2021-08-06
Tutti i guai della carta verde
Ansa
- La beffa dei tamponi «calmierati»: come pagare due volte la cena.
- Proprietari di ristoranti, piscine, palestre e locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale.
- Avrebbe dovuto facilitare gli spostamenti e rimettere in moto il turismo. In realtà si è trasformato in un altro ostacolo.
- È una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate».
- Il paradosso sui trasporti: dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sull'Alta velocità e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione.
- Il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio
- Il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere il certificato per chi non ha ancora ricevuto il codice Authcode. Ma è una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi.
Lo speciale contiene sette articoli.
Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.
I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali
Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare.
Stroncato il turismo che si doveva rilanciare
Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo.
Regole Ue e professioni discriminate
Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio».
Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no?
Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge.
Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no
Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti.
Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde.
Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha?
«Garanzia» anti virus smentita dagli studi
Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio.
Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti
In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo.
I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri.
Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie.
Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
La beffa dei tamponi «calmierati»: come pagare due volte la cena.Proprietari di ristoranti, piscine, palestre e locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale.Avrebbe dovuto facilitare gli spostamenti e rimettere in moto il turismo. In realtà si è trasformato in un altro ostacolo.È una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate».Il paradosso sui trasporti: dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sull'Alta velocità e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione.Il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagioIl numero 1500 è l'unica chiave per ottenere il certificato per chi non ha ancora ricevuto il codice Authcode. Ma è una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi.Lo speciale contiene sette articoli.Il green pass è palesemente uno strumento di discriminazione, ma l'unico modo per ovviare parzialmente a questa situazione sarebbe stato di prevedere la gratuità del tampone. Invece ci sarà il prezzo calmierato (tra i 7 e i 10 euro) e solo per gli studenti delle scuole secondarie, tra i 12 e i 18 anni. Con quelle cifre, per una cena al ristorante, significa praticamente dover pagare una pizza due volte. La gratuità è stata scartata perché avrebbe potuto disincentivare i più giovani a immunizzarsi. In questo modo, però, per una famiglia che va a cena fuori, la pizza del figlio verrebbe a costare il doppio, dovendo presentare l'esito del tampone. Il test inoltre ha una durata limitata e va ripetuto ogni volta che si vuole entrare in locale chiuso. Non è certo la più semplice delle soluzioni e ha anche un costo. Poi si stanno creando alcune differenziazioni regionali. La Regione Umbria ha approvato una delibera in base alla quale, a partire dal 9 agosto e fino al 31, i residenti di età compresa tra 12 e 30 anni che hanno già preaderito alla vaccinazione o lo faranno durante questo arco temporale, potranno usufruire gratuitamente dei test diagnostici, se la data dell'appuntamento per il vaccino non consente loro di ottenere il green pass.