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2021-03-14
Così l’Ue ha perso la guerra dei vaccini
Ursula von der Leyen (Ansa)
Abbiamo ricostruito la filiera dei vaccini con tanto di mappe per l'Europa, la Gran Bretagna e gli Usa. L'obiettivo è comprendere chi produce, chi assembla e chi tiene in mano le chiavi di ciascun vaccino e chi gestisce i singoli siti come fossero carri armati. Purtroppo, l'Europa dimostra di avere perso la guerra dei vaccini. Di non poter essere autonoma dalla A alla Z e di dipendere da altri. Soprattutto dagli Usa, ma anche dalla Gran Bretagna e persino indirettamente dall'India. È chiaro a chiunque che le nazioni in grado di vaccinare prima i propri cittadini vinceranno la battaglia contro il virus e arriveranno prime nella corsa alla ripresa economica. Tradotto: chi vince la guerra dei vaccini salirà sul podio delle potenze globali. Per arrivare a questo obiettivo, semplice da comprendere e difficile da realizzare, un governo deve aver chiaro il concetto di sicurezza nazionale. E perseguirlo in tutti i modi. Israele ha utilizzato le proprie strategie. Ha dirottato già ad aprile del 2020 i fondi della Difesa ed è andato sul mercato opzionando a suon di shekel le prime tranche delle produzioni future. Gli Stati Uniti hanno unito la forza della finanza alla gestione militare per lavorare a stretto contatto con i colossi produttori. Il programma Warp Speed è stato voluto già lo scorso maggio da Donald Trump ed è stato rilanciato a gennaio da Joe Biden. Risultato? Gli Usa adesso sono completamente autonomi e sul proprio territorio nazionale gestiscono l'intera filiera che va dalla produzione di lipidi, dei vettori virali, dei principi attivi fino all'infialamento. Gli Usa sono autonomi anche dal punto di vista dell'mRna e del relativo inserimento nelle nanoparticelle.
Grazie all'aiuto di un esperto La Verità ha tracciato la filiera americana su ricerche Oitaf. Nella tabella a fianco è possibile vedere che Pfizer, Moderna, Novavax e Johnson & Johnson hanno siti produttivi, di gestione dei bulk delle materie prime e siti di infialamento sparsi dal New Hampshire all'Alabama. Lo stabilimento di Kalamazoo in Tennesse è uno dei principali poli mondiali di assemblaggio, secondo solo agli stabilimenti indiani di Serum. Negli ultimi mesi Pfizer ha messo in attività due siti (McPherson in Kansas e Groton nel Connecticut) che hanno consentito quasi il raddoppio della produzione settimanale. Moderna a sua volta non scherza con il sito di Bloomington nell'Indiana, così scendendo fino a Rochester nel Michigan. Ma gli Stati Uniti sono anche stati in grado di utilizzare la celebre Fujifilm con il suo ramo biotecnologico per convertirsi alla produzione di un vaccino di cui ancora non si sa nulla. Il progetto è secretato.
Washington ha anche avviato la produzione di un vaccino straniero. Si tratta dell'anglosvedese Astrazeneca. Il motivo è molto semplice. Gli Usa non solo hanno raggiunto l'obiettivo sovrano, ma lavorano pure alla scalabilità della produzione per realizzare milioni di fiale.
In poche parole se Joe Biden manterrà la promessa di vaccinare tutti entro il 4 luglio, dal giorno successivo i colossi a stelle strisce saranno in grado di inondare il mondo esportando di nuovo la democrazia Usa come si faceva ai vecchi tempi con i «tank», la Nato o i dollari. Userà la leva di forza in Europa, ma anche in altre parti del mondo. Questo anche perché Bruxelles non ha giocato di anticipo e non ha saputo applicare il concetto di sicurezza nazionale a una pandemia. Non l'ha fatto perché l'Ue non è una nazione e perché non ha afferrato un concetto: se ci si avvia a una guerra, bisogna avere le armi per vincerla. Come si può vedere dalla mappa della filiera vaccinale che La Verità ha potuto ricostruire, si vede chiaramente come la gran parte dei Paesi ha stabilimenti in grado di assemblare e infialare dosi le cui materie prima provengono al momento dagli Usa o dalla Germania. Berlino è l'area che, grazie a Biontech, ha più siti produttivi. Ma per arrivare prima ha dovuto allearsi con Pfizer, il colosso che in quanto americano risponde a Biden. Al di fuori però della joint venture con Biontech, sia Pfizer che Curevac devono rispettare una clausola contenuta negli accordi chiamata «breach of contract» - se non la rispetti , decade il contratto - che di fatto impedisce loro di «deviare» negli Stati Uniti l'eventuale parte in eccesso di vaccini prodotti nell'Unione. Se lo fanno, devono restituire il 50% dell'importo come risarcimento. Bruxelles potrebbe anche decidere di bloccare il sito in Portogallo dove si lavora per l'americana Novavax o lo stabilimento di Saint Amand in Francia dove si assembla Moderna, ma sarebbe come fare il solletico a chi sta Oltreoceano.
Per capire ancor meglio quanto l'Ue cammini sul filo di lana bisogna analizzare il rapporto con la Gran Bretagna, fresca di Brexit.
Astrazenaca è la pietra dello scandalo. Il produttore anglosvedese ci ha messo del suo infilando una serie di errori, ma la prima a bloccare l'export è stata proprio l'Ue, adottando a fine gennaio il meccanismo che ha permesso nei giorni scorsi all'Italia di stoppare le 250.000 dosi di vaccino verso l'Australia.
