Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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Uno specialista del 4° Reggimento Alpini paracadutisti in Alaska (Esercito Italiano)
Si è conclusa a Fairbanks, in Alaska, l’attività di validazione della 11th Airborne Division and U.S. Army Alaska, sviluppata dal Joint Pacific Multinational Readiness Center Alaska dell'US Army, alla quale ha partecipato personale del 4° Reggimento Alpini Paracadutisti.
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L’esercitazione, che si è sviluppata in uno scenario warfighting con confronto tra forze contrapposte di pari livello tecnologico (peer-to-peer) in ambiente artico, è stata caratterizzata da un forte realismo ed un elevato grado di complessità, con il coinvolgimento di assetti di varie nazioni, un rilevante numero di personale e mezzi operativi e di supporto nella vasta area addestrativa di Fort Wainwright.
Nel corso dell’attività si è strutturato il confronto sul terreno di due unità di livello Brigata (Infrantry Brigade Combat Team) e i Ranger hanno operato in stretto collegamento con i Berretti Verdi del 10° Special Forces Group dello United States Army Special Operations Command (USASOC), costituendo distaccamenti operativi, per la condotta di Operazioni Speciali nelle aree assegnate e a supporto delle rispettive Forze di manovra.
Durante le tre settimane di esercitazione, il focus addestrativo ha riguardato la condotta di tutto lo spettro delle Operazioni Speciali con specifico riferimento alle attività cinetiche in ambiente artico innevato. Sono state svolte ricognizioni speciali anche a lungo raggio grazie all’impiego di motoslitte, azioni dirette di varia tipologia (sia stand off con guida terminale di munizionamento, raid con l’utilizzo di droni FPV, sia hands on con demolizione di manufatti, recupero di materiali o imboscate) e anche attività di assistenza a favore di possibili forze irregolari.
A conclusione dell’attività addestrativa, il Comandante del COMFOSE, il Generale di Brigata Carmine Vizzuso e il Comandante del 4° reggimento Alpini Paracadutisti, il Colonnello Paolo Rocchi, si sono recati in visita a Fort Wainwright per visionare alcune delle attività condotte dai Ranger e partecipare all’attività dimostrativa organizzata dal JPMRC-AK.
L’esercitazione ha rappresentato un’opportunità addestrativa molto proficua ed unica nel suo genere, permettendo ai membri delle Forze Speciali di operare in uno scenario ad alta intensità e con ritmi operativi serrati, in un ambiente naturale estremo e permettendo ai Ranger di incrementare ulteriormente l’interoperabilità con le forze speciali e le forze convenzionali di altri Paesi.
I Ranger dell’Esercito, preparati a condurre tutto lo spettro delle Operazioni Speciali (Military Assistance, Special Reconnaissance e Direct Action), sono particolarmente addestrati ed equipaggiati per operare in contesti ad alta intensità e complessità, con uno specifico focus sul combattimento in ambiente montano artico.
Il 4° reggimento Alpini paracadutisti rappresenta un’eccellenza assoluta, i cui operatori, apprezzati anche a livello internazionale, sono in grado di intervenire sempre con la massima prontezza e tempestività in ogni situazione.
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Ansa
Oggi le deleghe alla Sanità campana sono in mano al governatore Fico, ma già ai tempi del ministro Grillo erano noti l’assenza di reparti adeguati e numerosi casi di bambini colpiti da batteri ospedalieri.
Domenico, Pamela, Iside, Claudio. Nomi propri che diventano casi giudiziari, fascicoli, consulenze tecniche, perizie. Nomi che evocavano culle e fotografie conservate nei telefoni. E che poi sono finiti accostati a errori o infezioni ospedaliere. È sempre lì che si torna. A una sala operatoria che non funziona, a una rianimazione per adulti usata per i bimbi, a un batterio invisibile, a un ritardo che diventa irreversibile. A un mi è sembrato di aver sentito un «sì» di risposta alla richiesta in sala operatoria sul nuovo cuore per Domenico.
