- Lucca, un team di professionisti assiste decine di pazienti. Però i dem si ribellano e scrivono a Eugenio Giani: «È un laboratorio no vax».
- Anziana sanzionata nonostante i disturbi dopo la prima dose e l’alt ricevuto dal dottore.
Lo speciale contiene due articoli.
Pericardite, infarto del miocardio, danni ad altri organi: sono solo alcune delle diagnosi che molte persone hanno ricevuto, dopo aver dovuto girare l’Italia in cerca di specialisti, a seguito del vaccino anti Covid. Questo a causa della mancanza di tutela e vigilanza da parte della sanità pubblica dopo le inoculazioni. A sopperire al ruolo dello Stato ci ha pensato «Lucca consapevole», uno studio medico aperto nell’omonima città toscana con l’obiettivo - esperimento unico in Italia - «di trattare persone con effetti avversi ai vaccini, farmaci e sintomatologia Covid-19». Novità, non da poco, è anche la totale gratuità del servizio, che prevede visite con medici specialisti.
L’iniziativa, che la sinistra ha definito «un fatto grave», è stata accolta dai cittadini lucchesi in modo esemplare, tanto che le prenotazioni sono state sospese fino a marzo per l’altissima affluenza delle persone che si sono rivolte allo studio.
Principale portavoce, l’ex primario di neuropsichiatria di Lucca e affermato medico, Carlo Giraldi, che essendo stato reintegrato nella professione, dopo un lungo periodo di stop dovuto alla sua scelta di non vaccinarsi, afferma in un video: «Grazie al periodo di sospensione ho avuto modo di approfondire tutti gli effetti avversi, anche se la mia finalità non era quella di denunciare alcuni effetti gravi, ma quello di porvi rimedio». Ed è su questo assunto che nasce il progetto, portato avanti anche dal dottor Massimiliano Marchi e che si concretizza con visite precise e puntuali da parte di medici, vaccinati e non, pronti a fornire un servizio volontario e gratuito a tutti coloro che si sentono smarriti e in balia delle inadempienze del servizio pubblico.
«Purtroppo dopo il vaccino ho avuto conseguenze, anche gravi», racconta una cittadina di 44 anni che preferisce non specificare il suo stato di salute al momento. «Sapere che esiste uno studio, come “Lucca consapevole”, in cui poter essere presa sul serio, approfondire la mia diagnosi e non essere considerata una complottista, mi rincuora».
«L’iniziativa è stata subito presa di mira e bollata come “dichiaratamente no vax”», continua un altro paziente, riferendosi alla stampa locale, che ha messo alla berlina lo studio immediatamente dopo la sua apertura. «Ma, per quanto mi riguarda, l’obiettivo di questi medici va molto oltre alle opinioni personali. Qui sono presenti professionisti in grado di lavorare ai problemi di salute a cui nessuno si è mai interessato». «Ho visto sei specialisti a seguito del vaccino, li ho dovuti cercare in tutta Italia, prenotare visite private, pagare e oggi mi ritrovo senza una diagnosi precisa e nella stessa situazione di un anno fa. Non sono no vax ma pretendo di essere tutelata», conclude un’altra persona.
Sul coordinamento di un organismo in grado di vigilare sulle reazioni ai vaccini, come l’andamento del cosiddetto long Covid che - stando al report della Federazione dell’Ordine dei medici di Firenze - colpisce dal 10 al 25% delle persone affette dalla malattia, è intervenuto il presidente dell’Ordine dei medici della città, Umberto Quiriconi, che ha dichiarato: «Vorrei che non passasse il messaggio che in caso si riscontrino effetti collaterali causati da vaccini o farmaci, l’Asl non prenda in carico il paziente, perché non è così». Il numero uno dei camici bianchi ha quindi puntualizzato che ci sono specifici protocolli anche per le problematiche post vaccino.
La realtà sembra però diversa. Era il 2021 quando il reparto di pneumologia, insieme a specialisti della rianimazione, dell’Ospedale San Luca di Lucca, aprirono un ambulatorio dedicato ai pazienti long Covid e indirizzato, principalmente, agli ospedalizzati e a coloro che erano stati in terapia intensiva. L’iniziativa però ebbe vita breve: fu chiuso solo dopo qualche mese e non venne più riaperto. Inoltre, non c’è mai stata una rilevazione attiva dell’ufficio igiene che abbia monitorato gli effetti collaterali dei vaccini in forma diretta. Di conseguenza, le segnalazioni di molti pazienti sono finite in polverosi scaffali.
