, reiterati per tutta la durata della gara, nei confronti dei sostenitori della squadra avversaria, provenienti dalla grande maggioranza dei tifosi assiepati nel settore indicato e percepiti anche in tutto l'impianto» e per «coro denigratorio di matrice razziale» indirizzato al difensore del Napoli Kalidou Koulibaly. Per lo stesso Koulibaly arriva una squalifica per due giornate, «per comportamento scorretto nei confronti di un avversario; già diffidato (una giornata); per avere, al 35° del secondo tempo, dopo la notifica del provvedimento di ammonizione, rivolto al direttore di gara un ironico applauso (una giornata)». Due turni di squalifica anche per Lorenzo Insigne, attaccante dei partenopei espulso «al 48° del secondo tempo per avere rivolto al direttore di gara un epiteto gravemente insultante, sanzione aggravata perché capitano». Il questore di Milano, Marcello Cardona, aveva chiesto di «vietare le trasferte dell'Inter fino al termine del campionato» e «l'immediata chiusura della curva per cinque giornate e una di Coppa Italia, fino al 31 marzo 2019». La Prefettura di Firenze - per competenza territoriale - ha deciso di chiudere il settore ospiti per la gara tra Empoli e Inter in programma domani nella cittadina toscana. Sarà anche proibita la vendita di biglietti per lo stadio Castellani ai residenti in Lombardia. Ancora una volta, dunque, la stupidità di un manipolo di ignoranti finisce per colpire i veri tifosi, gli appassionati di calcio, le famiglie che vanno allo stadio per godersi lo spettacolo e sostenere la propria squadra. Subito dopo l'annuncio della chiusura di San Siro per due turni, sui social network si sono moltiplicate le proteste dei tifosi interisti e in particolare degli abbonati, che non potranno assistere alle prossime due partite, con un danno economico e morale non indifferente. In molti, dopo la morte dell'ultrà Daniele Belardinelli, avevano chiesto lo stop al campionato di Serie A, ma la Figc ha detto no: il prossimo turno si disputerà regolarmente. «Sabato in Serie A si gioca», ha detto il presidente della Figc, Gabriele Gravina, «ho parlato un po' con tutti per sentire il clima intorno a ciò che è successo ieri e all'unanimità, dai sottosegretari Giorgetti e Valente alla Lega di Serie A e al presidente del Coni, abbiamo deciso di andare avanti». Intanto, sul campionato incombe il braccio di ferro tra Carlo Ancelotti e la Figc. Il tecnico azzurro, che ha lamentato la mancata sospensione della partita, ha annunciato che se dovessero ripetersi cori razzisti sarà il Napoli a lasciare il campo. «Se una squadra», ha risposto Gravina, «decidesse di lasciare il campo per cori razzisti violerebbe le norme». Carlo Tarallo
Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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Fanno eccezioni le scuole in situazioni disagiate, come nelle piccole isole, nei Comuni montani, nelle zone abitate da minoranze linguistiche dove possono essere costituite classi uniche con un numero di alunni inferiori.
Il problema è che in tutta Italia nascono sempre meno bimbi, da 576.659 del 2008 siamo passati a 355.000 del 2025; il numero medio di figli per donna è sceso da 2,34 del 2008 a 1,14 del 2025 e la soglia d’obbligo della normativa vigente ostacola di fatto l’avvio del ciclo d’istruzione.
Come accade nelle frazioni romagnole di Macerone e Ponte Pietra. «Nell’arco di dieci anni a Cesena abbiamo perso il 33% delle nascite», ha spiegato l’assessore comunale alla Scuola, Elena Baredi, ricordando sul Resto del Carlino che «nel 2020 i nuovi nati erano 624, nel 2025 sono scesi a 471: 153 bambini in meno, un dato pesante se pensiamo agli effetti che avrà sulle scuole primarie nei prossimi anni».
A sedere a settembre sui banchi della prima elementare saranno i bambini nati nel 2020, inizio Covid, e dopo quello che hanno passato tra restrizioni nei giochi all’aria aperta e socialità ridotta per non dire assente, si vedono negare pure il diritto di andare a scuola nel proprio Comune. A Montesicuro, frazione di Ancona, malgrado le rassicurazioni dell’assessore comunale alle Politiche educative, Antonella Andreoli, i genitori non sono ancora certi che partirà la prima elementare. Le domande di iscrizione si sono fermate a quota 8 e rimane il rischio di dover spostare i bambini su altri plessi, con grande disagio delle famiglie malgrado sia stato promesso il trasporto scolastico.
In Toscana, sulle colline della Valdinievole, nel Comune di Massa e Cozzile, con soli 11 bambini iscritti l’Ufficio scolastico regionale potrebbe non attivare la classe prima. I cittadini hanno promosso una raccolta firme, segnalando che il Comune ha investito nel recupero di cinque appartamenti nel centro storico per attirare nuove famiglie e sarebbe un controsenso tagliare i servizi scolastici. Secondo l’associazione Gilda degli insegnanti di Lucca e Massa Carrara, la stima del calo delle iscrizioni 2026-2027 nella scuola primaria è del - 6,8% rispetto al 2025, con conseguente mancata attivazione delle classi prime.
La Puglia registra -950 iscrizioni nella scuola primaria, con perdite più importanti a Taranto (-6,76%), oltre a prevedere una diminuzione di 3.080 studenti considerando anche la secondaria di primo e secondo grado. In Sardegna, Regione col tasso di fecondità più basso in Italia per il sesto anno consecutivo (0,85 figli per donna), nel 2025 si registrarono circa 2.000 iscrizioni in meno, rispetto al 2024. La scuola elementare di Villa Carcina, frazione di Brescia, chiuderà a settembre perché non ci sono bambini, non è possibile formare le classi. Stessa sorte subiranno le elementari «Aldo Moro» di Fontana e «Giovanni Paolo II» di Rossaghe; incerta anche la sorte della scuola primaria di Temù, nell’Alta Val Camonica, dove cinque dei sette bambini che la frequentano andranno alle medie a settembre e nessuno entrerà in prima. Lo scorso settembre era stata chiusa la scuola elementare «Gianni Rodari» di Gazzolo, frazione di Lumezzane, sempre nel Bresciano.
«Stimiamo circa 420-440 nuovi iscritti in prima, contro i 600 dei primi anni 2000: una riduzione che supera il 30%», ha dichiarato Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico dell’istituto tecnico Kennedy di Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In un’intervista a Tecnica della scuola ha ricordato: «Settembre 2026 segna anche l’ingresso nella scuola primaria dei bimbi nati nel 2020, anno del Covid. È un momento simbolico e concreto: questi bambini sono nati in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, in un anno in cui le nascite in provincia hanno toccato uno dei valori più bassi degli ultimi decenni. Non è solo statistica; è la conseguenza di scelte fatte anni fa che ora si manifestano nelle nostre aule».
A febbraio, Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, Sssociazione professionale e sindacale del mondo dell’Istruzione, aveva dichiarato: «Salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità». Secondo Anief, serve rivedere la norma del 2009 includendo le realtà demograficamente critiche nelle deroghe alla formazione delle classi per le quali non è vincolante il numero minimo di 15 alunni. Sarebbe un segnale importante, di attenzione alle politiche familiari.
Non dimentichiamo, inoltre, che il nuovo Fondo per le attività socioeducative territoriali a favore dei minori, 60 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, (decreto firmato il 7 maggio) vedrà le sue risorse ripartite tra i Comuni tenendo conto dei dati Istat relativi alla popolazione minorile residente risultante dall’ultimo censimento. I finanziamenti calano, con il calo della natalità.
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