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2019-09-23
Tremano i vertici di Anas. Il Pd vuole cambiare le nomine di Lega e 5 Stelle
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Anas
Con l'avvento del nuovo governo giallorosso è ricominciata la caccia per occupare le aziende partecipate statali. Nel mirino ci sono quelle in scadenza nel 2020, ma il Conte bis, formato da Partito democratico e 5 Stelle, ha già messo nel mirino le autorità garanti e alcune aziende della galassia di Cassa depositi e prestiti. Non sono in scadenza i vertici di Anas - la stazione appaltante più importante in Italia da poco passata sotto il cappello di Ferrovie dello Stato -, ma a quanto pare in via Monzambano hanno incominciato già a tremare le poltrone. Il motivo è ovvio. La società controllata del ministero dell'Economia, con in gestione di quasi 30.000 chilometri di strade, ha bisogno di un governo vicino per poter muoversi liberamente nei gangli della politica e della burocrazia. Anas in questi anni ha accumulato poi una quantità sempre più ingente di debiti nei confronti delle grandi società di costruzioni statali, in crisi e in difficoltà in attesa della nascita di Progetto Italia di Pietro Salini. Per di più i suoi conti pesano su quelli di Fs, non senza polemiche. A fine dicembre dello scorso anno, dopo una battaglia senza esclusioni di colpi, il governo gialloblu era riuscito a nominare un nuovo amministratore delegato e un nuovo presidente.
Il primo è Massimo Simonini, un interno, scelto dall'ex ministro ai Trasporti Danilo Toninelli. La scelta fu di rottura rispetto al passato. Il politico pentastellato ha provato a raddrizzare un mondo, quello di via Monzambano, caratterizzato da anni da episodi di corruzione e scandali. Il caso della Dama Nera, Antonella Accroglianò, la vecchia gestione del boiardo Pietro Ciucci, come il caos sulle concessioni autostradali, sono ferite che si sentono ancora nel mondo Anas. Come presidente fu invece indicato Claudio Andrea Gemme, espressione questa volta della Lega di Matteo Salvini. Gemme è un genovese, già dirigente di Finmeccanica e Fincantieri, è stato nominato anche commissario per la costruzione del Ponte Morandi. La posizione di entrambi è sotto la lente d'ingrandimento dell'esecutivo. Perché di fondo in questi 14 mesi poco è cambiato. In Sicilia comanda sempre Vito Bonsignore, ex europarlamentare, ex europarlamentare Udc e socio Carige, che ha in mano i project financing della Catania-Ragusa e della Orte-Mestre. Sono due tratte da centinaia di milioni di euro, la seconda da 10 miliardi, che la Silec -Mec della famiglia Bonsignore non ha possibilità economiche di finanziare di tasca sua. Per questo chiede aiuto allo Stato che sarebbe disposto a concederlo.
Insomma poco è cambiato. Ma è soprattutto lo stanziamento delle vecchie leve all'interno dell'azienda ad aver reso la situazione sempre più o meno la stessa. Certo, Simonini aveva annunciato di voler stroncare il poltronificio e la galassia di società partecipate, ma c'è riuscito solo in parte. Secondo gli esperti del settore per nulla. Anas è un elefante difficile da smantellare. Così c'è chi al Nazareno starebbe spingendo per un cambio dell'amministratore delegato, magari piazando un nome gradito al Partito Democratico.
L'identikit del nuovo numero uno di via Monzambano è Luciano D'Alfonso, senatore dem, storico quadro dirigente di Anas in Molise e in aspettativa continua ormai da anni, dove ha svolto comunque il suo mestiere di politico, tra cui anche il presidente della regione Abruzzo. Tra i papabili c'è anche Ugo Dibennardo, ex Anas Sicilia, già candidato ai vertici di Anas l'anno scorso, ora Concessioni Autostradali Venete Spa (Cav). Il problema per lui è che ormai è considerato un fedelissimo del governatore del Veneto Luca Zaia, un leghista di ferro, visto però come il fumo negli occhi dal governo giallorosso. Paola De Micheli, la nuova plenipotenziaria delle Infrastrutture, sta già facendo il giro delle sette chiese, incontrando i sindaci sul territorio per capire quali interventi dovrà affrontare Anas nel breve periodo. E nel frattempo ricominciano le inchieste della magistratura.