Il cardiochirurgo Guido Oppido, emerge dall’inchiesta, avrebbe chiesto se il cuore fosse presente e se tutte le procedure fossero state seguite prima di procedere all’espianto del cuore, sì malato, ma che teneva il piccolo in vita. Ora le indagini cercano di ricostruire passo dopo passo le fasi dell’operazione e il nesso causale tra le azioni dei medici e la morte del bimbo. Le concause delle ultime tragedie al Monaldi, però, sono da ricercare altrove. Pamela, quasi la stessa età di Domenico, muore nel 2024 dopo un trapianto, stroncata da una miocardite batterica e da emorragia cerebrale. I nomi di alcuni dei medici che si sono occupati di lei coincidono con quelli del caso di Domenico. Il reparto è lo stesso. «Pamela», racconta l’avvocato Carlo Spirito, che ha assistito i genitori della piccola, «avrebbe riscontrato una ventina di positività a infezioni batteriche». E perfino una da Escherichia coli. La sua vicenda finisce in un’ispezione del Centro nazionale trapianti e di un verbale (che, stando alla denuncia di Federconsumatori, sarebbe rimasto per mesi nei cassetti). Si parla di criticità organizzative, di percorsi pediatrici non dedicati, di un reparto promesso e mai realizzato entro la deadline fissata per marzo 2025. Un anno prima è toccato a Claudio, tre mesi e mezzo. Secondo quanto riferito dai genitori, «non funzionavano il reparto di cardiologia neonatale, né la sala operatoria né la rianimazione». L’operazione viene rinviata, poi eseguita. Dopo poche ore, ricoverato nella rianimazione per adulti, Claudio ha una crisi respiratoria e muore. Iside aveva solo quattro mesi quando è morta. Nel 2021 era stata operata al cuore, per una grave cardiopatia, dalla stessa equipe di medici che ha operato Domenico. Il giorno delle dimissioni, ha ricostruito ieri sera Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, i genitori vengono rassicurati dai medici: «È andato tutto bene». Iside muore 15 giorni dopo l’ultima visita al Monaldi per un’infezione che avrebbe contratto in ospedale. Infezioni che i sanitari avrebbero nascosto ai genitori. L’inchiesta è stata archiviata per «l’assenza di correlazioni» con le azioni dei medici Cto Monaldi-Cotugno. Una successiva perizia medico-legale chiesta dalla famiglia, invece, svela che l’infezione che ha ucciso la piccola era «un’Ica», letteralmente «infezione correlata all’assistenza». La vittima sarebbe quindi stata mandata a casa senza un’adeguata profilassi medica. «Mi piacerebbe sentirmi dire “abbiamo sbagliato”», afferma ora la mamma ai microfoni di Fuori dal coro. Quattro storie diverse. Un unico luogo. E sempre lo stesso interrogativo che resta sospeso tra le carte. Andando indietro negli anni la situazione peggiora. Tra i piccoli pazienti trapiantati fra il 2014 e il 2016 si registra un’impennata dei decessi: 26 morti in tre anni. Bambini immunodepressi ricoverati in reparti per adulti. «Ma i casi giudiziari che riguardano il decesso di bambini al Monaldi sono cominciati presto, ne ricordo uno del 1995», svela alla Verità un ex funzionario dell’ufficio legale dell’ospedale. Il 17 febbraio 1995, infatti, un esposto viene presentato alla Procura circondariale di Napoli per le condizioni del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. A firmarlo è il padre di un bambino di due anni operato per una grave malformazione cardiaca. Si denunciavano carenze strutturali e si chiedeva conto della mancata esecutività di una delibera che stanziava 6 miliardi per l’acquisto di attrezzature idonee. Nel reparto, stando all’esposto, esisteva soltanto un bagno del quale si servivano adulti e bambini. Le criticità erano già nero su bianco. «Ed erano passati solo sette anni dal primo trapianto», ricorda l’ex funzionario. Il 15 gennaio del 1988, infatti, il cardiochirurgo Maurizio Cotrufo partì alla volta di Barcellona per prelevare un cuore. Tornò a Napoli ed effettuò il primo trapianto nella storia del Monaldi. Quell’operazione fu presentata come il simbolo di una sanità che voleva stare al passo con l’Europa. Ma l’ospedale è poi stato intaccato dalla legionella (2009), proprio nei reparti di rianimazione della cardiochirurgia pediatrica e nella terapia intensiva neonatale, da vari esposti di Federconsumatori e dalla sospensione (nel 2017) del reparto dei trapianti. Da anni si elencano sempre le stesse criticità: «Assenza di un reale reparto di trapiantologia pediatrica», pazienti ospitati in aree per adulti, «assenza di una terapia sub-intensiva». È in queste «assenze» che si nascondono le concause. Negli anni dell’opposizione i pentastellati si intestarono perfino un’ispezione del loro ministro di riferimento: «La visita di Giulia Grillo ha prodotto il suo primo effetto (l’ispezione, ndr). Da anni denunciamo gravi carenze nell’organizzazione dell’assistenza all’ospedale Monaldi di bambini trapiantati, una situazione protrattasi in parallelo a un tasso di mortalità mai così elevato […]. A partire dal 2014 si è assistito alla morte di tutti i bambini trapiantati tranne uno». Oggi alla guida della Regione c’è Roberto Fico, che ha tenuto per sé la delega alla Sanità. La risposta davanti al caso Monaldi è stata l’invio di ispettori e l’attesa delle determinazioni ministeriali e delle indagini della magistratura. Fredda negli atti e nelle parole, tutta concentrata sulle procedure e incapace di mostrare una minima partecipazione umana verso i genitori del piccolo Domenico. La formula attendista, però, questa volta non basta. Perché le concause del malfunzionamento del Monaldi sono da ricercare proprio nella gestione politica.
