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2019-10-17
Tutti i dazi dell’ipocrita Europa anti Trump
ANsa
Dall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari.
Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.
Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.
Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.
Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.
La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani
Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi».
«Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager.
Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia.
La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso.
Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
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I politici del Vecchio Continente si lamentano per le misure «sovraniste» del presidente americano, ma poi si comportano allo stesso modo con i prodotti provenienti dall'estero. Tabacco, ma anche carne e pesce: sono centinaia le merci protette.In piena bagarre sul 5G, la commissaria alla Concorrenza si muove contro Broadcom.Lo speciale contiene due articoliDall'Europa si alza un solo grido: «I dazi? Figli del sovranismo». Con toni diversi è quello che pensano tanti politici, da Nicola Zingaretti a Matteo Renzi fino alle parole del presidente Sergio Mattarella, che ha stigmatizza il ritorno alla concorrenza fra gli Stati come avveniva nel secolo scorso. Sono preoccupati, giustamente, del contraccolpo che colpirà le nostre eccellenze alimentari. Ma contro le misure protezionistiche di Donald Trump tuonano anche il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz e quello francese dell'Economia, Bruno Le Maire, i cui Paesi sono tra i primi responsabili per gli aiuti statali concessi al consorzio Airbus ai danni della Boeing. Se non avessero cercato di barare, il Wto non avrebbe autorizzato le ritorsioni commerciali americane.Nel coro non può mancare la Commissione europea che, attraverso il portavoce Daniel Rosario, deplora la decisione di Washington e rivendica il diritto di imporre contromisure agli Usa. Tuttavia, mentre divampa la discussione per evitare una stangata all'export europeo, basta poco per scoprire che sono centinaia i dazi che l'Ue applica su moltissime merci provenienti da Paesi con i quali non ha specifici accordi. E che, non diversamente da quelli di Trump, vanno a incidere sulle tasche dei consumatori finali. La sfilza dei prodotti tassati alla dogana (che pubblichiamo in tabella) è impressionante. Si va dal tabacco, sul quale i dazi medi sono del 44,7%, alle carni lavorate, sulle quali i prelievi sono del 18%. La lista è davvero lunghissima, e contiene anche beni di prima necessità che finiscono con il costare molto di più ai cittadini europei. Ci sono, per esempio, alcune specie di frutta fresca e frutta secca (17,5%), crostacei e molluschi (10,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Così come articoli di abbigliamento, calzature, prodotti chimici, fertilizzanti, metalli e pietre e perfino animali vivi.Insomma, mentre in questi giorni si parla di prossima «guerra dei dazi» fra Ue e Stati Uniti, con 7,5 miliardi di dollari (6,8 miliardi di euro) che Washington potrà recuperare alle dogane a partire dal 18 ottobre su una lista di prodotti europei già stilata, si dimentica che un conflitto commerciale esiste da sempre con Paesi con i quali Bruxelles non ha mai raggiunto accordi. Stati Uniti inclusi. Fra tutti i dazi attualmente presenti, il più consistente riguarda tabacco e merci correlate: chiunque voglia esportare beni di questo tipo in Europa deve pagare una tassa media del 44,7%. Ma non finisce qui, perché ogni prodotto industriale è composto da una serie di sotto prodotti, sui quali vengono applicate specifiche imposte. In una catena che, alla fine, fatalmente grava sui consumatori. L'obiettivo è sempre lo stesso e non va demonizzato: proteggere il più possibile la produzione interna, soprattutto quella delle aree più depresse del Vecchio Continente (in particolare Bulgaria, Sud della Spagna, dell'Italia e Grecia) dalla concorrenza estera. Sfruttando spesso l'argomentazione di voler in realtà tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini. Questo vale ovviamente quando si parla di tabacco, ma anche quando sotto la lente ci sono le tasse applicate su beni di prima necessità come carne e pesce. In questo settore le tasse alla dogana sono in media del 18%, solo il 2,4% del comparto non risente di alcun dazio. La stessa cosa vale nel caso dei preparati a base di verdura, frutta, e frutta secca, oberati mediamente del 17,5%. Seguono i prodotti di macinazione (la cosiddetta «milling industry»), con una media del 12,2%. Insomma, i primi posti della classifica sono occupati da prodotti legati al mondo agricolo, sul quale da sempre si concentra il protezionismo dell'Unione. Una politica messa in atto non solo attraverso le dogane, ma anche con l'ausilio di sussidi ad agricoltori e pescatori e anche con quote massime di produzione, come quelle famigerate applicate al latte, per evitare un calo eccessivo dei prezzi.Naturalmente quale eccezione esiste, perché nel corso della sua storia l'Ue ha stretto patti commerciali con alcuni