Così Astrazeneca, mentre fa i conti con il caso dei lotti finiti sotto inchiesta, venerdì sera ha annunciato nuovi tagli alle forniture. In sostanza, il gruppo ha ridotto le previsioni di fornitura all'Ue nel primo trimestre a circa 30 milioni di dosi. Si tratta dell'ennesimo rallentamento dopo quello annunciato il 24 febbraio. In quell'occasione veniva inoltre precisato che «il contratto con la Commissione europea è stato siglato in agosto del 2020 e in quel momento non era possibile fare una stima precisa delle dosi. A questa complessità si è aggiunta una produttività inferiore alle previsioni nello stabilimento destinato alla produzione Ue, e per questo non siamo ancora in grado di fornire previsioni dettagliate per il secondo trimestre». Per restare in linea con quanto indicato nel contratto, Astrazeneca aveva sottolineato come «circa la metà delle dosi previste provenga dalla catena di approvvigionamento europea nella quale stiamo continuando a lavorare per aumentarne la produttività. Il resto proverrà dalla nostra rete internazionale». Per raggiungere la consegna di 180 milioni di dosi all'Europa nel secondo trimestre sarebbe stata dunque sfruttata la capacità globale. Perché allora la produzione è tornata in affanno?
Dopo i problemi di esportazioni con gli Usa, dalla scorsa domenica anche l'India - che con il colosso Serum produce centinaia di milioni di dosi Astrazeneca - ha deciso di porre un freno alle esportazioni privilegiando la sua popolazione. L'effetto ricade così non solo su Londra ma anche su tutto il Vecchio continente. Ma c'è di più. Il Financial Times svela che le difficoltà di Astrazeneca sono in parte legate all'impianto olandese gestito da Halix che non ha ancora ricevuto il via libera dell'Ue, chiesto lo scorso agosto. «Significherebbe che tre dei quattro impianti elencati nel contratto originale dell'Ue non forniscono dosi all'Ue», scrive l'Ft. La supply chain di Astrazeneca dedicata all'Europa continentale oggi si compone, escludendo i fornitori secondari (tipo la Catalent di Anagni), dell'olandese Halix e di uno stabilimento a Seneffe in Belgio che si occupa di produrre e fornire il vettore virale. Questo impianto, che oggi regge la maggior parte della produzione di adenovirus, era di proprietà di Novasep, ma a metà gennaio è stato rilevato dall'americana Thermo Fisher. E proprio a Seneffe si sono verificati alcuni problemi alla fase di filtraggio che hanno provocato la riduzione della produzione già nei mesi scorsi. Intanto ci sono dosi stoccate nello stabilimento olandese che attendono l'ok di Ema e di Bruxelles per essere rilasciate. La cosa strana è che l'agenzia del farmaco olandese (corrispondente alla nostra Aifa) ha già dato a dicembre il suo ok alla prima linea produttiva. Quindi, da una parte l'Ue continua a minacciare misure contro Astrazeneca perché «non sta facendo di tutto per onorare i suoi impegni», come ha tuonato venerdì il commissario all'industria, Thierry Breton, chiamando in causa addirittura il cda dell'azienda. Ma dall'altra non concede il via libera alla distribuzione, o almeno così sembra. È chiaro però che una guerra così organizzata fa solo che male ai Paesi membri.
Un altro esempio per essere più chiari. Uno dei brevetti vaccinali su cui Bruxelles vuole puntare è in mano alla francese Valneva. L'azienda in patria ha solo sede e attività amministrative. I siti di produzione e assemblaggio sono divisi tra Vienna, Solna in Svezia e Livingstone in Scozia. Inutile dire che quest'ultimo è il principale. Se l'ostruzionismo (giustificato che sia) contro Astrazeneca e Boris Johnson andrà avanti, a Londra basterà mettere il divieto di export dalla Scozia per troncare sul nascere le aspettative di un nuovo vaccino made in Ue. Il medesimo discorso vale anche per altre filiere di produttori tedeschi come Curevac o Corden.
Non è un caso che dietro la strategia Ue ci siano il pensiero tedesco e il braccio politico del Ppe. Il primo a sparare contro Boris Johnson è stato, in effetti, Charles Michel, con l'intento di alzare la palla al presidente del gruppo Max Weber. Il quale ha twittato: «La smettano di darci delle lezioni e ci mostrino i dati dell'esportazione dei vaccini in Europa o altrove. Negli ultimi mesi sono stati inviati 8 milioni di vaccini Biontech/Pfizer dall'Europa al Regno Unito, quanti vaccini avete inviato in Europa?», ha scritto Weber. Dichiarazioni utili per la campagna elettorale tedesca, entrata già nel vivo, ma alla fine dannose per la campagna vaccinale europea. Perché come adesso appare evidente, il Vecchio continente non è autosufficiente sul fronte delle dosi.
Speriamo che l'Italia non resti schiacciata tra i problemi tedeschi e le fregole anti Brexit. E che, mentre mette in piedi un polo produttivo per il 2022, trovi una terza via.
Farmaco tricolore. Gli indizi uniscono Patheon a Reithera
«Abbiamo già ricevuto 7,9 milioni di dosi, ma contiamo su una forte accelerazione nelle prossime settimane, anche a seguito della recente approvazione del vaccino Johnson & Johnson. Inoltre, di oggi è la conclusione del primo contratto tra un'azienda italiana e un'azienda titolare di un brevetto». Questo è solo un passaggio del lungo discorso che Mario Draghi ha tenuto venerdì scorso durante l'inaugurazione del centro vaccinale anti Covid dell'aeroporto di Fiumicino. Ma vi si nasconde una notizia estremamente importante per la futura produzione dei vaccini nel nostro Paese, su cui il ministero dello Sviluppo economico, guidato da Giancarlo Giorgetti, ha aperto un tavolo con i rappresentanti delle case farmaceutiche. Il presidente del Consiglio non ha fatto nomi, ha solo parlato di un contratto firmato tra un'azienda italiana e un'altra - senza specificarne la nazionalità - titolare del brevetto del vaccino. Di chi si tratta?
