Estadio Akron, Guadalajara (Getty Images)
A poco più di due mesi dal via, la città messicana che dovrà ospitare quattro partite del Mondiale vive sospesa fra il grande racconto dell'evento e una realtà fatta di violenza, narcotrafficanti, desaparecidos, piani speciali di sicurezza e ferite mai chiuse.
C’è un’immagine che racconta Guadalajara in Messico meglio di qualsiasi slogan promozionale: lo stadio Akron illuminato, i tornelli aperti, le maglie delle nazionali in campo e, tutto attorno, un anello fitto di uomini armati, convogli scortati, pattuglie, controlli, corridoi protetti. Il playoff mondiale del 27 marzo tra Giamaica e Nuova Caledonia, quasi cinquantamila spettatori sugli spalti, è stato presentato come una prova generale riuscita. Ed è vero. Ma è stato anche qualcos’altro: la dimostrazione plastica che, qui, il prossimo Mondiale non arriverà soltanto con il suo carico di bandiere, sponsor e televisioni. Arriverà, semmai, sotto scorta.
Guadalajara è una delle città simbolo del calcio messicano, una metropoli dove il pallone ha una densità emotiva diversa da quella di tanti altri luoghi del centro America. Non è una sede di complemento. Nel 2026 ospiterà quattro partite della fase a gironi, fra cui una gara del Messico, e proprio per questo il suo peso è maggiore del semplice numero delle date in calendario. Una cosa è riempire uno stadio; un’altra è garantire che attorno a quello stadio, e attorno alla città che lo ospita, regga l’ordine pubblico necessario a un evento globale.
Il punto di rottura è arrivato a fine febbraio. Dopo l’operazione militare che ha portato alla morte di Nemesio Oseguera Cervantes, «El Mencho», capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, il Jalisco è stato attraversato da una scia di ritorsioni: auto incendiate, blocchi stradali, scontri, paura. Reuters ha riferito che quattro partite del calcio messicano vennero rinviate per ragioni di sicurezza; Ap ha parlato di almeno 70 morti nell’ondata di violenza successiva, con Guadalajara improvvisamente finita al centro di una domanda che fino a poche settimane prima sembrava quasi sconveniente porre: e se il problema, per il Mondiale, non fosse il calcio ma tutto il resto?
In quei giorni il governo federale ha dovuto fare una doppia operazione. Da una parte rassicurare la Fifa e il pubblico internazionale; dall’altra mostrare ai messicani che la situazione non stava sfuggendo di mano. Il presidente Claudia Sheinbaum ha detto che per i visitatori «non c’è rischio»; Gianni Infantino ha parlato di «piena fiducia» nel Messico come Paese ospitante. Sono parole necessarie, quasi obbligate, ma proprio per questo rivelatrici: quando bisogna rassicurare così tanto, è perché la crepa si vede già.
La risposta formale è stata il Plan Kukulkán, illustrato a marzo in Jalisco dalla presidente insieme ai vertici della sicurezza. A quanto pare il piano coinvolge più di 20 agenzie federali e locali; il dispositivo complessivo annunciato per il torneo in Messico ruota attorno a circa 100 mila effettivi fra forze armate, Guardia Nacional, polizie e sicurezza privata. Sono previste task force dedicate per ciascuna delle tre città ospitanti, addestramento specializzato, sistemi di allerta, protezione per stadi, hotel, aeroporti e tratte stradali, oltre a un monitoraggio rafforzato sulla mobilità urbana, tema che Fifa stessa considera cruciale quanto quello della sicurezza pura.
Ma basta leggere le cronache del test-match di marzo per capire che Guadalajara non sta solo «preparando» il Mondiale: lo sta già simulando dentro una cornice eccezionale. Reuters racconta di oltre duemila agenti impiegati per il playoff dello stadio Akron, di scorte alle delegazioni, di una presenza armata ben visibile e di dirigenti locali che lo hanno definito uno dei test più importanti prima del torneo. È un lessico che dice molto. In una città normale, la vigilia di una Coppa del Mondo si misurerebbe in lavori, hospitality, trasporti, percorsi tifosi. Qui si misura in uomini schierati, perimetri e deterrenza.
E tuttavia sarebbe un errore pensare che il caso Guadalajara si esaurisca nella violenza di febbraio. Il nodo è più profondo, più sedimentato, più doloroso. In Messico le persone scomparse sono oltre 132 mila e che il solo Jalisco pesa per circa il 10% del totale nazionale. Nei reportarge giornalistici si legge che, dallo scorso anno, gruppi civici di ricerca hanno rinvenuto almeno 500 sacchi con resti umani in quattro fosse entro un raggio di 20 chilometri dallo stadio Akron. Non è un dettaglio laterale: è il controcampo del Mondiale. Mentre il mondo si prepara a guardare le partite, il territorio che dovrebbe ospitarle continua a fare i conti con una geografia della scomparsa.
