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2025-03-15
Ora si negozia per salvare i soldati nel Kursk
Un'immagine tratta da un video distribuito dal servizio stampa del Ministero della Difesa russo mostra militari russi che controllano edifici danneggiati a Sudzha, nella regione di Kursk (Ansa)
Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».
Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.
Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.
Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.
In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.
Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia
Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni.
Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha».
Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv.
Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
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Trump: «Risparmiare le truppe circondate». La replica russa: «Si arrendano». L’esercito ucraino nega il pericolo. Casa Bianca e Cremlino «cautamente ottimisti sulla fine del conflitto». Putin: «The Donald si sta impegnando a ripristinare le relazioni».Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia. Dopo le offese a Mattarella, l’ambasciatore della Federazione va alla Farnesina.Lo speciale contiene due articoli.Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-negozia-salvare-soldati-kursk-2671334812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-su-mosca-e-su-una-raffineria-zakharova-insulta-ancora-litalia" data-post-id="2671334812" data-published-at="1742034623" data-use-pagination="False"> Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni. Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha». Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv. Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La staffetta italiana festeggia dopo aver vinto il bronzo nella finale maschile della staffetta 5000 metri delle gare di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
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Helmut Newton. Monica Bellucci, Blumarine, Monaco 1992 © Helmut Newton Foundabon
Tedesco di origine ebree naturalizzato australiano, di Helmut Newton (1920-2004) si è visto, detto e scritto di tutto. Fotografo «imperfetto», di se amava dire che «bisogna essere all’altezza della propria cattiva reputazione» e lui, nel bene e nel male, all’altezza della propria fama lo è sempre stato. Irriverente e trasgressivo, Newton voleva, amava e creava immagini forti, di quelle che lasciano il segno. E forti, altere, provocanti, ambigue, enigmatiche erano le sue donne, le modelle che immortalava nei suoi scatti senza tempo e fuori dal tempo. In bianco e nero soprattutto (pur senza disdegnare il colore, nonostante fosse daltonico...), con quei sapienti giochi di luce e ombre che sono il suo tratto distintivo. Donne di una bellezza inarrivabile, eleganti ed erotiche, che Newton, strizzando l’occhio al voyerismo e al sadomaso, ritraeva strette in corsetti di pelle, tacchi vertiginosi, lingerie provocanti, pose al limite della decenza: per alcuni, nessuno come lui ha saputo esaltare l’universo femminile; per altri, nessuno più di lui ne ha degradato la dignità. Il dibattito è tutt’ora aperto, e prendere una posizione non è poi così semplice. Ma una cosa è certa: nessuno può metterne in discussione la genialità.
Newton, ogni volta, riesce a stupire. E anche il «già visto» diventa novità. Come in questa mostra allestita a Caraglio (CN), negli originali spazi di un setificio seicentesco nato per intrecciare fili di seta e produrre tessuti preziosi, un’esposizione che raccoglie oltre 100 scatti del grande Maestro e che già nel titolo, Intrecci, rivela un rapporto profondo fra le immagini esposte e il luogo che le ospita, una sorta di connessione tra le « trame materiali » della tradizione tessile e quelle concettuali, elementi imprescindibili di tutti i lavori di Helmut Newton. Ricercatissimo da stilisti e riviste (Vogue F, Elle Francia e Queen Magazine solo per citarne alcune…), amato da top model ed attrici (per lui hanno posato, fra le altre, Monica Bellucci e Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigova), Newton ha saputo rivoluzionare e ridefinire i canoni della fotografia patinata, che con lui - inarrivabile nel creare immagini accuratamente inscenate - diventa linguaggio teatrale ed evocativo, suscitando spesso scandalo: come nel 1981, quando dopo un servizio fotografico di moda per Vogue Italia e Francia chiese alle modelle di spogliarsi per ritrarle nella stessa posa, ma nude…
La Mostra
Appositamente concepito per il Filatoio di Caraglio e curato da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino ( «L’ex setificio, un bellissimo edificio storico da tempo utilizzato per scopi culturali, è il luogo perfetto per una mostra di Helmut Newton incentrata sulla sua fotografia di moda più tarda… Oltre ad alcune delle fotografie iconiche di Helmut Newton, i visitatori avranno modo di scoprire anche numerosi scatti meno conosciuti e, così, di riscoprire la sua opera più celebre» ha dichiarato il curatore in occasione dell’inaugurazione), il ricco percorso espositivo si snoda attraverso otto sale, regalando al visitatore, già da subito, gli scatti più iconici di Newton, quelli che lo hanno reso uno dei fotografi di moda più famosi e influenti del XX secolo: particolarmente significativo, fra i vari ritratti di celebrità, il suo primo nudo, quello di Charlotte Rampling all’Hôtel Nord-Pinus di Arles nel 1973.
