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2020-01-09
Trump posa il bastone e inizia la trattativa
Getty Images
Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo.
Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti».
Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran.
Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.»
Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri.
È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati
L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano.
Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo.
Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.
Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area.
L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
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Dopo la prova di forza, il presidente annuncia «nuove potenti sanzioni» contro l'Iran ma si augura un cambio di comportamento. Rientra l'ipotesi di un «regime change» troppo destabilizzante per l'area. Sul tavolo anche la riscrittura di un accordo sul nucleare.È l'eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati. L'alleato storico siriano è silente. Baghdad gioca su due sponde. E Mosca guarda altrove.Lo speciale comprende due articoli. Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo. Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti». Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran. Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.» Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-posa-il-bastone-e-inizia-la-trattativa-2644606813.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-leclissi-della-mezzaluna-sciita-i-pasdaran-ora-sono-rimasti-isolati" data-post-id="2644606813" data-published-at="1767157636" data-use-pagination="False"> È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano. Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo. Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area. L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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