A questa ferita se n’è aggiunta un’altra, ancora più simbolica, emersa nei mesi scorsi sempre in Jalisco: il caso del ranch di Teuchitlán, dove attivisti e investigatori hanno trovato ceneri, frammenti ossei, vestiti e strutture compatibili con forni clandestini. Reuters ha riferito che la procura generale messicana ha poi denunciato gravi falle nell’indagine iniziale e ha aperto accertamenti sull’origine dei resti e sulle possibili complicità locali. Teuchitlán dista circa 65 chilometri da Guadalajara: abbastanza per non coincidere con la città-vetrina, troppo poco per poter fingere che si tratti di un altro mondo.
È da questa sovrapposizione di piani che nasce l’inquietudine attorno a Guadalajara. Da una parte c’è il racconto del futuro: i lavori, i flussi turistici attesi, le nazionali che scelgono la città come base, la speranza di un ritorno d’immagine enorme per il Messico. Dall’altra c’è la cronaca del presente: i desaparecidos, i collettivi che cercano fosse clandestine, i cittadini che vedono nell’evento anche il rischio di una gigantesca operazione cosmetica, un modo per ripulire il perimetro urbano senza affrontare la sostanza del problema. Reuters ha raccolto la voce di Héctor Flores, padre di un ragazzo scomparso, che ha definito il Messico una «fossa comune».
Anche la stampa statunitense ha colto questo cortocircuito. Le agenzie di stampa statunitensi raccontanl Guadalajara come il luogo in cui l’hype del Mondiale si scontra più bruscamente con la realtà del Jalisco: da un lato i trofei esibiti, i grandi eventi di avvicinamento, la retorica della normalità ristabilita; dall’altro i dubbi dei residenti, la paura che la morte di «El Mencho» apra nuovi squilibri interni al cartello, l’idea che il torneo finisca per essere protetto da una tregua armata più che da una sicurezza davvero consolidata. È un sospetto che nessun governo dirà mai ad alta voce, ma che attraversa il discorso pubblico.
Eppure il paradosso di Guadalajara è proprio questo: più la città mostra di essere pronta, più rende visibile ciò da cui deve difendersi.
Alla fine, il vero tema non è se lo stadio Akron sia pronto. Probabilmente lo sarà. Il tema è se lo saranno i suoi dintorni, le sue arterie, i suoi quartieri, la sua reputazione, la capacità dello Stato messicano di convincere il mondo che la sicurezza non è soltanto un apparato visibile, ma una condizione reale. Perché il calcio, a Guadalajara, resta la parte semplice: i novanta minuti, il rumore del pubblico, l’inno, la liturgia dell’evento. Il difficile è tutto quello che viene prima. E tutto quello che, fuori dall’inquadratura, continua a ricordare che il Mondiale del 2026, da queste parti, non si giocherà soltanto in campo.
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Nel riquadro in alto Andrea Minuz. In basso la copertina del libro «Egemonia senza cultura» (iStock)
Il docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma Andrea Minuz: «È radicato il luogo comune secondo cui la cultura non può appartenere alla destra e negli atenei si insegnano solo Moravia e Pasolini, Giuseppe Berto è quasi tabù. Tv di regime? Non c’è alcuna TeleMeloni».
La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore), leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare... Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani... Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».
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2026-04-06
Lombardia, ancora rialzi per il mattone: prezzi delle case +0,7% nel primo trimestre 2026
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Secondo il report dell’Ufficio Studi di idealista, nel primo trimestre 2026 i prezzi delle abitazioni in Lombardia crescono dello 0,7% e raggiungono 2.380 euro al metro quadrato. Lodi guida i rialzi tra le province, Milano e Como ai massimi storici. Tutti i capoluoghi chiudono il trimestre in aumento.
Il mercato immobiliare lombardo continua a crescere anche nel primo trimestre del 2026, confermando un trend positivo che si protrae ormai da tempo. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi di idealista, i prezzi delle abitazioni nella regione segnano un aumento dello 0,7%, portando il valore medio a 2.380 euro al metro quadro. Un livello che resta superiore alla media nazionale, pari a 1.891 euro al metro quadrato.
Su base annua la crescita è del 9,8%, mentre rispetto al trimestre precedente l’incremento è dell’1,4%, a conferma di un mercato che continua a mostrare una certa solidità, trainato da una dinamica dei prezzi diffusa su gran parte del territorio.
