Berlino ha infatti proposto di vincolare l’acquisto di armi di Kiev, che sarebbe finanziato proprio con parte del prestito, all’entità dei contributi bilaterali che gli Stati hanno erogato all’Ucraina. Ergo, Kiev indirizzerebbe i suoi acquisti verso i Paesi che l’hanno più aiutata. La mossa andrebbe quindi tutta a vantaggio della Germania e delle sue industrie della difesa: secondo il Kiel Institute, Berlino ha contribuito con 19,7 miliardi di euro in aiuti militari diventando il maggior donatore europeo dell’Ucraina.
Se il piano tedesco dovesse andare in porto, a rimetterci sarebbero soprattutto l’Italia e la Francia che sosterrebbero l’onere del debito comune, ricevendo un limitato ritorno industriale. Roma, stando ai dati del Kiel Institute, ha stanziato 1,7 miliardi di euro per aiuti militari, mentre Parigi ha fornito 5,9 miliardi. Va da sé, quindi, che le aziende della difesa italiane e francesi sarebbero quasi fuori dai giochi con una gran fetta di business che finirebbe in mani tedesche.
A ciò si aggiunge un ulteriore grattacapo: decidere se obbligare o meno Kiev ad acquistare le armi dalle industrie della difesa dell’Ue. La Francia è tra i sostenitori del «comprare europeo», mentre ad aver abbracciato una posizione diametralmente opposta sono sempre la Germania e altri 18 Stati, tra cui i Paesi Bassi. Nella loro visione, all’Ucraina dovrebbe essere consentito comprare armi da Paesi terzi qualora non ci fosse la disponibilità in Europa. Già lunedì, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, aveva affermato al Parlamento europeo: se Kiev «può acquistare in Europa, fantastico. Ma sappiamo tutti che senza questo flusso di armamenti dagli Stati Uniti, non possiamo mantenere l’Ucraina in combattimento». Però nella proposta originaria della Commissione è già inclusa la clausola che consente a Kiev di rivolgersi a Washington. Inoltre, alcuni Stati membri, tra cui i Paesi Bassi, vorrebbero che anche il Regno Unito partecipasse ai contratti finanziati dal prestito dell’Ue. In ogni caso, se non ci fosse il vincolo a «comprare europeo», la Germania resterebbe in vantaggio. Guardando ai dati del Kiel Institute, il Regno Unito ha contribuito con 13,7 miliardi di euro in aiuti militari.
Gli ambasciatori dell’Ue sono stati chiamati ieri a esprimersi sui criteri di ammissibilità del prestito. Nel momento in cui scriviamo non è ancora nota la posizione, ma stando a quanto riferito da Politico la manovra a tenaglia tedesca potrebbe non ricevere il via libera. Invece, la proposta di aprire le porte alle aziende britanniche potrebbe essere accolta.
Al di là delle dinamiche europee, gli occhi sono puntati sulle trattative di pace, con l’ipotesi di un faccia a faccia tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e l’omologo russo, Vladimir Putin che è tornata sul tavolo. La necessità di un incontro, più volte sottolineata da Kiev, è stata ribadita ieri anche dal ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha. In un’intervista rilasciata a European Pravda ha dichiarato che «per risolvere le questioni più delicate» Zelensky «è pronto a incontrare Putin». Mosca, almeno dalle parole rilasciate dal consigliere dello zar, Yuri Ushakov, sembra aver accettato. Ricordando che l’ipotesi di un summit «è stata discussa più volte durante le conversazioni telefoniche» tra Trump e Putin, Ushakov ha sottolineato che se il leader di Kiev «è pronto», lo zar lo aspetta a Mosca. È necessario però che «questi contatti siano ben preparati» e «orientati al raggiungimento di risultati positivi concreti». Dall’altra parte, la Russia garantirà «la sicurezza» di Zelensky e «le condizioni necessarie per lavorare».
Di certo il nuovo round del trilaterale tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Russia si terrà domenica ad Abu Dhabi. A confermare l’incontro è stato anche il Cremlino. Il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha precisato: «Il fatto che tutta una serie di questioni complesse relative alla risoluzione siano discusse a livello di esperti può già essere considerato un progresso» però «tutto dipenderà dall’approccio costruttivo degli interlocutori». Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ribadito: «C’è ancora distanza, ma almenosiamo riusciti a ridurre l’insieme delle questioni a una sola, centrale: la rivendicazione territoriale sul Donetsk». Nel frattempo, il leader ucraino ha comunicato che il suo team negoziale ha «individuato gli aspetti dell’accordo con gli Stati Uniti sulla ripresa postbellica che necessitano di essere approfonditi». A lanciare un monito verso l’Europa è stato il presidente del Consiglio europeo, António Costa: «Ora dobbiamo evitare di ostacolare gli sforzi del presidente Trump per raggiungere la pace» in Ucraina.
E mentre Kiev deve far fronte all’emergenza energetica, dall’Italia è già arrivato il primo aiuto. In una nota di Palazzo Chigi è stato annunciato che «l’Italia consegna all’Ucraina il primo lotto di forniture». Si tratta di «un sostegno concreto, attraverso la consegna di caldaie industriali e generatori elettrici». Il primo lotto consegnato riguarda «78 caldaie industriali e ulteriori 300 saranno consegnate nelle prossime settimane». Anche la Francia si prepara a «inviare generatori per aiutare la popolazione a superare l’inverno», ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron. Che ha anche promesso a Zelensky l’invio di «aerei, missili per sistemi di difesa aerea e bombe aeree».