2026-03-30
Agricoltura, Lollobrigida: «Aumento costi di produzione difficile da sostenere, basta perdere tempo»
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Lo ha dichiarato il ministro dell'Agricoltura e della sovranità alimentare a margine del consiglio «Agrifish» a Bruxelles.
Per il generale Marco Bertolini dietro la decisione di proibire l’ingresso al santo sepolcro al cardinal Pizzaballa nasconde una precisa strategia politica. E una sfida al Vaticano.
Mohammad bin Salman (Ansa)
L'Arabia Saudita ufficialmente spinge per la diplomazia, ma dietro le quinte sostiene la linea dura contro Teheran. Tra rapporti con Turchia, tensioni nel Golfo e interessi strategici, Mohammad bin Salman prova a bilanciare alleanze e rivalità nel nuovo scenario mediorientale.
Sono numerose le domande innescate dal conflitto in Iran. Tuttavia, tra le tante, ne emerge forse soprattutto una: a che gioco sta giocando l’Arabia Saudita?
Ufficialmente, nei mesi scorsi, Riad ha più volte auspicato che Washington e Teheran risolvessero le loro divergenze attraverso una soluzione di tipo diplomatico. Una posizione, questa, che i sauditi condividevano con Ankara. Non è inoltre un mistero che proprio l’Arabia Saudita abbia recentemente partecipato a dei colloqui in Pakistan insieme a Egitto e Turchia per discutere di come far concludere l’attuale crisi mediorientale.
Tuttavia, dietro le quinte, pare proprio che Mohammad bin Salman si sia mossa ben diversamente. Axios raccontò che, durante la sua visita a Washington dello scorso gennaio, il ministro Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe auspicato un intervento armato americano contro Teheran nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti di think tank e organizzazioni ebraiche. Non solo. La settimana scorsa, il New York Times ha rivelato che, sempre dietro le quinte, il principe ereditario saudita starebbe premendo affinché la Casa Bianca prosegua nel conflitto contro l’Iran.
Insomma, a che gioco sta giocando Riad? È abbastanza chiaro come l’Arabia Saudita stia cercando di tenere il piede in due scarpe. Nonostante la distensione con Teheran avviata nel 2023 attraverso la mediazione di Pechino, bin Salman ha continuato a temere le ambizioni nucleari iraniane, vedendo nella Repubblica islamica una minaccia alle proprie ambizioni regionali. Dall’altra parte, il principe ereditario saudita ha man mano rafforzato la propria sponda con la Turchia soprattutto per quanto concerne il delicato dossier siriano. In tal senso, per non inimicarsi Ankara, Riad ha ufficialmente auspicato una soluzione diplomatica alla crisi iraniana. Non va infatti trascurato come Recep Tayyip Erdogan sia stato tra i più aspri critici dell'offensiva israelo-americana contro il regime khoeminista.
Tutto questo, mentre le ritorsioni di Teheran contro i Paesi del Golfo hanno riavvicinato i sauditi agli emiratini: non dimentichiamo che, negli ultimi tempi, Riad e Abu Dhabi erano ai ferri corti su varie questioni: dallo Yemen al Sudan, passando per il Somaliland. Il che lascia intendere che possa sotterraneamente registrarsi una sponda tra i sauditi e gli israeliani. D'altronde, secondo il New York Times, Benjamin Netanyahu temere che Donald Trump concordi troppo presto un cessate il fuoco con Teheran: una posizione, quella del premier israeliano, che Riad potrebbe condividere.
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Lo scandalo degli innocenti in galera e dei magistrati impuniti è troppo grande per non porvi rimedio. Un primo passo è riportare lo spirito critico nelle scuole e nelle università, per impedire che siano usate per la propaganda come è accaduto col referendum.