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Attilio Fontana (Imagoeconomica)
Il governatore lombardo: «Il generale incompatibile con i nostri militanti. Per sostituirlo Zaia o Fedriga sarebbero eccellenti».
Attilio Fontana, governatore della Lombardia, nemmeno il tempo di celebrare il successo planetario di Milano-Cortina e già si dibatte sulle Olimpiadi estive del 2040.
«Qualcuno prova a salire sul nostro carro: visto che sono andate così bene a loro, si chiede, perché non cogliamo l’occasione per fare bella figura pure noi? Domanda legittima, ma la risposta è: perché voi non siete la Lombardia».
Roma ci spera.
«Se vogliamo garantire un altro successo, dobbiamo farle qui».
Nutre fiducia solo nei suoi corregionali?
«Oggettivamente, ci sono condizioni di vantaggio: amministratori che fanno squadra, classi dirigenti e cittadini che sentono le responsabilità in modo un po’ diverso da come accade nel resto del Paese».
In che senso, scusi?
«Siamo più determinati. Non ci lasciamo spaventare dai problemi. Guardiamo sempre al futuro con entusiasmo. È una condizione unica in Italia».
Si riparla di Olimpiadi diffuse, però.
«Giustissimo. Allora perché non prendere in considerazione Milano, Torino e Genova?».
Lo storico triangolo industriale?
«L’idea mi è venuta quando, qualche giorno fa, ho incontrato Cirio e Bucci, i governatori di Piemonte e Liguria».
L’importante è stare sulla linea del Po?
«Visto che ci sarebbe pure Genova, stavolta dovremmo spostare il confine lungo l’arco appenninico».
Lei scherza. Ma l’assessore allo Sport capitolino, Alessandro Onorato, non l’ha presa bene: «Fontana si avventura in stereotipi che danneggiano la credibilità dell’intero Paese per racimolare voti in Pianura padana».
«Beh, lasciamogli fare l’offeso. Quando uno si mostra così piccato di fronte a una considerazione tanto ovvia, vuol dire che è anche di poco spirito. Vede: magari le organizzerebbero benissimo. Faccio però un esempio: i mondiali di nuoto a Roma del 2009. Si ricorda come andò a finire?».
Vagamente.
«Mi permetta di rinfrescarle la memoria: ritardi clamorosi, progetti incompiuti, inchieste giudiziarie, impianti sequestrati. Ecco, non vorrei che si finisse per gareggiare all’Acquacetosa».
Vogliono brillare di luce riflessa?
«La Lombardia viene mal sopportata. Dimostra che in Italia si può essere propositivi e si riescono a fare le cose. Questo dà un po’ di fastidio a chi affonda le sue radici nelle gran chiacchiere. All’inizio c’era mezzo governo che tifava contro di noi».
Era l’epoca dei gialloverdi, con Conte a Palazzo Chigi.
«I grillini erano contrarissimi. Fu grazie a Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che riuscimmo a ottenere la candidatura».
Intanto a Roma avete firmato le prime intese sull’autonomia, lo storico vessillo leghista.
«Quello che è successo con le Olimpiadi potrebbe diventare un messaggio anche per gli amministratori del Sud: dicendo di no al federalismo stanno perdendo enormi opportunità».
Non si fidano dei ricchi settentrionali?
«Invece, vorrei dire loro: avete le capacità per fare grandi cose, dalla brillantezza di spirito alla magia dei luoghi. Perché cercare sempre la mano protettrice della Capitale? Perché genuflettersi a mamma Roma, che cerca di tenere tutti fermi e in silenzio, sperando che nessuno dia fastidio?».
Sono state settimane intense. Roberto Vannacci, come da lei auspicato, alla fine ha lasciato la Lega.
«Era inevitabile, anche se forse l’addio poteva essere previsto molto prima. Anzi, probabilmente questo matrimonio non bisognava nemmeno farlo».
Perché?
«Siamo due mondi troppo diversi».
Lei non ha mai amato il generale.
«Non ho assolutamente niente contro Vannacci. Le poche volte che gli ho parlato mi è sembrata una persona intelligente, simpatica e brillante. Però rappresenta valori con cui non abbiamo nulla a che spartire. Sono migliori i suoi o i nostri? Non importa. L’importante è che ognuno adesso prosegua per la sua strada».
Quali sono queste incompatibilità?
