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2018-08-11
Trump stronca la Turchia e fa crollare la lira. La botta arriva pure da noi
Ansa
Da due anni l'economia turca corre molto velocemente. Troppo, perché il Paese guidato dal sultano e dittatore Recepp Erdogan ha le gambe sottili. Credito a imprese e famiglie è stato pompato e l'inflazione è arrivata al 16%. A giugno ci sono state le elezioni. Il capo dello Stato ha promesso investimenti mirabolanti in mega opere infrastrutturali. Nonostante il rapporto tra debito pubblico e Pil sia bassissimo (circa 28%), ad Ankara c'è un forte deficit commerciale (6%) delle partite correnti, senza dimenticare che le imprese locali chiedono prestiti all'estero per poter essere considerate affidabili. La mossa ha portato così il debito privato a valere più del 50% del Pil, e a mettere in difficoltà la valuta. Ai primi di luglio, la maggior parte degli investitori esteri si aspettava un deciso rialzo dei tassi d'interesse. Che non è arrivato, perché Erdogan, che dallo scorso anno nomina direttamente il governatore della Banca centrale, ha messo il veto: nessun rialzo per evitare impatti sui consumi interni e sui mutui.
L'effetto è stato invece negativo. L'inflazione è salita comunque, e gli investitori si sono spaventati. Ieri sono poi entrate in vigore le sanzioni volute da Donald Trump e allo stesso momento sono scattate le contromisure di Ankara. La Casa Bianca, per via delle tensioni politiche, ha voluto prendere le distanze da Erdogan e lui quattro giorni fa ha alzato i toni minacciando di congelare i beni americani sul territorio turco. Una mossa non troppo intelligente. Ieri si sono visti i frutti. Sprofonda a nuovi minimi storici la lira turca, che è arrivata a cedere oltre il 14% sul dollaro, innescando un generale panico sui mercati emergenti ed europei.
Il sell off di massa ha inasprito i timori del mercato per l'esposizione delle banche occidentali nei confronti della Turchia. Bbva, Bnp Paribas e Unicredit sono i tre istituti percepiti più a rischio. La banca italiana ieri ha perso il 4,73% in Borsa anche se il suo ad, Jean Pierre Mustier, ha più volte messo le mani avanti, anticipando l'intenzione di alleggerire il peso degli asset turchi.
La banca a fine giugno aveva finanziamenti verso investitori istituzionali nazionali pari a 165,18 milioni di euro. Si tratta, è bene ricordarlo, dello 0,14% dei 120,7 miliardi complessivi di esposizione sovrana di Unicredit. Già in occasione della presentazione dei conti del primo semestre, i vertici dell'istituto italiano avevano spiegato che una svalutazione del 10% della lira turca avrebbe avuto un impatto netto di 2 punti base sul coefficiente Cet1 fully loaded (che misure la solidità del patrimonio) di Unicredit. Poca cosa, ma sufficiente a far crollare il titolo in Borsa. È l'effetto cascata che tocca tutto ciò che può riguardare la Turchia.
Gli investitori hanno infatti dubbi sulla reale capacità delle imprese del Paese, pesantemente indebitate, di ripagare i loro debiti in euro e dollari dopo anni di credito dall'estero per finanziare il boom edilizio, uno dei punti cardine della politica economica di Erdogan.
Il suo atteggiamento anacronistico e sprezzante - riproposto anche in un discorso tenuto ieri, con accuse alla «lobby dei tassi di interesse» e alle agenzie di rating occidentali di voler danneggiare l'economia turca - ha ulteriormente innervosito gli investitori. «Se loro hanno il dollaro, noi abbiamo il nostro popolo e Allah», è stata una delle dichiarazioni del presidente.
In tutta risposta la lira è scesa ulteriormente (20%) toccando quota 6,4. L'onda d'urto del crollo ha travolto gli altri mercati emergenti. Al peso argentino che affonda nei confronti del dollaro con un balzo dei rendimenti sui bond a 100 anni di Buenos Aires che lascia intravedere una recessione alle porte, si aggiunge il crollo del rand sudafricano che scende a 14 per dollaro, per la prima volta da novembre. Non è rimasto indietro neppure l'euro, che ieri ha perso terreno pure sul dollaro. Così come le Borse del Vecchio Continente hanno passato una giornata davvero nera. Sale fino a quota 260 lo spread tra il Btp e il Bund tedesco nei primi scambi della mattinata per rialzarsi nel tardo pomeriggio di altri 7 punti.