E se i lucchesi hanno tirato un sospiro di sollievo, l’immediata strumentalizzazione politica non è mancata. Il Pd ha subito manifestato il suo dissenso, indirizzando al presidente della Regione, Eugenio Giani, un’interrogazione a firma delle consigliere Valentina Mercanti e Donatella Spadi, che affermano di essere «di fronte a una modalità d’informazione fortemente antiscientifica» e parlano, ancora, «di un tentativo piuttosto opinabile di approccio all’esercizio di servizi sanitari privati».
Ma a scatenarsi è l’intera opposizione che - in una nota congiunta - dichiara: «Abbiamo appreso con un certo sgomento la notizia dell’apertura del primo ambulatorio no vax. Uno spazio interamente dedicato a chi ha avuto reazione avverse o accusato strani sintomi post inoculazione di sieri miracolosi». Si apprende così che la sinistra considera le varie trombosi e i vari ictus, documentati negli ultimi mesi come conseguenze del vaccino in questione, «strani sintomi».
Il comunicato continua: «Ci piacerebbe poi sapere quali autorizzazioni siano state rilasciate a coloro che hanno aperto quello che viene presentato come uno studio medico a tutti gli effetti. Che tipo di attività viene svolta al suo interno? Vengono somministrati farmaci o cure mediche?». Dichiarazioni che vengono smentite dagli stessi i quali, in un’altra nota, affermano, giustamente: «Sappiamo che essendo un esercizio privato l’amministrazione può far ben poco».
Una scuola di stregoneria, quella che i dem descrivono, puntualizzando: «Ci preme ricordare come non esista alcun dato scientifico, alcuna statistica o alcuna correlazione tra vaccini anti Covid e malattie, patologie o decessi». Eppure è proprio di Lucca il caso di Irene Cervelli, la quarantunenne colpita da un ictus dopo otto giorni dalla somministrazione di Astrazeneca e che ora presenta danni neurologici permanenti e non è più autosufficiente. «Nella cartella clinica rilasciata dall’Ospedale San Luca di Lucca c’è la diagnosi di trombocitopenia, trombsosi immunitaria indotta da vaccino, cosiddetta Vitt», raccontava il legale di famiglia. Tuttavia, quel fascicolo è ancora sul tavolo della Procura, nel totale menefreghismo di quel Pd che sembrerebbe farsi paladino dei diritti solo quando conviene.
Multa di 100 euro alla nonna malata. «Le aveva sconsigliato la puntura»
Sono ancora in attesa di essere sospese o cancellate, le sanzioni da 100 euro per i quasi due milioni gli over 50 non in regola con la vaccinazione anti Covid al 15 giugno scorso. Tra i «fuorilegge» finiscono così anche grandi anziani allettati con pluripatologie e pensioni minime. Le cronache locali riportano molti casi, con parenti sbalorditi perché gli zelanti riscossori, a volte, non si fermano nemmeno davanti alla documentazione presentata dal medico curante.
Ieri, La Stampa, riportava il caso di una donna di 82 anni di Carmagnola (Torino), invalida al 100%, fissa a letto e con 700 euro di pensione che, racconta il figlio, Alfredo Bianchi, «è stata multata per non aver fatto la seconda e terza dose di vaccino anti Covid. Dopo che in seguito alla prima, il medico curante ci aveva sconsigliato di proseguire per possibili gravi reazioni avverse». Niente da fare: il meccanismo innescato con la norma messa a punto dal governo Draghi è inesorabile. La signora è stata segnalata dal ministero della Salute come «non ottemperante agli obblighi vaccinali anti Covid» e per questo sanzionata. In realtà la nota prevede anche la possibilità di presentare, entro dieci giorni, all’Azienda sanitaria locale (Asl) competete la «documentazione» per «differimento o esenzione». Diligentemente, il medico curante, su richiesta della famiglia, ha provveduto a fornire all’Asl quanto richiesto. Inamovibile, il Sisp, organo dell’Asl che valuta tali documentazioni, ha confermato la sanzione. «Non è possibile attestare l’insussistenza dell’obbligo vaccinale o l’impossibilità di adempirvi da parte sua», ha risposto l’Asl, che è arrivata a tale conclusione «sulla base di quanto disponibile e delle attuali conoscenze scientifiche, dopo la valutazione eseguita dal nostro team medico sulle documentazioni inviate». In due righe è stata screditata la professionalità del medico di famiglia ed è stata confermata la sanzione. «Per fortuna 100 euro possiamo ancora permetterceli», commenta Bianchi che però riflette su cosa può significare tale mula per «un anziano solo e con la pensione minima». In famiglia, per la cronaca, sono tutti vaccinati, eccetto l’anziana, come altri ultra novantenni, centenari, addirittura ospiti di Rsa, perfino over 90 decedute nel 2020, o persone con doppia dose e una guarigione (che conterebbe come terza).
