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2021-09-13
Tre milioni coi sussidi attendono la pensione
A quasi tre anni dal suo lancio il Reddito di cittadinanza continua a presentare le stesse criticità del primo giorno: maglie troppo larghe che permettono ai furbetti di scroccarlo, pochi controlli a monte e un totale fallimento come strumento di attivazione del mercato del lavoro. Nel dibattito politico ci sono possibili modifiche. Ma le voci che ne chiedono l'abolizione cominciano a crescere. Anche perché costa un botto: stando ai dati del Centro studi di Unimpresa, nel triennio 2020-2022 sono stati destinati alle politiche passive per il lavoro (principalmente identificabili con il Reddito di cittadinanza) 25,9 miliardi di euro. Più che per l'università, alla quale sono andati circa 8,5 miliardi l'anno per complessivi 25,5 miliardi, e per la ricerca, che ha ottenuto risorse per quasi 4 miliardi l'anno.
Il governo italiano, insomma, da tre anni a questa parte investe sulle povertà. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Inps e relativi a luglio 2021, le famiglie che ricevono il Reddito di cittadinanza sono 1.242.000, per un totale di 2.920.000 persone coinvolte. La Pensione di cittadinanza, la versione del Reddito di cittadinanza per gli anziani sopra i 67 anni, viene incassata invece da 133.000 famiglie, per un totale di 150.000 persone coinvolte. L'importo medio dell'assegno è di 578 euro. E va principalmente a nuclei familiari chiamati «monocomponenti», ovvero composti da una sola persona, che sono 610.000. L'importo medio è di 448 euro. Le famiglie con due componenti sono 269.000 e a loro va un assegno medio di 546 euro.
La scala sale fino ai nuclei familiari con sei o più componenti, che sono in totale 32.987, con un importo medio mensile di 683 euro. Ed è già a questo punto che ci si accorge della prima contraddizione: le famiglie numerose non ricevono l'assegno medio più alto, che invece viene assegnato ai nuclei con quattro componenti. Per loro l'assegno medio è di 703 euro. Il trimestre maggio-luglio è stato il più costoso in assoluto, probabilmente per effetto del numero crescente di domande che ha scatenato la pandemia. E, così, a maggio sono stati spesi 714 milioni di euro, a giugno 720 e a luglio 719.
I dati pubblicati dall'Inps, però, consentono solo un esame statistico su chi percepisce il Reddito di cittadinanza. Non su chi abbia trovato un lavoro mentre godeva della misura di sostegno. Per una stima approssimativa bisogna ricorrere a un report della Corte dei conti. Al 10 febbraio 2021, è scritto nello studio, a fronte di 1,6 milioni di persone convocate dai Centri per l'impiego, poco più di 1,05 milioni hanno dovuto sottoscrivere il patto per il lavoro: alcuni beneficiari, come i disabili o pensionati, non sono infatti vincolati ad accettare un'occupazione. Solo 152.673 hanno invece instaurato un rapporto di lavoro successivo alla data di presentazione della domanda, ovvero il 14,5% del totale.
Questi dati certificano il flop dei 2.549 navigator di Anpal servizi. Anche se la loro inutilità a oltre due anni dall'attivazione è ormai provata, hanno ottenuto una proroga dei contratti fino a fine anno. E per il futuro molti di loro si sfregano le mani, guardando a un posto fisso negli stessi uffici in cui operano, da precari, dall'estate del 2019. In molti, infatti, si stanno candidando per gli 11.600 posti banditi dalle Regioni nei Centri per l'impiego. D'altra parte, hanno finanche perso il loro padrino: il professore italo americano Mimmo Parisi, voluto nel 2019 dall'allora vicepremier Luigi Di Maio e osannato dai pentastellati, è stato messo alla porta dal governo di Mario Draghi con un commissariamento. Il solo portale Web MyAnpal, stando alle ammissioni di Parisi (dichiarate durante un'audizione in Commissione lavoro alla Camera), sarebbe costato oltre 100 milioni di euro.
Si tratta esclusivamente di un grande contenitore di informazioni per gli adempimenti amministrativi. Il sistema, infatti, non elabora l'enorme quantità di dati per sviluppare modelli utili ai servizi per l'impiego. Il suo uso, insomma, è molto ristretto rispetto ai fenomenali campi d'applicazione che erano stati propagandati. E alle casse dello Stato è costato il doppio rispetto ai furbetti. La guardia di finanza ha stimato che oltre 50 milioni di euro siano finiti nelle tasche di chi non ne aveva diritto. Circa 13 milioni, invece, sono stati messi al riparo perché, seppur richiesti, non erano ancora stati riscossi dai furbetti. Che a fine giugno 2021, ultimo dato utile, erano arrivati a quota 5.868.
