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2019-10-17
Tutti i dazi dell’ipocrita Europa anti Trump
ANsa
Dall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari.
Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.
Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.
Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.
Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.
La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani
Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi».
«Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager.
Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia.
La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso.
Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
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I politici del Vecchio Continente si lamentano per le misure «sovraniste» del presidente americano, ma poi si comportano allo stesso modo con i prodotti provenienti dall'estero. Tabacco, ma anche carne e pesce: sono centinaia le merci protette.In piena bagarre sul 5G, la commissaria alla Concorrenza si muove contro Broadcom.Lo speciale contiene due articoliDall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari. Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-dazi-dellipocrita-europa-anti-trump-2640995427.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vestager-apre-un-nuovo-fronte-bruxelles-fa-guerra-ai-chip-americani" data-post-id="2640995427" data-published-at="1775929973" data-use-pagination="False"> La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi». «Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager. Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia. La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso. Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
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Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
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iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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