A oggi, essendo saltato l’emendamento al dl Aiuti ter di inizio novembre, tutto è fermo, anche i pagamenti: devono ancora essere spediti i bollettini dall’Agenzia delle entrate. Inoltre, dall’arrivo, il sanzionato ha 60 giorni per versare i 100 euro. Tutto potrebbe ancora essere sospeso o cancellato, anche grazie all’intervento del ministero dell’Economia e delle finanze (Mef). Intanto, il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, da tempo rassicura che «si sta pensando di rinviare le multe» ricordando che «solo Italia, Grecia e Spagna» le hanno applicate, ammettendo che è un problema far pagare 100 euro «in un momento storico come questo, dove ci sono pochi soldi».
- Il leader del Cremlino vede Olaf Scholz e si dice pronto a «seguire la strada dei negoziati». Truppe ritirate dal confine. Ministero della Difesa e due banche ucraine mandate in tilt. Prosegue la missione di Luigi Di Maio.
- Parla l’italiano andato a sostenere le milizie vicine a Mosca: «Sono otto anni che da queste parti c’è lo stato di guerra. L’invasione imminente? Propaganda».
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Distensione sì o distensione no? È questo il problema. Dalla crisi ucraina ieri sono infatti arrivati segnali discordanti. Da una parte, si sono intraviste manifestazioni di disgelo. La Russia ha annunciato il ritiro (peraltro già programmato) di una parte delle proprie truppe dalla Crimea dopo delle esercitazioni militari: una notizia che è stata accolta con (cauto) ottimismo da vari Paesi, tra cui Germania, Francia e Spagna. Vladimir Putin si è inoltre detto disponibile a discutere con Stati Uniti e Nato in materia di sicurezza. E proprio dalla Nato è arrivata una timida mano tesa. «Ci sono segnali da Mosca che la diplomazia dovrebbe continuare. Questo dà motivo di un cauto ottimismo. Ma finora non abbiamo visto alcun segno di de-escalation sul campo da parte russa», ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg.
Dall’altra parte, non sono mancati però segnali di tensione. L’ambasciatrice americana all’Onu, Julianne Smith ha mostrato diffidenza sulle reali intenzioni dei russi, mentre l’Ucraina ha denunciato un attacco informatico al sito Web del proprio ministero della Difesa e a quelli di due grandi banche del Paese. Mosca ha inoltre avviato delle esercitazioni militari nel mare di Barents, schierando più di 20 navi, e ne sta pianificando ulteriori nel Mediterraneo orientale. Londra, dal canto suo, ha esortato a non abbassare la guardia. «Stiamo assistendo a un’apertura russa alle trattative. D’altra parte, l’intelligence che stiamo vedendo oggi non è ancora incoraggiante», ha dichiarato Boris Johnson.