Prima o poi riusciremo a fare la indispensabile riforma della giustizia, per ripulirla dagli arcaismi che risalgono al periodo fascista, e che permettono drammatiche disfunzionalità. La sconfitta al voto referendario potrebbe essere il primo passo di una vittoria epocale, nel senso letterale del termine, cambiare un’epoca, una vittoria che cambierà non solo la giustizia, ma tutto l’impianto culturale della nostra società.
La riforma della giustizia in Italia è da tempo un tema ricorrente nel dibattito pubblico, evocato come una necessità urgente da entrambi gli schieramenti, questa è la parte più interessante, ma osteggiata dalla magistratura, e quindi costantemente rimandata. Eppure, prima o poi, questo passaggio dovrà compiersi davvero, e deve essere una trasformazione profonda che intervenga sul dramma degli errori giudiziari.
Ogni giorno, in Italia, tre persone innocenti finiscono in carcere. Non si tratta di casi isolati o eccezionali, ma di una realtà che si ripete con inquietante regolarità, tre casi al giorno, 30.000 negli ultimi 30 anni. Parliamo di individui che vedono la propria vita spezzata: mesi, talvolta anni, prima che la loro innocenza venga riconosciuta, quando ormai il danno è irreparabile. Relazioni compromesse, carriere distrutte, reputazioni cancellate. E, aspetto forse ancora più sconcertante, senza che quasi mai qualcuno sia chiamato a rispondere per questi errori. Il nostro Paese ha già conosciuto tragedie giudiziarie emblematiche. Il caso Tortora resta impresso nella memoria collettiva come uno dei simboli più evidenti delle distorsioni del sistema. Un processo in cui l’innocenza dell’imputato e l’inconsistenza dell’impianto accusatorio emersero con chiarezza assoluta, ma solo dopo che la macchina giudiziaria aveva già prodotto i suoi effetti devastanti. Tuttavia, ciò che rende questo episodio ancora più inquietante è la consapevolezza che non si tratta di un’eccezione. Innumerevoli «Tortora» meno noti non hanno avuto la stessa visibilità, né la stessa possibilità di riscatto. Nel tribunale dove si svolse la tragedia dei suoi processi, magistrati hanno saltellato cantando «Bella ciao», canzone che nessun vero partigiano ha mai cantato, simbolo eterno di un antifascismo senza rischi a fascismo defunto, e hanno stappato bottiglie perché di nuovo il caso Tortora può restare impunito.
Di fronte a questo scenario, appare evidente che una riforma non sia più rinviabile. È plausibile immaginare che essa possa arrivare nell’arco di cinque o dieci anni, ma solo a una condizione: che il processo di cambiamento inizi subito. Non basta affidarsi a discussioni tecniche o a dibattiti tra specialisti. È necessario modificare il modo stesso in cui il tema viene comunicato e percepito dall’opinione pubblica. Durante la campagna referendaria per il Sì, il confronto sulla giustizia è rimasto intrappolato in un linguaggio complesso, fatto di tecnicismi e formule giuridiche difficilmente accessibili ai più. Questo approccio, pur necessario in ambito specialistico, si rivela inefficace quando si tratta di costruire consenso. La politica, infatti, non si muove solo sulla base della razionalità, ma anche, e spesso soprattutto, sull’onda delle emozioni. Parlare «alla pancia» delle persone è spesso considerato un metodo superficiale o addirittura scorretto. In realtà, è una componente inevitabile della comunicazione politica. Le decisioni collettive non sono mai esclusivamente razionali: entrano in gioco paure, empatia, indignazione, senso di giustizia. Ignorare questa dimensione significa rinunciare in partenza a coinvolgere davvero i cittadini.
