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2025-03-15
Ora si negozia per salvare i soldati nel Kursk
Un'immagine tratta da un video distribuito dal servizio stampa del Ministero della Difesa russo mostra militari russi che controllano edifici danneggiati a Sudzha, nella regione di Kursk (Ansa)
Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».
Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.
Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.
Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.
In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.
Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia
Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni.
Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha».
Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv.
Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
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Trump: «Risparmiare le truppe circondate». La replica russa: «Si arrendano». L’esercito ucraino nega il pericolo. Casa Bianca e Cremlino «cautamente ottimisti sulla fine del conflitto». Putin: «The Donald si sta impegnando a ripristinare le relazioni».Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia. Dopo le offese a Mattarella, l’ambasciatore della Federazione va alla Farnesina.Lo speciale contiene due articoli.Inizia a registrarsi qualche spiraglio diplomatico tra Washington e Mosca sulla crisi ucraina. Giovedì notte, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato Vladimir Putin a porte chiuse. Il faccia a faccia non è stato seguito da una conferenza stampa né da un comunicato ufficiale. Tuttavia, dopo la sua conclusione, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, ha detto che gli Stati Uniti nutrono un «cauto ottimismo» sulla possibilità che la Russia accetti un cessate il fuoco. Parole simili, poche ore dopo, sono state pronunciate dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci sono ragioni per essere cautamente ottimisti», ha detto, per poi aggiungere: «C’è ancora molto da fare, ma il presidente si è comunque identificato con la posizione del presidente Trump». Lo stesso Putin ha affermato che, nelle relazioni tra Mosca e Washington, la «situazione inizia a muoversi», pur ammettendo che si tratta di un processo «complicato».Cauto ottimismo è stato espresso anche da Marco Rubio, che ha definito l’incontro tra Witkoff e Putin come «molto produttivo e positivo». «Esamineremo la posizione russa più da vicino e il presidente determinerà poi quali saranno i prossimi passi. Basti dire che penso ci siano motivi per essere cautamente ottimisti», ha dichiarato il segretario di Stato americano, il quale ha tuttavia anche ammesso che la situazione resta «difficile». Rubio ha poi specificato che i negoziati tra ucraini e russi «implicano che entrambe le parti concedano qualcosa e facciano concessioni». Non è tra l’altro escluso che, in questi giorni, possa tenersi una telefonata tra Trump e Putin.Frattanto, l’inquilino della Casa Bianca ha rivelato alcuni dettagli dell’incontro tra Witkoff e il capo del Cremlino. «Abbiamo avuto delle discussioni molto buone e produttive ieri con il presidente russo Vladimir Putin, e ci sono ottime possibilità che questa orribile e sanguinosa guerra possa finalmente giungere alla fine», ha dichiarato Trump, riferendosi all’incontro tra il suo inviato e il presidente russo. «In questo momento, migliaia di truppe ucraine sono completamente circondate dall’esercito russo e si trovano in una posizione molto peggiore e vulnerabile. Ho chiesto con forza al presidente Putin che le loro vite vengano risparmiate. Questo sarebbe un massacro orribile, uno di quelli che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. Dio li benedica tutti!», ha aggiunto il presidente americano. Poco dopo, mentre lo Stato maggiore di Kiev smentiva un «accerchiamento», Putin ha fatto sapere di voler garantire la sicurezza dei soldati ucraini nel Kursk, purché si arrendano.Nel mentre, la Casa Bianca non sta rinunciando a cercare di mettere sotto pressione il Cremlino, per spingerlo ad accettare la tregua. Ieri, il summit dei ministri degli Esteri del G7 (a cui ha preso parte anche Rubio) ha minacciato di imporre «ulteriori sanzioni» alla Russia, qualora rifiutasse un cessate il fuoco «a parità di condizioni» con Kiev. Minacce di pesanti sanzioni a Mosca, il giorno prima, erano arrivate dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent. Pressioni sulla Russia sono state nel frattempo invocate anche da Volodymyr Zelensky. «Putin», ha detto, «non può uscire da questa guerra perché ciò lo lascerebbe senza niente. Ecco perché ora sta facendo tutto il possibile per sabotare la diplomazia, stabilendo condizioni estremamente difficili e inaccettabili fin dall’inizio, persino prima di un cessate il fuoco». Nel frattempo, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha iniziato a mettere insieme un team che si occuperà del monitoraggio dell’eventuale tregua: tregua che, secondo Zelensky, potrebbe essere controllata grazie ai satelliti e all’intelligence americani. Il leader ucraino ha, non a caso, invocato ieri relazioni «normali ed efficaci» con gli Usa, non rinunciando inoltre a un colloquio con il cardinal Pietro Parolin sui prigionieri. Emmanuel Macron, nel mentre, ha spinto la Russia ad accettare il cessate il fuoco, mentre Angela Merkel ha esortato a «comprendere» Putin, «mettendosi nei suoi panni». Dall’altra parte, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umjerov, ha incontrato Guido Crosetto, ringraziando l’Italia per il supporto.In attesa di ulteriori sviluppi, è da capire quale sarà la strategia di Putin. Come va letta la sua apertura alla tregua? Vuole negoziare in buona fede oppure ha intenzione di prendere tempo, sfruttando il suo vantaggio sul campo di battaglia? Lo zar potrebbe avere interesse a tirare la