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2023-12-22
Evviva, Mes bocciato: stop al tormentone velenoso
Ansa
Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).
Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.
«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati».
Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.
L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso
Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati».
Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente».
Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce».
Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
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Fdi e Lega votano contro (Fi astenuta) e il M5s dell’ondivago Giuseppe Conte si accoda: non pagheremo i crac di banche straniere.L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso.Lo speciale contiene due articoli.Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati». Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trappolone-respinto-aula-boccia-mes-2666748613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lopposizione-finisce-in-mille-pezzi-ma-parla-di-centrodestra-diviso" data-post-id="2666748613" data-published-at="1703189092" data-use-pagination="False"> L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati». Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente». Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi. Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce». Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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