Nella tarda serata di venerdì, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito alle agenzie di stampa che la Patheon Thermo Fisher ha firmato una lettera di intenti per la produzione di massa di un vaccino in Italia e che, a questo stadio, «l'azienda non intende fornire ulteriori dettagli». Che tipo di azienda è la Patheon? Farmaceutica canadese oggi controllata dalla multinazionale americana Thermo Fisher, quotata a Wall Street, che l'ha rilevata nel 2017 per 7,2 miliardi, è specializzata nello sviluppo di prodotti sterili iniettabili e liofilizzati, è dotata di bioreattori e ha due stabilimenti in Italia: uno di oltre 14.000 metri quadri a Ferentino (Lazio) e uno a Monza, specializzato nella produzione di farmaci iniettabili sterili per conto terzi, con oltre 1.000 dipendenti. Sempre a Monza è operativo un centro all'avanguardia che rifornisce oltre 20 Paesi, inclusi Stati Uniti, Europa e Asia Pacifico. Nell'aprile 2020, inoltre, la Regione Lazio ha annunciato lo stanziamento di 3,9 milioni di euro come contributo all'investimento da parte del colosso farmaceutico di circa 130 milioni per potenziare il sito industriale ciociaro di Patheon. Il nuovo centro però non sarà operativo prima del 2022.
Quindi il primo nome è saltato fuori. Ma la Patheon, come abbiamo visto, sviluppa e produce farmaci conto terzi. Chi è quindi il partner titolare di brevetto? Insomma, quale sarà il vaccino che verrà prodotto? E qui non abbiamo comunicazioni ufficiali quindi possiamo solo azzardare delle ipotesi. La Thermo Fisher a metà gennaio ha comprato da Novasep lo stabilimento a Seneffe in Belgio che si occupa di produrre e fornire il vettore virale di Astrazeneca. Il gruppo anglosvedese, però, non ha problemi di infialamento, ma fa i conti con colli di bottiglia nella produzione che non possono aspettare i tempi necessari per trasferire la tecnologia e avviare la collaborazione con Patheon sui cosiddetti bulk (il principio attivo dei vaccini). Thermo Fisher collabora negli Stati Uniti anche con Pfizer, ma solo per quanto riguarda le forniture dei frigoriferi necessari a conservare i vaccini a bassissime temperature. Pfizer, almeno per il momento, non ha inoltre necessità di produrre in Italia, così come resta da capire quale tipo di lavorazione potrebbe dirottare su Patheon. Thermo ha concluso un accordo per produrre il vaccino Covid-19 di Inovio, che però è ancora molto indietro con le autorizzazioni. Pare si possano escludere anche Novavax (non ha ancora ricevuto le autorizzazioni finali e comunque può contare già su una forte supply chain in Europa) e Moderna, che è in grado di fare le cose con la sua catena attuale, mentre la francese Sanofi ha solo da poco avviato lo studio della fase 2 del proprio vaccino.
Che si tratti di Johnson & Johnson? Inizialmente il gigante Usa aveva detto che avrebbe fatto una parte del cosiddetto fill & finish negli Stati Uniti, ma poi ha siglato un contratto con la Catalent di Anagni, che si occuperà dell'infialamento anche per i vaccini Janssen. Potrebbe aver bisogno di un altro partner per mettere il turbo alla produzione, chissà. Un altro possibile indiziato potrebbe essere l'italiana Reithera, su cui il governo Conte ha investito 80 milioni. Negli ospedali di Latina, lo scorso 9 marzo, è partita la sperimentazione della fase 2 e 3 del vaccino atteso per l'autunno e si sta cominciando a reclutare volontari, che dovranno avere circa 50 anni e non avere gravi patologie. Reithera potrebbe avere presto bisogno di un partner produttivo che si occupi anche di filling e che abbia le spalle larghe anche per aiutarlo nella fase 3 dello sviluppo (se si muove Thermo Fisher anche i grandi fondi internazionali possono infatti essere interessati a investire)? Vedremo.
Il problema - a prescindere da chi sarà il partner di Patheon - restano i tempi. Parliamo, infatti, di almeno otto-nove mesi. E lo stesso vale anche per altre aziende che compaiono nell'elenco sul tavolo aperto dal ministero dello Sviluppo economico, alcune delle quali sono state contattate anche dai russi che vorrebbero produrre in Italia il vaccino Sputnik. Di certo, bisognerà investire sulla produzione tricolore per il mantenimento e per allenare la nostra industria locale (nonché gli stabilimenti di proprietà straniera siti sul territorio nazionale) a produrre vaccini quando il coronavirus sarà diventato endemico. Si tratterà di farsi trovare pronti, anche con la ricerca, per la seconda generazione di vaccini più avanzati, capaci di proteggere da nuove varianti, e più facili da gestire dal punto di vista logistico e della somministrazione. Le alleanze saranno fondamentali.