Il differenziale di rendimento tra il decennale italiano e quello tedesco, che giovedì aveva chiuso a 252 punti base, si è attestato ora a 267 punti, con un rendimento del 2,99%. Anche il rublo ha avviato una discesa brusca: c'è da aspettarsi un agosto turbolento. L'Italia è già sotto pressione per via dell'elevato debito pubblico e per le incertezze legate alla Finanziaria d'autunno.
Molti analisti dicono che balleranno Borsa e titoli di Stato. Vedremo, ancora una volta, quali saranno le mosse degli Stati Uniti. Se decideranno di calmierare le vendite come hanno fatto a giugno o staranno a guardare. Con la Turchia ci stanno affondando la lama.
Claudio Antonelli
Il Cairo protegge il nostro gas da Erdogan
Giovedì il vicepremier leghista, Matteo Salvini, ha rilasciato una lunga intervista al network qatarino di Al Jazeera. Tanti temi e diversi messaggi diretti al Medioriente e alla Libia.
Salvini è stato più volte spronato anche sul rapporto con l'Egitto, in relazione a Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo il 25 gennaio del 2016. «Non si possono annullare i rapporti con l'Egitto in attesa di sviluppi sul caso», ha ribadito il vice premier. «C'è un rapporto fondamentale con l'Egitto, c'è sempre stato e ci sarà anche in futuro», ha sentenziato. «Il ministro dell'Interno egiziano e il presidente della Repubblica mi hanno garantito che il lavoro degli inquirenti va avanti e che i responsabili saranno individuati e punti. Io mi fido di quello che mi hanno detto», ha confermato Salvini per rinnovando la «preoccupazione» per i buchi nei video delle telecamere di sorveglianza della stazione delle metropolitana, il luogo dove scomparve Giulio Regeni. Un modo per metterci un pietra sopra. Infatti ora la strada è tracciata. Le relazioni tra il nostro Paese, l'Eni, la Lega e la nazione guidata da Abd Al Fattaḥ Al Sisi hanno ricevuto una grande spinta dopo la nomina del governo gialloblù. Salvini ha incontrato prima il console egiziano a Milano, poi attraverso la diplomazia del Cane a sei zampe è volato direttamente al Cairo. Ha incontrato il generale sostenuto dagli Stati Uniti e a quanto risulta alla Verità ha confermato alla controparte egiziana che qualunque passo sul territorio libico nella parte Est, quella della Cirenaica sotto il controllo di Khalifa Haftar, avverrà in stretto coordinamento con l'intelligence egiziana. La scelta ha fatto infuriare il governo e il Parlamento di Tobruk che hanno colto l'occasione per chiedere l'allontanamento dell'ambasciatore italiano dal suolo libico. Haftar ha pure fatto sapere di aver chiesto aiuto alla Russia per allontanare dalla Libia le potenze straniere non gradite.
Il portavoce del generale libico, Ahmed Mismari, in un'intervista a Sputnik ha dichiarato: «Sappiamo che la Russia è uno degli Stati molto attivi nella lotta al terrorismo, per esempio, quanto sta accadendo in Siria sta accadendo in Libia e i libici cercano un forte alleato come la Russia», ha detto Mismari, «il problema libico ha bisogno anche dell'impegno della Russia e dello stesso presidente Putin, della rimozione di attori esterni, ad esempio Turchia, Qatar, in particolare dell'Italia, dall'arena libica», ha concluso, «la diplomazia russa dovrebbe svolgere un ruolo importante su questa questione. Noi concordiamo con la Francia: vogliamo tenere le elezioni quest'anno». Il messaggio è però da leggere al contrario. Haftar cerca un nuovo fronte per approcciare l'Italia e vuole sganciarsi dall'Egitto per essere più autonomo. Tirare troppo la corda può avere un effetto opposto perché sui temi energetici Italia ed Egitto non sono mai state così vicine come in questi giorni.