A livello provinciale il quadro è quasi interamente positivo. L’aumento più marcato si registra a Lodi, con un +4,3%, seguita da Sondrio (+4%), Como (+2,5%), Monza-Brianza (+2,3%), Cremona (+2,2%) e Brescia (+2%). Crescite più contenute si osservano a Lecco (+1,8%), Varese (+1,2%), Milano (+1,1%), Pavia (+0,9%) e Bergamo (+0,8%). L’unica eccezione è Mantova, che chiude il trimestre in calo del 2,2%.
Sul fronte dei valori assoluti, Milano si conferma la provincia più cara della Lombardia con 3.751 euro al metro quadro, seguita da Como (2.348 euro/m²), Brescia (2.233 euro/m²) e Monza-Brianza (2.156 euro/m²). Più bassi i valori a Bergamo (1.568 euro/m²), Lodi (1.504 euro/m²) e Varese (1.621 euro/m²), mentre Pavia (1.117 euro/m²) e Mantova (1.121 euro/m²) restano le province più accessibili. Milano e Como raggiungono inoltre i massimi storici dall’inizio delle rilevazioni.
Anche nei capoluoghi lombardi prevale un andamento positivo, con tutti i mercati in crescita nel trimestre. L’incremento più forte si registra a Cremona (+6,9%), seguita da Lecco (+6,4%) e Monza (+5%). Più contenuti i rialzi a Lodi (+3,5%), Bergamo (+1,9%) e Brescia (+1,7%). Crescite più moderate riguardano Varese (+1,1%), Pavia (+1%), Como (+0,4%), Milano (+0,2%) e Mantova (+0,1%).
Milano si conferma nettamente il capoluogo più caro della regione con 5.192 euro al metro quadro, davanti a Como (2.956 euro/m²), Monza (2.819 euro/m²) e Bergamo (2.796 euro/m²). Seguono Lecco (2.457 euro/m²) e Pavia (2.429 euro/m²), poi Brescia (2.127 euro/m²). Più contenuti i prezzi a Lodi (1.977 euro/m²), Varese (1.777 euro/m²), Mantova (1.550 euro/m²) e Cremona (1.440 euro/m²). Anche in questo caso emergono nuovi massimi storici per Como, Bergamo e Brescia.
Il quadro nazionale conferma una dinamica analoga, con un aumento dell’1,5% dei prezzi delle abitazioni usate nel primo trimestre e un valore medio di 1.891 euro al metro quadro. La crescita interessa la maggioranza del territorio, con l’80% dei capoluoghi e il 76% delle province in aumento. Secondo l’Ufficio Studi di idealista, il mercato residenziale italiano continua dunque a mostrare segnali di espansione, anche se nei prossimi mesi potrebbe risentire di fattori macroeconomici legati all’andamento dei tassi d’interesse.
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Hoepli in liquidazione, il gruppo Gedi cede ai greci di Antenna Group e Leonardo Maria Del Vecchio acquisisce il 30% del «Giornale». Il sistema dell’editoria italiana cambia volto tra liquidazioni, acquisizioni e ingresso di capitali esteri. Dai libri ai giornali fino a radio e tv, il potere si concentra in pochi poli industriali e finanziari che ridisegnano l’informazione.
Domanda: che cos’è l’editoria? Chi è un editore? Probabilmente, per molti, il primo pensiero rimonta al mercato librario e alle varie case editrici: Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e così via. Poi si pensa alla «linea editoriale» del giornale che ogni mattina noi tutti acquistiamo in edicola o leggiamo online.
Per accorgersi, infine, che il panorama si fa via via più vasto ogni volta che si pensa a qualcosa di nuovo: la radio che ascoltiamo in macchina quando andiamo al lavoro, la televisione, i siti, le riviste, i dischi. Una caratteristica importante che accomuna gran parte di questo mondo è il legame con la sfera dell’informazione; ma non è l’unico aspetto.
Lo scenario dell’informazione e della cultura in Italia si sta rimodellando, sempre seguendo le dinamiche del mercato. Tra il 2024 e l’inizio di quest’anno, il sistema mediatico nazionale ha definitivamente abbandonato il vecchio modello, quello del capitalismo familiare di prestigio per abbracciare una logica di consolidamento finanziario, efficienza industriale e integrazione multimediale.
E l’effetto di tutto questo è duplice: istituzioni culturali che si pensavano incrollabili si sentono mancare la terra sotto ai piedi mentre dall’altra parte emergono poli integrati dove televisione, radio, quotidiani e piattaforme digitali si fondono in un’unica strategia di estrazione del valore.
