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2020-01-09
Trump posa il bastone e inizia la trattativa
Getty Images
Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo.
Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti».
Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran.
Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.»
Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri.
È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati
L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano.
Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo.
Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.
Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area.
L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
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Dopo la prova di forza, il presidente annuncia «nuove potenti sanzioni» contro l'Iran ma si augura un cambio di comportamento. Rientra l'ipotesi di un «regime change» troppo destabilizzante per l'area. Sul tavolo anche la riscrittura di un accordo sul nucleare.È l'eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati. L'alleato storico siriano è silente. Baghdad gioca su due sponde. E Mosca guarda altrove.Lo speciale comprende due articoli. Il bastone e la carota: è questa la strategia che gli Stati Uniti sembrano aver scelto, in risposta all'attacco missilistico iraniano che ha colpito due basi americane in territorio iracheno. Donald Trump ha tenuto ieri un discorso alla Casa Bianca, in cui, pur assumendo un atteggiamento severo nei confronti di Teheran, non ha comunque chiuso del tutto alla possibilità di un dialogo. Il presidente americano ha innanzitutto chiarito che l'aggressione iraniana non abbia causato vittime tra i soldati statunitensi, smentendo così seccamente le Guardie della Rivoluzione che avevano parlato di oltre ottanta vittime. «Non abbiamo subito vittime. Tutti i nostri soldati sono al sicuro e nelle nostre basi militari sono stati subiti solo danni minimi», ha dichiarato. L'inquilino della Casa Bianca ha poi rivendicato l'eliminazione di Qasem Soleimani e ha attaccato duramente l'Iran. «Per troppo tempo, risalendo fino al 1979 per l'esattezza, le nazioni hanno tollerato il comportamento distruttivo e destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e oltre. Quei giorni sono finiti». Per tale ragione, Trump ha annunciato l'imposizione di nuove sanzioni economiche. «Queste potenti sanzioni», ha chiarito, «rimarranno fin quando l'Iran non cambierà il suo comportamento». Da notare come, in quest'ultima affermazione, il presidente sia passato parzialmente dal «bastone» alla «carota». Trump ha infatti invocato un «cambio di comportamento» e non un «cambio di regime». Una linea, quest'ultima, che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha del resto sempre fatto propria, visto il suo scetticismo verso le guerre mediorientali e - soprattutto - verso gli esperimenti di ingegneria istituzionale di marca neoconservatrice. Una posizione significativa, soprattutto dopo che - qualche giorno fa - l'ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era tornato ad invocare un cambio di regime a Teheran. Nel discorso di ieri, il presidente americano è tornato poi a parlare dell'accordo sul nucleare, siglato da Barack Obama nel 2015: Trump ha definito «folle» quell'intesa e ha chiesto esplicitamente a Regno Unito, Germania, Francia, Russia e Cina di stracciarla. Tuttavia - anziché chiudere completamente al dialogo - è tornato alla sua classica proposta di una rinegoziazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme per fare un accordo con l'Iran che renda il mondo un posto più sicuro e più pacifico», ha dichiarato. Insomma, postura aggressiva e disponibilità al dialogo convivono nella stessa linea. Una linea che non sembra lasciare spazio, almeno al momento, a una rappresaglia militare da parte di Washington. Che fosse questa l'intenzione della Casa Bianca lo si era del resto già capito qualche ora prima della conferenza stampa di Trump, quando un notorio falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham aveva affermato: «Una ritorsione per il gusto di una ritorsione non è necessaria a questo punto.» Negli ultimi giorni, Trump, dipinto dai media progressisti come uno sprovveduto che schiaccia bottoni di lancio nella war room, ha ottenuto due obiettivi. In primo luogo, ha ristabilito la deterrenza anti iraniana con l'eliminazione di Soleimani dopo l'assalto all'ambasciata americana di Baghdad: eliminazione che lo ha portato nei fatti a decapitare un pezzo importantissimo della classe dirigente di Teheran, che forse stava ritagliandosi uno spazio di azione personale inviso agli stessi ayatollah. In secondo luogo, Trump sembra aver evitato un'escalation militare che avrebbe potuto spingerlo nel pericoloso pantano di un conflitto mediorientale: uno scenario particolarmente temuto da un presidente che ha sempre fatto della lotta alle «guerre senza fine» uno dei propri fiori all'occhiello. Questo presidente che una certa vulgata tende ancora a