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2025-10-31
Meno dazi, più terre rare: tregua Usa-Cina
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
È scoppiata la pace tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, forse no. Se vogliamo, potremmo magari parlare di una «tregua armata». Ieri, a Busan, Donald Trump ha avuto un incontro con Xi Jinping. Il faccia a faccia, definito dallo stesso Trump come «veramente grandioso», si è protratto per due ore circa. «Abbiamo un accordo. Ora, ogni anno lo rinegozieremo, ma credo che durerà a lungo. Si tratta di un accordo di un anno e lo prorogheremo dopo un altro anno», ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca dopo il meeting, annunciando che visiterà la Cina in aprile. Ma che cosa prevede l’intesa raggiunta?
Pechino ha innanzitutto revocato le proprie restrizioni all’export di terre rare. «Quell’ostacolo è stato rimosso. Non c’è più alcun ostacolo sulle terre rare. Speriamo che sparisca dal nostro vocabolario per un po’», ha affermato Trump, il quale, dal canto suo, ha sospeso per un anno le tasse portuali speciali che colpiscono le navi cinesi che attraccano nei porti statunitensi. Dall’altra parte, secondo la Cnn, sembrerebbe che, almeno per ora, Washington non si sia formalmente impegnata ad allentare in modo sostanziale le proprie restrizioni all’esportazione di materiale altamente tecnologico verso la Cina. «Abbiamo discusso di chip e i cinesi parleranno con Nvidia e altri della possibilità di prendere i chip», ha affermato un po’ evasivamente Trump, precisando di non aver parlato con Xi di Blackwell: il microchip di Nvidia, il cui è export è sotto restrizioni da parte di Washington per ragioni di sicurezza nazionale.
In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca ha abbassato i dazi imposti alla Cina per la questione del fentanyl, portando l’aliquota complessiva delle tariffe contro il Dragone dal 57% al 47%. Nel frattempo, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha reso noto che Pechino si è impegnata ad acquistare dodici milioni di tonnellate di soia statunitense nel breve termine e 25 milioni all’anno nell’arco del prossimo triennio. «A Kuala Lumpur abbiamo finalizzato l’accordo su TikTok per ottenere l’approvazione cinese e mi aspetto che ciò avvenga nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, e che finalmente vedremo una soluzione», ha anche affermato Bessent, specificando inoltre che l’accordo tra Stati Uniti e Cina verrà firmato «probabilmente già la prossima settimana».
Venendo invece alle questioni geopolitiche, Trump ha riferito che, durante il colloquio con Xi, il dossier di Taiwan «non è stato sollevato». I due presidenti non hanno parlato neanche del petrolio russo: un argomento spinoso, soprattutto dopo le recenti sanzioni che Washington ha imposto a Lukoil e Rosneft. Ricordiamo infatti che Pechino è il principale acquirente di petrolio da Mosca. Dall’altra parte, Trump ha raccontato che, nel corso del faccia a faccia, la questione ucraina è stata sollevata «con molta forza». «Lavoreremo entrambi insieme per vedere se possiamo ottenere qualcosa», ha detto, per poi aggiungere: «Siamo d’accordo sul fatto che le parti sono bloccate, combattono, e a volte bisogna lasciarle combattere, immagino. Pazzesco. Ma lui ci aiuterà e lavoreremo insieme sull’Ucraina».
