Margherita Di Giglio (Imagoeconomica)
Ho fatto domanda per diventare presidente di Tribunale di sorveglianza, però scelsero una collega attiva nell’Anm. Dopo il mio ricorso, Tar e Consiglio di Stato mi diedero ragione, tuttavia la nomina non cambiò.
*Magistrato di sorveglianza presso il Tribunale per i minorenni di Napoli
Sono in magistratura dal 1986 e la mia storia professionale, pur costellata da tante personali soddisfazioni e piena di entusiasmo, che ancora oggi mi anima, la potrei definire, con il titolo di una canzone del grande Fabrizio De Andrè, «Una storia sbagliata». Ma se tale è diventata non è per colpa mia, ma per le aberrazioni dell’attuale sistema correntizio.
Ho svolto inizialmente le funzioni di pretore mandamentale poi quelle di pretore penale e di giudice monocratico penale e da ultimo quelle di magistrato di sorveglianza, ruolo che svolgo attualmente presso un Tribunale per i minorenni.
Fin dal mio ingresso in magistratura, già durante il periodo di tirocinio come uditore giudiziario, capii di non avere alcun trasporto per l’attività associativa, per cui non mi iscrissi a nessuna corrente, limitandomi ad andare a votare per le elezioni dei membri dei Consigli giudiziari e del Csm solo quando venivo contattata da qualche collega amico che si era candidato e che stimavo professionalmente. Il mio era un voto ad personam e non dettato da ragioni di appartenenza correntizia.
La mia progressione in carriera si è svolta senza che io seguissi da vicino la mia pratica per le valutazioni di professionalità. La mia attività era caratterizzata da un clima di grande serenità nei rapporti con colleghi, personale amministrativo e avvocati. Quest’ultima circostanza, oltre alla mia elevata produttività, è stata sempre sottolineata e riconosciuta, nei loro pareri, da tutti i capi degli uffici ove ho lavorato.
Quando decisi di concorrere per un posto di presidente di un Tribunale di sorveglianza, molti colleghi mi manifestarono la loro perplessità, spiegandomi che già si sapeva che quel posto sarebbe stato assegnato a una collega del mio stesso ufficio, la quale vantava una lunga militanza in una delle correnti e aveva ricoperto ruoli importanti nell’Associazione nazionale magistrati.
La commissione del Csm competente mi propose con un voto, mentre la collega venne proposta con quattro e il successivo plenum, come era prevedibile, nominò la collega.
Da qui sono iniziate le mie molteplici vicissitudini perché, consapevole del fatto che i titoli della vincitrice fossero carenti e inferiori ai miei, proposi ricorso al Tar che mi diede ragione annullando la nomina della mia collega per violazione di legge. A fronte di ciò il Csm propose ricorso al Consiglio di Stato che confermò la decisione del Tar. Nonostante ciò il Csm riconfermò i voti dati in precedenza, dimostrando di ignorare completamente i rilievi mossi dai giudici amministrativi. A quel punto, prima che la pratica fosse trasmessa al plenum, revocai la mia domanda, consapevole di trovarmi a lottare con qualcosa più grande di me, semplice magistrato privo di appartenenza correntizia.
E quasi subito la presidente del Tribunale ove prestavo servizio, con la quale i rapporti fino a quel momento erano stati cordiali e collaborativi, mutò atteggiamento, così come una parte del collegio di cui facevo parte, pur essendo a tutti noto che ero affetta da una grave patologia.
Di volta in volta fui costretta a formulare osservazioni contro i suoi provvedimenti al Consiglio giudiziario che non poteva non accoglierle, e lo stesso Consiglio giudiziario investì della vicenda, che stava diventando quanto meno paradossale, sia la commissione Vigilanza che la commissione Pari opportunità. Fu proprio la commissione Vigilanza a convocare sia me che la presidente per avere delucidazioni, ma la presidente non si presentò. Evidentemente era certa che, alla vigilia della pensione, nulla le sarebbe potuto succedere sotto il profilo professionale e che le sarebbe stato perdonato qualsiasi sopruso.
