2022-10-29
Dall’Ue il colpo di grazia al mercato dell’auto
Bruxelles rilancia sulla data del 2035 per mettere al bando motori a diesel e benzina. Senza però preoccuparsi del boom dei costi dell’energia e del comparto delle batterie in mano ai cinesi. Solo nel nostro Paese a rischio oltre 100.000 lavoratori.Il prezzo dell’energia. La ricarica più costosa di un pieno. L’inflazione epocale. I semiconduttori introvabili. L’attesa estenuante. Il fiasco degli incentivi. L’avversione dei consumatori. Cos’altro doveva accadere per far desistere dall’incaponimento sull’auto elettrica? L’Unione europea continua però a preferire l’iperuranio alla realtà. Come già annunciato, dal 2035 sarà vietata la vendita di motori a diesel e benzina. Eppure, in Italia si mettono a rischio 120.000 posti di lavoro. Mentre i veicoli a emissioni zero restano inaccessibili. A settembre le nuove immatricolazioni hanno raggiunto nel nostro Paese la fantasmagorica percentuale del 4,5 per cento sul totale. Poco importa. Consiglio, Parlamento e Commissione europea ribadiscono in un illuminato summit il dirimente proposito: segare le gambe all’automotive.Accordo storico, festeggiano. Emissioni nocive al bando. Tra dodici anni. Per poi giungere «alla neutralità climatica» entro il 2050, quando tutto il trasporto dovrà essere elettrico o non inquinante. Ci saranno due verifiche intermedie: nel 2025 e nel 2030. E nel 2026 scatterà la «clausola di revisione»: per contemplare eventuali progressi tecnologici delle ibride plug-in. L’altra concessione è l’«emendamento Ferrari». Chi produce da mille a diecimila vetture in un anno ottiene una deroga: fino al termine del 2035. Nessun obbligo, invece, per chi conta meno immatricolazioni. «Questo accordo aprirà la strada a un’industria automobilistica moderna e competitiva», spiega Jozef Síkela, ministro ceco dell’Industria, in nome della presidenza di turno dell’Ue. «Il mondo sta cambiando e noi dobbiamo rimanere all’avanguardia. La tempistica rende gli obiettivi raggiungibili anche per le case produttrici». Carlos Tavares, amministratore delegato del gruppo Stellantis, è meno entusiasta: «Non vedo la classe media in grado di acquistare auto elettriche a 30.000 euro…». Poveri appiedati e ricchi in carrozza. Ma sentite un po’ l’ardito argomentare della Commissione europea. La guerra in Ucraina ha causato una spaventosa crisi negli approvvigionamenti? Male. Anzi, bene. Per Bruxelles è un’occasione imperdibile: urge accelerare sulla transizione energetica. Sì, ma il pieno? Rifornire un’auto elettrica costa più di un naftone. Passerà. E il mercato mondiale delle batterie, in mano ai cinesi? Lo strapotere sul litio minaccia il futuro della mobilità. Una quota di mercato che potrebbe raggiungere l’80 per cento. Che si fa, allora? Ci inchiniamo, vita natural durante, alle imposizioni del monopolista pechinese? Senza considerare l’impareggiabile vantaggio competitivo per i loro produttori di auto. Eppure l’Europa esulta, più trionfante di Tardelli al Santiago Bernabéu durante Italia-Germania nel 1982.Ecco, a proposito. Italia e Germania. Ovvero le due economie più colpite dagli strascichi della guerra. L’anno prossimo saremo ufficialmente in recessione. E il furore ideologico green di Bruxelles rischia di mangiarsi un’altra fetta di Pil. Ma cosa volete che interessi, per citarne uno, al primo ministro olandese Mark Rutte? Nel suo paese l’industria automobilistica quasi non esiste. L’Ue così va avanti. Imperterrita. L’emergenza sul gas ha già dimostrato che la sbandierata solidarietà è una burletta. La strada verso una mobilità a zero emissioni sarà comunque lastricata da relazioni: la prima nel 2025, poi ogni due anni. Per valutare «l’impatto su consumatori e occupazione, i progressi in termini di efficienza energetica e di accessibilità economica dei veicoli a zero e a basse emissioni».L’unica speranza resta adesso lo sviluppo dei carburanti sintetici. Ma la proposta per immatricolare veicoli alimentati con questi carburanti arriverà solo dopo il 2035. A rottamazione avvenuta. Per non disturbare la transizione elettrica. È il green new deal. Politicamente personificato da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il futuro è già tra noi, proclama. Peccato che gli ambiziosi progetti per la decarbonizzazione siano frenati dall’assenza di esperti. «Nel settore edile, fondamentale per la transizione energetica verde, circa il 35 per cento delle imprese dell’Ue riporta problemi per la mancanza di lavoratori qualificati» esemplifica von der Leyen.In compenso, nell’automotive accadrà il contrario. Oltre centomila lavoratori specializzati perderanno il lavoro solo in Italia. Le residue speranze per fermare la deriva sono affidate adesso alla plenaria di Strasburgo, dove si voterà sull’accordo. Infine, l’ultimo passaggio al Consiglio dell’Ue. Alcuni capi di governo potrebbero far valere le proprie ragioni. Come l’Italia. Il centrodestra vorrebbe ammorbidire la misura. «Bisogna coniugarla con le necessità produttive, economiche e sociali che hanno un impatto rilevante per noi» spiega Gilberto Pichetto Fratin, neo ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Roberto Cingolani, suo predecessore nonché consulente, era stato meno diplomatico: «Oggi, con quello che costa l’elettricità, non comprerei una Tesla».
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