La procura ferma un comunicato di Anas sugli arresti: rischio di inquinamento delle indagini
C'è un piccolo retroscena da raccontare dietro l'ultima inchiesta della procura di Catania su Anas, con l'arresto dei geometri Riccardo Carmelo Contino, Giuseppe Panzica, entrambi capi centro manutenzione, e un ingegnere, Giuseppe Romano. Le accuse sono di corruzione. In pratica le imprese affidatarie corruttrici eseguivano le opere assegnate senza rispettare i capitolati tecnici e proponendo dei ribassi d'asta notevoli, eseguendo così lavori di qualità inferiore. Su questo si sviluppava un margine fino al 20%, che veniva condiviso con tre funzionari dell'Anas catanese. I tre avrebbero dovuto vigilare sulla corretta esecuzione dei lavori, invece, secondo l'accusa si sarebbe spartiti 10.000 di euro. Il retroscena è questo.
Gli arresti sono stati effettuati mercoledì scorso, ma sono stati validati solo venerdì dal gip. Il problema è che le indagini sono continuate nell'assoluto riserbo da parte della procura, mentre la comunicazione Anas avrebbe voluto subito emettere un comunicato di condanna, in modo da prendere immediatamente le distanze. Il tentativo è stato fermato proprio dalla procura di Catania perché avrebbe potuto danneggiare le indagini. Anche perché gli inquirenti sostengono che questo sistema di corruzione sia di «dimensioni molto più ampie», capace di abbassare gli standard della sicurezza sulle autostrade. «Il sistema corruttivo riguarda moltissimi degli interventi di manutenzione effettuati sulle strade della Sicilia Orientale» – ha spiegato il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro -. «Sappiamo che da circa tre anni la loro esecuzione è stata scorretta. Siamo in una fase molto avanzata per individuare tutti i responsabili di questo sistema». Ai funzionari non corrotti e a quei pochi che non si sono fatti corrompere, secondo Zuccaro, «si deve addebitare quantomeno la grave responsabilità di essersi voltati altrove per non vedere quello che era di immediata percezione».
Contino e Panzica sono in carcere, Romano è ai domiciliari e avrebbe reso un'ampia confessione sulla rete corruttiva nella quale sarebbero coinvolti anche altri funzionari dell'Anas e numerosi imprenditori. Gli investigatori durante una conferenza stampa hanno parlato di "molti altri indagati" tra cui una decina di imprenditori. Zuccaro ha detto che il sistema «si protrae da alcuni anni e coinvolge i vertici dell'Anas della Sicilia orientale e i funzionari di grado inferiore». Al momento del blitz delle Fiamme Gialle sono stati trovati 3.300 euro nell'ufficio di Contino e 3.700 euro nell'ufficio di Panzica. Romano, che nel frattempo si era allontanato dalla sede dell'Anas, venuto a conoscenza dell'intervento in corso, prima di rientrare nel suo ufficio aveva gettato via da finestrino della sua auto prima di rientrare in ufficio 3.000 euro in contanti che gli erano stati consegnati da Contino. Nell'abitazione di Romano la guardia di finanza ha inoltre trovato 18.200 euro in contanti relativi ad altre tangenti. I tecnici avevano competenza sulle autostrade siciliane. Nel corso di alcune perquisizioni nella sede dell'Anas di Catania sono stati rinvenuti e sequestrati contanti anche 25.000 euro di denaro, probabilmente frutto di tangenti. Anas nel frattempo prende le distanze: «I fatti accaduti sono gravissimi e inaccettabili: siamo un'azienda sana, fortemente impegnata nel contrasto dell'illegalità e in particolare della corruzione. Anas, oltre a condannare in maniera netta l'episodio garantendo che i responsabili saranno perseguiti con assoluto rigore, rafforzerà ulteriormente le misure interne di controllo per evitare il ripetersi di questi episodi».
