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Tutto quello che dovete sapere sul kimchi

  • È senza dubbio il piatto più conosciuto della cucina coreana. Utilizzato come contorno, ma anche come ingrediente principale per pasti semplici e veloci, oggi è al centro di una diatriba con la Cina che sostiene di aver dato i natali a questa ricetta.
  • «Se davvero il kimchi fosse cinese, la Cina dovrebbe spiegare il motivo per cui in Cina non ci sono fonti storiche riguardo al kimchi mentre in Corea sì». Il direttore dell'Istituto Culturale Coreano Choong Suk Oh racconta alla Verità il vero significato di questo piatto nella vita dei coreani.

Lo speciale contiene due articoli, gallery fotografiche e video.


Una polemica che ruota tutta intorno a un cavolo. E più precisamente al cavolo utilizzato nella preparazione del kimchi da tutti chiamato, erroneamente, cavolo cinese o cavolo di Pechino. Visto il crescente interesse verso questo piatto semplice all'apparenza ma estremamente complesso, la Cina, che di per se vanta un patrimonio storico e culturale immenso, ha ben pensato di avanzare l'idea che in realtà i natali del kimchi appartengano alla terra del Dragone. Con buona pace dei Coreani che, invece, si ridurrebbero a dei semplici consumatori e usurpatori del piatto. Eppure, per onor di cronaca, le cose non sono proprio come la Cina racconta. Già nel 2012 il governo cinese iniziò a contrastare il kimchi vietando le importazioni del tipo coreano sostenendo che queste fossero in contrasto con gli standard definiti dal Codex Alimentarius e che il cavolo utilizzato per la sua preparazione fosse un derivato del pao cai, una variante del Sichuan. Se si va a leggere il Codex, tuttavia, si scopre che il cavolo utilizzato per la preparazione del kimchi ha un nome ben preciso che, con la Cina, ha poco a che vedere: cavolo kimchi. Come il piatto di cui è alla base. Eppure la polemica non sembra placarsi e, dopo che da qualche settimana infiamma le cronache nazionali coreane, ora non è passata inosservata nemmeno in Italia.

Ma che cosa intendiamo quando parliamo di kimchi?

Elemento di base della cucina coreana, la prima volta che si legge la parola kimchi è in un testo, simile a un ricettario, risalente al periodo Goryeo (918-1392). Nel registro sono riportate diverse etichette e varie tipologie di kimchi (dal classico a quello con la rapa passando per quello composto da germogli di bambù) che venivano utilizzati per alcuni rituali ancestrali. Sempre nel periodo Goryeo, il kimchi è il protagonista indiscusso di un poema del letterato Yi-Gyu-bo che in un suo poema descrive la preparazione e il consumo di un kimchi leggero composto di rapa in salamoia. Anche nel periodo Joseon (1392-1910) vi sono tracce di testi letterari di tipo agricolo e culinario in cui viene citato e descritto nel dettaglio il kimchi.

«Nel campo dietro casa piantiamo rape, rafano, lattuga e filipendula, assieme a zenzero, aglio e cipolle verdi, e facciamo il kimchi con cinque condimenti»

Questa piccola poesia è tratta da uno dei volumi storici di Seo Geo-jeong, un letterato che visse tra il 1420 e il 1488 che spesso si dedicò al racconto del kimchi, della sua produzione e del consumo.

Sebbene la ricetta non sia mai stata stravolta, oggi il kimchi si può preparare con tutte le verdure che crescono sulla terra e ne esistono oltre 300 varietà differenti che variano a seconda della stagione, ma anche della regione o degli ingredienti utilizzati nella sua preparazione. Ciò che tutte le varietà di kimchi hanno in comune è che tutte le verdure utilizzate devono prima essere messe sotto sale, poi condite con varie salse e fatte fermentare. Se la tradizione vuole differenze non solo regionali, ma anche di casa in casa, è noto che nelle zone più fredde del Nord il kimchi sia più insipido, preparato con poco peperoncino in polvere e molto acquoso. Al contrario, nelle regioni più calde del Sud, per accrescerne la conservabilità si aggiungono sale, pesce fermentato e molto peperoncino in polvere. Il risultato è un piatto molto piccante, salatissimo e poco acquoso.

Tutte le qualità di kimchi sono però accomunate dal fatto che questo piatto sia ricco di vitamine, minerali e fibre e porti effettivi benefici al nostro organismo. Riconosciuto a livello mondiale come un ottimo alimento dietetico, grazie al processo di fermentazione vi si formano dei fermenti lattici e dei componenti aromatici che aiutano e favoriscono la digestione, la rivista americana Health lo ha posto al quinto posto nella classifica dei cibi anticancerogeni e ricchi di fermenti lattici. In Corea tutti lo consumano perché si pensa che questo alimento aiuti ad affrontare le vite frenetiche delle metropoli coreane tanto che si stima che in un anno, solo i sudcoreani, consumino in media 1,85 milioni di tonnellate di kimchi, circa 36 chilogrammi pro capite.