È quindi in mezzo a questa situazione contraddittoria che si sono dipanati i tentativi della diplomazia europea. Olaf Scholz ha innanzitutto incontrato ieri a Mosca Putin. Dopo il colloquio, il leader russo si è detto pronto a «seguire la strada dei negoziati» con l’Occidente in materia di sicurezza, ha negato di volere un conflitto, ha definito un «genocidio» la situazione nel Donbass e ha inoltre indicato il Nord Stream 2 come un «progetto meramente commerciale». Ricordiamo che questo gasdotto sia storicamente osteggiato da Polonia e Ucraina, che lo considerano uno strumento a disposizione di Mosca per esercitare pressione sull’Europa. Putin ha anche invocato delle garanzie sul fatto che Kiev non entri nella Nato, non solo nel breve ma anche nel lungo termine. «Rimandare o ritardare l’adesione dell’Ucraina alla Nato non cambia nulla per la Russia in prospettiva storica, vogliamo risolvere la questione adesso», ha detto. Pur criticando il capo del Cremlino per l’uso del termine «genocidio», Scholz, dal canto suo, ha definito il ritiro di una parte delle truppe russe come «un buon segnale», aggiungendo: «Per gli europei è chiaro che una sicurezza duratura non può essere raggiunta contro la Russia, ma solo con la Russia».
In tutto questo, sempre ieri, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è recato a Kiev, dove ha incontrato l’omologo ucraino, Dmytro Kuleba, il quale, nell’occasione, ha di fatto replicato a Putin, affermando: «Nessuno tranne l’Ucraina e i membri della Nato dovrebbero avere voce in capitolo nelle discussioni sulla futura adesione dell’Ucraina alla Nato». Di Maio, che è atteso a Mosca nella giornata odierna, ha per parte sua parlato ieri di uno «spazio per una soluzione diplomatica». «L’unica via da percorrere», ha sottolineato, «è quella che porta alla pace e alla stabilità». Tutto questo, mentre il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio telefonico con Mario Draghi: colloquio in cui, secondo una nota di Palazzo Chigi, il nostro premier «ha ribadito il fermo sostegno del governo italiano all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina». Sempre ieri, hanno avuto luogo ulteriori telefonate: si sono sentiti non solo Joe Biden ed Emmanuel Macron, ma anche il segretario di Stato americano Tony Blinken con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
Non mancano comunque problemi da entrambe le parti. Il fronte occidentale continua a rivelarsi piuttosto sfilacciato, con i vari Paesi che si muovono in ordine sparso e la diplomazia di Bruxelles quasi del tutto assente. Dall’altra parte, delle divisioni si registrano anche dal lato russo. Ieri la Duma ha approvato a larga maggioranza una mozione che chiede a Putin di riconoscere formalmente le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk: una mossa che, se si concretizzasse, sconfesserebbe gli accordi di Minsk, su cui però si stanno concentrando attualmente gli sforzi europei e russi per trovare una soluzione diplomatica alla crisi in atto. Non è quindi un caso che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sia dovuto intervenire per gettare acqua sul fuoco. «Nessuno rimane indifferente al destino della gente del Donbass», ha detto, per poi tuttavia precisare: «La Russia ha ripetutamente dichiarato il suo impegno per il pacchetto di misure di Minsk e sostiene la rapida attuazione del piano d’azione di Minsk».
Insomma, la mozione della Duma, inizialmente presentata dal Partito comunista russo in una fase tanto delicata, non era stata coordinata con il Cremlino: il che può voler dire che alcuni settori politici russi o hanno cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Putin oppure hanno tentato di forzargli la mano nella crisi in corso. Come che sia, il capo del Cremlino si è ritrovato in difficoltà nel pieno dei negoziati ucraini, visto che sia l’Ue che la Nato hanno criticato la mozione della Duma, mentre Kiev ha chiesto un incontro urgente con Mosca e l’Osce. La crisi, insomma, resta ricca di incognite.
«Qui nessuno crede al blitz russo»
Andrea Palmeri, di Lucca, nel 2014 è partito dall’Italia per sostenere le milizie filorusse che combattono nel Donbass. Accusato di essere un mercenario, è stato condannato a 5 anni di reclusione da un tribunale italiano. Rimasto in Ucraina, ora dice di essere impegnato in attività umanitarie.
Palmeri, c’è chi dice che in Ucraina potrebbe accendersi la miccia della terza guerra mondiale…
«Purtroppo penso che la terza guerra mondiale sia già iniziata, una guerra combattuta sul piano economico e dell’informazione. La situazione dell’Ucraina è emblematica: si sta usando questa nazione per allontanare la Russia dall’Europa, lo scopo è solo questo. Russia ed Europa dovrebbero essere partner economici e avere un rapporto disteso risulterebbe vantaggioso per entrambe. Logicamente a qualcuno questo dà noia. L’Europa si è dimostrata assente e troppo asservita al volere di Washington e quindi sta subendo la situazione in modo passivo».
