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2025-03-15
Ora si negozia per salvare i soldati nel Kursk
Un'immagine tratta da un video distribuito dal servizio stampa del Ministero della Difesa russo mostra militari russi che controllano edifici danneggiati a Sudzha, nella regione di Kursk (Ansa)
Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».
Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.
Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.
Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.
In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.
Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia
Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni.
Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha».
Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv.
Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
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Trump: «Risparmiare le truppe circondate». La replica russa: «Si arrendano». L’esercito ucraino nega il pericolo. Casa Bianca e Cremlino «cautamente ottimisti sulla fine del conflitto». Putin: «The Donald si sta impegnando a ripristinare le relazioni».Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia. Dopo le offese a Mattarella, l’ambasciatore della Federazione va alla Farnesina.Lo speciale contiene due articoli.Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-negozia-salvare-soldati-kursk-2671334812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-su-mosca-e-su-una-raffineria-zakharova-insulta-ancora-litalia" data-post-id="2671334812" data-published-at="1742034623" data-use-pagination="False"> Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni. Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha». Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv. Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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Come rendere appetitosi i broccoli (lo sono già per conto loro, ma con quel loro odorino solforato a molti sono venuti in uggia) facendoli diventare simpatici in un primo piatto impeccabile dal punto di vista nutrizionale, facilissimo da realizzare e assai appetitoso. Si tratta di pigliare dalla nostra antica tradizione e metterla in pratica dacché orto e pescato vanno da sempre d’accordo nella cultura gastronomica delle nostre terre.
In più se unite al sapore del baccalà le proprietà salutari del broccolo potete dire di avere fatto un gran piacere ai vostri commensali: i broccoli sono, con tutte le altre brassicacee, il toccasana della stagione fredda: danno sali minerali, fibra, vitamine, antiossidanti in quantità e sono amici della digestione, del cuore e delle vie respiratorie. Un tempo le nonne facevano fare i suffumigi sul vapore dei cavoli che bollivano per rimediare a raffreddore e bronchite. Noi ci accontentiamo di fare un piatto gustoso.
Ingredienti – 360 gr di pasta corta di semola da grano italiano (noi abbiamo scelto le pennette lisce di un antichissimo pastificio toscano di Lari), 300 gr di broccoli, 400 gr di baccalà già ammollato, 2 spicchi di aglio, un peperoncino o mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere, due filetti d’acciuga, una ventina di nocciole, 6 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale qb. Facoltativo un mazzetto di prezzemolo.
Procedimento – In una padella ampia – ci dovete saltare la pasta – fate imbiondire l’aglio e disfare i filetti di acciughe in compagnia del peperoncino nell’olio extravergine di oliva. Pulite il baccalà dalla pelle e dalle lische e fatelo a cubetti. Mettetelo in padella e fate andare a fuoco molto moderato. Mondate i broccoli, dividete i rametti e metteteli a lessare nella stessa acqua con la pasta. Nel frattempo sguisciate le nocciole tostatele in padella e poi tritale grossolanamente tenendole da parte. A un paio di minuti dalla fine della cottura della pasta scolatela insieme a broccoli, eliminate lo spicchio d’aglio e il peperoncino se intero, fate finire la cottura della pasta in padella mantecando bene. Se del caso aggiustate di sale. A cottura terminata fate cadere su ogni piatto una pioggia di granella di nocciole, un giro di extravergine a crudo e se volete anche del prezzemolo che avrete tritato finemente.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di completare i piatti con nocciole, olio extravergine e prezzemolo.
Abbinamento – Abbiamo scelto una Lugana del Garda, ottimo un Soave, assai indicati un Arneis, una Nascetta langotta o un Gavi del comune di Gavi, tutti bianchi gentili e profumati.
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