Di foto in foto, si passa alle immagini realizzate per le grandi committenze della moda (dal sodalizio decennale con Yves Saint Laurent alle celebri campagne pubblicitarie pensate per Versace e Anna Molinari) e della pubblicità: straordinarie, in mostra, la selezione di sette fotografie realizzate da Newton per la Lavazza, dove - nell’immagine centrale - una modella seminuda e con gli occhi bendati posa sotto il logo del marchio, dipinto con vernice spray su una parete grigia e spoglia.
Genio assoluto nell’uso della «mood photography», la tecnica che evoca il prodotto pubblicizzato senza mai rivelarlo in maniera esplicita, nei mitici anni ’90 firmò indimenticabili campagne pubblicitarie per lanciare i profumi di Laura Biagiotti e Yves Saint Laurent e le borse del marchio italiano Redwall.
Moda, bellezza, seduzione, ambiguità, arte, trasgressione, ironia, potere, genialità: in questa mostra c’è davvero tutto Newton e tutti i suoi Intrecci biografici, professionali e narrativi.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Una partecipazione, quella di Leone XVI, inattesa e che segue l’udienza del 26 gennaio concessa dal pontefice al presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Bernhard Scholz. Una partecipazione che assomiglia a una risposta senza troppe parole a certi gossip e chiacchiere da social che aleggiano su Comunione e Liberazione dopo i travagli vissuti in seguito alle dimissioni da presidente della Fraternità di don Julian Carron.
Papa Leone XIV sarà al Meeting sabato 22 agosto nel pomeriggio e poi presiederà una messa con i fedeli della diocesi di Rimini. La partecipazione all’evento del pontefice è stata diffusa ieri, insieme a un programma di visite che papa Prevost terrà in Italia nei prossimi mesi. Oltre a partecipare alla quarantasettesima edizioni del Meeting, il Papa sarà a Pompei e Napoli l’8 maggio, quindi il 23 maggio visiterà le Terre dei Fuochi, il 20 giugno andrà a Pavia sulla tomba del santo a lui più caro, Sant’Agostino, quindi il 4 luglio sarà a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco (che sull’isola fece il suo primo viaggio). Il 6 agosto papa Leone XIV andrà, invece, a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, per incontrare i giovani riuniti per l’ottocentesimo anniversario del Transito di San Francesco.
Un vero e proprio «tour» italiano quello programmato da papa Leone XIV che sempre ieri ha incontrato i preti della diocesi di Roma ricordando loro che «dobbiamo riconoscere che parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, e ciò invita a vigilare anche su una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione». Di fronte a una «crescente erosione della pratica religiosa», ha detto il Papa ai preti romani, non è più possibile applicare una «pastorale ordinaria […] che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei sacramenti», ma è «urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità». Se tra fede e sacramenti c’è una reciprocità essenziale è chiaro che la conclamata crisi di fede svuota dall’interno questo rapporto e riduce il sacramento, quando va bene, a consuetudine sociale.