Paesi o con gruppi di Stati, che riducono a zero l'ammontare dei dazi applicati dalle merci importate. Questo vale, per esempio, per Albania, Algeria, Cile, Tunisia, Egitto, Sud Africa, America Centrale e Colombia. Mercati dai quali arrivano enormi quantità di olio di oliva e frutta, con prezzi talmente bassi da creare difficoltà ai produttori europei. Da queste intese sono estromessi solo i grandi giganti del commercio mondiale come Cina, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti, che invece vedono gravati di imposte i loro prodotti in entrata. Proprio i dazi applicati agli Usa potrebbero presto subire un'impennata perché, se è vero che l'Ue ha agevolato Airbus violando le norme del Wto, anche il governo americano avrebbe fatto la stessa cosa nei confronti di Boeing. E questo potrebbe tradursi in una nuova lista di prodotti da tassare. Beni questa volta prodotti negli Stati Uniti e diretti verso i nostri mercati: jeans, whisky, scarpe da ginnastica, noccioline e chewing gum tanto per cominciare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-i-dazi-dellipocrita-europa-anti-trump-2640995427.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vestager-apre-un-nuovo-fronte-bruxelles-fa-guerra-ai-chip-americani" data-post-id="2640995427" data-published-at="1774145098" data-use-pagination="False"> La Vestager apre un nuovo fronte Bruxelles fa guerra ai chip americani Mentre gli Stati Uniti cercano di spezzare l'asse tra Unione europea e Cina, da Bruxelles è arrivata l'ennesima misura contro una multinazionale a stelle e strisce che opera nel settore digitale. Protagonista - anche questa volta - il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, che sarà presto nominata vicepresidente esecutivo della Commissione e responsabile per l'attuazione dell'agenda digitale. Decisa a non perdere tempo sulle regole fiscali da applicare ai giganti del Web, come ha fatto capire in audizione al Parlamento europeo per la sua conferma, nella sua guerra ai grandi di Internet ha recentemente trovato un nuovo alleato, l'italiano Paolo Gentiloni, prossimo commissario agli Affari economici. Secondo quest'ultimo, «in materia fiscale, sulle decisioni di maggiore importanza per l'Unione, come l'imposta digitale, occorre essere pronti anche a impedire l'esercizio di porre il veto ai singoli Paesi». «Lady tax», come l'ha soprannominata il presidente statunitense Donald Trump per via delle sanzioni inflitte a diversi colossi high tech soprattutto statunitensi (Google e Amazon), ha deciso di imporre a Broadcom, azienda leader mondiale dei chip per modem e decoder, una serie di misure che impediscono alla società di causare «danni seri e irreparabili alla concorrenza» con il loro comportamento, che Bruxelles ritiene violi le norme europee. «Abbiamo forti indicazioni che Broadcom attui pratiche anticoncorrenziali e il suo comportamento, in assenza di intervento, creerebbe danni seri. Per questo abbiamo ordinato a Broadcom di mettere fine a questi comportamenti», ha detto il commissario Vestager. Una notizia pesante, se pensiamo anche che, a poca distanza dall'annuncio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella sbarcava a Washington con in agenda una cena con l'omologo statunitense Donald Trump a base di Russia, Cina, dazi e 5G, oltre che una giornata a San Francisco per approfondire proprio i temi della tecnologia. La storia di Broadcom inizia a giugno, quando la Commissione aveva avviato un'indagine per valutare l'operato della società sotto il profilo della concorrenza. La decisione di ieri si basa su alcuni elementi. In particolare si ritiene Broadcom dominante su tre mercati: chip per decoder, modem per fibra e modem xDSL. Broadcom, secondo l'autorità guidata da Vestager, abusa della sua posizione dominante attraverso accordi con sei produttori di modem e decoder, i quali vengono obbligati a fornirsi in esclusiva o quasi esclusiva in cambio di vantaggi commerciali come sconti o accesso a supporto tecnico o nuova tecnologia in anteprima. Per questo la Commissione ha chiesto alla società di «cessare unilateralmente le pratiche anticoncorrenziali identificate e informare i clienti che non sono più in valide» e di «astenersi dal fare nuovi accordi con lo stesso obiettivo e dall'attuare misure di ritorsione». Broadcom deve attuare tali misure temporanee entro 30 giorni, e saranno valide fino a che Bruxelles non chiuderà l'indagine, dopo essere arrivata a una decisione finale sul caso. Non è soltanto la decisione delle nuove misure ad alimentare le tensioni tra Bruxelles e Washington. C'è un particolare: il fatto che queste siano ad interim (con un blocco temporaneo dei servizi erogati fino a quando o la problematica non è risolta o l'inchiesta conclusa). L'ultima volta che tali misura sono state imposte dall'Unione europea a un'azienda risalgono a circa 20 anni fa. E se Broadcom non dovesse vincere in appello, si spalancherebbe la strada che porta a nuove misure ad interim contro altre società. Ecco perché Google vede con grande preoccupazione l'ultima mossa di Vestager, pronta a non far sconti neppure ad Amazon, Apple, Facebook e Microsoft.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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