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-gestori-dei-locali-saranno-costretti-a-svolgere-funzioni-di-pubblici-ufficiali" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> I gestori dei locali saranno costretti a svolgere funzioni di pubblici ufficiali Il green pass è un gran caos anche per chi deve fare da controllore. Proprietari di ristoranti, piscine, palestre, locali dovranno trasformarsi in una sorta di pubblico ufficiale, stando ben attenti che qualcuno non eluda la sorveglianza. Mentre i cittadini sprovvisti del certificato rischiano una multa fino a 400 euro, ridotta se pagata entro cinque giorni, per gli esercenti distratti, la sanzione è più salata. Dopo due violazioni commesse in giornate diverse, si applica la chiusura da uno a dieci giorni. Gli esercenti dovranno fare la spola tra la cassa e l'ingresso o delegare un dipendente a questo particolare servizio. Si prospettano disagi e discussioni e alcune situazioni imbarazzanti. Il gestore dovrà controllare anche l'età dei minori. Il certificato è obbligatorio per frequentare tali esercizi, per chi ha più di 12 anni. Vita difficile per i ristoranti di montagna, che di solito hanno pochi tavoli all'aperto perché la temperatura, specie di sera, anche d'estate richiede un ambiente chiuso. C'è poi una categoria di persone che non ha potuto effettuare la vaccinazione perché con situazioni di salute che non lo consentono. Per costoro è previsto un certificato di esenzione. All'ultimo momento è stato deciso che non è necessario specificare il motivo dell'esenzione dal vaccino, ma può risultare comunque imbarazzante sia per chi deve esporre questo documento sia per chi deve controllare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="stroncato-il-turismo-che-si-doveva-rilanciare" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Stroncato il turismo che si doveva rilanciare Il green pass era stato concepito, all'inizio, come uno strumento per facilitare gli spostamenti e quindi rimettere in moto il turismo che aveva sofferto con le restrizioni della pandemia. In realtà tra lentezze della campagna vaccinale, problemi nella consegna del certificato e incertezze sul perimetro dell'obbligatorietà, si è trasformato in un altro ostacolo. Le disposizioni governative arrivano giornalmente. A estate inoltrata, con tante prenotazioni sospese, aleggia l'incognita del passaggio di alcune Regioni in zona gialla. Se questo dovesse avvenire, cosa accadrà a chi ha il green pass? È stato detto che nelle zone gialla, arancione e rossa, il certificato è valido per accedere a tutti «i servizi e le attività consentiti e alle condizioni previste per le singole zone». C'è l'orientamento di tenere la capienza dei trasporti all'80% anche in zona gialla. Insomma, il foglio verde è un pass condizionato. Negli alberghi non è obbligatorio, ma il turista deve averlo se vuole visitare musei, mostre o partecipare a spettacoli. Situazione paradossale per le strutture alberghiere che hanno al loro interno un centro termale e benessere. Quando si entra in zona terme, o in una piscina coperta, si presenta il certificato che non è obbligatorio nelle altre aree dell'albergo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="regole-ue-e-professioni-discriminate" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Regole Ue e professioni discriminate Il certificato verde è una palese violazione del Regolamento Ue del 15 giugno, in cui si fa espresso divieto di discriminare «in modo diretto e indiretto le persone che non sono vaccinate». Tra le varie situazioni comunque meritevoli di rispetto, infatti, c'è anche quella di chi non vuole vaccinarsi. Ma per il premier Mario Draghi questa volta possiamo snobbare Bruxelles. Ha detto esplicitamente che «bisogna essere pratici. Se il coordinamento europeo non funziona, bisogna andare per conto proprio». Il green pass è la concreta dimostrazione, allora, che l'Italia può seguire la propria linea, se vuole. Ma allora, è il tema che si porrà a breve quando bisognerà riattivare il Patto di stabilità: potremmo fare lo stesso per l'austerità economica e i vincoli di bilancio, no? Poi, c'è un secondo livello di discriminazione: quella tra professioni. Non a tutti i lavoratori, infatti, è imposto l'obbligo del certificato verde. Dovrà averlo il personale scolastico, come era già accaduto ai sanitari. I docenti che non si adeguano saranno costretti ad assentarsi e, dopo cinque giorni, rimarranno senza stipendio. Eppure, l'obbligatorietà - almeno al momento - non vale per le altre categorie di lavoratori. Eppure, l'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, dice che l'obbligo di un trattamento sanitario deve essere stabilito da una legge. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sullalta-velocita-si-sui-regionali-affollati-no" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Sull’Alta velocità sì, sui regionali affollati no Il paradosso del green pass raggiunge una delle massime vette per quanto riguarda il capitolo trasporti. Dal primo settembre, il foglio verde sarà obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, quindi Alta velocità e Intercity e per i traghetti extraregionali, ma non per i mezzi che viaggiano all'interno della stessa Regione. La stranezza è che proprio i treni regionali sono i più frequentati e affollati, perché servono i pendolari che si spostano quotidianamente per lavoro o per studio. Quindi, i passeggeri di questi convogli prima viaggiano stretti come sardine, gomito a gomito con chi potrebbe non essere vaccinato, poi però, entrando in un ristorante o nella saletta di un bar, devono esibire il certificato verde. Altro paradosso riguarda i traghetti: nessun obbligo di avere il lasciapassare se si raggiungono isole della stessa Regione, ma se poi da queste ci si sposta in altre, allora è richiesto (con l'eccezione di chi transita sullo Stretto di Messina: perché?). Come dire che il virus viaggia con il contachilometri: più è lungo il percorso e più colpisce. Ma è stato accertato che basta qualche secondo per infettarsi. Inoltre, per la lunga percorrenza (treni, traghetti e aerei) la capienza dovrebbe passare dal 50% all'80% dei posti disponibili. E sui mezzi pubblici, la capienza dovrebbe essere conservata all'80% anche in zona gialla - quando, cioè, inizia a crescere considerevolmente la pressione sugli ospedali. Che senso ha? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="garanzia-anti-virus-smentita-dagli-studi" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> «Garanzia» anti virus smentita dagli studi Il green pass dopo una sola dose è la solita soluzione di compromesso che contraddice le evidenze cliniche. Per farlo digerire più facilmente, il premier Mario Draghi ha detto che avrebbe dato la sicurezza di stare a contatto con persone che non sono contagiose. Niente di più errato. La situazione epidemiologica in Israele e nel Regno Unito, che sono più avanti con la vaccinazione, è la dimostrazione che anche chi ha completato il ciclo con due dosi può essere colpito dal virus e può trasmetterlo. A maggior ragione dopo una sola puntura, che è la condizione prevista per avere il certificato verde. Quindi il green pass non è affatto la garanzia che si è al sicuro dal contagio. Non a caso il governo impone, a chi entra a Palazzo Chigi e anche se ha completato il ciclo vaccinale, il tampone. Per partecipare alla conferenza stampa di Draghi, o all'incontro con il ministro dei sindacati, è stata richiesta questa verifica. La situazione è paradossale. Per entrare nella sede del governo non basta il green pass che è invece sufficiente per chi cena nei locali chiusi di un ristorante. Altra assurdità è che chi ha il certificato potrebbe essere servito da un cameriere che ne è sprovvisto e che non si è vaccinato. Per il personale, al momento, non è obbligatorio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-guai-carta-verde-2654467353.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="centralino-ministeriale-lodissea-dei-guariti" data-post-id="2654467353" data-published-at="1628190358" data-use-pagination="False"> Centralino ministeriale. L’odissea dei guariti In molti casi, il numero 1500 è l'unica chiave per ottenere l'agognato green pass ed evitare un'estate in semi isolamento. È una sorta di numero magico, dal momento che occorre molta fortuna per riuscire a collegarsi. Serve soprattutto a coloro che non hanno ancora ricevuto il messaggio o la mail dal ministero della Salute con il codice Authcode da inserire in uno specifico link. Costoro sono in una sorta di limbo. I dimenticati dalla sanità sono in maggioranza guariti dal Covid che avrebbero dovuto ottenere subito la certificazione, al momento della guarigione o quantomeno essere trattati come gli altri. Dopo che il governo ha deciso di estendere il green pass ad alcuni servizi, è aumentato il numero delle persone che hanno contattato questo numero, che però risulta spesso occupato. C'è un altro aspetto. Man mano che ci si avvicina a Ferragosto e cresce la voglia di lasciare le città, diventa più difficile vaccinarsi o completare il ciclo con la seconda dose. Nel Lazio, il blackout informatico della Regione sta rallentando il ritmo delle somministrazioni e, per di più, a giorni, numerosi hub chiuderanno per ferie. Insomma, chi ha avuto, ha avuto. Agli altri, non resta che la trafila dei tamponi.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
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Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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