Meno dazi, più terre rare: tregua Usa-Cina
Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
  • Vertice distensivo in Corea del Sud, il tycoon riduce al 47% le imposte sui beni del Dragone in America. L’omologo comunista toglie le restrizioni sull’export di minerali. E si impegna ad acquistare soia. Resta il nodo sui chip. «Accordo di almeno un anno».
  • L’ambasciatore Ettore Sequi è prudente: «Clima sereno perché ai tavoli mancava Taiwan».

Lo speciale contiene due articoli.

È scoppiata la pace tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, forse no. Se vogliamo, potremmo magari parlare di una «tregua armata». Ieri, a Busan, Donald Trump ha avuto un incontro con Xi Jinping. Il faccia a faccia, definito dallo stesso Trump come «veramente grandioso», si è protratto per due ore circa. «Abbiamo un accordo. Ora, ogni anno lo rinegozieremo, ma credo che durerà a lungo. Si tratta di un accordo di un anno e lo prorogheremo dopo un altro anno», ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca dopo il meeting, annunciando che visiterà la Cina in aprile. Ma che cosa prevede l’intesa raggiunta?

Pechino ha innanzitutto revocato le proprie restrizioni all’export di terre rare. «Quell’ostacolo è stato rimosso. Non c’è più alcun ostacolo sulle terre rare. Speriamo che sparisca dal nostro vocabolario per un po’», ha affermato Trump, il quale, dal canto suo, ha sospeso per un anno le tasse portuali speciali che colpiscono le navi cinesi che attraccano nei porti statunitensi. Dall’altra parte, secondo la Cnn, sembrerebbe che, almeno per ora, Washington non si sia formalmente impegnata ad allentare in modo sostanziale le proprie restrizioni all’esportazione di materiale altamente tecnologico verso la Cina. «Abbiamo discusso di chip e i cinesi parleranno con Nvidia e altri della possibilità di prendere i chip», ha affermato un po’ evasivamente Trump, precisando di non aver parlato con Xi di Blackwell: il microchip di Nvidia, il cui è export è sotto restrizioni da parte di Washington per ragioni di sicurezza nazionale.

In tutto questo, l’inquilino della Casa Bianca ha abbassato i dazi imposti alla Cina per la questione del fentanyl, portando l’aliquota complessiva delle tariffe contro il Dragone dal 57% al 47%. Nel frattempo, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha reso noto che Pechino si è impegnata ad acquistare dodici milioni di tonnellate di soia statunitense nel breve termine e 25 milioni all’anno nell’arco del prossimo triennio. «A Kuala Lumpur abbiamo finalizzato l’accordo su TikTok per ottenere l’approvazione cinese e mi aspetto che ciò avvenga nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, e che finalmente vedremo una soluzione», ha anche affermato Bessent, specificando inoltre che l’accordo tra Stati Uniti e Cina verrà firmato «probabilmente già la prossima settimana».

Venendo invece alle questioni geopolitiche, Trump ha riferito che, durante il colloquio con Xi, il dossier di Taiwan «non è stato sollevato». I due presidenti non hanno parlato neanche del petrolio russo: un argomento spinoso, soprattutto dopo le recenti sanzioni che Washington ha imposto a Lukoil e Rosneft. Ricordiamo infatti che Pechino è il principale acquirente di petrolio da Mosca. Dall’altra parte, Trump ha raccontato che, nel corso del faccia a faccia, la questione ucraina è stata sollevata «con molta forza». «Lavoreremo entrambi insieme per vedere se possiamo ottenere qualcosa», ha detto, per poi aggiungere: «Siamo d’accordo sul fatto che le parti sono bloccate, combattono, e a volte bisogna lasciarle combattere, immagino. Pazzesco. Ma lui ci aiuterà e lavoreremo insieme sull’Ucraina».

Insomma, l’accordo tra Stati Uniti e Cina c’è. Ma, come detto, somiglia più a una tregua che a una pace vera e propria. D’altronde, al netto del parziale disgelo commerciale con Pechino, Trump, durante il suo tour asiatico, ha fatto chiaramente capire di continuare a vedere nel Dragone il rivale sistemico degli Usa. Non a caso, ha rafforzato i legami con Tokyo e Seul (anche) in funzione anticinese. Ha inoltre consolidato l’influenza americana sul Sudest asiatico, per contenderla a Pechino. Tutto questo, mentre, ieri, poco prima del vertice con Xi, il presidente americano ha ordinato al Pentagono «di iniziare a testare le nostre armi nucleari su base paritaria». «Tale processo inizierà immediatamente», ha aggiunto. «A causa dell’enorme potere distruttivo, odiavo farlo, ma non avevo scelta! La Russia è la seconda e la Cina è la terza, ma entro cinque anni ci raggiungerà», ha anche detto. È dal 1992 che gli Stati Uniti non effettuano test nucleari, prima che l’allora presidente George H. W. Bush annunciasse una moratoria al riguardo. Secondo Reuters, quello di Trump è stato un messaggio rivolto tanto a Xi quanto a Vladimir Putin. Pechino ha infatti raddoppiato il suo arsenale negli ultimi cinque anni, mentre Mosca ha recentemente testato un nuovo missile da crociera a propulsione nucleare.

Tutto questo chiarisce come, nell’ottica di Trump, la competizione geopolitica con la Cina resti prioritaria. La politica di potenza è ormai tornata in auge. E il presidente americano è deciso a incrementare la capacità di deterrenza degli Stati Uniti nei confronti tanto di Pechino quanto di Mosca. Non a caso, ieri, sia la Cina che la Russia hanno reagito con una certa irritazione all’annuncio del presidente americano sui test nucleari. «Se qualcuno abbandona la moratoria sui test nucleari, la Russia agirà di conseguenza», ha dichiarato il Cremlino, mentre il ministero degli Esteri cinese ha affermato che «la Cina spera che gli Stati Uniti rispettino seriamente gli obblighi del trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari e il loro impegno a vietare i test nucleari». Al momento, è la Russia a detenere il principale arsenale nucleare al mondo, mentre quello degli Stati Uniti è leggermente inferiore. La Cina è invece al terzo posto ma sta guadagnando rapidamente terreno. La tregua commerciale di Busan, insomma, è senza dubbio importante. Ma il duello tra Washington e Pechino non si è affatto fermato.

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