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Il nuovo dicastero gestito da Paola De Micheli mette nel mirino l'amministratore delegato Massimo Simonini e Claudio Andrea Gemme. Il primo fu scelto dall'ex ministro Danilo Toninelli, il secondo è espressione del Carroccio di Matteo Salvini. Si parla già di Luciano D'Alfonso, ex presidente dell'Abruzzo, ora senatore dem, in aspettativa come dirigente della società che gestisce 30.000 chilometri di strade e autostrade in Italia.Tre dirigente Anas sono stati arrestati per corruzione a Catania. Avrebbero incassato tangenti dalle aziende appaltatrici che non finivano i lavori mettendo persino a repentaglio la sicurezza. Il giallo del comunicato stoppato dalla procura di Carmelo Zuccaro: c'era il rischio di inquinare le indagini. Lo speciale contiene due articoli.Con l'avvento del nuovo governo giallorosso è ricominciata la caccia per occupare le aziende partecipate statali. Nel mirino ci sono quelle in scadenza nel 2020, ma il Conte bis, formato da Partito democratico e 5 Stelle, ha già messo nel mirino le autorità garanti e alcune aziende della galassia di Cassa depositi e prestiti. Non sono in scadenza i vertici di Anas - la stazione appaltante più importante in Italia da poco passata sotto il cappello di Ferrovie dello Stato -, ma a quanto pare in via Monzambano hanno incominciato già a tremare le poltrone. Il motivo è ovvio. La società controllata del ministero dell'Economia, con in gestione di quasi 30.000 chilometri di strade, ha bisogno di un governo vicino per poter muoversi liberamente nei gangli della politica e della burocrazia. Anas in questi anni ha accumulato poi una quantità sempre più ingente di debiti nei confronti delle grandi società di costruzioni statali, in crisi e in difficoltà in attesa della nascita di Progetto Italia di Pietro Salini. Per di più i suoi conti pesano su quelli di Fs, non senza polemiche. A fine dicembre dello scorso anno, dopo una battaglia senza esclusioni di colpi, il governo gialloblu era riuscito a nominare un nuovo amministratore delegato e un nuovo presidente. Il primo è Massimo Simonini, un interno, scelto dall'ex ministro ai Trasporti Danilo Toninelli. La scelta fu di rottura rispetto al passato. Il politico pentastellato ha provato a raddrizzare un mondo, quello di via Monzambano, caratterizzato da anni da episodi di corruzione e scandali. Il caso della Dama Nera, Antonella Accroglianò, la vecchia gestione del boiardo Pietro Ciucci, come il caos sulle concessioni autostradali, sono ferite che si sentono ancora nel mondo Anas. Come presidente fu invece indicato Claudio Andrea Gemme, espressione questa volta della Lega di Matteo Salvini. Gemme è un genovese, già dirigente di Finmeccanica e Fincantieri, è stato nominato anche commissario per la costruzione del Ponte Morandi. La posizione di entrambi è sotto la lente d'ingrandimento dell'esecutivo. Perché di fondo in questi 14 mesi poco è cambiato. In Sicilia comanda sempre Vito Bonsignore, ex europarlamentare, ex europarlamentare Udc e socio Carige, che ha in mano i project financing della Catania-Ragusa e della Orte-Mestre. Sono due tratte da centinaia di milioni di euro, la seconda da 10 miliardi, che la Silec -Mec della famiglia Bonsignore non ha possibilità economiche di finanziare di tasca sua. Per questo chiede aiuto allo Stato che sarebbe disposto a concederlo. Insomma poco è cambiato. Ma è soprattutto lo stanziamento delle vecchie leve all'interno dell'azienda ad aver reso la situazione sempre più o meno la stessa. Certo, Simonini aveva annunciato di voler stroncare il poltronificio e la galassia di società partecipate, ma c'è riuscito solo in parte. Secondo gli esperti del settore per nulla. Anas è un elefante difficile da smantellare. Così c'è chi al Nazareno starebbe spingendo per un cambio dell'amministratore delegato, magari piazando un nome gradito al Partito Democratico. L'identikit del nuovo numero uno di via Monzambano è Luciano D'Alfonso, senatore dem, storico quadro dirigente di Anas in Molise e in aspettativa continua ormai da anni, dove ha svolto comunque il suo mestiere di politico, tra cui anche il presidente della regione Abruzzo. Tra i papabili c'è anche Ugo Dibennardo, ex Anas Sicilia, già candidato ai vertici di Anas l'anno scorso, ora Concessioni Autostradali Venete Spa (Cav). Il problema per lui è che ormai è considerato un fedelissimo del governatore del Veneto Luca Zaia, un leghista di ferro, visto però come il fumo negli occhi dal governo giallorosso. Paola De Micheli, la nuova plenipotenziaria delle Infrastrutture, sta già facendo il giro delle sette chiese, incontrando i sindaci sul territorio per capire quali interventi dovrà affrontare Anas nel breve periodo. E nel frattempo ricominciano le inchieste della magistratura. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tremano-i-vertici-di-anas-il-pd-vuole-cambiare-le-nomine-di-lega-e-5-stelle-2640466575.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-procura-ferma-un-comunicato-di-anas-sugli-arresti-rischio-di-inquinamento-delle-indagini" data-post-id="2640466575" data-published-at="1769074049" data-use-pagination="False"> La procura ferma un comunicato di Anas sugli arresti: rischio di inquinamento delle indagini C'è un piccolo retroscena da raccontare dietro l'ultima inchiesta della procura di Catania su Anas, con l'arresto dei geometri Riccardo Carmelo Contino, Giuseppe Panzica, entrambi capi centro manutenzione, e un ingegnere, Giuseppe Romano. Le accuse sono di corruzione. In pratica le imprese affidatarie corruttrici eseguivano le opere assegnate senza rispettare i capitolati tecnici e proponendo dei ribassi d'asta notevoli, eseguendo così lavori di qualità inferiore. Su questo si sviluppava un margine fino al 20%, che veniva condiviso con tre funzionari dell'Anas catanese. I tre avrebbero dovuto vigilare sulla corretta esecuzione dei lavori, invece, secondo l'accusa si sarebbe spartiti 10.000 di euro. Il retroscena è questo. Gli arresti sono stati effettuati mercoledì scorso, ma sono stati validati solo venerdì dal gip. Il problema è che le indagini sono continuate nell'assoluto riserbo da parte della procura, mentre la comunicazione Anas avrebbe voluto subito emettere un comunicato di condanna, in modo da prendere immediatamente le distanze. Il tentativo è stato fermato proprio dalla procura di Catania perché avrebbe potuto danneggiare le indagini. Anche perché gli inquirenti sostengono che questo sistema di corruzione sia di «dimensioni molto più ampie», capace di abbassare gli standard della sicurezza sulle autostrade. «Il sistema corruttivo riguarda moltissimi degli interventi di manutenzione effettuati sulle strade della Sicilia Orientale» – ha spiegato il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro -. «Sappiamo che da circa tre anni la loro esecuzione è stata scorretta. Siamo in una fase molto avanzata per individuare tutti i responsabili di questo sistema». Ai funzionari non corrotti e a quei pochi che non si sono fatti corrompere, secondo Zuccaro, «si deve addebitare quantomeno la grave responsabilità di essersi voltati altrove per non vedere quello che era di immediata percezione». Contino e Panzica sono in carcere, Romano è ai domiciliari e avrebbe reso un'ampia confessione sulla rete corruttiva nella quale sarebbero coinvolti anche altri funzionari dell'Anas e numerosi imprenditori. Gli investigatori durante una conferenza stampa hanno parlato di "molti altri indagati" tra cui una decina di imprenditori. Zuccaro ha detto che il sistema «si protrae da alcuni anni e coinvolge i vertici dell'Anas della Sicilia orientale e i funzionari di grado inferiore». Al momento del blitz delle Fiamme Gialle sono stati trovati 3.300 euro nell'ufficio di Contino e 3.700 euro nell'ufficio di Panzica. Romano, che nel frattempo si era allontanato dalla sede dell'Anas, venuto a conoscenza dell'intervento in corso, prima di rientrare nel suo ufficio aveva gettato via da finestrino della sua auto prima di rientrare in ufficio 3.000 euro in contanti che gli erano stati consegnati da Contino. Nell'abitazione di Romano la guardia di finanza ha inoltre trovato 18.200 euro in contanti relativi ad altre tangenti. I tecnici avevano competenza sulle autostrade siciliane. Nel corso di alcune perquisizioni nella sede dell'Anas di Catania sono stati rinvenuti e sequestrati contanti anche 25.000 euro di denaro, probabilmente frutto di tangenti. Anas nel frattempo prende le distanze: «I fatti accaduti sono gravissimi e inaccettabili: siamo un'azienda sana, fortemente impegnata nel contrasto dell'illegalità e in particolare della corruzione. Anas, oltre a condannare in maniera netta l'episodio garantendo che i responsabili saranno perseguiti con assoluto rigore, rafforzerà ulteriormente le misure interne di controllo per evitare il ripetersi di questi episodi».
(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.