dipingere come un lunatico incompetente sembra quindi riuscito a fiaccare il suo principale avversario nella regione mediorientale. Che Teheran si trovi in estrema difficoltà è d'altronde testimoniato da una serie di elementi. Innanzitutto troviamo il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che, poco dopo l'attacco missilistico, si affretta a dire di non volere un'escalation. In seconda battuta, non dimentichiamo che, in base a quanto reso noto dal premier iracheno Adil Abdul Mahdi, l'Iran avesse preventivamente avvertito dell'aggressione Baghdad e che quest'ultima - ha riportato Cnn - potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Trump ha quindi creato le condizioni per aprire una trattativa negoziale con l'Iran, potendosi però adesso permettere una forza contrattuale incredibilmente più grande: una forza contrattuale che sgorga direttamente dall'eliminazione di Soleimani e dalle nuove sanzioni annunciate ieri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-posa-il-bastone-e-inizia-la-trattativa-2644606813.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-leclissi-della-mezzaluna-sciita-i-pasdaran-ora-sono-rimasti-isolati" data-post-id="2644606813" data-published-at="1782094215" data-use-pagination="False"> È l’eclissi della mezzaluna sciita. I Pasdaran ora sono rimasti isolati L'attacco missilistico iraniano della notte scorsa contro due basi americane in territorio iracheno ha messo in evidenza un plastico isolamento della Repubblica Islamica nell'area mediorientale. Nella giornata di ieri, l'ayatollah Ali Khamenei aveva voluto ribadire l'ambizione dell'Iran di proporsi come punto di riferimento in funzione anti americana, tuonando: «La presenza degli americani nella regione deve finire. Gli americani diffondono distruzione e corruzione nella regione e per questo motivo la loro presenza deve finire». Eppure l'appoggio che Teheran ha incassato ieri dagli altri attori regionali è stato abbastanza scarso: a partire proprio dall'Iraq, territorio su cui notoriamente l'Iran vanta un'influenza notevole. Certo: il premier iracheno Adel Abdul Mahdi ha reso noto ieri di essere stato informato dall'Iran poco prima dell'attacco e - secondo Cnn - Baghdad potrebbe avere a sua volta allertato gli Stati Uniti. Resta tuttavia il fatto che il premier abbia emesso un comunicato, in cui si legge: «L'Iraq rifiuta qualunque violazione della propria sovranità e qualsiasi attacco sul proprio territorio». Insomma, non esattamente un endorsement al lancio missilistico iraniano. Un altro elemento da sottolineare è il silenzio del presidente siriano, Bashar al Assad: una figura notoriamente molto vicina alla Repubblica Islamica. Parole caute sono invece quelle giunte dal vertice di Istanbul tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan: sebbene i due leader abbiano espresso critiche nei confronti di Washington, hanno cercato di allentare le turbolenze. «Alla luce degli attacchi missilistici balistici da parte dell'Iran contro le basi militari della coalizione in Iraq l'8 gennaio 2020, riteniamo che lo scambio di attacchi e l'uso della forza da parte di qualsiasi fazione non contribuiscano a trovare soluzioni ai complessi problemi in Medio Oriente», hanno affermato in una dichiarazione congiunta. Anche in questo caso, nonostante la freddezza verso Washington, non ci sono stati endorsement nei confronti dell'attacco missilistico di Teheran. Un fattore significativo. Non solo infatti la Russia rappresenta un alleato molto stretto dell'Iran ma anche la Turchia gli si era parzialmente avvicinata dalla fine del 2017: da quando, cioè, Donald Trump aveva annunciato di voler spostare l'ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme. La stessa Cina, che insieme alla Russia ha tenuto con l'Iran recentemente delle esercitazioni navali nel Golfo di Oman, ha preferito presentarsi come mediatrice tra Washington e Teheran, anziché difendere la Repubblica Islamica. «Il peggioramento della situazione nella regione del Medio Oriente non è nell'interesse di nessuna parte», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang. Insomma, l'Iran sembra abbastanza isolato in questo frangente. E la causa di una tale situazione potrebbe essere duplice. È innanzitutto plausibile che l'attacco della scorsa notte venga interpretato come una rappresaglia di facciata, priva di effettivo contenuto dal punto di vista bellico e strategico. Ma soprattutto è anche possibile che l'eliminazione di Soleimani possa aver lasciato un segno profondo sulla politica regionale iraniana: non dimentichiamo che il generale fosse il grande architetto delle ambizioni geopolitiche mediorientali di Teheran e che costituisse la figura di riferimento per i vari gruppi sciiti filoiraniani sparsi nell'area. L'uccisione di Soleimani potrebbe quindi aver assestato un duro colpo alla politica estera della Repubblica Islamica e preludere a un mutamento di assetti interno al Paese nei prossimi mesi.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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