Il viaggio in Italia del Papa andrà a toccare diversi punti nodali della vita pubblica e religiosa del Belpaese, e il Papa, ricordiamolo, è anche primate d’Italia. Da Pompei, a Lampedusa, da San Francesco a Sant’Agostino, fino appunto al Meeting di Rimini c’è un filo rosso che probabilmente segna questo tour, il desiderio del pontefice di ridare priorità all’annuncio del Vangelo davanti a una realtà sociale e culturale che appare stanca e ormai priva del nerbo di quei principi che hanno «fatto l’Italia». E gli italiani.
Proprio Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982 citava Sant’Agostino nell’apertura delle sue celebri Confessioni, laddove il santo ricorda che «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». «Siamo fatti per il Signore», chiosava Giovanni Paolo II, «che ha stampato in noi l’orma immortale della sua potenza e del suo amore. Le grandi risorse dell’uomo nascono di qui, sono qui, e solo in Dio trovano la loro salvaguardia». Così papa Wojtyla davanti al popolo del Meeting con parole che probabilmente sono molto vicine al sentire di papa Prevost. Il presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi, ha dichiarato: «Siamo profondamente grati al Santo Padre per aver accolto il nostro invito: la sua partecipazione rappresenta per noi un segno di affetto molto desiderato».
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Ieri abbiamo pubblicato un testo scritto da questa donna che da troppo tempo soffre, e che era estremamente eloquente riguardo alla situazione in cui tutta la famiglia si ritrova. Il problema è che siamo di fronte a un dramma nel dramma. Quel documento - che è vero e importante - nasce come una comunicazione privata tra Catherine e le due donne che hanno la responsabilità dei suoi figli, e cioè Maria Luisa Palladino e Marika Bolognese, rispettivamente tutrice e curatrice dei tre minori. Secondo gli avvocati della famiglia, la tutrice, durante uno degli ultimi incontri, avrebbe sollecitato Catherine a esporre il proprio disagio e i motivi per cui secondo lei si sarebbe incrinato il rapporto con le istituzioni. Ebbene, Catherine ha accolto l’invito e scritto un lungo messaggio Whatsapp. La tutrice, per tutta risposta, ha preso quel messaggio e lo ha allegato alla relazione consegnata al tribunale. Perché lo ha fatto? Beh, per dimostrare la riottosità della madre.
Secondo la tutrice, infatti, quel messaggio è segno di «una totale chiusura al confronto da parte della madre con la scrivente, il cui atteggiamento è divenuto palesemente non dialogante». Catherine viene accusata di avere «mosso gravi addebiti alla scrivente (la tutrice, ndr), accusandola di trascurare il supremo interesse dei minori e di ignorare asseriti episodi di gravità verificatisi presso la struttura ospitante». Insomma, secondo la signora Palladino «si evidenzia un progressivo e allarmante irrigidimento dei minori nei confronti della scrivente che li ha incontrati plurime volte durante l’intero periodo, con cadenza quasi settimanale. Si osserva un mutamento involutivo nelle dinamiche relazionali, se in una prima fase era possibile mantenere un confronto costante, anche sereno e giocoso, nell’ultimo periodo - in coincidenza con il più brusco atteggiamento della madre - i minori tendono a sottrarsi sistematicamente all’interazione anche in forma di gioco».
Quella lettera, conferma alla Verità Tonino Cantelmi, autorevole esperto e consulente dei Trevallion, «è un messaggio che Catherine ha ritenuto di voler mandare alla tutrice e alla curatrice, e che loro hanno invece interpretato come ulteriore dimostrazione di ostilità, depositandolo in tribunale. Ma di fatto», continua Cantelmi, «quel testo esprime tutto il dolore di Catherine, e dal mio punto di vista, certifica perfettamente l’incapacità della tutrice, della curatrice e dell’assistente sociale di vedere il dolore di una madre e anche il dolore dei bambini. È un dolore che rimane invisibile agli occhi di quasi tutti quelli che si occupano dal punto di vista istituzionale di questa vicenda».