Insomma, l’accordo tra Stati Uniti e Cina c’è. Ma, come detto, somiglia più a una tregua che a una pace vera e propria. D’altronde, al netto del parziale disgelo commerciale con Pechino, Trump, durante il suo tour asiatico, ha fatto chiaramente capire di continuare a vedere nel Dragone il rivale sistemico degli Usa. Non a caso, ha rafforzato i legami con Tokyo e Seul (anche) in funzione anticinese. Ha inoltre consolidato l’influenza americana sul Sudest asiatico, per contenderla a Pechino. Tutto questo, mentre, ieri, poco prima del vertice con Xi, il presidente americano ha ordinato al Pentagono «di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria». «Tale processo inizierà immediatamente», ha aggiunto. «A causa dell’enorme potere distruttivo, odiavo farlo, ma non avevo scelta! La Russia è la seconda e la Cina è la terza, ma entro cinque anni ci raggiungerà», ha anche detto. È dal 1992 che gli Stati Uniti non effettuano test nucleari, prima che l’allora presidente George H. W. Bush annunciasse una moratoria al riguardo. Secondo Reuters, quello di Trump è stato un messaggio rivolto tanto a Xi quanto a Vladimir Putin. Pechino ha infatti raddoppiato il suo arsenale negli ultimi cinque anni, mentre Mosca ha recentemente testato un nuovo missile da crociera a propulsione nucleare.
Tutto questo chiarisce come, nell’ottica di Trump, la competizione geopolitica con la Cina resti prioritaria. La politica di potenza è ormai tornata in auge. E il presidente americano è deciso a incrementare la capacità di deterrenza degli Stati Uniti nei confronti tanto di Pechino quanto di Mosca. Non a caso, ieri, sia la Cina che la Russia hanno reagito con una certa irritazione all’annuncio del presidente americano sui test nucleari. «Se qualcuno abbandona la moratoria sui test nucleari, la Russia agirà di conseguenza», ha dichiarato il Cremlino, mentre il ministero degli Esteri cinese ha affermato che «la Cina spera che gli Stati Uniti rispettino seriamente gli obblighi del trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari e il loro impegno a vietare i test nucleari». Al momento, è la Russia a detenere il principale arsenale nucleare al mondo, mentre quello degli Stati Uniti è leggermente inferiore. La Cina è invece al terzo posto ma sta guadagnando rapidamente terreno. La tregua commerciale di Busan, insomma, è senza dubbio importante. Ma il duello tra Washington e Pechino non si è affatto fermato.
Mosca osserva, l’Europa ottimista. «Ma non è una svolta strutturale»
L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, tenutosi la notte del 29 ottobre a Busan, ha segnato un primo allentamento nella lunga tensione commerciale tra Stati Uniti e Cina. Una tregua, come l’ha definita lo stesso Trump, «un grande successo». Ma dietro i sorrisi e i comunicati ottimistici, la diplomazia internazionale resta cauta: nessuno, tra i leader occidentali, crede a una svolta definitiva. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, da Ankara con Recep Tayyip Erdogan, ha accolto la notizia con prudenza. «Posso offrire solo una valutazione preliminare», ha detto, auspicando «una disputa commerciale più pacifica». La Germania, potenza esportatrice, è tra le più colpite dalle tensioni tra Washington e Pechino: «Siamo direttamente interessati dalle decisioni cinesi, soprattutto sulle esportazioni di materie prime», ha ricordato. Da Firenze, la presidente della Bce Christine Lagarde ha parlato di «progressi che mitigano i rischi al ribasso della crescita», pur avvertendo che «l’incertezza del commercio globale resta un fattore di vulnerabilità». Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha osservato che «un incontro tra Putin e Xi non è attualmente previsto, ma può essere organizzato rapidamente», segno che il Cremlino monitora la dinamica a tre tra Pechino, Washington e Mosca. Il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic ha avvertito che l’intesa «avrà implicazioni dirette per l’Ue», spiegando di essere «in costante contatto con il segretario Usa Howard Lutnick». Obiettivo: «Gestire un partenariato sempre più sfidante con la Cina, soprattutto sulle terre rare». Dalla Commissione, il portavoce Olof Gill ha dichiarato: «Accogliamo con favore ogni sviluppo che rimuova barriere ai flussi commerciali». Domani a Bruxelles sono previsti colloqui tecnici tra delegazioni Ue e cinesi. In Italia, Lorenzo Riccardi, presidente della Camera di commercio italiana in Cina, ha sottolineato come «l’intesa riduca le incertezze geopolitiche e agevoli le esportazioni e gli investimenti». Settori come meccanica strumentale e lusso, ha aggiunto, «potranno beneficiare di un contesto più stabile e prevedibile». Ma è l’ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina, a offrire la lettura più lucida: «Tra Trump e Xi c’è una tregua tattica, non una svolta strutturale». Sull’isola, osserva, «l’elefante fuori dalla stanza è stato Taiwan: non ne hanno parlato, e questo ha aiutato il clima dell’incontro. Ma l’elefante resta lì». Infine, un dettaglio passato quasi inosservato: «Il riferimento di Trump alla ripresa dei test nucleari ha rafforzato la diffidenza cinese sulle intenzioni americane», conclude Sequi, «È un segnale che rende difficile separare il canale commerciale da quello strategico». Da Washington arrivano le parole più dure del leader democratico Chuck Schumer, che demolisce la narrativa trionfale di Trump: «Non c’è nessuna vittoria per l’America. Trump si è inchinato davanti a Xi». Sul fronte del fentanyl, accusa, «non si è assicurato azioni chiare da parte della Cina per fermare il traffico di sostanze chimiche». Ma il colpo più pesante riguarda l’accordo sui chip: «Non è America First, ma China First. Trump consegna a Pechino le chiavi dell’intelligenza artificiale dei prossimi anni». Insomma, la stretta di mano di Busan sembra più un cessate il fuoco temporaneo che un trattato di pace. Una tregua tattica, utile a entrambe le potenze per tirare il fiato e ricordare che, tra Washington e Pechino, ogni concessione ha sempre un prezzo.
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Vertice distensivo in Corea del Sud, il tycoon riduce al 47% le imposte sui beni del Dragone in America. L’omologo comunista toglie le restrizioni sull’export di minerali. E si impegna ad acquistare soia. Resta il nodo sui chip. «Accordo di almeno un anno».L’ambasciatore Ettore Sequi è prudente: «Clima sereno perché ai tavoli mancava Taiwan».Lo speciale contiene due articoli.È scoppiata la pace tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, forse no. Se vogliamo, potremmo magari parlare di una «tregua armata». Ieri, a Busan, Donald Trump ha avuto un incontro con Xi Jinping. Il faccia a faccia, definito dallo stesso Trump come «veramente grandioso», si è protratto per due ore circa. «Abbiamo un accordo. Ora, ogni anno lo rinegozieremo, ma credo che durerà a lungo. Si tratta di un accordo di un anno e lo prorogheremo dopo un altro anno», ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca dopo il meeting, annunciando che visiterà la Cina in aprile. Ma che cosa prevede l’intesa raggiunta?Pechino ha innanzitutto revocato le proprie restrizioni all’export di terre rare. «Quell’ostacolo è stato rimosso. Non c’è più alcun ostacolo sulle terre rare. Speriamo che sparisca dal nostro vocabolario per un po’», ha affermato Trump, il quale, dal canto suo, ha sospeso per un anno le tasse portuali speciali che colpiscono le navi cinesi che attraccano nei porti statunitensi. Dall’altra parte, secondo la Cnn, sembrerebbe che, almeno per ora, Washington non si sia formalmente impegnata ad allentare in modo sostanziale le proprie restrizioni all’esportazione di materiale altamente tecnologico verso la Cina. «Abbiamo discusso di chip e i cinesi parleranno con Nvidia e altri della possibilità di prendere i chip», ha affermato un po’ evasivamente Trump, precisando di non aver parlato con Xi di Blackwell: il microchip di Nvidia, il cui è export è sotto restrizioni da parte di Washington per ragioni di sicurezza