Come si vive realmente in questi giorni e che aria tira per le strade?
«Qui si vive normalmente. Nessuno crede che la Russia invaderà l’Ucraina. Tutto è aperto e prosegue come sempre, del resto sono 8 anni che viviamo in uno stato di guerra permanente e di solo teorico “cessate il fuoco”».
Quanto è davvero imminente l’invasione russa?
«Penso che un’invasione russa dell’Ucraina sia solo propaganda, la macchina della propaganda americana lavora incessantemente e purtroppo sono poche le voci libere che hanno la forza di opporsi. Alla Russia non serve una guerra e invadere l’Ucraina non avrebbe senso. Sicuramente la Russia vuole garanzie sul fatto che l’Ucraina non entri nella Nato e che le Repubbliche del Donbass non vengano attaccate rischiando così un genocidio. In Europa non si può dire ma qui, nel 2014, i battaglioni nazionalisti ucraini hanno fatto migliaia di morti: ci sono fosse comuni, ma su ciò si tace volutamente».
Però ci sono i militari russi al confine, no?
«I militari al confine non basterebbero per la conquista dell’Ucraina: hanno una funzione deterrente, niente di più. Io penso che per la pace nel mondo i democratici americani siano quanto di peggiore possa esistere. Credo comunque che russi e americani abbiano già trovato una bozza di accordo, perché nessuno è così stupido da esasperare il tutto fino all’irreparabile». L’Europa, e soprattutto l’Italia, che ruolo hanno e come stanno giocando in quella che sembra un’infinita partita a Risiko?
«L’Europa è purtroppo assente, l’unico politico di spessore che aveva voce in capitolo e faceva gli interessi europei era la Merkel. La sua assenza infatti si sente tantissimo. L’Italia invece, e lo dico con dispiacere, è un Paese commissariato che non ha voce in capitolo».
Quelli che sono ormai diventati i suoi concittadini sono realmente preoccupati? Che cosa si aspettano dal futuro?
«Ripeto che secondo me si sta giocando una partita di propaganda: la Russia non vuole la guerra, vuole solo essere ascoltata. Penso che sia giusto e doveroso che Russia ed Europa tornino ad essere partner. Il nemico è la Cina e anche gli americani dovrebbero capirlo: Trump lo aveva capito, i democratici purtroppo no».
Zalnesky ha dichiarato che mercoledì 17 la Russia attaccherà l’Ucraina.
«Non credo proprio che ci sarà un attacco. Eventualmente, se la Duma riconoscerà le nostre repubbliche (come poi è accaduto, ndr), i soldati russi verranno su invito dei nostri governi a garantire la pace. Ci vuole volontà: basterebbe dare la voce al popolo con un referendum. Per chi si erge a paladino della democrazia, la voce del popolo dovrebbe essere sovrana».
- Il ddl Sostegni stanzia solo 50 milioni di indennizzi per il 2022, «in assenza di dati su eventi avversi». Basta chiedere all’Aifa.
- La lucchese Irene Cervelli, 41 anni, era andata in coma e oggi non è più autosufficiente.
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Questo governo impone di fatto il vaccino anti Covid alla maggior parte della popolazione, ma ha la spudoratezza di affermare che non dispone di dati su possibili danni alla salute del cittadino che porge il braccio due, tre volte. Guarda caso, si dice «all’oscuro» quando in ballo ci sono quattro, miseri fondi stanziati per il risarcimento in seguito a danni permanenti o decessi. Per avere l’esatta idea dell’ipocrisia con la quale fingono di ignorare le almeno 16 morti, secondo l’Aifa correlate al farmaco anti Covid, basta scorrere la relazione tecnica al ddl Sostegni ter pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 27 gennaio.
Nelle «Disposizioni in materia di vaccini anti Sars-CoV2 e misure per assicurare la continuità delle prestazioni connesse alla diagnostica molecolare», il decreto interviene modificando la legge del 25 febbraio 1992, sugli indennizzi per gli effetti avversi da vaccino, e all’articolo 1 aggiunge il nuovo comma 1 bis in base al quale l’indennizzo viene accordato «anche a coloro che abbiano riportato lesioni o infermità dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psicofisica, a causa della vaccinazione anti Sars-CoV2 raccomandata dall’autorità sanitaria».
