L’allarme era già scattato durante la pandemia, ma abbiamo finto di ignorarlo e ora eccoci di nuovo alle prese con listini alle stelle. Per i consumatori i rincari già si vedono». Paolo Agnelli, presidente e fondatore di Confimi Industria e presidente del gruppo Alluminio Agnelli, leader nel settore dell’estrusione dell’alluminio e delle pentole professionali, è un fiume in piena.
Quale è la situazione nel settore dell’alluminio?
«È simile a quella degli altri comparti industriali energivori. La guerra in Iran fa precipitare una crisi che già ci attanagliava. Il tema dell’energia non lo scopriamo ora, con il blocco del canale di Hormuz. I grandi produttori di alluminio nel mondo hanno fatto joint venture con società del Qatar e degli Emirati perché lì pagano meno l’energia e possono fare utili importanti. E siccome nei Paesi del Golfo si produce il 50% all’alluminio mondiale, da quando Hormuz è bloccato i rifornimenti si sono interrotti. Già abbiamo sperimentato la carenza di questo materiale con la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia, che ne ha bloccato le esportazioni e, al contempo, ha interrotto anche le loro importazioni di nostri prodotti. Ora non solo non arriva più alluminio, ma non riusciamo nemmeno a produrlo a prezzi ragionevoli, a causa dell’aumento dell’energia».
E le fonti rinnovabili?
«Suvvia. Gli altiforni non si possono alimentare con i pannelli solari. Il beneficio che un’impresa energivora può trarre dalle fonti rinnovabili è di un terzo dei costi energetici. Per mantenere alta la temperatura che serve in fonderia, è necessario il gas o il carbone. O il nucleare ma questo è un terreno minato».
È un tema che il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso sta portando avanti.
«Sì, e speriamo nella sua determinazione. Gli smart nuclear reactor, i piccoli impianti nucleari, potrebbero già entrare in funzione ma ci sono troppi interessi che ne ostacolano il cammino. Mi riferisco ai grandi operatori energetici, a chi guadagna con le fonti fossili, che perderebbero una importante fonte di guadagno. Mi auguro che Bruxelles intervenga a autorizzare gli impianti, così non si avranno più scuse anche perché il referendum contro il nucleare riguardava le grandi centrali nucleari».
In questa emergenza andrebbero riviste anche le tabelle di marcia del Green deal?
«Certo, senza alcun dubbio. Non capisco che aspettino a farlo. Temo però che l’unico provvedimento sarà l’aumento dei tassi da parte della Bce. Per le imprese sarebbe il colpo di grazia. Le banche guadagnerebbero da un aumento del costo del denaro, mentre le persone e le aziende che hanno bisogno di accedere al credito si impoverirebbero».
Interrotti gli scambi tramite lo stretto di Hormuz, resta il canale con l’India.
«Solo in via teorica. I grandi produttori di alluminio indiani hanno da tempo scelto di bypassare Hormuz, facendo il giro del Capo di Buona Speranza, anche se impiegano due mesi per i trasporti. Ora però, siccome c’è un problema energetico - la carenza di gas - quel Paese ha preferito rifornire la popolazione piuttosto che le imprese. Il maggiore gruppo industriale di produzione di alluminio indiano ha deciso di non quotare più il prodotto. Quindi anche quel canale di approvvigionamento si è interrotto».
Quando si faranno sentire i primi rincari sui prodotti finiti?
«L’aumento dei listini è già scattato. Prima della guerra pagavamo l’energia quattro volte di più delle imprese francesi, tre volte in più di quelle spagnole e due volte di quelle tedesche. Ora l’alluminio è rincarato del 30% e gli aumenti si sono già scaricati sul prodotto finale. Si può arrivare anche a un +50%».
Facciamo l’esempio delle pentole.
«Le pentole sono aumentate il giorno dopo l’avvio del conflitto. L’incidenza dell’alluminio sul prodotto è del 10-20% in più. Poi dipende dal modello, dal processo produttivo, dalla percentuale di alluminio, dal costo del trasporto. Ci sono tante variabili. Il caro energia è diventato un motivo in più per andare a produrre all’estero».
Dove all’estero?
«Noi, ad esempio, stiamo pensando di trasferire la parte di fonderia in Nord Africa, dove il gas costa pochissimo e il conto economico si risanerebbe subito. Le aziende se ne stanno andando via dall’Europa, trasferendo la manifattura dove non solo il costo del lavoro ma soprattutto quello energetico sono più convenienti. In Europa, magari mantengono gli uffici di distribuzione e il centro ricerche. Oppure spostano la sede legale dove la tassazione è meno gravosa. Ci si lamenta che non si attraggono gli investimenti ma qui, ovvero in Italia e in Europa, il costo della manodopera è salito alle stelle. E continuiamo a difendere il Patto di stabilità e il Green deal mentre la Cina invade i nostri mercati».