Nel tentativo di porre un argine a queste ingiustizie, inviai al Consiglio giudiziario, già abbondantemente al corrente della situazione, un dettagliato esposto, nel quale elencavo tutti gli atti prevaricatori e persecutori da me subiti a opera della presidente e denunziavo il clima di isolamento che ero costretta a subire. Il Consiglio giudiziario ritenne, stante la gravità dei fatti da me denunziati, di inviare il mio esposto alla Procura della Repubblica di Roma che, ho appurato in seguito, dispose l’archiviazione de plano dello stesso con questa laconica motivazione: «Non ravvisabili fatti penalmente rilevanti».
Certamente le colleghe si erano schierate dalla parte della presidente, non solo per gli scontati e immediati benefici sul piano lavorativo, ma soprattutto perché avevano approfittato dell’occasione per tagliarmi fuori dalla corsa per il posto di presidente del Tribunale. Ero la più titolata ad ottenere quel posto e, benché non godessi di supporti correntizi, avevo, però, già stravinto un ricorso in sede amministrativa e le colleghe sapevano che ero disposta a presentarne un altro nel caso fossi stata nuovamente scavalcata illegittimamente. Rappresentavo, pertanto, una concorrente scomoda da far fuori in qualunque modo. L’operazione per loro fu semplice, tanto più che godevano del pieno appoggio della presidente in scadenza. Inviarono così un esposto al Csm molto generico nel quale si parlava di mie «filippiche» e di miei sfoghi, credo assolutamente legittimi, e si chiedeva il mio allontanamento al «fine di garantire il decoro dell’ufficio e del Tribunale di sorveglianza». La presidente con grande soddisfazione mi notificò l’esposto e in tutta fretta lo inviò al Csm.
Così mi ritrovai, dalla sera alla mattina, sottoposta a una procedura di incompatibilità ambientale e a un procedimento disciplinare, con la sola consolazione di essere dalla parte del giusto.
Intanto il Consiglio giudiziario espresse, visto il mio profilo professionale ineccepibile, parere favorevole alla unanimità rispetto alla mia nomina a presidente del Tribunale.
Quando fui convocata dinanzi alla commissione del Csm, mi recai da sola, da illustre sconosciuta, laddove, in questi casi, la corrente è pronta ad assicurare il massimo supporto ai propri iscritti.
Agli atti erano state raccolte molte testimonianze che avvaloravano la mia irreprensibilità professionale e personale. Anche la presidente facente funzioni del Tribunale (la presidente, nel frattempo, era andata in pensione) aveva affermato che ero amata dal personale di cancelleria e dagli avvocati e che il collegio da me presieduto era quello più efficiente, ma che, però, rappresentavo per loro una «spada di Damocle» di cui liberarsi.
Alla fine, avendo perfettamente capito che non c’era alcuna volontà di sentire le mie ragioni, tutte supportate dagli atti da me depositati, non mi restò che far presente che non intendevo restare in quell’ufficio e ciò al fine di preservare la mia tranquillità professionale, oltre che la mia salute già compromessa, e anticipai che avrei chiesto il trasferimento presso una sede a me confacente. Cosa che feci a stretto giro, ottenendo quanto richiesto.
Ma non era finita. C’era il procedimento disciplinare da affrontare, in ordine al quale, chiusa la vicenda dell’incompatibilità ambientale, venni convocata da un sostituto procuratore generale, il quale doveva decidere se rinviarmi o meno, sempre per gli stessi fatti, alla sezione disciplinare del Csm. Chi mi convocò tenne a sottolinearmi che pecca di ingenuità quel magistrato che propone un ricorso amministrativo per ottenere l’annullamento di una nomina, anche quando sa di avere ragione. In una frase mi fece capire che me l’ero cercata, per cui ora dovevo accettarne le conseguenze. Naturalmente fu disposto il mio rinvio alla Sezione disciplinare del Csm che non poteva non assolvermi nonostante tutto e tutti.
Questo è quello che avviene quando qualcuno prova a scompaginare le regole del gioco: vengono calpestate le legittime aspettative delle persone e i capi degli uffici ritengono di poter adottare qualsiasi atto o provvedimento contro colui che non ha una rete di protezione.