questione per le lunghe, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la propria posizione sul piano bellico. Dall’altra parte, sa però di non poter esagerare, visto che, dopo la caduta di Bashar al Assad, Mosca ha perso influenza in Siria e, quindi, nell’intero scacchiere mediorientale. Trump lo sa bene e ha intenzione di aiutare lo zar a recuperare terreno nella regione. In cambio vuole, però, due cose: che Mosca ammorbidisca la sua posizione sulla questione ucraina e che inizi a staccarsi dalla Cina. In particolare, la Casa Bianca potrebbe aiutare il Cremlino a reinserirsi in Siria in funzione antiturca, riconoscendogli, in secondo luogo, il ruolo di mediatore nella negoziazione di un nuovo accordo sul nucleare tra Washington e Teheran. Non a caso, Trump ha mandato a Mosca giovedì l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg. Una strategia, quella di Trump, che è benvista da israeliani e sauditi, i quali hanno tutto l’interesse a contenere l’influenza turca in Siria. Pechino ha capito qual è l’obiettivo della Casa Bianca e sta cercando di romperle le uova nel paniere: proprio ieri, la Cina ha infatti ospitato colloqui tra russi e iraniani sul programma nucleare di Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-negozia-salvare-soldati-kursk-2671334812.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="droni-su-mosca-e-su-una-raffineria-zakharova-insulta-ancora-litalia" data-post-id="2671334812" data-published-at="1742034623" data-use-pagination="False"> Droni su Mosca e su una raffineria. Zakharova insulta ancora l’Italia Nel giorno in cui sia Washington sia Mosca hanno espresso ottimismo sull’andamento dei negoziati per una possibile tregua, l’attenzione resta alta sugli scontri tra le truppe russe e ucraine, con particolare focus sulla regione di Kursk e sull’intensificarsi degli attacchi reciproci con droni. Il ministero della Difesa russo, citato dall’agenzia di stampa Itar Tass, ha riferito che le unità delle forze armate ucraine avrebbero avviato ieri le operazioni di ritirata dalla regione di confine occupata lo scorso agosto. Una fuga iniziata, secondo il Cremlino, dopo l’ultimo contrattacco fallito che ha portato le truppe di Mosca sulla linea di contatto con quelle ucraine nella regione di Sumy, dove è stato preso il controllo del villaggio di Novenkoe. A tal proposito sono stati diffusi alcuni video che documentano la distruzione di materiale bellico ucraino e una fonte militare russa ha dichiarato che «i soldati ucraini stanno subendo pesanti perdite nei loro tentativi di evacuare equipaggiamento Nato danneggiato nei pressi di Sudzha». Una situazione dunque sempre più complicata per l’Ucraina, nonostante la smentita prodotta ieri dallo Stato Maggiore di Kiev che ha bollato come false le affermazioni secondo cui i militari ucraini sarebbero stati accerchiati o isolati, spiegando che si tratta invece di una «ritirata in posizioni difensive più favorevoli». Le notizie dal fronte, tuttavia, raccontano di un altro insediamento liberato dai russi, quello di Goncharovka, che va ad aggiungersi ai 28 riconquistati la scorsa settimana. All’esercito ucraino sembra esser rimasta ormai solo la carta dei droni. La contraerea russa, come ha riferito ieri il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin, ha intercettato e abbattuto quattro velivoli senza pilota diretti verso la capitale, ma non è riuscita a evitare l’incendio in un deposito petrolifero a Tuapse, cittadina sul mar Nero nel territorio di Krasnodar, dove le fiamme partite da uno dei serbatoi di benzina hanno coinvolto un’area di oltre 1.000 metri quadrati, senza causare alcuna vittima. Una vittima, invece, è il bilancio dell’ultimo attacco con i droni lanciato dalle truppe di Mosca sulla città di Kharkiv. Intanto, ieri, è arrivata l’ennesima bordata, accompagnata anche da una minaccia, di Maria Zakharova diretta all’Italia. La portavoce del ministero degli Esteri ha criticato la convocazione dell’ambasciatore russo alla Farnesina, chiamato per far luce sull’ultimo attacco verbale proveniente da Mosca nei confronti di Sergio Mattarella: «Gli italiani non hanno nulla con cui difendersi. Così hanno deciso di attaccare invano. In primo luogo, hanno solo attirato maggiormente l’attenzione sui loro problemi, in secondo luogo, lo vedrete più avanti», ha detto la Zakharova che aveva accusato il presidente della Repubblica di aver detto menzogne sulla minaccia nucleare russa. «La posizione italiana è sempre stata molto corretta e vorremmo che altrettanto si faccia da parte del governo russo», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Giuseppe Conte e Elly Schlein (Ansa)
A proposito di politiche: il centrosinistra ieri ha scoperto, e non ci credevano neanche i suoi leader, di essere competitivo anche in vista delle elezioni del 2027. Hanno vinto, anzi stravinto, un po’ per gli errori a raffica della coalizione di governo, ma anche e soprattutto perché mai come in questo caso il Fronte del No poteva definirsi tale in senso letterale. Cattolici di sinistra, sindacalisti, esponenti di Pd, M5s, Avs, universitari: sono andati tutti alle urne e hanno votato con convinzione, non avendo, stavolta, il problema di scegliere pure un’alternativa. «Ti piace il governo Meloni?», hanno letto sulla scheda, e hanno barrato la casella del No. Niente scontri, frizioni o sfumature: hanno votato No i dem e i pentastellati ai quali non piace Elly Schlein, i sostenitori di Giuseppe Conte che non sopportano (ricambiati) Matteo Renzi, gli elettori di Bonelli e Fratoianni che vedono come il fumo negli occhi i riformisti (che non hanno mai fatto una riforma) del Pd e i riformisti del Pd che non condividono praticamente niente della linea politica della Schlein. Tutti, allegramente condotti per mano dall’Associazione nazionale magistrati e dalla Cgil, sono andati a votare, hanno vinto e festeggiano.