Il fronte del No ha usato slogan che non riportavano fatti concreti: salvare la Costituzione (che non era in pericolo), salvare l’indipendenza dei giudici (che non era in pericolo), combattere il fascismo, che è defunto 80 anni fa. Irragionevoli, ma efficaci, questi slogan hanno funzionato. A questo si aggiunge il voto compatto di collettività come la comunità islamica, gli anarchici insurrezionalisti e gli attivisti dei centri sociali, che hanno votato No al 100%. Commovente l’entusiasmo per il No di città come Napoli, nel quartiere di Scampia 83% di No, e di regioni come la Sicilia, il che dimostra quanto la campagna sia stata efficace, perché sicuramente tutti questi hanno votato No per puro amore della Costituzione.
Per chi vuole promuovere un cambiamento reale, è indispensabile adottare un approccio altrettanto incisivo sul piano comunicativo, così da rendere comprensibile e tangibile il problema, trasformando dati e statistiche in storie, volti, esperienze concrete. Occorre far percepire che l’ingiustizia non è un concetto astratto, ma qualcosa che può colpire chiunque. Fondamentale è la costruzione di un messaggio chiaro, diretto e facilmente riconoscibile. Uno slogan, semplice ma potente, capace di condensare il cuore della questione e di essere ripetuto con coerenza, richiamando costantemente l’attenzione sull’aspetto più drammatico del problema: il fatto che persone innocenti continuino a pagare un prezzo altissimo per errori del sistema. Dobbiamo ricordare, ogni giorno, di qualsiasi cosa si stia parlando, che degli innocenti, in media tre al giorno, finiscono in carcere e vedono la propria vita distrutta senza che nessuno ne risponda. Significa mantenere viva l’attenzione su una ferita aperta. Significa impedire che il tema scivoli ai margini del dibattito pubblico. La riforma della giustizia non è solo una questione tecnica o giuridica, ma la suprema questione di civiltà. E, come tutte le grandi trasformazioni, richiede tempo, determinazione e una strategia capace di unire ragione ed emozione. Solo così sarà possibile arrivare preparati al momento decisivo: quello in cui il consenso costruito nel tempo si tradurrà in una maggioranza politica. Vincere le elezioni, anzi stravincerle, perché ci sia una maggioranza compatta e potente, in questo caso, non sarà un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso finalmente orientato a rendere la giustizia più equa, efficiente e umana.
Per arrivarci occorre immediatamente fare due cose, impedire che la scuola e l’università siano politicizzate e impedire le menzogne, combattendole una per una. La Costituzione garantisce e ordina che la scuola sia apartitica, luogo di formazione libera da condizionamenti ideologici e da pressioni politiche. L’istruzione deve promuovere spirito critico, autonomia di giudizio e rispetto delle diverse opinioni, senza trasformarsi in strumento di propaganda. Per questo motivo, quando un insegnante utilizza il proprio ruolo per fare politica, indirizzando gli studenti o proponendo attività a sostegno di una parte, come la realizzazione di disegni che esaltano la cosiddetta flottiglia e la bandiera di coloro che ridendo hanno bruciato vive le gemelline Shahar e Arbel e il loro fratellino, che hanno strangolato i bimbi Bibas, i due bimbi dai capelli rossi, insieme alla loro mamma, nel buio di un sotterraneo, oppure con la distribuzione di volantini per il No, si verifica una violazione grave dei principi di imparzialità e neutralità. In tali circostanze, un ispettore del ministero dell’Istruzione ha il dovere di intervenire con fermezza, verificando i fatti e adottando i provvedimenti necessari. La scuola deve restare uno spazio di confronto aperto, non di indottrinamento. Solo così si tutela il diritto degli studenti a un’educazione libera, pluralista e rispettosa della Costituzione. Anche la verità è fondamentale per rispettare la Costituzione. Quando qualcuno affermava che la riforma avrebbe assoggettato i pm al potere politico, il che è falso, si sarebbe dovuto chiedere l’intervento del presidente della Repubblica e chiedere un giurì d’onore. Onore al governo Meloni che ha fatto il primo tentativo serio ed è quasi riuscito. La prossima volta riusciremo. E finalmente il Tribunale di Napoli sarà intitolato a Enzo Tortora.
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