Infatti, se già da febbraio la Marina di Al Sisi ha cominciato a pattugliare l'area estrattiva di Zohr (dove c'è il più grande giacimento di Eni nel Mediterraneo), la scorsa settimana ha alzato il tiro per proteggere il nostro gas dalla Turchia. Ben quattro navi (una corvetta, una fregata e due lancia missili) sono state schierate attorno ai pozzi e scortano la Saipem 10.000. Si tratta della nave rimasta bloccata per diversi giorni dalle navi turche e poi costretta a ripiegare verso la parte Ovest del Mediterraneo. Ora sta tornando tutto alla normalità e ciò lo si deve ad Al Sisi. Per noi sarebbe troppo pericoloso mandare navi italiane a scortare la Saipem 10.000. Uno scontro con la Marina turca sarebbe inimmaginabile, siamo entrambi Paesi Nato. Mentre i militari egiziani non vedono l'ora di ampliare il proprio potere i tutta l'area e si muovono su piattaforme politiche diverse. D'altronde hanno il totale appoggio della Casa Bianca e la flotta cinese - arrivata di fronte alla Siria per sostenere le navi russe dai bombardamenti Usa contro le posizioni di Bashar Al Assad - hanno levato le ancore.
Claudio Antonelli
I bond emessi in valuta di Ankara hanno perso il 38% in un solo anno
Non ci sono dati ufficiali, ma in Italia non sono mai mancati gli istituti che hanno proposto ai risparmiatori prodotti di investimento in lire turche, perlopiù obbligazioni. Banca Imi, Société Générale, Goldman Sachs, la Banca Europea degli Investimenti solo per citarne alcuni.
Tutti prodotti che in passato hanno anche offerto buoni rendimenti agli investitori. Solo che la lira turca ha peros in un anno il 38%.Strumenti che però negli ultimi mesi hanno eroso il capitale di tanti risparmiatori che credevano di aver comprato qualcosa di non troppo rischioso. Le buone cedole offerte dalle tante obbligazioni sulla valuta di Ankara presenti sul mercato italiano, però, in molti casi non sono bastate a coprire il crollo della lira facendo perdere molti soldi a tutti quelli che vi avevano investito. Del resto, le banche italiane sono in buona compagnia. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, in Italia gli istituti sono esposti verso Ankara per 15 miliardi di euro (16,9 miliardi di dollari). Molto poco rispetto a Spagna (71 miliardi), Francia (33 miliardi), Gran Bretagna (16,5), Stati Uniti (15,6), Germania (14,8), Giappone (12 miliardi) e Svizzera (5 miliardi).
Il primo dubbio che viene in mente a tutti gli obbligazionisti (ma anche agli azionisti) che hanno voluto puntare su Ankara è cosa succederà ora alla lira turca. Tornerà ad apprezzarsi o crollerà ancora? E, soprattutto, come difendersi?
Gli analisti non sembrano avere dubbi. La lira continuerà a scendere. «Nei prossimi mesi, le attuali tendenze vedranno probabilmente la lira diventare la moneta dei mercati emergenti con la peggiorperformance da inizio anno», spiegano Salman Ahmend e Jamie Salt rispettivamente responsabile investimenti e analista di Lombard Odier Investment Managers.
«A nostro avviso», dice Peter Botoucharov, analista di T. Rowe Price, «le politiche di bilancio accomodanti del governo insieme agli effetti della lira debole e alle attuali misure di stimolo fiscale potrebbero portare ad un aumento dell'inflazione del 3-4% nella seconda metà dell'anno», spiega. «Attualmente, il mercato sembra mettere in conto un ulteriore rialzo dei tassi di circa 75 punti base, in aggiunta all'aumento di 175 punti base seguito alla semplificazione delle politiche monetarie. Se i politici non rispetteranno le aspettative del mercato per un'ulteriore stretta monetaria, è probabile che si verifichi un'altra fuga dalla lira».
Inoltre, continua l'esperto, «un programma di crescita a tutti i costi (da parte del presidente turco Recepp Erdogan, ndr), in un momento in cui i tassi d'interesse stanno aumentando a livello globale, porterebbe probabilmente ad un ulteriore forte deprezzamento della lira, che in ultima analisi si ripercuoterebbe sull'economia nel suo complesso».
Come comportarsi dunque? Il brusco calo della lira turca si sta diffondendo a macchia d'olio sui mercati finanziari, rafforzando gli asset visti come beni rifugio: bund (le obbligazioni tedesche, ndr), dollari e yen. Gli analisti di Bk Asset Management avvertono che l'uscita degli investitori dalla Turchia «potrebbe trasformarsi in una fuga disordinata se le autorità di Ankara non riescono a rassicurare il mercato», che teme le pressioni politiche sulla banca centrale turca.