Ma ora? Parliamoci chiaro: la Schlein da questa competizione esce sicuramente rafforzata. Ha dimostrato che la «Sinistra per il Sì» è elettoralmente ininfluente: il costituzionalista Stefano Ceccanti, che tanto si è speso per un voto favorevole sul merito della riforma, non ha spostato neanche un voto. Conoscendolo se ne farà una ragione: molto diverso invece il caso di Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo, sostenitrice del Sì e sempre rigorosamente in polemica con la Schlein, esce politicamente assai malridotta dal referendum.
Ha vinto anche Conte, che si è speso tantissimo in campagna elettorale e ha dimostrato che senza di lui non c’è centrosinistra. E hanno vinto Avs e tutti i cespugli. Ma ora, che si fa? Il centrosinistra ha il preciso dovere di cementare l’alleanza e tentare di vincere le prossime elezioni, ma la strada che porta al governo è lastricata di insidie, una su tutte la scelta del candidato premier.
Schlein, in conferenza stampa, annuncia l’ok alle primarie: «Ho sempre detto», dice Elly, «che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Noi continuiamo a essere testardamente unitari». Conte raccoglie immediatamente l’assist: «Ci apriamo alla prospettiva delle primarie aperte», sottolinea Giuseppi, «come un’occasione per i cittadini dopo aver contribuito al programma. Per avere una condivisione ampia e individuare il candidato più competitivo per attuare questo programma. Dobbiamo definire tempi e modi ma oggi non possiamo trascurare questo segnale politico. I cittadini chiedono le primarie e non possiamo sottrarci». Conte dice pure che potrebbe non essere lui il candidato del M5s: «È presto per dirlo», sottolinea, «ma il M5s si sente protagonista e sarà sicuramente rappresentato nelle primarie». Evitare una battaglia tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione potrebbe essere una mossa astuta: del resto in caso di vittoria, Conte si vedrebbe bene, anzi benissimo, alla Farnesina.
Detto ciò, però, ora sia lui che la Schlein dovranno ancora più di prima rendere conto, politicamente, ai due azionisti di riferimento del fronte del No: l’Associazione nazionale magistrati e la Cgil... Azionisti di maggioranza, i magistrati, come ha sapientemente detto al nostro giornale, alcuni giorni fa, l’ex presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, ex parlamentare del Pci e del Pds: «Non è la sinistra che ha l’egemonia sulla magistratura», ha detto barbera alla Verità, «ma è la magistratura che ha l’egemonia culturale sulla sinistra e la manovra. Il rischio non è una dittatura della classe operaia, ma della magistratura che interpretando le leggi in base alla propria ideologia, in diversi casi si sostituisce al legislatore, confinando la politica a un ruolo marginale rispetto alla giustizia». Parole dure quanto cristalline, provenienti da un giurista di sinistra, non da un propagandista televisivo di destra. Parole (e concetti) con le quali Schlein, Conte e compagnia festante dovranno fare i conti, come prima e più di prima. Non hanno alternativa: se vogliono sfruttare l’onda lunga del referendum, la Schlein, Conte e tutti gli alleati devono tenere presenti i desiderata della Cgil e dell’Anm.
Landini già detta l’agenda: «Con questa giornata», dice il leader della Cgil, «vogliamo dire un no alla guerra, sotto ogni forma. Tutti assieme in piazza il 28 marzo». Le dimissioni di Carlo Nordio? «Naturalmente», risponde Landini, «ogni forza politica, nella sua autonomia, valuterà quello che ritiene più opportuno fare. Mi pare che le forze di governo in questo momento abbiano qualcosa in più su cui riflettere dopo questo voto». L’idea è che tenere il ministro della Giustizia al suo posto possa a questo punto essere un vantaggio per il centrosinistra.
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