A parte la spudoratezza di definire «raccomandata» una campagna vaccinale con super carte verdi che tolgono diritti costituzionali e spazi vitali sacrosanti per chi non si immunizza, ammonta a 50 milioni di euro per quest’anno, e a 100 milioni di euro dal 2023, la grande cifra stanziata per il ristoro di chi si è fidato dello Stato ed è morto, o non è più in salute. Briciole vergognose, che mai riuscirebbero a ristorare danni permanenti di tanti cittadini, se solo riuscissero a ottenere supporto legale e tutela indennitaria.
Ma il peggio deve venire. Nella citata relazione tecnica, la pochezza dei fondi messi a disposizione è così motivata: «Tenuto conto che allo stato non si dispone di alcun dato in ordine a possibili danni permanenti alla salute derivanti con certezza dalla somministrazione di tale vaccinazione, la disposizione cautelativamente valuta un onere di 100 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2023». Il governo, dunque, obbliga al vaccino anti Covid personale sanitario, insegnanti, forze dell’ordine e, tra due giorni, tutti gli over 50, ma non ha idea se il farmaco possa fare male, molto male, creando reazioni avverse anche gravissime.
Bontà sua stanzia una miseria oltraggiosa destinata all’indennizzo di tutti quelli che si sono sottoposti all’immunizzazione, però si finge non al corrente dei danni che tali vaccini possono provocare. Bastava solo che il ministero della Salute aggiungesse in una nota che in Italia non funziona la farmacovigilanza attiva, che l’Aifa da quattro mesi non fornisce dati su eventi avversi e morti da vaccino anti Covid, per rendere più grottesca la motivazione. Quest’anno l’Italia spenderà almeno altri 1,5 miliardi di euro in vaccini contro il coronavirus, senza sapere quali rischi sta correndo la popolazione?
Fossero anche solo 16 i decessi correlabili al vaccino, come stabilì l’Aifa nel lontano settembre scorso, già queste morti avrebbero dovuto squarciare il buio, illuminare l’ignoranza di dati in cui sostiene di muoversi il ministro della Salute, Roberto Speranza. Pensiamo a quel 14,4% di segnalazioni definite «gravi» ma nulla più, e al 29% che «risulta non ancora guarito al momento della segnalazione», come riportava l’Agenzia italiana del farmaco in un report oggi inutile, eppure significativo della trascuratezza con cui vengono considerati e trattati gli eventi avversi.
Uno Stato serio, anche se dispone di una farmacovigilanza ridicola, mette insieme un dossier sui casi da post vaccinazione che non si sono limitati a dolore al braccio o a qualche linea di febbre. Invece naviga a vista, tra super green pass e obblighi che non corrispondono all’emergenza sanitaria, mentendo pure sulla gravità e complessità dei possibili danni. Già è vergognosamente lungo, sofferto e costoso per il cittadino vedersi riconosciuto il diritto all’indennizzo, attraverso estenuanti accertamenti che la menomazione irreversibile sia stata causata dalla vaccinazione. Lo Stato deve farsi carico delle eventuali conseguenze negative del vaccino sull’integrità psicofisica di chi presta il braccio o viene obbligato a farlo, e non può fingere di non sapere come questi farmaci possono mettere a rischio la salute. Anche dei bambini, con trial che non termineranno prima del luglio 2024.
«Ictus e lesioni permanenti post Az». La famiglia denuncia e vuole giustizia
Si chiama Irene Cervelli la quarantunenne di Lucca che, lo scorso 3 giugno, è stata colpita da un ictus otto giorni dopo la somministrazione del vaccino Astrazeneca. Ieri, a quasi otto mesi di distanza, la famiglia Cervelli, assistita dai legali Giovanni Mandoli e Federico Corti, ha presentato in Procura una querela contro ignoti per lesioni personali colpose.
Era il maggio scorso, infatti, quando la giovane donna si presenta a uno dei tanti open day vaccinali organizzati dalla Regione Toscana per anticipare la vaccinazione e andare in vacanza più tranquilla, nonostante avesse già una prenotazione per il vaccino Pfizer. È in quell’occasione che le viene inoculato Astrazeneca, dopo aver firmato il consenso.