E per noi magistrati la rete di protezione attualmente sono le correnti.
Ma qualcuno potrebbe obbiettare: ma perché non scegliere la strada di far parte di una di esse? La risposta è una sola per me: ho scelto il lavoro del magistrato, che per me è il lavoro più bello del mondo. Mi piace quello che faccio e mi gratifica farlo, le dinamiche correntizie personalmente, a prescindere dalle attuali degenerazioni, non mi hanno mai appassionata.
La terribile storia di cui sto pagando le conseguenze, anche fisiche, oltre ad aver frustato le mie legittime aspettative di carriera, ha privato il sistema giurisdizionale di un magistrato, che anche nell’eventuale espletamento di ruoli dirigenziali, avrebbe potuto contribuire a un miglior funzionamento di un ufficio giudiziario e, cosa assai grave, ha fatto vivere a me e alla mia famiglia momenti di angoscia e dolore per cui non saremo mai risarciti. Di certo, e questo non è di poca importanza per me, ne ha risentito la mia salute già cagionevole. A consolidarsi, di contro, è stato il mio spirito combattivo. Proprio questo spirito combattivo mi consente di andare avanti e di affrontare le insidie che ancora oggi sono costretta a fronteggiare. Quando si è magistrati liberi e competenti, ma che esercitano la propria funzione senza rete di protezione, si è esposti a ritorsioni che possono andare dal piccolo dispetto, fino al mobbing e al tentativo di coartare le tue decisioni.
Solo attraverso un sistema che favorisca e premi il reale merito si potranno avere dei buoni capi degli uffici e si potrà evitare che gli stessi, come in questo sistema spesso accade, possano usare mezzi subdoli o anche sfrontatamente palesi per minare l’indipendenza e l’autonomia di un giudice nell’esercizio delle sue funzioni, quando questo non gode di alcuna rete di protezione. Non si può pretendere che il singolo magistrato diventi un eroe capace di sostenere battaglie titaniche per difendere la propria autonomia e indipendenza. Siamo chiamati ad amministrare la giustizia con equilibrio e impegno, non a combattere per poterla amministrare correttamente. Si deve smantellare il sistema che ha creato questa insopportabile degenerazione, questa sì incostituzionale, e a tanto si potrà arrivare solo con una legge elettorale che preveda il sorteggio non temperato per i componenti dei nuovi Csm. Solo attraverso una tale riforma, già prevista nella legge sottoposta al referendum confermativo del 22 e del 23 marzo, si assicurerà ai magistrati una reale autonomia e ai cittadini una magistratura veramente libera da condizionamenti.
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Giuseppe Cascini (Imagoeconomica)
Dai biglietti per lo stadio alla lettura mai denunciata dei verbali sulla Loggia Ungheria: il procuratore aggiunto di Roma difende il Sistema che in passato lo ha premiato.
Tutti considerano Nicola Gratteri il frontman dei magistrati del No al referendum. Ma a Roma c’è un pm molto più «politico» che muove le truppe antiriforma ed è il procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini, il vero procuratore ombra di Piazzale Clodio. Infatti pochi come lui conoscono «abitanti» e dinamiche del Palazzo di giustizia della Capitale.
Ma Cascini è anche uno che sa muoversi, e bene, nelle stanze dei bottoni. Giovanissimo, ha guidato l’Associazione nazionale magistrati in un ticket che ancora oggi fa sognare le toghe nostalgiche dei bei tempi che furono: era l’Anm di Cascini (segretario generale) e Luca Palamara (presidente) che si erse a baluardo democratico contro il quarto governo Berlusconi. Ma da allora Cascini ha percorso molta strada. Per esempio si è fatto eleggere al Csm con la corrente progressista di Area. Ma prima di fare il gran salto si era assicurato la promozione a procuratore aggiunto. Un posto che gli venne garantito dall’intervento dell’amico Palamara che convinse il collega Sergio Colaiocco a farsi da parte.