Tra questi compaiono intestatari di ville e auto di lusso, evasori fiscali totali, persone dedite a traffici illeciti, criminali condannati per associazione di stampo mafioso. Sono stati tutti denunciati a piede libero. Ma il gruppo dei furbetti non è ristretto soltanto a chi si è beccato una segnalazione all'autorità giudiziaria. Solo nei primi sei mesi del 2021 il Reddito di cittadinanza è stato revocato a circa 67.000 nuclei familiari, mentre nell'intero anno 2020 erano stati 26.000. Dietro l'impennata c'è una ragione precisa: in entrambi gli anni presi in esame la maggior parte delle revoche è arrivata per «mancanza del requisito di residenza o cittadinanza». Nel 2020 ha rappresentato addirittura il 74% dei casi di revoca. Il che probabilmente è spiegato dal fatto che molti immigrati compilano la domanda sotto dettatura di un Caf.
A Genova, per esempio, la guardia di finanza ha scoperto l'irregolarità di 1.532 domande presentate nel 2020 da cittadini extracomunitari. Molti incassavano il Rdc pur essendo tornati nei Paesi d'origine. In questi casi sarà anche particolarmente difficoltoso recuperare le somme sottratte allo Stato. Nel 2021 le altre voci di revoca che pesano sono la «titolarità di autoveicoli, motoveicoli, navi e imbarcazioni da diporto» per il 24%, il «valore del patrimonio sopra soglia» per il 19% e «l'omessa dichiarazione dell'attività lavorativa» per il 17%. Oltre alla revoca è prevista anche la decadenza dal diritto. Se dopo l'accoglimento, l'Inps viene a conoscenza, in fase di accertamento, di un evento non comunicato dal nucleo richiedente, interviene la decadenza sanzionatoria.
Ma se in sede di rinnovo del Reddito di cittadinanza viene accertata la perdita dei requisiti, la domanda decade fisiologicamente. I dati: nel primo trimestre 2021 sono decaduti dal diritto 129.000 nuclei, ovvero quasi la metà di quelli decaduti nell'intero 2020, che ammontavano a 258.000. Mentre nel 2019 ne erano decaduti solo 80.000. La decadenza è prevista anche per chi rifiuta i lavori offerti nei 100 chilometri dal domicilio. In realtà sembra ne siano state prodotte ben poche. Ed è per questo che gli assessori regionali al Welfare hanno di recente inviato una proposta al ministro del Lavoro Andrea Orlando: far arrivare un'offerta di lavoro via sms o Whatsapp a chi percepisce il Reddito di cittadinanza. E se il beneficiario la ignora potrebbe perdere il sussidio.
O, forse, due. Perché è saltato fuori che 1.000 furbetti erano riusciti a incassare il doppio Reddito di cittadinanza. Uno in Italia e uno all'estero. Le mete preferite sarebbero Belgio, Germania e Olanda. In testa alla classifica ci sono i siciliani, seguiti da campani e pugliesi. Avrebbero chiesto il Reddito di cittadinanza in Italia per poi trasferirsi all'estero. E anche nel nuovo Paese di residenza avrebbero chiesto il sussidio statale. Che non è cumulabile. Per mettere a segno la furbata è bastato evitare la comunicazione della nuova residenza all'Aire, l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, un adempimento che comporta la contestuale cancellazione dall'anagrafe del Comune italiano di provenienza. Riuscendo a mantenere contemporaneamente le due residenze, quella italiana e quella estera, il gioco è fatto. In fondo, l'iscrizione all'Aire, per quanto sia obbligatoria, è legata a una dichiarazione volontaria del cittadino, che non è soggetta a controlli e che non prevede sanzioni.
«Tre milioni di persone più navigator senza prospettive di occupazione»
«Da reddito in attesa di lavoro a reddito in attesa della pensione e, nel mezzo, nemmeno un giorno di sudore». Enzo Summa, esperto della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, analizza lo strumento che avrebbe dovuto sostenere chi è bisognoso di assistenza, ma anche rimettere in pista chi non trovare lavoro.