nazionale.In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca ha abbassato i dazi imposti alla Cina per la questione del fentanyl, portando l’aliquota complessiva delle tariffe contro il Dragone dal 57% al 47%. Nel frattempo, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha reso noto che Pechino si è impegnata ad acquistare dodici milioni di tonnellate di soia statunitense nel breve termine e 25 milioni all’anno nell’arco del prossimo triennio. «A Kuala Lumpur abbiamo finalizzato l’accordo su TikTok per ottenere l’approvazione cinese e mi aspetto che ciò avvenga nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, e che finalmente vedremo una soluzione», ha anche affermato Bessent, specificando inoltre che l’accordo tra Stati Uniti e Cina verrà firmato «probabilmente già la prossima settimana».Venendo invece alle questioni geopolitiche, Trump ha riferito che, durante il colloquio con Xi, il dossier di Taiwan «non è stato sollevato». I due presidenti non hanno parlato neanche del petrolio russo: un argomento spinoso, soprattutto dopo le recenti sanzioni che Washington ha imposto a Lukoil e Rosneft. Ricordiamo infatti che Pechino è il principale acquirente di petrolio da Mosca. Dall’altra parte, Trump ha raccontato che, nel corso del faccia a faccia, la questione ucraina è stata sollevata «con molta forza». «Lavoreremo entrambi insieme per vedere se possiamo ottenere qualcosa», ha detto, per poi aggiungere: «Siamo d’accordo sul fatto che le parti sono bloccate, combattono, e a volte bisogna lasciarle combattere, immagino. Pazzesco. Ma lui ci aiuterà e lavoreremo insieme sull’Ucraina».Insomma, l’accordo tra Stati Uniti e Cina c’è. Ma, come detto, somiglia più a una tregua che a una pace vera e propria. D’altronde, al netto del parziale disgelo commerciale con Pechino, Trump, durante il suo tour asiatico, ha fatto chiaramente capire di continuare a vedere nel Dragone il rivale sistemico degli Usa. Non a caso, ha rafforzato i legami con Tokyo e Seul (anche) in funzione anticinese. Ha inoltre consolidato l’influenza americana sul Sudest asiatico, per contenderla a Pechino. Tutto questo, mentre, ieri, poco prima del vertice con Xi, il presidente americano ha ordinato al Pentagono «di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria». «Tale processo inizierà immediatamente», ha aggiunto. «A causa dell’enorme potere distruttivo, odiavo farlo, ma non avevo scelta! La Russia è la seconda e la Cina è la terza, ma entro cinque anni ci raggiungerà», ha anche detto. È dal 1992 che gli Stati Uniti non effettuano test nucleari, prima che l’allora presidente George H. W. Bush annunciasse una moratoria al riguardo. Secondo Reuters, quello di Trump è stato un messaggio rivolto tanto a Xi quanto a Vladimir Putin. Pechino ha infatti raddoppiato il suo arsenale negli ultimi cinque anni, mentre Mosca ha recentemente testato un nuovo missile da crociera a propulsione nucleare.Tutto questo chiarisce come, nell’ottica di Trump, la competizione geopolitica con la Cina resti prioritaria. La politica di potenza è ormai tornata in auge. E il presidente americano è deciso a incrementare la capacità di deterrenza degli Stati Uniti nei confronti tanto di Pechino quanto di Mosca. Non a caso, ieri, sia la Cina che la Russia hanno reagito con una certa irritazione all’annuncio del presidente americano sui test nucleari. «Se qualcuno abbandona la moratoria sui test nucleari, la Russia agirà di conseguenza», ha dichiarato il Cremlino, mentre il ministero degli Esteri cinese ha affermato che «la Cina spera che gli Stati Uniti rispettino seriamente gli obblighi del trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari e il loro impegno a vietare i test nucleari». Al momento, è la Russia a detenere il principale arsenale nucleare al mondo, mentre quello degli Stati Uniti è leggermente inferiore. La Cina è invece al terzo posto ma sta guadagnando rapidamente terreno. La tregua commerciale di Busan, insomma, è senza dubbio importante. Ma il duello tra Washington e Pechino non si è affatto fermato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tregua-usa-cina-2674252090.