Ma prima di spiegare ai magistrati del Sì come si debba stare al mondo, la sua specialità in questa campagna referendaria, era finito pure in qualche altro pasticcio.
Per esempio era rimasto invischiato nella chat del solito Palamara mentre brigava per trovare un posto (gratuito) allo stadio per il figlio maggiorenne in vista della partita di Champions League Roma-Cska del 23 ottobre 2018. Una storia che vale la pena di essere ricordata.
«Ciao Luca hai qualcuno da indicarmi al Coni con cui posso parlare per i biglietti dello stadio per portare anche Lollo?», scrive Cascini il 18 ottobre. «Bisogna parlare direttamente con la segreteria. Ora mi informo e ti faccio sapere» replica Palamara. «Io ho fatto la tessera per me. Ma quello che ho in segreteria al Csm dice che non danno altri biglietti», spiega l’allora consigliere di Palazzo Bachelet. Palamara deve dargli la ferale notizia: «Le scorte biglietti in Tribuna autorità sono esaurite». Cascini non si abbatte: «Non ti preoccupare ora vedo io […] Però dammi contatto. Non posso romperti i coglioni per ogni partita». All’epoca Cascini, come gli altri membri del Csm, aveva ricevuto una tessera del Coni che lo autorizzava a entrare allo stadio. Una foto pubblicata dal nostro giornale dimostrò che alla fine il ragazzo era entrato con il padre in Tribuna autorità insieme ad altri consiglieri. Come ci sia riuscito non è mai stato del tutto chiarito. Per quella vicenda Cascini ha subito la sanzione della censura dal Comitato direttivo centrale dell’Anm, che ha deciso a larga maggioranza di punire la violazione del codice etico.
Cascini divenne bersaglio di molti colleghi, che lo presero di mira sulle chat dei magistrati.
L’ex consigliere di Cassazione Antonio Esposito, presidente del collegio che condannò definitivamente Silvio Berlusconi per frode fiscale, sul Fatto quotidiano, ricordò come al Csm, lo stesso Cascini avesse tuonato contro un collega che si era fatto regalare i biglietti dello stadio per sé e la scorta. Esposito riportò le esatte parole di Cascini: «Neppure un rapporto amicale può giustificare che un magistrato accetti biglietti per andare allo stadio (o di utilizzare un gommone) senza pagare un corrispettivo».
Ma visto che come diceva Pietro Nenni c’è sempre qualcuno «più puro che ti epura», dopo la scivolata del biglietto per la partita, Cascini ebbe uno scontro con i compagni di Magistratura democratica e lasciò il gruppo, accasandosi in Area.
Ma le sue disavventure non sono terminate. Era lui uno dei consiglieri a cui Piercamillo Davigo ha mostrato i verbali di interrogatorio di Piero Amara sulla Loggia Ungheria. Carte che in quel momento erano coperte dal segreto investigativo e che, in teoria, non potevano circolare neanche al Csm (per questo Davigo è stato condannato in via definitiva per rivelazione di segreto).
Cascini le visionò, ma non denunciò. Il gup di Roma, Nicolò Marino, dopo avere esaminato il caso, trasmise gli atti alla Procura di Roma per far valutare l’ipotesi di omessa denuncia di reato da parte di un pubblico ufficiale, che nel caso di specie era lo stesso Cascini in coppia con Giuseppe Marra (oggi presidente del Tribunale di Aosta).
L’attuale procuratore aggiunto era accusato di non essersi «scandalizzato», di non avere «denunciato alla competente autorità giudiziaria quegli accadimenti, come sarebbe stato logico pretendere da un pubblico ufficiale» e di non aver respinto «la richiesta di consulenza fatta dal dottor Davigo circa la credibilità di Amara, come se fosse possibile accettare uno sdoppiamento di ruolo del dottor Cascini, quale componente di un organo collegiale di alta amministrazione e di magistrato della Procura di Roma».
Cascini, sentito a Brescia come persona informata sui fatti, si è giustificato così: «Davigo mi chiese quale fosse la mia opinione su Amara, avendolo io indagato quando ero alla Procura di Roma. In pratica, voleva la mia opinione sull’attendibilità del dichiarante».