Si legge spesso di imprenditori che non riescono a trovare dipendenti perché si preferisce restare a casa con le poche centinaia di euro del sussidio e, magari, cercare qualche lavoretto a nero. Che impatto ha avuto sul mondo del lavoro il Reddito di cittadinanza?
«Intanto è bene scindere la questione in due fasi. La prima, quella assistenziale e di inserimento nella lista dei beneficiari, e una seconda, quella di inserimento nel mondo del lavoro. La seconda non ha funzionato affatto. Sotto il profilo meramente assistenziale la misura ha raggiunto il suo obiettivo, visti anche i dati dell'Osservatorio del ministero del Lavoro che, a fine 2020, evidenziava oltre 1 milione di famiglie e circa 3 milioni e mezzo di soggetti coinvolti nel sostegno governativo. Sul fronte dell'inserimento lavorativo, invece, è ancora ferma al palo, con decine di errori fatti in partenza che, ancora oggi, rallentano lo sviluppo della disciplina e nonostante la mole di fondi investiti».
Cosa non ha funzionato?
«Innanzitutto la disciplina prevedeva, e prevede, il cosiddetto patto per il lavoro, ovvero una sorta di collaborazione tra l'operatore addetto alla redazione del bilancio delle competenze e il beneficiario della misura nell'individuare la strada più agevole per un rapido inserimento nel mondo del lavoro, ovvero una sorta di matching tra le competenze maturate e maturande del beneficiario e l'offerta di lavoro delle imprese. Operazione, questa, persa in partenza laddove per aiutare i disoccupati a entrare nel mondo del lavoro sono stati chiamati altri disoccupati».
I navigator? Sono loro che hanno inceppato la macchina?
«Questi soggetti sono chiamati a trovare per altri un percorso lavorativo che non avevano trovato per sé stessi. Siamo al paradosso della norma. Il legislatore bene avrebbe fatto a evitare disoccupati su disoccupati scegliendo, magari, chi si occupa di politiche attive e di ingresso nel mondo del lavoro».
Bisognava quindi preferire personale specializzato? Magari degli esperti o, almeno, dei conoscitori del mondo del lavoro?
«Questo aspetto la categoria dei Consulenti del lavoro lo ha sottolineato sin dall'immediata approvazione del Reddito di cittadinanza, evidenziando che al sistema così strutturato mancava la parte più importante, ovvero una professionale intermediazione tra domanda e offerta di lavoro».
È per questo motivo che i ristoratori che cercano camerieri, per esempio, seppur pronti ad assumere con contratti regolari, non riescono a reclutarli?
«Bisogna premettere che l'omissione dell'importante figura del mediatore ha portato anche alla mancata attivazione dell'assegno di ricollocazione, ovvero una somma spendibile per l'assistenza e l'intermediazione nella ricerca del lavoro, considerato che la prima parte, ovvero quella del patto del lavoro, non è stata fatta ovvero è stata fatta male, perché senza alcuna velleità di raggiungere gli obiettivi prefissati dall'intervento. Allo stato sembra un puro adempimento burocratico».
Domanda e offerta, insomma, non si incontrano.
«I risultati sono ben visibili: alla data odierna permangono oltre 3 milioni di soggetti, oltre ai navigator, che percepiscono indennità senza alcuno sbocco lavorativo».
Ma, almeno in astratto, stando sempre alla legislazione attuale, ci sarebbero concrete possibilità di raggiungere un risultato accettabile?
«Il provvedimento, così com'è, è puramente assistenzialistico e necessita di essere ricalibrato, magari prevedendo nel mezzo una serie di attività professionali che consentano qualificazione, riqualificazione e ingresso nel mondo lavorativo dei beneficiari della misura pre agevolativa. Basti pensare che il datore di lavoro che assume un percettore del reddito di cittadinanza può beneficiare di un esonero contributivo fino a un massimo di 18 mensilità e per un importo corrispondente all'ammontare mensile percepito. Il tutto, come emerso anche da un studio della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, passa da un maggior coinvolgimento dei servizi privati e da un immediato utilizzo dei percettori anche in attività di servizi di pubblica utilità».
Quali?
«Penso alla manutenzione del verde, ad attività sociali all'interno della propria comunità, o in percorsi attivi nel mondo lavorativo anche cominciando con tirocini che, contemporaneamente, permettano di avviare un inserimento nel mondo del lavoro del percettore della misura. Questo permetterebbe alle figure che devono occuparsi di mediare tra la domanda e l'offerta di lavoro di comprendere meglio le competenze sulle quali intervenire. Insomma sostegno sì, ma con un obiettivo lavorativo e non puramente assistenzialistico».