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Grazie al suo sovranismo, Washington si è resa del tutto autonoma nella produzione. Si è inoltre accaparrata enormi quantità di Astrazeneca: dal 5 luglio inonderà il mondo. L'Unione invece non ha applicato il concetto di sicurezza nazionale e dipende dall'estero per molte fasi. Anche Londra è in grado di farci male. Farmaco italiano: Chigi annuncia un'intesa con l'azienda nordamericana Patheon, che però lavora per conto terzi. Ipotesi di un tandem con la ditta laziale Reithera. Lo speciale contiene due articoli. !function(e,i,n,s){var t="InfogramEmbeds",d=e.getElementsByTagName("script")[0];if(window[t]&&window[t].initialized)window[t].process&&window[t].process();else if(!e.getElementById(n)){var o=e.createElement("script");o.async=1,o.id=n,o.src="https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js",d.parentNode.insertBefore(o,d)}}(document,0,"infogram-async"); Abbiamo ricostruito la filiera dei vaccini con tanto di mappe per l'Europa, la Gran Bretagna e gli Usa. L'obiettivo è comprendere chi produce, chi assembla e chi tiene in mano le chiavi di ciascun vaccino e chi gestisce i singoli siti come fossero carri armati. Purtroppo, l'Europa dimostra di avere perso la guerra dei vaccini. Di non poter essere autonoma dalla A alla Z e di dipendere da altri. Soprattutto dagli Usa, ma anche dalla Gran Bretagna e persino indirettamente dall'India. È chiaro a chiunque che le nazioni in grado di vaccinare prima i propri cittadini vinceranno la battaglia contro il virus e arriveranno prime nella corsa alla ripresa economica. Tradotto: chi vince la guerra dei vaccini salirà sul podio delle potenze globali. Per arrivare a questo obiettivo, semplice da comprendere e difficile da realizzare, un governo deve aver chiaro il concetto di sicurezza nazionale. E perseguirlo in tutti i modi. Israele ha utilizzato le proprie strategie. Ha dirottato già ad aprile del 2020 i fondi della Difesa ed è andato sul mercato opzionando a suon di shekel le prime tranche delle produzioni future. Gli Stati Uniti hanno unito la forza della finanza alla gestione militare per lavorare a stretto contatto con i colossi produttori. Il programma Warp Speed è stato voluto già lo scorso maggio da Donald Trump ed è stato rilanciato a gennaio da Joe Biden. Risultato? Gli Usa adesso sono completamente autonomi e sul proprio territorio nazionale gestiscono l'intera filiera che va dalla produzione di lipidi, dei vettori virali, dei principi attivi fino all'infialamento. Gli Usa sono autonomi anche dal punto di vista dell'mRna e del relativo inserimento nelle nanoparticelle. Grazie all'aiuto di un esperto La Verità ha tracciato la filiera americana su ricerche Oitaf. Nella tabella a fianco è possibile vedere che Pfizer, Moderna, Novavax e Johnson & Johnson hanno siti produttivi, di gestione dei bulk delle materie prime e siti di infialamento sparsi dal New Hampshire all'Alabama. Lo stabilimento di Kalamazoo in Tennesse è uno dei principali poli mondiali di assemblaggio, secondo solo agli stabilimenti indiani di Serum. Negli ultimi mesi Pfizer ha messo in attività due siti (McPherson in Kansas e Groton nel Connecticut) che hanno consentito quasi il raddoppio della produzione settimanale. Moderna a sua volta non scherza con il sito di Bloomington nell'Indiana, così scendendo fino a Rochester nel Michigan. Ma gli Stati Uniti sono anche stati in grado di utilizzare la celebre Fujifilm con il suo ramo biotecnologico per convertirsi alla produzione di un vaccino di cui ancora non si sa nulla. Il progetto è secretato. Washington ha anche avviato la produzione di un vaccino straniero. Si tratta dell'anglosvedese Astrazeneca. Il motivo è molto semplice. Gli Usa non solo hanno raggiunto l'obiettivo sovrano, ma lavorano pure alla scalabilità della produzione per realizzare milioni di fiale. In poche parole se Joe Biden manterrà la promessa di vaccinare tutti entro il 4 luglio, dal giorno successivo i colossi a stelle strisce saranno in grado di inondare il mondo esportando di nuovo la democrazia Usa come si faceva ai vecchi tempi con i «tank», la Nato o i dollari. Userà la leva di forza in Europa, ma anche in altre parti del mondo. Questo anche perché Bruxelles non ha giocato di anticipo e non ha saputo applicare il concetto di sicurezza nazionale a una pandemia. Non l'ha fatto perché l'Ue non è una nazione e perché non ha afferrato un concetto: se ci si avvia a una guerra, bisogna avere le armi per vincerla. Come si può vedere dalla mappa della filiera vaccinale che La Verità ha potuto ricostruire, si vede chiaramente come la gran parte dei Paesi ha stabilimenti in grado di assemblare e infialare dosi le cui materie prima provengono al momento dagli Usa o dalla Germania. Berlino è l'area che, grazie a Biontech, ha più siti produttivi. Ma per arrivare prima ha dovuto allearsi con Pfizer, il colosso che in quanto americano risponde a Biden. Al di fuori però della joint venture con Biontech, sia Pfizer che Curevac devono rispettare una clausola contenuta negli accordi chiamata «breach of contract» - se non la rispetti , decade il contratto - che di fatto impedisce loro di «deviare» negli Stati Uniti l'eventuale parte in eccesso di vaccini prodotti nell'Unione. Se lo fanno, devono restituire il 50% dell'importo come risarcimento. Bruxelles potrebbe anche decidere di bloccare il sito in Portogallo dove si lavora per l'americana Novavax o lo stabilimento di Saint Amand in Francia dove si assembla Moderna, ma sarebbe come fare il solletico a chi sta Oltreoceano. Per capire ancor meglio quanto l'Ue cammini sul filo di lana bisogna analizzare il rapporto con la Gran Bretagna, fresca di Brexit. Astrazenaca è la pietra dello scandalo. Il produttore anglosvedese ci ha messo del suo infilando una serie di errori, ma la prima a bloccare l'export è stata proprio l'Ue, adottando a fine gennaio il meccanismo che ha permesso nei giorni scorsi all'Italia di stoppare le 250.000 dosi di