«Irene non temeva nessun tipo di siero, ma anzi sosteneva la campagna vaccinale contro il Covid, come per ogni altra vaccinazione, e non ha mai avuto alcuna reazione avversa a nessun vaccino», raccontava il fratello, Francesco Cervelli, subito dopo l’accaduto ai giornali della città. La donna infatti - come sostengono anche i legali - non soffriva di nessuna patologia pregressa. Anzi, subito dopo l’iniezione, non ha avuto nessun tipo di reazione se non la classica stanchezza e dolore alle ossa, tanto che ha continuato la sua vita normale per quei pochi giorni che la dividevano dal tragico evento.
Il 3 giugno, esattamente otto giorni dopo il vaccino, tutto cambia: Irene, dopo aver parcheggiato la macchina sotto la sua abitazione - nella periferia lucchese - salendo le scale crolla a terra. Trasportata subito all’ospedale San Luca di Lucca viene immediatamente trasferita nel nosocomio pisano di Cisanello, dopo l’attestazione dei medici e del personale sanitario che il malore era stato causato da un ictus. La donna in quei giorni subirà due lunghi interventi, dai quali uscirà in coma.
«Oggi Irene è sveglia ma purtroppo riporta danni neurologici permanenti e non è autosufficiente», racconta l’avvocato Corti, «È questo il motivo per cui la famiglia ha deciso di sporgere denuncia».
La cartella clinica è infatti ora nelle mani della Procura di Lucca che deciderà se portare avanti la cosa attraverso i necessari approfondimenti, o archiviarla.
Inevitabile il pensiero e l’ipotesi che l’ictus di Irene e le invalidanti conseguenze possano essere ricondotte alla somministrazione di Astrazeneca e la famiglia della donna lucchese oggi pretende la verità.
«Nella cartella clinica rilasciata dall’ospedale c’è la diagnosi di trombocitopenia, trombosi immunitaria indotta da vaccino, cosiddetta Vitt. Chiederemo ad Aifa di certificare la correlazione», spiega l’avvocato Mandoli, come riporta Repubblica.
«Non intendiamo dare la colpa a nessuno», prosegue il professionista Corti, «né ai medici né, tantomeno, alla Regione Toscana, che in quel periodo ha avviato campagne vaccinali somministrando Astrazeneca nonostante si fossero verificati casi simili a quello dell’assistita. Non diamo colpe perché non è il nostro mestiere. Abbiamo depositato alla Procura una denuncia contro ignoti in modo che chi di dovere possa analizzare la situazione, nella speranza che un medico legale riprenda in mano quella cartella clinica».
In effetti il caso di Irene Cervelli non è il solo, purtroppo: in quel periodo i casi di morte o di danni importanti a seguito della somministrazione di Astrazeneca si erano già presentati. Un esempio quello della giovanissima Camilla Canepa, deceduta a 18 anni dopo il vaccino anglosvedese. Un’altra storia che porta con sé il giallo del perché i sanitari - in quel caso dell’Ospedale di Lavagna - non abbiano inserito nella cartella clinica, a seguito del decesso, l’informazione che la ragazza pochi giorni prima si era vaccinata.
«Non possiamo affermarlo con certezza», prosegue Corti, «ma possiamo asserire che la correlazione tra Astrazeneca e i danni riportati da Irene Cervelli c’è e che è molto probabile che il vaccino sia stata la causa scatenante. Questo dovrà pronunciarlo ufficialmente, in caso la Procura decida di non archiviare il caso, il professionista incaricato. Per quanto riguarda la responsabilità, non sta a me dire a chi può essere imputata. Il medico vaccinatore, nel momento in cui segue il protocollo non è perseguibile penalmente e Irene Cervelli aveva firmato il consenso. Anche in questo caso sarà la giustizia a dare risposte», conclude il legale.
Le cartelle cliniche parlano chiaro e i legali - per ora - non si sbilanciano: che la giustizia faccia il suo corso, se non altro per dare una risposta a Irene, che da un giorno all’altro si è trovata catapultata in una vita non sua, senza nessuna spiegazione.