Quindi ha ammesso di aver subito compreso, vedendo le copie dei verbali, che «si trattava di materiale riservato». Sino alla conclusione autoassolutoria: «Era chiaro a tutti e due che non ricevevo quelle informazioni nell’esercizio delle mie funzioni. La ritenni, infatti, una confidenza tra colleghi». Anche se Cascini era stato invitato «a parlarne in cortile e senza telefoni».
Il solito Esposito non ha apprezzato tale giustificazione e ha scritto: «Dimentica Cascini che, quale componente del Csm, era pur sempre un pubblico ufficiale e le confidenze non possono trovare ingresso (non è che uno si sente o non si sente pubblico ufficiale a seconda dei casi!)».
Per l’ex consigliere di Cassazione, in quel momento, si poneva «qualche problema per il rientro» di Cascini alla Procura di Roma. In realtà l’ex segretario dell’Anm si è ripreso il posto senza dover questionare e non ci risulta che abbia subito procedimenti disciplinari. Il che solleva qualche dubbio sull’efficacia di quella giustizia domestica che la riforma intende abolire.
Cascini, in un recente dibattito sul referendum, ha evidenziato come nel Sistema Palamara fosse coinvolto un numero esiguo di toghe e che certi comportamenti non costituissero illeciti penali: «Abbiamo fatto un’analisi integrale di tutte le chat di Palamara, abbiamo proposto l’avvio di procedimenti di trasferimento d’ufficio, di non conferma, di valutazione negativa di professionalità dei magistrati coinvolti. Non siamo stati molto aiutati dalla componente laica, né dalla politica, perché il ministro della Giustizia dell’epoca non ha esercitato l’azione disciplinare nei confronti di nessuna delle persone coinvolte». Però, poi, Cascini ha iniziato a fare il pompiere: «Io che ho viste tutte le chat (posso dire che, ndr) stiamo parlando di un numero limitato di persone che faceva delle cose gravi…». A questo punto la collega Annalisa Imparato ha domandato: «E perché non le avete denunciate?». E qui Cascini è esploso: «Ma denunciare per cosa? Non è che tutto quello che è sbagliato è reato». Una convinzione che deve avere maturato mentre leggeva le chat di Palamara, comprese le proprie.
L’allora procuratore di Viterbo, Paolo Auriemma (oggi a Rieti), nei giorni in cui l’ex presidente dell’Anm stava provando a far ritirare il pm Sergio Colaiocco dalla corsa per procuratore aggiunto proprio a vantaggio di Cascini, aveva sintetizzato così la situazione: «’Sto Cascini vuole tutto. Il Csm, il fratello (Francesco, ndr), la moglie al Consiglio giudiziario, una fetta di culo. Può aspettare 48 ore? Provaci».
Lo stesso Auriemma fa un altro commento sarcastico: «La famiglia Griffin (cioè i Cascini, equiparati al cartone animato Usa, ndr) dovrebbe avere quel minimo di dignità di non fare venire Francesco alla Procura di Roma, perché insieme alla moglie di Giuseppe che fa il gip la situazione...».
Ma è proprio Palamara a sponsorizzare il ritorno di Cascini jr nella Capitale. «Ora in terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello… qui è dura», scrive l’autore dei libri sul Sistema a Giuseppe. E quando finalmente il nome passa, è il diretto interessato a inviare un messaggio a Luca: «Grazie davvero senza di te non avevo speranze».
Cascini senior, alle agenzie, ha dichiarato di non aver «mai chiesto nulla» a Palamara. Ma il povero Colaiocco fu costretto a farsi da parte per via di un Sistema che funzionava così. I capi delle correnti avevano la precedenza. Evidentemente, in questo caso, a propria insaputa.