Chi vuole correre ai ripari, dunque, può provare a fermare l'emorragia puntando su prodotti più sicuri come la divisa americana o giapponese o le obbligazioni di Berlino.
Nel frattempo i risparmiatori possono sperare che la Banca centrale turca decida di alzare i tassi di interesse per contenere il precipitoso calo della lira e contribuire all'abbassamento degli elevati livelli di inflazione.
Un fattore che molti analisti ritengono improbabile perché Erdogan non intende alzare il piede dall'acceleratore dell'inflazione e dunque della crescita del Paese. «Non vi sono indicazioni che spingono a pensare che il presidente Erdogan permetterà un rallentamento economico ancora più marcato, pertanto un inasprimento della politica monetaria potrebbe essere accompagnato da un incremento della spesa fiscale», affermano gli esperti di Nomura.
Purtroppo, dunque, non esiste una ricetta certa per salvarsi dal crollo della lira. L'unica soluzione è cercare di passare ad investimenti più redditizi (evitando di investire in titoli azionari che hanno in pancia prodotti di investimenti legati alla Turchia come le banche Ue) e sperare che un rialzo dei tassi metta il prima possibile un freno alla caduta.
Certo è che, se il crollo non dovesse arrestarsi nel breve periodo, l'unico modo per tutelarsi potrebbe essere quello di vendere. Salvando almeno una parte del capitale.
Gianluca Baldini
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Gli investitori mollano il Paese. Milano cede il 2,5% (Unicredit il 4,73%), spread su a 267. Il presidente americano Donald Trump rincara la dose e raddoppia i dazi. Il Cairo protegge il nostro gas da Recepp Erdogan. Oltre a pattugliare il giacimento Eni di Zohr, quattro navi della Marina di Al Sisi scortano la Saipem 10.000. È lo stesso mezzo che fu cacciato da Cipro dai militari del sultano. Sotto il cappello Usa, Italia ed Egitto sono i nuovi poli del Mediterraneo Est. I bond emessi in valuta di Ankara hanno perso il 38% in un solo anno. A emettere le obbligazioni Banca Imi, Société Générale, Goldman Sachs e la Banca europea degli investimenti. Gli istituti tricolore sono esposti verso il Paese eurasiatico per 15 miliardi. Lo speciale contiene tre articoli. Da due anni l'economia turca corre molto velocemente. Troppo, perché il Paese guidato dal sultano e dittatore Recepp Erdogan ha le gambe sottili. Credito a imprese e famiglie è stato pompato e l'inflazione è arrivata al 16%. A giugno ci sono state le elezioni. Il capo dello Stato ha promesso investimenti mirabolanti in mega opere infrastrutturali. Nonostante il rapporto tra debito pubblico e Pil sia bassissimo (circa 28%), ad Ankara c'è un forte deficit commerciale (6%) delle partite correnti, senza dimenticare che le imprese locali chiedono prestiti all'estero per poter essere considerate affidabili. La mossa ha portato così il debito privato a valere più del 50% del Pil, e a mettere in difficoltà la valuta. Ai primi di luglio, la maggior parte degli investitori esteri si aspettava un deciso rialzo dei tassi d'interesse. Che non è arrivato, perché Erdogan, che dallo scorso anno nomina direttamente il governatore della Banca centrale, ha messo il veto: nessun rialzo per evitare impatti sui consumi interni e sui mutui. L'effetto è stato invece negativo. L'inflazione è salita comunque, e gli investitori si sono spaventati. Ieri sono poi entrate in vigore le sanzioni volute da Donald Trump e allo stesso momento sono scattate le contromisure di Ankara. La Casa Bianca, per via delle tensioni politiche, ha voluto prendere le distanze da Erdogan e lui quattro giorni fa ha alzato i toni minacciando di congelare i beni americani sul territorio turco. Una mossa non troppo intelligente. Ieri si sono visti i frutti. Sprofonda a nuovi minimi storici la lira turca, che è arrivata a cedere oltre il 14% sul dollaro, innescando un generale panico sui mercati emergenti ed europei. Il sell off di massa ha inasprito i timori del mercato per l'esposizione delle banche occidentali nei confronti della Turchia. Bbva, Bnp Paribas e Unicredit sono i tre istituti percepiti più a rischio. La banca italiana ieri ha perso