vaccino verso l'Australia. Così Astrazeneca, mentre fa i conti con il caso dei lotti finiti sotto inchiesta, venerdì sera ha annunciato nuovi tagli alle forniture. In sostanza, il gruppo ha ridotto le previsioni di fornitura all'Ue nel primo trimestre a circa 30 milioni di dosi. Si tratta dell'ennesimo rallentamento dopo quello annunciato il 24 febbraio. In quell'occasione veniva inoltre precisato che «il contratto con la Commissione europea è stato siglato in agosto del 2020 e in quel momento non era possibile fare una stima precisa delle dosi. A questa complessità si è aggiunta una produttività inferiore alle previsioni nello stabilimento destinato alla produzione Ue, e per questo non siamo ancora in grado di fornire previsioni dettagliate per il secondo trimestre». Per restare in linea con quanto indicato nel contratto, Astrazeneca aveva sottolineato come «circa la metà delle dosi previste provenga dalla catena di approvvigionamento europea nella quale stiamo continuando a lavorare per aumentarne la produttività. Il resto proverrà dalla nostra rete internazionale». Per raggiungere la consegna di 180 milioni di dosi all'Europa nel secondo trimestre sarebbe stata dunque sfruttata la capacità globale. Perché allora la produzione è tornata in affanno? Dopo i problemi di esportazioni con gli Usa, dalla scorsa domenica anche l'India - che con il colosso Serum produce centinaia di milioni di dosi Astrazeneca - ha deciso di porre un freno alle esportazioni privilegiando la sua popolazione. L'effetto ricade così non solo su Londra ma anche su tutto il Vecchio continente. Ma c'è di più. Il Financial Times svela che le difficoltà di Astrazeneca sono in parte legate all'impianto olandese gestito da Halix che non ha ancora ricevuto il via libera dell'Ue, chiesto lo scorso agosto. «Significherebbe che tre dei quattro impianti elencati nel contratto originale dell'Ue non forniscono dosi all'Ue», scrive l'Ft. La supply chain di Astrazeneca dedicata all'Europa continentale oggi si compone, escludendo i fornitori secondari (tipo la Catalent di Anagni), dell'olandese Halix e di uno stabilimento a Seneffe in Belgio che si occupa di produrre e fornire il vettore virale. Questo impianto, che oggi regge la maggior parte della produzione di adenovirus, era di proprietà di Novasep, ma a metà gennaio è stato rilevato dall'americana Thermo Fisher. E proprio a Seneffe si sono verificati alcuni problemi alla fase di filtraggio che hanno provocato la riduzione della produzione già nei mesi scorsi. Intanto ci sono dosi stoccate nello stabilimento olandese che attendono l'ok di Ema e di Bruxelles per essere rilasciate. La cosa strana è che l'agenzia del farmaco olandese (corrispondente alla nostra Aifa) ha già dato a dicembre il suo ok alla prima linea produttiva. Quindi, da una parte l'Ue continua a minacciare misure contro Astrazeneca perché «non sta facendo di tutto per onorare i suoi impegni», come ha tuonato venerdì il commissario all'industria, Thierry Breton, chiamando in causa addirittura il cda dell'azienda. Ma dall'altra non concede il via libera alla distribuzione, o almeno così sembra. È chiaro però che una guerra così organizzata fa solo che male ai Paesi membri. Un altro esempio per essere più chiari. Uno dei brevetti vaccinali su cui Bruxelles vuole puntare è in mano alla francese Valneva. L'azienda in patria ha solo sede e attività amministrative. I siti di produzione e assemblaggio sono divisi tra Vienna, Solna in Svezia e Livingstone in Scozia. Inutile dire che quest'ultimo è il principale. Se l'ostruzionismo (giustificato che sia) contro Astrazeneca e Boris Johnson andrà avanti, a Londra basterà mettere il divieto di export dalla Scozia per troncare sul nascere le aspettative di un nuovo vaccino made in Ue. Il medesimo discorso vale anche per altre filiere di produttori tedeschi come Curevac o Corden. Non è un caso che dietro la strategia Ue ci siano il pensiero tedesco e il braccio politico del Ppe. Il primo a sparare contro Boris Johnson è stato, in effetti, Charles Michel, con l'intento di alzare la palla al presidente del gruppo Max Weber. Il quale ha twittato: «La smettano di darci delle lezioni e ci mostrino i dati dell'esportazione dei vaccini in Europa o altrove. Negli ultimi mesi sono stati inviati 8 milioni di vaccini Biontech/Pfizer dall'Europa al Regno Unito, quanti vaccini avete inviato in Europa?», ha scritto Weber. Dichiarazioni utili per la campagna elettorale tedesca, entrata già nel vivo, ma alla fine dannose per la campagna vaccinale europea. Perché come adesso appare evidente, il Vecchio continente non è autosufficiente sul fronte delle dosi. Speriamo che l'Italia non resti schiacciata tra i problemi tedeschi e le fregole anti Brexit. 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Ma vi si nasconde una notizia estremamente importante per la futura produzione dei vaccini nel nostro Paese, su cui il ministero dello Sviluppo economico, guidato da Giancarlo Giorgetti, ha aperto un tavolo con i rappresentanti delle case farmaceutiche. Il presidente del Consiglio non ha fatto nomi, ha solo parlato di un contratto firmato tra un'azienda italiana e un'altra - senza specificarne la nazionalità - titolare del brevetto del vaccino. Di chi si tratta? Nella tarda serata di venerdì, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito alle agenzie di stampa che la Patheon Thermo Fisher ha firmato una lettera di intenti per la produzione di massa di un vaccino in Italia e che, a questo stadio, «l'azienda non intende fornire ulteriori dettagli». Che tipo di azienda è la Patheon? Farmaceutica canadese oggi controllata dalla multinazionale americana Thermo Fisher, quotata a Wall Street, che l'ha rilevata nel 2017 per 7,2 miliardi, è specializzata nello sviluppo di prodotti sterili iniettabili e liofilizzati, è dotata di bioreattori e ha due stabilimenti in Italia: uno di oltre 14.000 metri quadri a Ferentino (Lazio) e uno a Monza, specializzato nella produzione di