Ormai lo si è capito da tempo. Con buona pace di chi ancora crede al mantra dei migranti che «ci pagheranno le pensioni». Più che grandi contribuenti, gli stranieri in Italia sono un bacino soprattutto di beneficiari di prestazioni assistenziali. E non perché non abbiano voglia di lavorare. Ma per il tipo di flussi migratori portati avanti in questi anni. Migranti irregolari spesso a bassa qualificazione destinati a lavori sfruttati e mal pagati. In un continuo mismatch tra domanda e offerta con ricadute negative su salari e produttività.
A questo va aggiunto il costante innesto di migranti regolari attraverso i ricongiungimenti familiari. Se l’attuale governo ha cercato di mettervi una stretta, dal 2011 in poi rappresentano il principale afflusso di popolazione straniera in Italia. E il primo motivo di rilascio dei permessi.
Un canale di ingresso costante e legale, magari in aereo, che il più delle volte si traduce in mogli e figli a carico del capofamiglia e, a seconda dell’Isee, del welfare.
Oltre 100.000 all’anno, quasi 130.000 nel 2022, un numero eguagliato talvolta solo dai visti per asilo. Troppo pochi invece quelli per lavoro. Appena 39.000 nel 2023, circa l’11% dei 330.730 totali. Più di 40.000 i permessi per lavoro nel 2024 grazie al decreto flussi, per una percentuale del 13%. Una proporzione risicata e che, a parte un lieve incremento nel 2020 per via dalla sanatoria, si mantiene costante dal 2015.
Quanto alle condizioni economiche degli stranieri in Italia, i dati Istat 2024 sono impietosi. I peggiori degli ultimi dieci anni. Più di 1,8 milioni sono in povertà assoluta, praticamente uno su tre. Tradotto, non pagano tasse. E chi le paga, ne paga troppo poche.
Secondo un’analisi di Itinerari Previdenziali, con 3 milioni e mezzo di dipendenti privati nel 2024 e una retribuzione media annua di 16.693, gli stranieri appartengono a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. E dunque non sono autosufficienti per le funzioni base del welfare. L’80% del peso fiscale italiano si regge su un ristretto 27,41% di lavoratori con redditi dai 29.000 euro in su. Dove non rientra di certo la maggior parte degli immigrati.
Tra i fautori del trend, «a sorpresa», si trova anche chi si dovrebbe occupare di salari e lavoro. Come la Cgil che tra le iniziative previste nell’ambito di finanziamenti europei percepiti tramite il Fami, segue corsi e assistenza per cittadini stranieri che ancora si trovano nei loro Paesi di origine e si preparano a raggiungere i propri familiari in Italia. 3,5 milioni di euro fino al 2027.





