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2019-10-17
Tutti i dazi dell’ipocrita Europa anti Trump
ANsa
Dall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari.
Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.
Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.
Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.
Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.
La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani
Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi».
«Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager.
Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia.
La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso.
Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
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I politici del Vecchio Continente si lamentano per le misure «sovraniste» del presidente americano, ma poi si comportano allo stesso modo con i prodotti provenienti dall'estero. Tabacco, ma anche carne e pesce: sono centinaia le merci protette.In piena bagarre sul 5G, la commissaria alla Concorrenza si muove contro Broadcom.Lo speciale contiene due articoliDall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari. Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-dazi-dellipocrita-europa-anti-trump-2640995427.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vestager-apre-un-nuovo-fronte-bruxelles-fa-guerra-ai-chip-americani" data-post-id="2640995427" data-published-at="1777647705" data-use-pagination="False"> La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi». «Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager. Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia. La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso. Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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