il 4,73% in Borsa anche se il suo ad, Jean Pierre Mustier, ha più volte messo le mani avanti, anticipando l'intenzione di alleggerire il peso degli asset turchi. La banca a fine giugno aveva finanziamenti verso investitori istituzionali nazionali pari a 165,18 milioni di euro. Si tratta, è bene ricordarlo, dello 0,14% dei 120,7 miliardi complessivi di esposizione sovrana di Unicredit. Già in occasione della presentazione dei conti del primo semestre, i vertici dell'istituto italiano avevano spiegato che una svalutazione del 10% della lira turca avrebbe avuto un impatto netto di 2 punti base sul coefficiente Cet1 fully loaded (che misure la solidità del patrimonio) di Unicredit. Poca cosa, ma sufficiente a far crollare il titolo in Borsa. È l'effetto cascata che tocca tutto ciò che può riguardare la Turchia. Gli investitori hanno infatti dubbi sulla reale capacità delle imprese del Paese, pesantemente indebitate, di ripagare i loro debiti in euro e dollari dopo anni di credito dall'estero per finanziare il boom edilizio, uno dei punti cardine della politica economica di Erdogan. Il suo atteggiamento anacronistico e sprezzante - riproposto anche in un discorso tenuto ieri, con accuse alla «lobby dei tassi di interesse» e alle agenzie di rating occidentali di voler danneggiare l'economia turca - ha ulteriormente innervosito gli investitori. «Se loro hanno il dollaro, noi abbiamo il nostro popolo e Allah», è stata una delle dichiarazioni del presidente. In tutta risposta la lira è scesa ulteriormente (20%) toccando quota 6,4. L'onda d'urto del crollo ha travolto gli altri mercati emergenti. Al peso argentino che affonda nei confronti del dollaro con un balzo dei rendimenti sui bond a 100 anni di Buenos Aires che lascia intravedere una recessione alle porte, si aggiunge il crollo del rand sudafricano che scende a 14 per dollaro, per la prima volta da novembre. Non è rimasto indietro neppure l'euro, che ieri ha perso terreno pure sul dollaro. Così come le Borse del Vecchio Continente hanno passato una giornata davvero nera. Sale fino a quota 260 lo spread tra il Btp e il Bund tedesco nei primi scambi della mattinata per rialzarsi nel tardo pomeriggio di altri 7 punti. Il differenziale di rendimento tra il decennale italiano e quello tedesco, che giovedì aveva chiuso a 252 punti base, si è attestato ora a 267 punti, con un rendimento del 2,99%. Anche il rublo ha avviato una discesa brusca: c'è da aspettarsi un agosto turbolento. L'Italia è già sotto pressione per via dell'elevato debito pubblico e per le incertezze legate alla Finanziaria d'autunno. Molti analisti dicono che balleranno Borsa e titoli di Stato. Vedremo, ancora una volta, quali saranno le mosse degli Stati Uniti. Se decideranno di calmierare le vendite come hanno fatto a giugno o staranno a guardare. Con la Turchia ci stanno affondando la lama. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-stronca-la-turchia-e-fa-crollare-la-lira-la-botta-arriva-pure-da-noi-2594619805.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-cairo-protegge-il-nostro-gas-da-erdogan" data-post-id="2594619805" data-published-at="1782317161" data-use-pagination="False"> Il Cairo protegge il nostro gas da Erdogan Giovedì il vicepremier leghista, Matteo Salvini, ha rilasciato una lunga intervista al network qatarino di Al Jazeera. Tanti temi e diversi messaggi diretti al Medioriente e alla Libia. Salvini è stato più volte spronato anche sul rapporto con l'Egitto, in relazione a Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo il 25 gennaio del 2016. «Non si possono annullare i rapporti con l'Egitto in attesa di sviluppi sul caso», ha ribadito il vice premier. «C'è un rapporto fondamentale con l'Egitto, c'è sempre stato e ci sarà anche in futuro», ha sentenziato. «Il ministro dell'Interno egiziano e il presidente della Repubblica mi hanno garantito che il lavoro degli inquirenti va avanti e che i responsabili saranno individuati e punti. Io mi fido di quello che mi hanno detto», ha confermato Salvini per rinnovando la «preoccupazione» per i buchi nei video delle telecamere di sorveglianza della stazione delle metropolitana, il