farmaci iniettabili sterili per conto terzi, con oltre 1.000 dipendenti. Sempre a Monza è operativo un centro all'avanguardia che rifornisce oltre 20 Paesi, inclusi Stati Uniti, Europa e Asia Pacifico. Nell'aprile 2020, inoltre, la Regione Lazio ha annunciato lo stanziamento di 3,9 milioni di euro come contributo all'investimento da parte del colosso farmaceutico di circa 130 milioni per potenziare il sito industriale ciociaro di Patheon. Il nuovo centro però non sarà operativo prima del 2022. Quindi il primo nome è saltato fuori. Ma la Patheon, come abbiamo visto, sviluppa e produce farmaci conto terzi. Chi è quindi il partner titolare di brevetto? Insomma, quale sarà il vaccino che verrà prodotto? E qui non abbiamo comunicazioni ufficiali quindi possiamo solo azzardare delle ipotesi. La Thermo Fisher a metà gennaio ha comprato da Novasep lo stabilimento a Seneffe in Belgio che si occupa di produrre e fornire il vettore virale di Astrazeneca. Il gruppo anglosvedese, però, non ha problemi di infialamento, ma fa i conti con colli di bottiglia nella produzione che non possono aspettare i tempi necessari per trasferire la tecnologia e avviare la collaborazione con Patheon sui cosiddetti bulk (il principio attivo dei vaccini). Thermo Fisher collabora negli Stati Uniti anche con Pfizer, ma solo per quanto riguarda le forniture dei frigoriferi necessari a conservare i vaccini a bassissime temperature. Pfizer, almeno per il momento, non ha inoltre necessità di produrre in Italia, così come resta da capire quale tipo di lavorazione potrebbe dirottare su Patheon. Thermo ha concluso un accordo per produrre il vaccino Covid-19 di Inovio, che però è ancora molto indietro con le autorizzazioni. Pare si possano escludere anche Novavax (non ha ancora ricevuto le autorizzazioni finali e comunque può contare già su una forte supply chain in Europa) e Moderna, che è in grado di fare le cose con la sua catena attuale, mentre la francese Sanofi ha solo da poco avviato lo studio della fase 2 del proprio vaccino. Che si tratti di Johnson & Johnson? Inizialmente il gigante Usa aveva detto che avrebbe fatto una parte del cosiddetto fill & finish negli Stati Uniti, ma poi ha siglato un contratto con la Catalent di Anagni, che si occuperà dell'infialamento anche per i vaccini Janssen. Potrebbe aver bisogno di un altro partner per mettere il turbo alla produzione, chissà. Un altro possibile indiziato potrebbe essere l'italiana Reithera, su cui il governo Conte ha investito 80 milioni. Negli ospedali di Latina, lo scorso 9 marzo, è partita la sperimentazione della fase 2 e 3 del vaccino atteso per l'autunno e si sta cominciando a reclutare volontari, che dovranno avere circa 50 anni e non avere gravi patologie. Reithera potrebbe avere presto bisogno di un partner produttivo che si occupi anche di filling e che abbia le spalle larghe anche per aiutarlo nella fase 3 dello sviluppo (se si muove Thermo Fisher anche i grandi fondi internazionali possono infatti essere interessati a investire)? Vedremo. Il problema - a prescindere da chi sarà il partner di Patheon - restano i tempi. Parliamo, infatti, di almeno otto-nove mesi. E lo stesso vale anche per altre aziende che compaiono nell'elenco sul tavolo aperto dal ministero dello Sviluppo economico, alcune delle quali sono state contattate anche dai russi che vorrebbero produrre in Italia il vaccino Sputnik. Di certo, bisognerà investire sulla produzione tricolore per il mantenimento e per allenare la nostra industria locale (nonché gli stabilimenti di proprietà straniera siti sul territorio nazionale) a produrre vaccini quando il coronavirus sarà diventato endemico. Si tratterà di farsi trovare pronti, anche con la ricerca, per la seconda generazione di vaccini più avanzati, capaci di proteggere da nuove varianti, e più facili da gestire dal punto di vista logistico e della somministrazione. Le alleanze saranno fondamentali.
Roberto Saviano (Ansa)
Da sconosciuto cronista di nera, mettendo insieme «trafiletti di cronaca per farne letteratura» (sono parole sue), Saviano si è trasformato in autore di successo, con 10 milioni di copie vendute, un’opera tradotta in 52 lingue e dalla quale è stata tratta una serie televisiva. Tra diritti d’autore e ingaggi tv, il bestseller che «gli ha rovinato la vita» lo ha pure ricoperto d’oro. Nel 2018, su Panorama, Giacomo Amadori provò a fargli i conti in tasca. In totale calcolò che solo i proventi dei contratti con le case editrici e con quelle di produzione cinematografica gli erano valsi 13 milioni di euro, soldi che gli avevano consentito di comprar casa a New York, nell’elegante quartiere di Williamsburg, a Brooklyn. Una vita d’inferno, da esule nella Grande mela. La giornalista americana E. Nina Rothe che lo intervistò nel periodo in cui viveva negli Stati Uniti descrisse la sua vita in prigione nel seguente modo: «Fare la spesa nei negozi italiani su Arthur avenue o fare una passeggiata per conto proprio per le vie di Williamsburg, per lui rappresenta un lusso estremo». Come non capire la sofferenza di uno scrittore costretto a fare il turista a Little Italy, confinato a Manhattan, tra le tende di Zuccotti Park invece di aver la libertà potersi aggirarsi tra il rione Sanità e Forcella? «Cos’è Napoli per lei oggi?», gli chiede la vicedirettrice di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. «Napoli è casa, che non ho più. Sognavo di vivere ai quartieri spagnoli», invece - udite, udite - pare abbia trovato casa a Roma, oltre che naturalmente a New York. Così, quando ritorna nel capoluogo campano, Saviano sta male. A colpirlo sarebbe la «napolitude», ovvero la nostalgia che prende chi dopo aver visto la città se ne allontana e finisce per soffrire di un generale malessere a causa della separazione da tanta bellezza. Ma questo non gli impedisce di accusare il capoluogo campano di non averlo apprezzato. «Napoli ha la sindrome del papavero alto, vuole essere lasciata in pace. Non sopporta la visibilità».