Il kimchi è così radicato nella tradizione che il gimjang, la cerimonia di preparazione in grandi quantità che di solito avviene tra ottobre e novembre, è stato riconosciuto nel 2013 come Patrimonio Culturale Intangibile dell'Umanità dall'Unesco. Durante il gimmjang, le famiglie si riuniscono e preparano grandi quantità di kimchi per condividerlo con la famiglia e i meno fortunati rafforzando così i rapporti di amicizia. In passato, il gimjang era visto come una necessità per affrontare gli inverni freddi e difficili in cui le verdure scarseggiavano.



A raccontare e a far conoscere in Italia la storia del kimchi e le sue modalità di preparazione ci pensa l'Istituto Culturale Coreano con sede a Roma che organizza online corsi di cucina tipica locale ma anche eventi in cui racconta, attraverso la voce di ambasciatori d'eccezione, la storia del Paese. Tra questi figura Costantino della Gherardesca, noto volto televisivo con cui abbiamo partecipato a una lezione di cucina sulla preparazione del kimchi. «Il kimchi è un piatto molto buono e saporito e accende l'attenzione sul microbiota, ovvero la salute dell'intestino piatto.» ha commentato il conduttore «Questo piatto millenario favorisce la flora intestinale ed è estremamente sano». «Pur essendo un piatto apparentemente semplice» ha continuato «al suo interno si trovano decine di verdure e spezie e il ragionamento sui sapori è tutto calcolato». «La Corea è l'Italia sono sempre più vicine» ha concluso Costantino «e la Corea in questo periodo sta vivendo un vero boom culturale ed economico. Aprendoci ad altre culture possiamo solo guadagnarci, scambiandoci informazioni e aprendoci a un Paese che - pur essendo ancorato alle tradizioni come il nostro - è diventato un paradigma per quanto riguarda la modernità e lo slancio verso il futuro e una cultura cosmopolita».


La storia del gimjang

«Se davvero il kimchi fosse cinese, la Cina dovrebbe spiegare il motivo per cui in Cina non ci sono fonti storiche riguardo al kimchi mentre in Corea sì»

Abbiamo incontrato Choong Suk Oh, direttore dell'Istituto Culturale Coreano in Italia che ci ha raccontato qualcosa di più sul kimchi.


Direttore, quale significato ha il kimchi per i Coreani?

«Si può affermare con assoluta certezza che il kimchi sia il piatto più rappresentativo della Corea. Per fare un esempio quando si parla della pizza o della pasta viene in mente l'Italia, con il curry l'India, per i würstel la Germania, il sushi rimanda al Giappone, e quando si parla di kimchi inevitabilmente si pensa alla Corea».

Il Kimchi è riconosciuto a livello internazionale al punto da essere registrato come bene culturale Unesco, può parlarcene meglio?

«A voler essere precisi nel 2013 è stato registrato come Patrimonio Immateriale Unesco il kimjang, ossia il processo di preparazione del kimchi e la sua condivisione. Tradizionalmente in Corea ai primi freddi si prepara una grande quantità di kimchi che vengono conservate nei Dok (giare tradizionali coreane in argilla, ndr.) che a loro volta vengono quasi completamente sotterrate e il kimchi viene tirato fuori da questo contenitori per essere consumato. Inoltre per preparare il kimchi si riunisce tutta la famiglia o nei piccoli villaggi tutta la comunità creando un grande momento di coesione sociale. Ecco che la pratica collettiva del kimjang diventa il momento di affermazione dell'Identità Coreana che rappresenta inequivocabilmente uno dei nuclei fondamentali della cucina coreana».

Il Kimchi ha avuto grande popolarità sin dalle sue origini o ha avuto bisogno di tempo per farsi conoscere?

«I Coreani consumato da tempo immemore il kimchi, ma questo piatto ha cominciato a farsi conoscere al mondo relativamente in tempi recenti, possiamo dire da circa una sessantina d'anni. Inoltre con l'avvento della tecnologia dal 1984 al posto della conservazione nei Dok si è passati alla conservazione in frigoriferi speciali ideati appositamente per la conservazione del kimchi che ha contribuito ulteriormente alla sua diffusione».

Può parlarci meglio del problema sorto con la Cina sul kimchi?

«Una delle enciclopedie cinesi più consultate riporta che l'origine del kimchi sia cinese. E addirittura anziché essere denominato "Kimchi" è riportato con la dicitura "Pao Cai" e anche nei dizionari inglese-cinese la definizione di kimchi in cinese è riportata come "Han Quoc Pao Cai" ossia Pao Cai Coreano. Insomma considerato quanto detto alcune correnti cinesi sostengono incomprensibilmente con affermazioni parziali che il kimchi faccia parte della cultura gastronomica cinese. Si può dire che ciò fa parte di quel movimento cinese che tenta continuamente di includere la cultura coreana in quella cnese. Ma nella realtà la Cina stessa non ha nessuna documentazione o riferimento storico sul processo di realizzazione del kimchi e delle sue evoluzioni. Mentre in Corea ci sono moltissimi riferimenti e reperti storici che testimoniano tutti i cambiamenti del kimchi nel tempo. Insomma se davvero il kimchi fosse cinese, la Cina dovrebbe spiegare il motivo per cui in Cina non ci sono fonti storiche riguardo al kimchi mentre in Corea sì».

