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2020-01-09
Trump posa il bastone e inizia la trattativa
Getty Images
Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo.
Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti».
Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran.
Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.»
Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri.
È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati
L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano.
Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo.
Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.
Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area.
L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
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Dopo la prova di forza, il presidente annuncia «nuove potenti sanzioni» contro l'Iran ma si augura un cambio di comportamento. Rientra l'ipotesi di un «regime change» troppo destabilizzante per l'area. Sul tavolo anche la riscrittura di un accordo sul nucleare.È l'eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati. L'alleato storico siriano è silente. Baghdad gioca su due sponde. E Mosca guarda altrove.Lo speciale comprende due articoli. Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo. Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti». Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran. Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.» Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-posa-il-bastone-e-inizia-la-trattativa-2644606813.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-leclissi-della-mezzaluna-sciita-i-pasdaran-ora-sono-rimasti-isolati" data-post-id="2644606813" data-published-at="1773466813" data-use-pagination="False"> È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano. Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo. Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area. L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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