E Saviano che sindrome ha? «Sono spezzato», commenta l’uomo simbolo del martirio della libertà di stampa, «Il tempo ti spezza. Il tempo e l’isolamento. Dovermi nascondere come i latitanti. Ed essere contemporaneamente sempre esposto allo sguardo degli altri come quello che non deve sbagliare, non deve cadere». Sarà, ma se uno deve nascondersi, non pubblica l’elenco dei luoghi dove presenterà i suoi libri o i suoi spettacoli. Se uno deve darsi alla latitanza non annuncia sul sito delle case editrici per cui lavora, o su quelli che prevendono i biglietti, le date dei suoi prossimi appuntamenti. La vita in fuga è altra: chi scappa non si fa trovare, non fa certo un comunicato stampa per annunciare dove lo si può rintracciare. E dove si possono comprare i suoi libri.
Ma Saviano è Saviano e con pazienza in questi vent’anni ha costruito il suo mito, accreditando l’idea che a sgominare i clan della camorra sia stato lui. Tempo fa l’attuale capo della polizia, Vittorio Pisani, ex responsabile della squadra mobile di Napoli oltre che colui che arrestò latitanti del calibro di Michele Zagaria e Antonio Iovine, si permise di correggere la biografia dell’eroe anti-cosche, ridimensionando il peso di Gomorra nella lotta alla malavita. Mal gliene incolse. Nonostante avesse messo le manette a centinaia di camorristi, finì in un cono d’ombra durato anni. Perché chi tocca Saviano rischia. Dopo vent’anni da martire, infatti, è diventato un intoccabile. Ne sa qualche cosa anche Matteo Salvini, che avendolo querelato per essere stato definito «ministro della malavita» pur non essendo mai stato accostato alla malavita da alcuna inchiesta si è visto respingere la denuncia. Centinaia di giornalisti finiscono a processo e sono condannati per molto meno. Ma il martire della camorra no. Ormai è protetto da un’aura di sacralità. Odia Gomorra, ma con la riedizione del libro e con la pubblicità gratis garantita da interviste come quella di ieri, si appresta a fatturare altri milioni.
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Getty Images
Si vedono il ministro degli Interni di casa, Laurent Nuñez, un ufficiale della marina francese e una sorridente signora asiatica, Shabana Mahmood, avvocato e figlia di pakistani, ministro degli interni di Sua Maestà, primo dirigente donna musulmano del partito laburista. La signora Mahmood ha appena firmato un nuovo accordo triennale in base al quale il Regno Unito finanzierà la Francia perché eviti al massimo l’attraversamento della Manica da parte dei clandestini e dei mercanti di esseri umani. Insomma, dare tanti soldi in cambio di un aiuto nel contrasto all’immigrazione illegale si può e non è considerato una mancanza di umanità. E stiamo parlando di due delle più antiche democrazie d’Europa.
L’accordo siglato ieri ha una durata di tre anni e prevede nel complesso fondi alla Francia fino a 760 milioni di euro per bloccare barche e barchini diretti in Inghilterra. Un fenomeno che nel 2025 ha visto circa 41.000 persone tentare con successo la traversata, andando a equiparare il record del 2022. I tre quarti dei finanziamenti andranno a rafforzare l’attività di polizia sulla costa francese, con 1.100 uomini in più tra personale militare e di intelligence. Il resto andrà nella sperimentazione di nuovi sistemi per bloccare il traffico illegale di esseri umani e il pagamento sarà legato ai risultati effettivamente ottenuti dalle autorità francesi. Nel nuovo accordo bilaterale sono compresi anche due elicotteri, un numero imprecisato di droni e un nuovo sistema di sorveglianza con le telecamere. La Francia si è impegnata ad aumentare di oltre la metà il numero di agenti lungo la costa, in modo da raggiungere quota 1.400 uomini entro il 2029
Quello firmato ieri, sostituisce l’accordo triennale appena scaduto e aggiunge anche un po’ di soldi. Del resto, il premier Starmer aveva detto che in due anni, da quando è al governo, questo patto di collaborazione con Parigi ha permesso di bloccare 41.000 persone. E ieri ha aggiunto: «Questo accordo storico ci permette di fare di più: intensificare l’intelligence, la sorveglianza e la presenza sul campo per proteggere i confini britannici». Già, perché né in Inghilterra né in Francia, anche a sinistra, «proteggere i confini» non è una bestemmia, ma un obbligo di chi guida lo Stato. Starmer, ovviamente, tiene anche d’occhio i sondaggi e sa che Nigel Farage, con il suo Reform Uk, sta oltre dieci punti sopra il Labour, ultimamente superato anche dai Verdi.
La più soddisfatta e fiduciosa, comunque, è la signora Mahmood, promossa alla guida degli Interni dopo che da sottosegretario alla Giustizia aveva gestito con successo un piano di scarcerazioni mirate per ridurre il sovraffollamento negli istituti di reclusione. «Questo accordo storico impedirà ai migranti illegali di intraprendere il pericoloso viaggio e metterà in prigione i trafficanti di esseri umani», ha riassunto il ministro.
Non che in passato siano state tutte rose e fiori, anzi. Il Regno Unito ha accusato la Francia di fare troppo poco per impedire ai migranti, anche economici, di partire dalle coste francesi. Ed è per questo che Starmer ha insistito sul fatto che si sarebbe impegnato per il rinnovo del trattato di Sandhurst (firmato nel 2018, poi prorogato nel 2023), ma solo a patto di poter fissare sulla carta le condizioni d’incasso dei fondi inglesi da parte del governo francese.
Come ricordava ieri il Guardian, il nuovo accordo non potrà esimere il governo inglese dal vigilare in qualche maniera sui modi a volte un po’ spicci usati dalla polizia francese. Sile Reynoulds, uno dei leader dei volontari di Freedom from torture, ha detto al quotidiano britannico che «adesso pagheremo per le bastonate dei gendarmi francesi, distribuite indiscriminatamente a uomini, donne e bambini sulle spiagge del Nord della Francia», quando queste persone «commettono il solo crimine di cercare salvezza». E c’è anche un’inchiesta in corso dell’Onu su eventuali usi eccessivi della forza.