Però Colaiocco, prima di ritirare la domanda, aveva avuto lunghe discussioni con Palamara, leader del suo gruppo, quello di Unicost: «Ho nuovamente rifiutato con decisione profferte Mi (Magistratura indipendente, ndr), ma loro insistono che mi vogliono indicare (per il ruolo di aggiunto, ndr)... io nella sostanza mi rimetto a te...», scrive Colaiocco in chat, «anche se sono perplesso se revocare proprio... datemi 48 ore per farlo con serenità... adesso non me la sento... mi spiace». Palamara invita il collega a evitare scontri: «Questo è lo scenario che già conoscevo e di cui abbiamo parlato ieri perché serve solo a creare contrapposizione». Colaiocco pare comprendere: «Io sono fermissimo nel chiedergli di non strumentalizzarmi, ma Galoppi (Claudio, in quel momento consigliere del Csm in quota Mi, ndr) non vuole per ragioni sue indicare Maiorano (Nicola, altro candidato, ndr)». Il giorno dopo Colaiocco sembra accettare, da buon soldato, l’ordine di scuderia: «Dopo la notte in bianco e dopo aver fatto una pennica ristoratrice sono di nuovo lucido (o quasi)... quando hai un attimo chiamami così mi dici se è meglio che comunque revochi anche se la commissione già c’è stata...». L’organo di valutazione in effetti si è espresso quella stessa mattina e la vittoria di Cascini è stata schiacciante, come lo stesso Palamara si affretta a comunicare in diretta al magistrato di Area («Procuratore aggiunto Tribunale-Roma Cascini 4 Colaiocco 1»).
Colaiocco capisce l’antifona e, inconsapevole delle manovre del suo capocorrente a favore del rivale, scrive: «Mi puoi chiamare un attimo che ti volevo sentire sulla possibilità di revocare anche ora?».
Così il Sistema muoveva le proprie pedine e chi ha beneficiato delle sue mosse, oggi si batte affinché tutto resti come prima.
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Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Il procuratore di Napoli «arruola» Sal Da Vinci: «Voterà No alla riforma Nordio». Poi ritratta e al «Foglio» dice che stava scherzando. Ma aggiunge un avvertimento: «Speculate, dopo il referendum faremo i conti».
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La frase cade lì, secca. Non è una battuta. Non è neppure una provocazione da talk show. Nicola Gratteri, oggi capo della procura di Napoli, l’avrebbe pronunciata parlando con la cronista del Foglio, Ginevra Leganza, dopo la polemica nata da una sua uscita televisiva su La7, quando aveva detto che Sal Da Vinci canta Per sempre Sì ma alla fine «voterà No». Il cantante ha poi smentito.
A quel punto il clima cambia. «Ascolti», avrebbe detto serio Gratteri, «se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La conversazione, stando a quanto riportato ieri dal quotidiano, deve essere stata a tratti delirante: «I conti?», ha chiesto la cronista. Gratteri: «Nel senso che tireremo una rete». «La famosa rete?», chiede ancora la giornalista. Risposta: «Sì, una rete». Ancora una domanda: «Si riferisce alla pesca a strascico?». Risposta secca: «Speculate pure». Il punto, però, non è la polemica televisiva. E neppure la battuta su Sal Da Vinci. Il punto sono proprio i «conti». E i conti si fanno con i numeri.
Il conteggio più citato negli ultimi mesi è quello dell’Unione delle Camere penali sulle principali operazioni coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro negli anni in cui Gratteri era procuratore capo. Il perimetro riguarda le inchieste arrivate almeno a una sentenza di primo grado tra il 2017 e il 2023. Il totale indicato è di «1.121 arresti». Le «assoluzioni» sono «423», cioè «il 37,4%». Non significa automaticamente arresti illegittimi. Anche perché, a proposito di separazioni delle funzioni, la misura cautelare la decide un gip. Ma i numeri raccontano qualcosa di molto concreto: una quota rilevante delle accuse iniziali non ha retto alla prova del processo. E non è l’unico numero che riguarda il distretto giudiziario di Catanzaro. Secondo la relazione del ministero della Giustizia sulle misure cautelari personali e sulla riparazione per ingiusta detenzione, tra il 2018 e il 2024 nel distretto di Catanzaro sono state presentate 847 domande di risarcimento per ingiusta detenzione.
