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2023-12-22
Evviva, Mes bocciato: stop al tormentone velenoso
Ansa
Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).
Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.
«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati».
Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.
L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso
Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati».
Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente».
Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce».
Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
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Fdi e Lega votano contro (Fi astenuta) e il M5s dell’ondivago Giuseppe Conte si accoda: non pagheremo i crac di banche straniere.L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso.Lo speciale contiene due articoli.Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati». Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trappolone-respinto-aula-boccia-mes-2666748613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lopposizione-finisce-in-mille-pezzi-ma-parla-di-centrodestra-diviso" data-post-id="2666748613" data-published-at="1703189092" data-use-pagination="False"> L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati». Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente». Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi. Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce». Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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