Constatare questo fatto mette i brividi. Una mamma sofferente viene invitata a confidarsi e quando lo fa le sue parole sono usate contro di lei come presunta prova della sua inadeguatezza. E non è tutto. Nei confronti di Catherine sembra esserci una particolare insistenza, come se la avessero presa di mira o individuata quale anello debole della catena famigliare. Per settimane sono state fatte trapelare mezze verità e indiscrezioni al fine di metterla in cattiva luce presso l’opinione pubblica. E come se non bastasse, durante i colloqui psicologici è stata sottoposta a un pesantissimo fuoco di fila di domande. Ben 570 quesiti, tanto che a un certo punto la poveretta è crollata.
«Ho molte perplessità su come è stata organizzata la seduta per questi test», dice Cantelmi. «Catherine ha tanto dolore, se avessimo dovuto fare tutto quello che era previsto avremmo finito forse per le 10 di sera. Dettaglieremo le nostre perplessità nelle sedi opportune. Abbiamo dato tutto il supporto possibile alla testista perché le cose venissero fatte bene: abbiamo una certa esperienza e forse potremmo, se accettassero il nostro aiuto, rendere le cose più semplici. Ma se non lo fanno ciascuno di assumerà le sue responsabilità».
Per Cantelmi, a questo punto, di responsabilità da assumersi ce ne sono parecchie. «Dal mio punto di vista - e non solo dal mio - non c’erano gli estremi per una sottrazione, un prelievo così doloroso. C’è stato un errore. Oggi ci rendiamo conto che quanto fatto è più dannoso di ciò che si voleva riparare, ma non ci sono il coraggio, la forza, la capacità autocritica di tornare indietro. Ho assistito con stupore, per esempio, alla difesa d’ufficio di quanto è stato fatto da parte della presidente dell’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo. Sarebbe più produttivo interrogarsi sul perché la maggior parte degli italiani, quando si parla di assistenti sociali, li immagini sottrattori di minori e non benefattori... In questo caso il prelievo si sta dimostrando drammaticamente controproducente. Bisognerebbe allora fare autocritica e tornare indietro.
A quanto pare, però, non c’è alcuna intenzione di riavvolgere il nastro. E nel frattempo va avanti con tempi discutibili la perizia psicologica sui genitori. «Questa perizia», spiega Cantelmi, «è partita in ritardo perché non si trovava un traduttore per fare una mediazione linguistica decente. Questo già la dice lunga. Questo traduttore, tra l’altro, ha degli impegni per cui ha accettato con delle limitazioni, di conseguenza ci sono dei periodi di sospensione. Io sono molto perplesso», continua il professore, «sull’azione della ausiliaria che deve fare i test o ha iniziato a fare i test con i genitori, sulle sue reali competenze e sulle sue reali capacità di mediazione. Inoltre questa perizia, a mio parere, oggi è largamente superata da tutti i dati che abbiamo a disposizione, provenienti anche dal team di neuropsichiatria infantile dell’Asl di Vasto che dichiara senza ombra di dubbio che questi genitori sono dei validi sostegni emotivi per i bambini, costituiscono un punto di riferimento importante. E concludono che occorre riunificare il nucleo familiare».
Il punto centrale di tutta la storia è, manco a dirlo, che i bambini stanno male. «Stanno subendo un trauma dolorosissimo che si rivela superiore ai problemi che erano stati in precedenza segnalati», dice Cantelmi. «Dal mio punto di vista il problema sono i servizi, hanno preso una decisione che si è rivelata, a mio parere, sbagliata e dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro. Basta con questa favola secondo cui prima del prelievo dei bambini sarebbe stato tentato di tutto: non è vero, si poteva fare meglio, si poteva fare di più e dobbiamo avere il coraggio di verificare le responsabilità di quello che è successo».
Il messaggio è chiaro: chi continua a tenere i bambini Trevallion separati dai genitori li danneggia, e dovrebbe prendersene la responsabilità. Tuttavia dubitiamo che lo farà.
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