Il segnale plastico di questa crisi è la liquidazione di Hoepli, storico editore milanese sin dal 1870. L’assemblea dei soci del 10 marzo scorso ha sancito la fine della società, schiacciata da una pressione fiscale record (51,4% nel quarto trimestre 2025) e da insanabili conflitti ereditari. Mentre la sede storica di via Hoepli verrà liberata entro giugno 2026 per essere ceduta a un fondo statunitense per decine di milioni di euro, i giganti si muovono per spartirsi le spoglie: il gruppo Mondadori ha già presentato un’offerta per rilevare il prezioso ramo dell’editoria scolastica.
Parallelamente, si è consumato il disimpegno di Exor (famiglia Agnelli-Elkann) dai quotidiani. Il 23 marzo 2026, il gruppo Gedi è passato ufficialmente sotto il controllo di Antenna Group (K Group), colosso greco supportato dal fondo sovrano saudita Pif. In questa operazione, La Repubblica e le radio (Deejay, Capital, m2o) diventano strumenti di una strategia globale di produzione di contenuti per lo streaming. Tuttavia, lo spacchettamento ha risparmiato La Stampa: il quotidiano torinese è stato ceduto al gruppo Sae di Alberto Leonardis, che punta a creare un polo dell’editoria territoriale da 175 milioni di euro di fatturato.
I colossi della radiotelevisione
- Mfe-MediaForEurope (Mediaset): Sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi, il gruppo ha chiuso il 2025 con un utile superiore a 300 milioni di euro e una cassa da 500 milioni. In termini di ascolti, Mediaset ha raggiunto il 37,5% di share nelle 24 ore, superando la Rai. Fondamentale il ruolo di RadioMediaset (105, Virgin, R101, Monte Carlo, Subasio), che si conferma il primo gruppo radiofonico nazionale.
- Rai: Il servizio pubblico, pur mantenendo una leadership nei volumi di contenuti, deve gestire un indebitamento finanziario netto di 197,4 milioni di euro (al giugno 2025). RAI Radio 1 resta comunque la testata d’informazione radiofonica di riferimento con oltre 3,1 milioni di ascoltatori.
- Il gruppo Rtl 102.5 si conferma il leader assoluto del mercato radiofonico italiano, posizionandosi come la radio più ascoltata d’Italia nel 2025 con 6,6 milioni di ascoltatori nel giorno medio. L’intero gruppo, guidato dal presidente Lorenzo Suraci, comprende anche Radio Zeta e Radiofreccia, raggiungendo una platea complessiva che sfiora i 9,5 milioni di italiani ogni giorno. La società principale, Rtl 102,5 S.r.l., ha chiuso il 2024 con un fatturato di circa 34,5 milioni di euro e un utile netto negativo per 3,6 milioni.
La carta stampata
- Il Polo Angelucci: attraverso Tosinvest, la famiglia Angelucci ha consolidato il controllo su Il Giornale (salendo al 65%), integrandolo in un perimetro che già comprende Libero e Il Tempo. Recentemente, nell’operazione è entrato con il 30% anche Leonardo Maria Del Vecchio.
- Caltagirone Editore: il gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone continua a mostrare una solidità finanziaria invidiabile. Nel primo semestre 2025 ha registrato un utile di 13,4 milioni di euro, grazie a testate come Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino.
- Il Sole 24 Ore: gruppo editoriale di Confindustria è tornato all’utile (4 milioni nel 2025) puntando massicciamente su agenzia stampa (Radiocor, +9,3%), software e sull’asset strategico Radio 24, che vanta 2,6 milioni di ascoltatori e quasi 97 milioni di podcast scaricati all’anno.
- Class Editori: il polo di Paolo Panerai, focalizzato su finanza e lifestyle (Class Cnbc, Milano Finanza), ha mostrato una crescita dei ricavi dei primi nove mesi del 2024 a 56,5 milioni di euro .
L’impero multimediale della Chiesa
Un capitolo a parte merita il sistema informativo cattolico, che gode di una stabilità economica derivante da modelli alternativi.
- TV2000 e Radio InBlu: Sostenute dalla Cei, fanno parte di un investimento complessivo (8x1000) che nel 2025 ha superato il miliardo di euro.
- Radio Maria: Un caso unico al mondo, con 22,6 milioni di euro raccolti nel 2024 quasi esclusivamente tramite donazioni private e una rete di 1.300 volontari.
- Vatican News e Osservatore Romano: Sotto il Dicastero per la Comunicazione, il quotidiano pontificio si affida per la pubblicità alla concessionaria del Sole 24 Ore.
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