Nel solo 2024 la Corte d’appello di Catanzaro ha definito 198 procedimenti, accogliendone 117: una percentuale di accoglimento pari al 59%, superiore alla media nazionale (circa 45%). Nello stesso periodo, sempre secondo il documento ministeriale, lo Stato ha pagato nel distretto quasi 29 milioni di euro di indennizzi. Solo nel 2024 i risarcimenti liquidati hanno superato i 10 milioni di euro, uno dei livelli più alti registrati tra le Corti d’appello italiane. Si tratta di dati aggregati che riguardano tutte le Procure del distretto ma che restituiscono comunque la dimensione del fenomeno nel territorio in cui operava anche la Procura guidata da all’epoca da Gratteri.
Il caso simbolo è l’inchiesta «Rinascita-Scott», un maxi blitz del dicembre 2019 contro le cosche vibonesi. L’operazione partì con 334 arresti. Con rito abbreviato arrivarono 70 condanne e 20 assoluzioni. Nel troncone principale di primo grado la sentenza registrò 207 condanne e 131 assoluzioni su 338 imputati. Tra le storie finite dentro quell’indagine c’è anche quella di Danilo Tripodi, giovane cancelliere del tribunale di Vibo Valentia indicato come particolarmente zelante. Arrestato con accuse che andavano dalla corruzione alla mafia, è rimasto mesi in carcere e ai domiciliari. La Cassazione ha poi annullato senza rinvio, stabilendo che non era né mafioso né corrotto e parlando di «ipotesi congetturale» costruita su circostanze irrilevanti. Uno schema simile si è visto nell’operazione Stige, il blitz del 2018 contro il clan Farao-Marincola tra Calabria e Germania. Allora gli arresti furono 169.
Negli anni successivi, tra rito abbreviato e ordinario, le assoluzioni sono state numerose: circa cento su 169 arrestati. Tra gli arrestati c’era l’imprenditore vinicolo di Cirò Marina Francesco Zito, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha trascorso sei mesi tra carcere e domiciliari. Dopo quasi sette anni è arrivata l’assoluzione definitiva e la Corte d’appello di Catanzaro gli ha riconosciuto 47.000 euro di indennizzo per ingiusta detenzione, sottolineando i danni subiti anche dall’impresa. Alla fine, in Cassazione l’inchiestona conquista condanne definitive per 19 appartenenti al clan e assoluzioni definitive per altri 19 imputati, tra cui gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli e diversi imprenditori coinvolti nell’indagine.
Poi c’è «Basso Profilo», gennaio 2021: 48 arresti tra imprenditori, politici e presunti uomini della ‘ndrangheta crotonese. Nel processo d’Appello il bilancio è stato di 29 condanne e undici assoluzioni. Tra gli imputati eccellenti dell’area amministrativa figurava anche Pasquale Anastasi, ex dirigente del dipartimento Turismo della Regione Calabria. Arrestato con l’accusa di traffico di influenze aggravato dal metodo mafioso, è stato poi assolto insieme ad altri imputati per i quali erano state chieste pene fino a 8 anni.
Un andamento non molto diverso emerge da «Imponimento», operazione del luglio 2020 contro il clan Arena di Isola Capo Rizzuto: 75 arresti tra Italia e Svizzera. Nel primo grado arrivano 48 condanne e 25 tra assoluzioni e prescrizioni. In altre indagini della Dda di Catanzaro, come «Brooklyn», la Cassazione ha annullato diverse contestazioni nei confronti dell’imprenditore Eugenio Sgromo, escludendo l’esistenza di gravi indizi per alcuni dei reati più pesanti, tra cui il concorso esterno e l’autoriciclaggio. Infine «Farmabusiness», novembre 2020, l’indagine sui rapporti tra ‘ndrangheta e settore farmaceutico. Tra gli arrestati c’era l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini. Nel rito abbreviato del 2022 il tribunale ha pronunciato 14 condanne e 6 assoluzioni, tra cui proprio quella di Tallini. Nel processo ordinario il bilancio si è ulteriormente ridotto: una condanna e due assoluzioni. In questo caso la partita se la sono aggiudicata gli assolti.
Ecco i conti. Ma prima del referendum.
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