True
2025-03-15
Ora si negozia per salvare i soldati nel Kursk
Un'immagine tratta da un video distribuito dal servizio stampa del Ministero della Difesa russo mostra militari russi che controllano edifici danneggiati a Sudzha, nella regione di Kursk (Ansa)
Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».
Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.
Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.
Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.
In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.
Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia
Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni.
Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha».
Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv.
Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Continua a leggereRiduci
Trump: «Risparmiare le truppe circondate». La replica russa: «Si arrendano». L’esercito ucraino nega il pericolo. Casa Bianca e Cremlino «cautamente ottimisti sulla fine del conflitto». Putin: «The Donald si sta impegnando a ripristinare le relazioni».Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia. Dopo le offese a Mattarella, l’ambasciatore della Federazione va alla Farnesina.Lo speciale contiene due articoli.Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-negozia-salvare-soldati-kursk-2671334812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-su-mosca-e-su-una-raffineria-zakharova-insulta-ancora-litalia" data-post-id="2671334812" data-published-at="1742034623" data-use-pagination="False"> Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni. Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha». Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv. Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Alla fine l’audizione in commissione Covid dell’ex prefetto ed ex servitore dello Stato Giulio Cazzella, nonostante fosse stata fortemente voluta dai membri dell’opposizione Pd e M5S, si è ritorta loro contro. Nella prima ora e mezza Cazzella ha esposto la sua versione dei fatti, versione ovviamente di parte visto che l’ex prefetto è stato consulente di Invitalia ai tempi in cui Domenico Arcuri era ad dell’ente, poi della struttura commissariale ai tempi della pandemia e infine del collegio difensivo di Arcuri (a imprecisato titolo, dato che non è avvocato, ndr) nel processo penale per la maxicommessa di mascherine, risultate pure non a norma, quindi pericolose per la salute pubblica. Cazzella non ha risparmiato critiche alla deposizione del maggiore della guardia di finanza Eugenio Marmorale, che lo scorso 20 ottobre in commissione aveva riassunto i risultati delle indagini sulla maxicommessa di mascherine appaltata al consorzio cinese Wenzhou-Luokai e costata ai contribuenti 1 miliardo e 251 milioni di euro. Ma poi, nelle successive quattro ore, l’ex prefetto, incalzato dai deputati e senatori di Fratelli d’Italia, ha dovuto confermare quello che Fdi non esita a definire «un fatto scioccante»: la struttura commissariale non effettuò alcun controllo preliminare sul consorzio cinese Wenzhou-Luokai e gli concesse oltre un miliardo di euro di fatto «sulla parola». Né più né meno di quanto già sottolineato da Marmorale, che aveva raccontato nei dettagli il modus operandi dell’armata Brancaleone che aveva concesso a un consorzio ufficialmente sconosciuto, e in affidamento diretto (dunque senza alcun bando pubblico) l’appalto più rilevante della storia. A questo proposito, durante l’audizione Cazzella, che continuava a parlare di «bandi», ha dovuto smettere di utilizzare questo termine quando il senatore Lisei, presidente della commissione Covid, gli ha ricordato che quei soldi non sono stati concessi dopo regolare procedura d’appalto ma soltanto dopo affidi diretti, a discrezione della struttura commissariale.
Giacomo Amadori e François De Tonquédec avevano anticipato sulla Verità già nel lontano febbraio 2021 i fatti di cui si è tornato a parlare. Le audizioni in commissione Covid di Marmorale prima e di Cazzella poi confermano tutto: la centralità dei «rapporti consolidati» tra l’ex giornalista della Rai e lobbista Mario Benotti (deceduto nel 2023) e Arcuri ha fatto da sfondo alla maxi commessa. È stata una mail del mediatore Andrea Vincenzo Tommasi, imprenditore milanese, ad Arcuri a svelare come un consorzio cinese ufficialmente sconosciuto abbia potuto aggiudicarsi il mega appalto da 1,2 miliardi di euro passando sopra a centinaia di aziende, già allora quantificate in circa 550, che nei soli mesi tra marzo e maggio 2020 avevano presentato le proprie offerte di forniture di mascherine, rifiutate a favore dei cinesi (una fra tutte, quella dell’italiana Jc Electronics).
Nell’audizione, Cazzella è stato talmente pressato dalle domande dei commissari di area governativa che ha dovuto ammettere la verità. È stata la senatrice Alice Buonguerrieri a chiedere insistentemente chi sceglieva i fornitori, visto che c’erano affidamenti diretti, come venivano valutati e come è stato scelto quello cinese. Cazzella, sfinito, ha dovuto confermare l’inizialmente contestata versione di Marmorale (duramente attaccato - all’epoca della sua audizione - dai commissari dell’opposizione, che avevamo perfino preteso di secretare parte della sua audizione). Wenzhou-Luokai è entrata in struttura commissariale perché Benotti ha chiamato Arcuri e gli ha presentato Tommasi, ha spiegato l’ex prefetto. Ma visto che è emerso che questo consorzio era stato appena costituito e con siti fasulli copiati da altri, «che controlli avete fatto?», ha ribadito Buonguerrieri. Cazzella ha dovuto ammettere: «Nessuno». Quindi, scandalo nello scandalo, nessuno ha fatto verifiche preventive sul consorzio cinese, che è stato intermediato da un altro, sulla carta, «emerito sconosciuto», presentato da Benotti. Il quale per inciso si è ritagliato, insieme con Tommasi, una maxi provvigione: i due lobbisti sono diventati di fatto fornitori di Dpi grazie alla conoscenza diretta di Arcuri e dei suoi fedelissimi, che Benotti poteva vantare dal 2014. Lo stesso ex giornalista della Rai in alcune chat fa riferimento a Stefano Beghi, l’avvocato che avrebbe dovuto far transitare da Hong Kong quasi 50 milioni di euro di provvigioni.