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Per i 5 stelle che l'hanno inventato, doveva essere lo strumento per dare impiego. Ma si è rivelato, come prevedibile, una misura assistenzialistica che ha premiato fannulloni, furbetti e truffatori.Enzo Summa, esperto dei consulenti del lavoro: «Da assegno in attesa di impiego a sussidio in attesa della pensione e in mezzo nemmeno una goccia di sudore. Bisognerebbe almeno affidare loro i servizi di pubblica utilità».Lo speciale contiene due articoli.A quasi tre anni dal suo lancio il Reddito di cittadinanza continua a presentare le stesse criticità del primo giorno: maglie troppo larghe che permettono ai furbetti di scroccarlo, pochi controlli a monte e un totale fallimento come strumento di attivazione del mercato del lavoro. Nel dibattito politico ci sono possibili modifiche. Ma le voci che ne chiedono l'abolizione cominciano a crescere. Anche perché costa un botto: stando ai dati del Centro studi di Unimpresa, nel triennio 2020-2022 sono stati destinati alle politiche passive per il lavoro (principalmente identificabili con il Reddito di cittadinanza) 25,9 miliardi di euro. Più che per l'università, alla quale sono andati circa 8,5 miliardi l'anno per complessivi 25,5 miliardi, e per la ricerca, che ha ottenuto risorse per quasi 4 miliardi l'anno.Il governo italiano, insomma, da tre anni a questa parte investe sulle povertà. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Inps e relativi a luglio 2021, le famiglie che ricevono il Reddito di cittadinanza sono 1.242.000, per un totale di 2.920.000 persone coinvolte. La Pensione di cittadinanza, la versione del Reddito di cittadinanza per gli anziani sopra i 67 anni, viene incassata invece da 133.000 famiglie, per un totale di 150.000 persone coinvolte. L'importo medio dell'assegno è di 578 euro. E va principalmente a nuclei familiari chiamati «monocomponenti», ovvero composti da una sola persona, che sono 610.000. L'importo medio è di 448 euro. Le famiglie con due componenti sono 269.000 e a loro va un assegno medio di 546 euro.La scala sale fino ai nuclei familiari con sei o più componenti, che sono in totale 32.987, con un importo medio mensile di 683 euro. Ed è già a questo punto che ci si accorge della prima contraddizione: le famiglie numerose non ricevono l'assegno medio più alto, che invece viene assegnato ai nuclei con quattro componenti. Per loro l'assegno medio è di 703 euro. Il trimestre maggio-luglio è stato il più costoso in assoluto, probabilmente per effetto del numero crescente di domande che ha scatenato la pandemia. E, così, a maggio sono stati spesi 714 milioni di euro, a giugno 720 e a luglio 719.I dati pubblicati dall'Inps, però, consentono solo un esame statistico su chi percepisce il Reddito di cittadinanza. Non su chi abbia trovato un lavoro mentre godeva della misura di sostegno. Per una stima approssimativa bisogna ricorrere a un report della Corte dei conti. Al 10 febbraio 2021, è scritto nello studio, a fronte di 1,6 milioni di persone convocate dai Centri per l'impiego, poco più di 1,05 milioni hanno dovuto sottoscrivere il patto per il lavoro: alcuni beneficiari, come i disabili o pensionati, non sono infatti vincolati ad accettare un'occupazione. Solo 152.673 hanno invece instaurato un rapporto di lavoro successivo alla data di presentazione della domanda, ovvero il 14,5% del totale. Questi dati certificano il flop dei 2.549 navigator di Anpal servizi. Anche se la loro inutilità a oltre due anni dall'attivazione è ormai provata, hanno ottenuto una proroga dei contratti fino a fine anno. E per il futuro molti di loro si sfregano le mani, guardando a un posto fisso negli stessi uffici in cui operano, da precari, dall'estate del 2019. In molti, infatti, si stanno candidando per gli 11.600 posti banditi dalle Regioni nei Centri per l'impiego. D'altra parte, hanno finanche perso il loro padrino: il professore italo americano Mimmo Parisi, voluto nel 2019 dall'allora vicepremier Luigi Di Maio e osannato dai pentastellati, è stato messo alla porta dal governo di Mario Draghi con un commissariamento. Il solo portale Web MyAnpal, stando alle ammissioni di Parisi (dichiarate durante un'audizione in Commissione lavoro alla Camera), sarebbe costato oltre 100 milioni di euro.Si tratta esclusivamente di un grande contenitore di informazioni