In virtù dell’abituale rotazione, la presidenza dell’Unione ora tocca a Nicosia, che non ha mai reciso i legami con Mosca.

Una mattina mi sono svegliato e ho trovato un cipriota. Allarme compagni europei: da ieri è scattato il semestre di presidenza di uno degli Stati più piccoli e tradizionalmente più legati a Mosca di tutta l’Ue. Urge richiamo alla sensibilità democratica dell’intero collettivo di Bruxelles: i tailleur di Ursula, la faccia tosta di Macron e financo le gaffe di Kaja Kallas dovranno fare i conti con il peggiore dei nemici interni, la rotazione delle poltrone di comando sulla tolda dell’Unione. Il meccanismo bizantino, figlio malato di un sistema evidentemente decotto, prevede infatti che la presidenza del consiglio dell’Ue, l’organo che riunisce gli Stati membri e che dunque delinea le linee strategiche ed elabora le politiche estere e di sicurezza, passi di mano ogni sei mesi. E dall’1 gennaio il delicato e prestigioso incarico è passato a Cipro, già paradiso degli oligarchi turchi, per anni hub finanziario della Russia e legato a Mosca da antichi interessi comuni in campo energetico e militare. O partigiano portami via, che mi sento di morir.

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Parigi esulta: i salari non crescono. È grazie all’euro, ma la sinistra tace
Emmanuel Macron (Ansa)
In Francia nessuno vuole intestarsi un’austerità molto più mite di quella imposta a noi.

Da quando il governo Meloni si è insediato, il presidente della Repubblica e tutta l’allegra compagnia della sinistra nostrana si sono accorti che in Italia esiste un problema salari. Ironia della sorte: con la maggioranza di centrodestra gli stipendi sono tornati a crescere, benché non ancora a sufficienza, più dell’inflazione. Al di là le Alpi, invece, qualcuno esulta per il motivo opposto. «La bassa inflazione rafforza la competitività della Francia», titola un articolo del principale quotidiano economico francese, Les Echos, di proprietà di Bernard Arnault, patron di Lvmh nonché l’uomo più ricco di Francia.

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Dal 2022 il patrimonio delle famiglie è salito a 11.000 miliardi. Merito anche della Borsa che dall’elezione della Meloni ha fatto +115%, ai massimi dal 2000. Il potere d’acquisto non ha però recuperato i maxi rincari.

La Borsa, si sa, ha un brutto carattere. Volubile, lunatica, isterica. Però ogni tanto si sveglia allegra, si mette la giacca buona, sistema la cravatta e decide di comportarsi bene. È successo ieri. Piazza Affari ha aperto il cassetto dei ricordi, ha soffiato via la polvere e ha ritrovato una vecchia fotografia: dicembre 2000. Venticinque anni fa. Altro secolo, altro mondo, altro capitalismo. Eppure eccoci qui: il Ftse Mib chiudendo a 45.374 punti ha segnato di nuovo ai massimi di inizio millennio, come chi torna nella casa dell’infanzia e scopre che il divano è lo stesso, ma ora ci si siede con qualche ruga in più e molta più esperienza. E adesso? Adesso si guarda avanti. Anzi, si guarda in alto. Perché dopo i massimi dal 2000 il prossimo numero non può che essere 50.000 punti.

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La Lagarde ci tiene a stecchetto ma prende 2.000 euro al giorno
Christine Lagarde (Ansa)
Il «Financial Times» smaschera la presidente della Banca centrale, che voleva tener bassi i salari dei cittadini per non far salire l’inflazione. Lei intanto si gonfiava gli emolumenti, fino a incassare 4 volte il capo della Fed.

I salari sono la bestia nera di Christine Lagarde. Fosse per lei non li aumenterebbe mai, ma anzi li abbasserebbe con la scusa di tenere sotto controllo l’inflazione. Ovviamente, quando si parla di salario si intende quello degli altri, non certo il suo, perché la busta paga personale della capa della Bce è assai più generosa, al punto da arrivare a incassare il quadruplo del governatore della Federal reserve americana, Jay Powell. A fare i conti in tasca alla presidente della Banca centrale europea è stato il Financial Times, che con un’inchiesta pubblicata ieri ha rivelato che lo stipendio di Lagarde è superiore di oltre il 50% rispetto a quanto dichiarato ufficialmente. Secondo i calcoli del quotidiano britannico, infatti, la numero uno dell’autorità monetaria dell’Unione nel 2024 ha potuto contare su diversi benefit e remunerazioni aggiuntive che le hanno fatto raggiungere quota 726.000 euro, molti di più dei 466.000 dichiarati ufficialmente come stipendio base nella relazione della Bce: praticamente, fanno 2.000 euro al giorno.

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