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-osserva-leuropa-ottimista-ma-non-e-una-svolta-strutturale" data-post-id="2674252090" data-published-at="1761857974" data-use-pagination="False"> Mosca osserva, l’Europa ottimista. «Ma non è una svolta strutturale» L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, tenutosi la notte del 29 ottobre a Busan, ha segnato un primo allentamento nella lunga tensione commerciale tra Stati Uniti e Cina. Una tregua, come l’ha definita lo stesso Trump, «un grande successo». Ma dietro i sorrisi e i comunicati ottimistici, la diplomazia internazionale resta cauta: nessuno, tra i leader occidentali, crede a una svolta definitiva. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, da Ankara con Recep Tayyip Erdogan, ha accolto la notizia con prudenza. «Posso offrire solo una valutazione preliminare», ha detto, auspicando «una disputa commerciale più pacifica». La Germania, potenza esportatrice, è tra le più colpite dalle tensioni tra Washington e Pechino: «Siamo direttamente interessati dalle decisioni cinesi, soprattutto sulle esportazioni di materie prime», ha ricordato. Da Firenze, la presidente della Bce Christine Lagarde ha parlato di «progressi che mitigano i rischi al ribasso della crescita», pur avvertendo che «l’incertezza del commercio globale resta un fattore di vulnerabilità». Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha osservato che «un incontro tra Putin e Xi non è attualmente previsto, ma può essere organizzato rapidamente», segno che il Cremlino monitora la dinamica a tre tra Pechino, Washington e Mosca. Il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic ha avvertito che l’intesa «avrà implicazioni dirette per l’Ue», spiegando di essere «in costante contatto con il segretario Usa Howard Lutnick». Obiettivo: «Gestire un partenariato sempre più sfidante con la Cina, soprattutto sulle terre rare». Dalla Commissione, il portavoce Olof Gill ha dichiarato: «Accogliamo con favore ogni sviluppo che rimuova barriere ai flussi commerciali». Domani a Bruxelles sono previsti colloqui tecnici tra delegazioni Ue e cinesi. In Italia, Lorenzo Riccardi, presidente della Camera di commercio italiana in Cina, ha sottolineato come «l’intesa riduca le incertezze geopolitiche e agevoli le esportazioni e gli investimenti». Settori come meccanica strumentale e lusso, ha aggiunto, «potranno beneficiare di un contesto più stabile e prevedibile». Ma è l’ambasciatore Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina, a offrire la lettura più lucida: «Tra Trump e Xi c’è una tregua tattica, non una svolta strutturale». Sull’isola, osserva, «l’elefante fuori dalla stanza è stato Taiwan: non ne hanno parlato, e questo ha aiutato il clima dell’incontro. Ma l’elefante resta lì». Infine, un dettaglio passato quasi inosservato: «Il riferimento di Trump alla ripresa dei test nucleari ha rafforzato la diffidenza cinese sulle intenzioni americane», conclude Sequi, «È un segnale che rende difficile separare il canale commerciale da quello strategico». Da Washington arrivano le parole più dure del leader democratico Chuck Schumer, che demolisce la narrativa trionfale di Trump: «Non c’è nessuna vittoria per l’America. Trump si è inchinato davanti a Xi». Sul fronte del fentanyl, accusa, «non si è assicurato azioni chiare da parte della Cina per fermare il traffico di sostanze chimiche». Ma il colpo più pesante riguarda l’accordo sui chip: «Non è America First, ma China First. Trump consegna a Pechino le chiavi dell’intelligenza artificiale dei prossimi anni». Insomma, la stretta di mano di Busan sembra più un cessate il fuoco temporaneo che un trattato di pace. Una tregua tattica, utile a entrambe le potenze per tirare il fiato e ricordare che, tra Washington e Pechino, ogni concessione ha sempre un prezzo.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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