per gli adempimenti amministrativi. Il sistema, infatti, non elabora l'enorme quantità di dati per sviluppare modelli utili ai servizi per l'impiego. Il suo uso, insomma, è molto ristretto rispetto ai fenomenali campi d'applicazione che erano stati propagandati. E alle casse dello Stato è costato il doppio rispetto ai furbetti. La guardia di finanza ha stimato che oltre 50 milioni di euro siano finiti nelle tasche di chi non ne aveva diritto. Circa 13 milioni, invece, sono stati messi al riparo perché, seppur richiesti, non erano ancora stati riscossi dai furbetti. Che a fine giugno 2021, ultimo dato utile, erano arrivati a quota 5.868.Tra questi compaiono intestatari di ville e auto di lusso, evasori fiscali totali, persone dedite a traffici illeciti, criminali condannati per associazione di stampo mafioso. Sono stati tutti denunciati a piede libero. Ma il gruppo dei furbetti non è ristretto soltanto a chi si è beccato una segnalazione all'autorità giudiziaria. Solo nei primi sei mesi del 2021 il Reddito di cittadinanza è stato revocato a circa 67.000 nuclei familiari, mentre nell'intero anno 2020 erano stati 26.000. Dietro l'impennata c'è una ragione precisa: in entrambi gli anni presi in esame la maggior parte delle revoche è arrivata per «mancanza del requisito di residenza o cittadinanza». Nel 2020 ha rappresentato addirittura il 74% dei casi di revoca. Il che probabilmente è spiegato dal fatto che molti immigrati compilano la domanda sotto dettatura di un Caf.A Genova, per esempio, la guardia di finanza ha scoperto l'irregolarità di 1.532 domande presentate nel 2020 da cittadini extracomunitari. Molti incassavano il Rdc pur essendo tornati nei Paesi d'origine. In questi casi sarà anche particolarmente difficoltoso recuperare le somme sottratte allo Stato. Nel 2021 le altre voci di revoca che pesano sono la «titolarità di autoveicoli, motoveicoli, navi e imbarcazioni da diporto» per il 24%, il «valore del patrimonio sopra soglia» per il 19% e «l'omessa dichiarazione dell'attività lavorativa» per il 17%. Oltre alla revoca è prevista anche la decadenza dal diritto. Se dopo l'accoglimento, l'Inps viene a conoscenza, in fase di accertamento, di un evento non comunicato dal nucleo richiedente, interviene la decadenza sanzionatoria.Ma se in sede di rinnovo del Reddito di cittadinanza viene accertata la perdita dei requisiti, la domanda decade fisiologicamente. I dati: nel primo trimestre 2021 sono decaduti dal diritto 129.000 nuclei, ovvero quasi la metà di quelli decaduti nell'intero 2020, che ammontavano a 258.000. Mentre nel 2019 ne erano decaduti solo 80.000. La decadenza è prevista anche per chi rifiuta i lavori offerti nei 100 chilometri dal domicilio. In realtà sembra ne siano state prodotte ben poche. Ed è per questo che gli assessori regionali al Welfare hanno di recente inviato una proposta al ministro del Lavoro Andrea Orlando: far arrivare un'offerta di lavoro via sms o Whatsapp a chi percepisce il Reddito di cittadinanza. E se il beneficiario la ignora potrebbe perdere il sussidio.O, forse, due. Perché è saltato fuori che 1.000 furbetti erano riusciti a incassare il doppio Reddito di cittadinanza. Uno in Italia e uno all'estero. Le mete preferite sarebbero Belgio, Germania e Olanda. In testa alla classifica ci sono i siciliani, seguiti da campani e pugliesi. Avrebbero chiesto il Reddito di cittadinanza in Italia per poi trasferirsi all'estero. E anche nel nuovo Paese di residenza avrebbero chiesto il sussidio statale. Che non è cumulabile. Per mettere a segno la furbata è bastato evitare la comunicazione della nuova residenza all'Aire, l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, un adempimento che comporta la contestuale cancellazione dall'anagrafe del Comune italiano di provenienza. Riuscendo a mantenere contemporaneamente le due residenze, quella italiana e quella estera, il gioco è fatto. 