
- Il governo, in bilico in entrambe le Camere, forza la mano pure sul decreto Semplificazioni. Settembre sarà un mese di passione.
- Il ministro insidia Giuseppi remando contro in Puglia, la sua regione. Roberto Fico però lo blinda, così Giggino ripiega sulla corsa alla «leadership forte» di un M5s anarchico, che in Sicilia chiede le dimissioni di Luciana Lamorgese.
- Anche in caso di disfatta elettorale di grillini e dem, Sergio Mattarella terrà in sella l'avvocato. E se cadesse lui, per evitare le urne sonderebbe comunque un esecutivo d'emergenza.
Lo speciale contiene tre articoli.
Doppietta in tre giorni. Dopo aver messo la fiducia sul decreto Emergenza alla Camera, ieri il governo ha preso la stessa strada sul dl Semplificazioni. Stavolta al Senato. Il testo del decreto è passato con 157 voti a favore e 82 contrari. Un po' di assenze tra le file dei grillini e di Italia viva, queste ultime giustificate. Il testo è infatti stato stoppato dalla Ragioneria dello Stato, che ha imposto una riformulazione della norma che consentiva a professori e ricercatori universitari di prestare consulenze private senza limiti di retribuzione.
A spaccarsi su questo specifico articolo sono stati nuovamente i grillini, motivo per cui il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, è intervenuto per soffocare le turbolenze. Esattamente come ha fatto a inizio settimana, quando una fronda di 50 pentastellati ha infilato nel Decreto emergenza un emendamento per stoppare la norma di riforma sui servizi segreti. In occasione del voto, mercoledì, addirittura 28 dei 50 firmatari non si sono presentati in Aula. Da un lato salvando il governo che non è finito sotto, dall'altro portando a galla la totale rottura tra una fetta dei M5s e il premier Giuseppe Conte. La scelta di infilare i problemi sotto il tappeto non può però durare all'infinito, tanto quanto il ricorso continuo al metodo della fiducia. Il primo atteggiamento contribuisce a deteriorare la tenuta stessa del Movimento e la seconda pratica si trasforma in un insulto alla democrazia parlamentare. Lo stato di emergenza dovuto al Covid 19 è stata la leva usata da Conte per governare a colpi di Dpcm, entrando nella vita quotidiana dei cittadini come nessuno mai aveva fatto dalla fondazione della Repubblica. È vero, l'ultima pandemia ha colpito il Paese nel 1918. E situazioni uniche possono richiedere interventi anomali.
Purtroppo il rischio è che chi governa si lasci prendere la mano. Non bisogna dimenticare che l'idea iniziale di Conte era far approvare lo stato di emergenza fino a fine anno. Si è trovato un compromesso al 15 ottobre.
Ma il ricorso compulsivo ai Dpcm è stato criticato da costituzionalisti non certo di destra. Da qui la necessità di passare dall'Aula e quindi di dover essere vagliati dal Parlamento. Da marzo a oggi i deputati e i senatori hanno già autorizzato 100 miliardi di deficit per il 2020 e altri 105 che saranno contabilizzati nei prossimi due o tre anni. Come si può pensare che tali cifre siano assegni in bianco? Rendere conto è la base della democrazia, così come arrivare a mediazioni dentro l'Aula. Evitare il redde rationem per non far cadere il governo è tutt'altro.
Fino a pochi mesi fa il ricorso al voto di fiducia era quasi una prerogativa del Senato, visti i numeri ristretti. Adesso invece il problema, come abbiamo visto a inizio settimana, coinvolge anche la Camera. Eppure è lì dove si costruisce l'impalcatura della legge finanziaria e delle prossime leggi inerenti i fondi Ue. Quando la crisi economica diventerà ancora più evidente a novembre come reagirà il Parlamento?
Senza contare che le insidie settembrine per Conte non sono certo finite con il dl Semplificazioni. La prossima settimana toccherà al Senato prendere in consegna il decreto sull'emergenza Covid. Saranno le commissioni a discuterne e il voto dovrebbe essere previsto per il giorno 21. Dentro il decreto c'è appunto l'articolo 6, con cui il governo ha rivisto le regole sulle proroghe e gli incarichi dei direttori dei servizi. Alla Camera l'argomento è stato esplosivo, come abbiamo scritto sopra. Al Senato si rischia la replica. Nelle prossime due settimane, il premier è atteso a Palazzo San Macuto, convocato dai membri del Copasir. Dovrà rispondere del colpo di mano sui Servizi. Da un lato si troverà a ribattere alla rappresentante dei 5 stelle, Federica Deini, che è stata al vertice della fronda grillina alla Camera. E dall'altro lato troverà il Pd che in modo pacato ha chiesto una marcia indietro sulla norma, con l'obiettivo di ripristinare il giusto equilibrio tra istituzioni dello Stato. Una sorta di mediazione che non strappi nulla, ma riconosca in toto l'autonomia istituzionale dell'intelligence.
Dalle scelte deriveranno anche le reazioni in Senato, dove un nuovo blitz grillino potrebbe fare male al governo. Conte potrebbe cercare in tutti i modi di evitare il Copasir prima del voto del 21 settembre, così non si infilerebbe nel cul de sac. Così facendo però alzerebbe i toni dello sgarro istituzionale a un comitato che per costituzione è composto da maggioranza e opposizione. Per un motivo non casuale. Ma per il fatto che la sicurezza nazionale non è una questione di partiti, tanto meno di singoli esecutivi, bensì della stessa Repubblica. Capiremo che cosa ne pensa il Quirinale, al quale spetta garantire un tema tanto semplice quanto delicato. Quando un governo non ha più la maggioranza in Parlamento - e non se ne trova una sostitutiva - deve essere cambiato tramite il voto.