Ciliegina sulla torta, il disperato tentativo di Cazzella di far passare la maxicommessa di mascherine fasulle come un «affarone»: secondo l’ex prefetto, infatti, il prezzo di acquisto dei Dpi forniti dal consorzio cinese Wenzhou-Luokai era più conveniente rispetto a quello di altre aziende come l’italiana Jc Electronics, la cui commessa per la fornitura di mascherine durante la pandemia fu revocata per una decisione della struttura commissariale di Arcuri, atto che il Tribunale di Roma ha dichiarato illegittimo. È stato il presidente Lisei a far notare all’ex prefetto che per forza di cose la commessa cinese potesse costare di meno, dato che c’erano delle transazioni in nero.
«Si è creata una catena d’affari che maneggiava soldi pubblici durante la pandemia sulla testa dei cittadini che intanto combattevano contro il virus. Fatti sconcertanti, sui quali in commissione Covid continueremo a fare chiarezza», promette Fratelli d’Italia.
Continua a leggereRiduci
Federico Cafiero de Raho, ex capo della Dna (Imagoeconomica). Nel riquadro l'ex finanziere Pasquale Striano
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
Continua a leggereRiduci
John Elkann (Imagoeconomica). Nel riquadro la protesta dei giornalisti di Repubblica fuori dalla festa
L’erede di Gianni Agnelli ha fatto tutto ciò che era in suo potere per non rischiare di trovarsi di fronte i giornalisti del suo giornale. È entrato dall’ingresso posteriore per evitarli, è uscito in macchina e non si è fermato neanche rincorso da alcuni di loro. Potrebbe essere la scena della fine degli Elkann, una fine penosa. «Ha fatto il sorcio», si direbbe a Roma, perché è entrato di nascosto ed è uscito scappando. Qualcuno gli ha urlato: «Maledetto il giorno in cui ci hai comprato».
Gli Elkann non sono mal visti solo dai dipendenti Gedi. Il 59% degli italiani, secondo Youtrend, dichiara di non fidarsi del presidente di Stellantis, mentre solo il 14% ha un’opinione positiva. Peggio di lui il fratello Lapo: a giudicarlo negativamente è il 69% degli italiani.
Le proteste e gli striscioni sono stati visti anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha visitato l’esposizione in forma privata. Ad accogliere il capo dello Stato, oltre a John Elkann, c’erano il direttore del quotidiano Mario Orfeo e il suo predecessore alla guida di Repubblica, Ezio Mauro. Presenti anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente di Gedi, Paolo Ceretti, e l’amministratore delegato Gabriele Comuzzo. C’erano anche le figlie del fondatore Scalfari, Donata ed Enrica, il vicedirettore per la parte grafica, Angelo Rinaldi, che è stato tra i curatori, l’assessore alla cultura del comune di Roma, Massimiliano Smeriglio, e le più giovani redattrici del quotidiano Giulia Ciancaglini ed Emma Bonotti. Più tardi la mostra è stata aperta agli invitati, tra cui tanti volti noti del giornale e politici come Paolo Gentiloni e Pier Ferdinando Casini. Editorialisti e scrittori come Walter Veltroni, Roberto Saviano e Gianrico Carofiglio. I giornalisti, quelli che il giornale lo fanno tutti i giorni, fuori al freddo e senza risposte.
«La presenza di John Elkann oggi alla festa di Repubblica», sottolinea il comitato di redazione del quotidiano in una nota, «è un vergognoso schiaffo in faccia a Repubblica e alle sue lavoratrici e lavoratori. Siamo stati lasciati fuori dalla inaugurazione della mostra al Mattatoio per i 50 anni dalla fondazione di Repubblica. Quindi chi vuole disfarsene è dentro a festeggiare, chi Repubblica la fa ogni giorno è fuori alla stregua di fastidiosi disturbatori. Probabilmente per non infastidire un editore che non si è mai degnato di incontrare le rappresentanze sindacali nel pieno della vertenza per la cessione di Gedi. Ribadiamo ciò che abbiamo scritto nei nostri striscioni: la Repubblica siamo noi, Elkann non è la tua festa».
Fischietti e cori: «Fatti vedere, Elkann fatti vedere». «Dopo quasi sei anni di gestione disastrosa del gruppo editoriale», si legge nel volantino che distribuivano, «l’attuale proprietario John Elkann ha deciso di vendere quel che resta di Gedi a un greco. È un suo diritto ed è nostro diritto e dovere pretendere alcune cose», prosegue elencando tre punti: garanzie occupazionali, il mantenimento della cultura «di sinistra, progressista moderna e antifascista, e trasparenza per una cessione che sta avvenendo in una coltre di mistero».
Continua a leggereRiduci