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Si legge spesso di imprenditori che non riescono a trovare dipendenti perché si preferisce restare a casa con le poche centinaia di euro del sussidio e, magari, cercare qualche lavoretto a nero. Che impatto ha avuto sul mondo del lavoro il Reddito di cittadinanza? «Intanto è bene scindere la questione in due fasi. La prima, quella assistenziale e di inserimento nella lista dei beneficiari, e una seconda, quella di inserimento nel mondo del lavoro. La seconda non ha funzionato affatto. Sotto il profilo meramente assistenziale la misura ha raggiunto il suo obiettivo, visti anche i dati dell'Osservatorio del ministero del Lavoro che, a fine 2020, evidenziava oltre 1 milione di famiglie e circa 3 milioni e mezzo di soggetti coinvolti nel sostegno governativo. Sul fronte dell'inserimento lavorativo, invece, è ancora ferma al palo, con decine di errori fatti in partenza che, ancora oggi, rallentano lo sviluppo della disciplina e nonostante la mole di fondi investiti». Cosa non ha funzionato? «Innanzitutto la disciplina prevedeva, e prevede, il cosiddetto patto per il lavoro, ovvero una sorta di collaborazione tra l'operatore addetto alla redazione del bilancio delle competenze e il beneficiario della misura nell'individuare la strada più agevole per un rapido inserimento nel mondo del lavoro, ovvero una sorta di matching tra le competenze maturate e maturande del beneficiario e l'offerta di lavoro delle imprese. Operazione, questa, persa in partenza laddove per aiutare i disoccupati a entrare nel mondo del lavoro sono stati chiamati altri disoccupati». I navigator? Sono loro che hanno inceppato la macchina? «Questi soggetti sono chiamati a trovare per altri un percorso lavorativo che non avevano trovato per sé stessi. Siamo al paradosso della norma. Il legislatore bene avrebbe fatto a evitare disoccupati su disoccupati scegliendo, magari, chi si occupa di politiche attive e di ingresso nel mondo del lavoro». Bisognava quindi preferire personale specializzato? Magari degli esperti o, almeno, dei conoscitori del mondo del lavoro? «Questo aspetto la categoria dei Consulenti del lavoro lo ha sottolineato sin dall'immediata approvazione del Reddito di cittadinanza, evidenziando che al sistema così strutturato mancava la parte più importante, ovvero una professionale intermediazione tra domanda e offerta di lavoro». È per questo motivo che i ristoratori che cercano camerieri, per esempio, seppur pronti ad assumere con contratti regolari, non riescono a reclutarli? «Bisogna premettere che l'omissione dell'importante figura del mediatore ha portato anche alla mancata attivazione dell'assegno di ricollocazione, ovvero una somma spendibile per l'assistenza e l'intermediazione nella ricerca del lavoro, considerato che la prima parte, ovvero quella del patto del lavoro, non è stata fatta ovvero è stata fatta male, perché senza alcuna velleità di raggiungere gli obiettivi prefissati dall'intervento. Allo stato sembra un puro adempimento burocratico». Domanda e offerta, insomma, non si incontrano. «I risultati sono ben visibili: alla data odierna permangono oltre 3 milioni di soggetti, oltre ai navigator, che percepiscono indennità senza alcuno sbocco lavorativo». Ma, almeno in astratto, stando sempre alla legislazione attuale, ci sarebbero concrete possibilità di raggiungere un risultato accettabile? «Il provvedimento, così com'è, è puramente assistenzialistico e necessita di essere ricalibrato, magari prevedendo nel mezzo una serie di attività professionali che consentano qualificazione, riqualificazione e ingresso nel mondo lavorativo dei beneficiari della misura pre agevolativa. Basti pensare che il datore di lavoro che assume un percettore del reddito di cittadinanza può beneficiare di un esonero contributivo fino a un massimo di 18 mensilità e per un importo corrispondente all'ammontare mensile percepito. Il tutto, come emerso anche da un studio della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, passa da un maggior coinvolgimento dei servizi privati e da un immediato utilizzo dei percettori anche in attività di servizi di pubblica utilità». Quali? «Penso alla manutenzione del verde, ad attività sociali all'interno della propria comunità, o in percorsi attivi nel mondo lavorativo anche cominciando con tirocini che, contemporaneamente, permettano di avviare un inserimento nel mondo del lavoro del percettore della misura. Questo permetterebbe alle figure che devono occuparsi di mediare tra la domanda e l'offerta di lavoro di comprendere meglio le competenze sulle quali intervenire. Insomma sostegno sì, ma con un obiettivo lavorativo e non puramente assistenzialistico».
Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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