luogo dove scomparve Giulio Regeni. Un modo per metterci un pietra sopra. Infatti ora la strada è tracciata. Le relazioni tra il nostro Paese, l'Eni, la Lega e la nazione guidata da Abd Al Fattaḥ Al Sisi hanno ricevuto una grande spinta dopo la nomina del governo gialloblù. Salvini ha incontrato prima il console egiziano a Milano, poi attraverso la diplomazia del Cane a sei zampe è volato direttamente al Cairo. Ha incontrato il generale sostenuto dagli Stati Uniti e a quanto risulta alla Verità ha confermato alla controparte egiziana che qualunque passo sul territorio libico nella parte Est, quella della Cirenaica sotto il controllo di Khalifa Haftar, avverrà in stretto coordinamento con l'intelligence egiziana. La scelta ha fatto infuriare il governo e il Parlamento di Tobruk che hanno colto l'occasione per chiedere l'allontanamento dell'ambasciatore italiano dal suolo libico. Haftar ha pure fatto sapere di aver chiesto aiuto alla Russia per allontanare dalla Libia le potenze straniere non gradite. Il portavoce del generale libico, Ahmed Mismari, in un'intervista a Sputnik ha dichiarato: «Sappiamo che la Russia è uno degli Stati molto attivi nella lotta al terrorismo, per esempio, quanto sta accadendo in Siria sta accadendo in Libia e i libici cercano un forte alleato come la Russia», ha detto Mismari, «il problema libico ha bisogno anche dell'impegno della Russia e dello stesso presidente Putin, della rimozione di attori esterni, ad esempio Turchia, Qatar, in particolare dell'Italia, dall'arena libica», ha concluso, «la diplomazia russa dovrebbe svolgere un ruolo importante su questa questione. Noi concordiamo con la Francia: vogliamo tenere le elezioni quest'anno». Il messaggio è però da leggere al contrario. Haftar cerca un nuovo fronte per approcciare l'Italia e vuole sganciarsi dall'Egitto per essere più autonomo. Tirare troppo la corda può avere un effetto opposto perché sui temi energetici Italia ed Egitto non sono mai state così vicine come in questi giorni. Infatti, se già da febbraio la Marina di Al Sisi ha cominciato a pattugliare l'area estrattiva di Zohr (dove c'è il più grande giacimento di Eni nel Mediterraneo), la scorsa settimana ha alzato il tiro per proteggere il nostro gas dalla Turchia. Ben quattro navi (una corvetta, una fregata e due lancia missili) sono state schierate attorno ai pozzi e scortano la Saipem 10.000. Si tratta della nave rimasta bloccata per diversi giorni dalle navi turche e poi costretta a ripiegare verso la parte Ovest del Mediterraneo. Ora sta tornando tutto alla normalità e ciò lo si deve ad Al Sisi. Per noi sarebbe troppo pericoloso mandare navi italiane a scortare la Saipem 10.000. Uno scontro con la Marina turca sarebbe inimmaginabile, siamo entrambi Paesi Nato. Mentre i militari egiziani non vedono l'ora di ampliare il proprio potere i tutta l'area e si muovono su piattaforme politiche diverse. D'altronde hanno il totale appoggio della Casa Bianca e la flotta cinese - arrivata di fronte alla Siria per sostenere le navi russe dai bombardamenti Usa contro le posizioni di Bashar Al Assad - hanno levato le ancore. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-stronca-la-turchia-e-fa-crollare-la-lira-la-botta-arriva-pure-da-noi-2594619805.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-bond-emessi-in-valuta-di-ankara-hanno-perso-il-38-in-un-solo-anno" data-post-id="2594619805" data-published-at="1782317161" data-use-pagination="False"> I bond emessi in valuta di Ankara hanno perso il 38% in un solo anno Non ci sono dati ufficiali, ma in Italia non sono mai mancati gli istituti che hanno proposto ai risparmiatori prodotti di investimento in lire turche, perlopiù obbligazioni. Banca Imi, Société Générale, Goldman Sachs, la Banca Europea degli Investimenti solo per citarne alcuni. Tutti prodotti che in passato hanno anche offerto buoni rendimenti agli investitori. Solo che la lira turca ha peros in un anno il 38%.Strumenti che però negli ultimi mesi hanno eroso il capitale di tanti risparmiatori che credevano di aver comprato qualcosa di non troppo rischioso. Le buone cedole offerte dalle tante obbligazioni sulla valuta di Ankara presenti sul mercato italiano, però, in molti casi non sono bastate a coprire il crollo della lira facendo perdere molti soldi a tutti quelli che vi avevano investito. Del resto, le banche italiane sono in buona compagnia. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, in Italia gli istituti sono esposti verso Ankara per 15 miliardi di euro (16,9 miliardi di dollari). Molto poco rispetto a Spagna (71 miliardi), Francia (33 miliardi), Gran Bretagna (16,5), Stati Uniti (15,6), Germania (14,8), Giappone (12 miliardi) e Svizzera (5 miliardi). Il primo dubbio che viene in mente a tutti gli obbligazionisti (ma anche agli azionisti) che hanno voluto puntare su Ankara è cosa succederà ora alla lira turca. Tornerà ad apprezzarsi o crollerà ancora? E, soprattutto, come difendersi? Gli analisti non sembrano avere dubbi. La lira continuerà a scendere. «Nei prossimi mesi, le attuali tendenze vedranno probabilmente la lira diventare la moneta dei mercati emergenti con la peggiorperformance da inizio anno», spiegano Salman Ahmend e Jamie Salt rispettivamente responsabile investimenti e analista di Lombard Odier Investment Managers. «A nostro avviso», dice Peter Botoucharov, analista di T. Rowe Price, «le politiche di bilancio accomodanti del governo insieme agli effetti della lira debole e alle attuali misure di stimolo fiscale potrebbero portare ad un aumento dell'inflazione del 3-4% nella seconda metà dell'anno», spiega. «Attualmente, il mercato sembra mettere in conto un ulteriore rialzo dei tassi di circa 75 punti base, in aggiunta all'aumento di 175 punti base seguito alla semplificazione delle politiche monetarie. Se i politici non rispetteranno le aspettative del mercato per un'ulteriore stretta monetaria, è probabile che si verifichi un'altra fuga dalla lira». Inoltre, continua l'esperto, «un programma di crescita a tutti i costi (da parte del presidente turco Recepp Erdogan, ndr), in un momento in cui i tassi d'interesse stanno aumentando a livello globale, porterebbe probabilmente ad un ulteriore forte deprezzamento della lira, che in ultima analisi si ripercuoterebbe sull'economia nel suo complesso». Come comportarsi dunque? Il brusco calo della lira turca si sta diffondendo a macchia d'olio sui mercati finanziari, rafforzando gli asset visti come beni rifugio: bund (le obbligazioni tedesche, ndr), dollari e yen. Gli analisti di Bk Asset Management avvertono che l'uscita degli investitori dalla Turchia «potrebbe trasformarsi in una fuga disordinata se le autorità di Ankara non riescono a rassicurare il mercato», che teme le pressioni politiche sulla banca centrale turca. Chi vuole correre ai ripari, dunque, può provare a fermare l'emorragia puntando su prodotti più sicuri come la divisa americana o giapponese o le obbligazioni di Berlino. Nel frattempo i risparmiatori possono sperare che la Banca centrale turca decida di alzare i tassi di interesse per contenere il precipitoso calo della lira e contribuire all'abbassamento degli elevati livelli di inflazione. Un fattore che molti analisti ritengono improbabile perché Erdogan non intende alzare il piede dall'acceleratore dell'inflazione e dunque della crescita del Paese. «Non vi sono indicazioni che spingono a pensare che il presidente Erdogan permetterà un rallentamento economico ancora più marcato, pertanto un inasprimento della politica monetaria potrebbe essere accompagnato da un incremento della spesa fiscale», affermano gli esperti di Nomura. Purtroppo, dunque, non esiste una ricetta certa per salvarsi dal crollo della lira. L'unica soluzione è cercare di passare ad investimenti più redditizi (evitando di investire in titoli azionari che hanno in pancia prodotti di investimenti legati alla Turchia come le banche Ue) e sperare che un rialzo dei tassi metta il prima possibile un freno alla caduta. Certo è che, se il crollo non dovesse arrestarsi nel breve periodo, l'unico modo per tutelarsi potrebbe essere quello di vendere. Salvando almeno una parte del capitale. Gianluca Baldini
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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