«Dal centralismo smaccato al nazionalismo esasperato. Tutte cose che non hanno niente a che vedere con il tipo di società che immagino e cerco di contribuire a realizzare».
Due mesi fa, mentre gli altri borbottavano, lei è deflagrato: «Col cazzo che vannaccizziamo la Lega!». Seguì l’apoteosi.
«I militanti non si sentivano certo rappresentati dal generale».
È stato il punto di non ritorno?
«Per la prima volta si è avuto il coraggio di dire quello che pensavano veramente i nostri».
In quanti poi l’hanno chiamata?
«Qualcuno».
Sia sincero.
«Tanti».
Comunque, è stato lui a lasciare la Lega.
«Non posso fare valutazioni su quello che pensa. Se uno però crea all’interno di un partito una struttura parallela, cosa vuol dire? Non bisogna essere degli acuti osservatori e nemmeno dei fini strateghi alla Churchill per capirlo: chi si dà tanto da fare, evidentemente cerca di creare un suo movimento».
Aveva assicurato che il Carroccio non sarebbe stato un tram.
«Mi pare evidente che sia accaduto il contrario».
Ha chiarito che il suo nuovo partito rimane un naturale interlocutore del centrodestra. Nessun leader ha ancora commentato.
«E vuole che mi esprima proprio io?».
Lei è più libero di farlo, magari.
«Fino a un certo punto».
A Bruxelles Futuro Nazionale è entrata nel gruppo più a destra del continente, assieme ai tedeschi di AfD. È un problema per l’eventuale appoggio al governo?
«Veda lei».
Pescano tra astensionisti o delusi?
«Toglie un po’ di voti a noi, un po’ alla Meloni, un po’ a tutti».
Nei sondaggi siete calati al 6%.
«Non mi preoccupa. In giro c’è fame di Lega. E non parlo di militanti, perché con loro dibattere di autonomia è come sfondare una porta aperta».
Di chi, quindi?
«Mi riferisco a tante persone che incontro e non c’entrano niente con noi: professionisti, insegnanti, imprenditori. Vogliono parlare della possibilità di decidere. Sono convinto che, quando la nostra grande forza propulsiva tornerà al centro della comunicazione, quei voti li ritroveremo».
Cosa cambia dopo l’uscita del generale?
«Ci permette di chiarirlo una volta per tutte: non siamo e non saremo mai quello in cui ci voleva trasformare».
Ovvero?
«Né un partito di estrema destra né un partito centralista».
Adesso resta vacante il posto di vicesegretario. Ha qualche suggerimento?
«Non mi permetto di dare nessun suggerimento a Salvini. Anzi, è lui che li dà a me. Ed è giusto che sia così. Però ci sono due persone che interpretano bene il sentimento della Lega. Sono apprezzati dalla loro gente e potrebbero essere un valido sostegno al nostro segretario federale».
Chi?
«Zaia e Fedriga: sarebbero entrambi una scelta eccellente».
Oltre ad aver vivacemente eccepito sulla «vannacizzazione», ha osservato che a tanti leghisti piace un po’ troppo l’amatriciana.
«Roma è una città che avvolge. Può far smarrire il senso della realtà. Chi fa il parlamentare o il ministro deve rimanere sempre vicino al proprio territorio, se non vuole perdere il contatto con ciò che conta davvero».
Senza dimenticare il risotto con l’ossobuco.
«Sì, ma anche la polenta».
Sembra una moderna rivisitazione di «Roma ladrona».
«Le faccio una confidenza: a tante cose che diceva Bossi credevo fideisticamente. Adesso che le vivo in maniera diretta, ho le prove. Senza timore di smentita, posso affermare che aveva sempre ragione».
Vede spesso il Senatur?
«Lo vado a trovare ogni tanto».
Come sta?
«Mentalmente è lucidissimo. Fisicamente mi sembra po’ sciupato».
E cosa dice di Vannacci?
«Non capisco la domanda…».
Ha commentato l’addio del generale?
«Non sento. Sono in viaggio per Brescia. Sto entrando in una galleria…».
Non ci sono gallerie fra Milano e Brescia.
«Appunto».
Meglio non infierire?
«Ecco».
Il suo mandato scade fra due anni. Pare che, in cambio del Veneto, Salvini abbia concesso la Lombardia a Fratelli d’Italia.
«Se così fosse, mi dispiacerebbe: nessuno sa interpretare la lombardità come la Lega».
Anche il ruvido Fontana, dopo dieci anni da governatore, finirà tra i magnaccioni capitolini?
«Ruvido io? E pensare che, per tutta la vita, m’hanno dato del moderato».
Schietto, allora.
«Con altrettanta franchezza le dico che, se dovessi finire da quelle parti, non dimenticherò i nostri piatti tipici».
Niente amatriciana?
«Solo con estrema moderazione».
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