Al di là delle possibili violenze, però, resta il principio che due Stati devono essere perfettamente liberi di negoziare tra loro su questioni che riguardano la propria sicurezza. E che chi è oggetto della tratta illegale di uomini non è solo una persona che «cerca salvezza», ma si va a cacciare in un sistema criminale che, come i sequestri di persona, finché «paga» non verrà mai debellato. Poi, certo, fa sorridere che in questi giorni una norma magari infelice, come quella che prevedeva incentivi agli avvocati per le «remigrazioni», abbia scatenato un gran dibattito in Italia. E poi una solida democrazia come quella britannica stanzia un bel mucchio di milioni per tenere lontani i clandestini e nessuno ha nulla da eccepire.
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George Soros (Ansa)
Sulla carta si trattava di contributi ad agenti infiltrati ma, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, questi flussi di denaro sarebbero avvenuti attraverso una rete di intermediari e conti schermati, senza che le autorità - né tanto meno i donatori dell’Ong - fossero debitamente informati.
Le accuse di Todd Blanche, del resto, sono particolarmente pesanti: «L’Splc fabbrica il razzismo per giustificare la propria esistenza», ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti. Che poi ha spiegato: «L’uso del denaro dei donatori per trarre profitto da membri del Ku Klux Klan non può restare impunito. Il Dipartimento di giustizia chiamerà a rispondere l’Splc e ogni altra organizzazione fraudolenta che operi secondo lo stesso schema ingannevole. Nessuno è al di sopra della legge».
Anche il direttore dell’Fbi, Kash Patel, ha sostenuto che «l’Splc avrebbe messo in piedi una vasta operazione fraudolenta per ingannare i propri donatori, arricchirsi e nascondere al pubblico le proprie attività ingannevoli». Secondo Patel, i vertici dell’Ong progressista «hanno mentito ai donatori, promettendo di smantellare gruppi estremisti violenti, e invece hanno finito per pagare i leader di quegli stessi gruppi, arrivando persino a utilizzare quei fondi per alimentare attività criminali a livello statale e federale. Questo è illegale, e l’indagine su tutti i soggetti coinvolti è ancora in corso».
A rimetterci, insomma, sono soprattutto i donatori, i quali «hanno versato il loro denaro credendo di sostenere la lotta contro l’estremismo violento: un simile inganno mina la fiducia pubblica e la coesione sociale», ha dichiarato il procuratore federale ad interim Kevin Davidson. E come ha chiarito anche Sara J. Jones, agente speciale responsabile dell’Fbi di Mobile, «i donatori meritano trasparenza sull’uso dei loro contributi, e chi tradisce questa fiducia deve essere chiamato a risponderne».
Le accuse, che vanno dalla frode alle false dichiarazioni fino al riciclaggio, sono gravissime. L’Splc le ha respinte, affermando di aver finanziato infiltrati fin dagli anni Ottanta, in teoria per raccogliere informazioni e smantellare i gruppi estremisti dall’interno. Una versione che, però, non convince i pubblici ministeri, i quali sostengono che i finanziamenti siano andati ben oltre la semplice raccolta di informazioni e che le «talpe» avrebbero utilizzato i fondi dell’Splc per diffondere contenuti d’odio e organizzare eventi estremisti. Stando all’atto d’accusa, infatti, non aver avvisato né le forze dell’ordine né i donatori di queste attività equivale a «dichiarazioni, rappresentazioni, promesse e omissioni sostanzialmente false e fraudolente».
Anche dal mondo progressista, del resto, si sono levate parole di profonda indignazione. Liora Rez, fondatrice di Stop Antisemitism, ha per esempio ipotizzato che l’Splc possa avere avuto un secondo fine: riempire le proprie casse agitando lo spauracchio suprematista. «Per noi è inconcepibile che un’organizzazione per i diritti civili possa costruire ad arte episodi di intolleranza per sollecitare donazioni da parte di cittadini preoccupati», ha dichiarato al New York Post. «Se davvero l’Splc ha agito in questo modo», ha chiosato la Rez, «si tratta di qualcosa di vergognoso e inaccettabile».
Ma chi sono, appunto, i donatori truffati? Trattandosi di un’Ong dichiaratamente antifascista e antirazzista, la maggior parte dei finanziamenti proveniva dalla galassia liberal. Oltre a semplici cittadini, non mancano nomi di peso, tra cui George Soros, Jp Morgan, Tim Cook (l’ex ad di Apple) e George Clooney. Come spiega il New York Post, l’Splc - già molto potente - ha sensibilmente incrementato le sue entrate a partire dal 2017, poco dopo i famigerati scontri di Charlottesville tra i suprematisti bianchi e i contromanifestanti di sinistra. Sulla scia di quegli avvenimenti, Clooney elargì all’Ong la bellezza di 1 milione di dollari, esattamente come Tim Cook, mentre JP Morgan donò altri 500.000 dollari. E pensare che, dalle carte del Dipartimento di Giustizia, emerge che una delle talpe che organizzò quel raduno estremista (noto come Unite the Right) avrebbe incassato circa 270.000 dollari dall’Splc tra il 2015 e il 2023.
Ecco, sfruttando la buona fede dei «buoni», negli anni l’Ong antifascista ha messo insieme un patrimonio di 786 milioni di dollari. Senza contare l’influenza politica: media e istituzioni utilizzano proprio le liste dell’Splc per identificare e classificare i «gruppi d’odio». Per esempio, è stato sempre l’Splc a diffamare come «estremiste» associazioni conservatrici come Turning point Usa, fondata dal compianto Charlie Kirk, e Moms for liberty, gruppo di mamme di destra che si battono contro la diffusione delle tematiche woke nelle scuole. Insomma, se le accuse saranno confermate, non sarà in discussione solo l’Splc, ma un intero sistema che per anni l’ha coccolato, arricchito e usato come una clava politica.
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