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2023-12-22
Evviva, Mes bocciato: stop al tormentone velenoso
Ansa
Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).
Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.
«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati».
Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.
L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso
Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati».
Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente».
Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi.
Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce».
Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
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Fdi e Lega votano contro (Fi astenuta) e il M5s dell’ondivago Giuseppe Conte si accoda: non pagheremo i crac di banche straniere.L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso.Lo speciale contiene due articoli.Un bel «no», la cui eco risuona da Montecitorio fino a Bruxelles: la Camera dei deputati boccia la ratifica della modifica del Mes, e l’Italia evita, almeno per il momento, di cascare in un trappolone dalle conseguenze potenzialmente devastanti. I voti a favore sono stati 72 (Pd, Italia viva e Azione), i contrari 184 (Fdi, Lega e M5s), gli astenuti 44 (Forza Italia, Noi Moderati, Avs). Un voto trasversale, con maggioranza e opposizione che si sono divise, per un motivo estremamente semplice: a parte il M5s, con Giuseppe Conte che negli ultimi anni ha cambiato posizione sul Mes a seconda che il suo ciuffo sventolasse verso destra o verso sinistra, gli altri partiti hanno votato in Aula in modo coerente. Parlare di spaccatura nella maggioranza per l’astensione dei berlusconiani è tecnicamente vero ma politicamente forzato: Forza Italia è l’unico partito di centrodestra che, facendo parte del Partito popolare europeo, sostiene l’attuale Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, esponente proprio del Ppe, a differenza di Ecr (gruppo europeo di Fdi) e Id (gruppo della Lega).Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, il «no» compatto di Fratelli d’Italia: Giorgia Meloni, come hanno fatto notare i suoi fedelissimi dopo il voto, ha sempre sostenuto di essere contraria alla ratifica, e ha mantenuto la posizione anche se, da presidente del Consiglio, è stata inevitabilmente sottoposta a pressioni inimmaginabili da parte di quel «salotto buono» di Bruxelles che tutto pensa di poter decidere. Se ne faranno una ragione, dalle parti della Commissione europea: in questi mesi l’Italia ha dovuto fare più volte buon viso a cattivo gioco, la Meloni ha dimostrato il suo europeismo e la sua fedeltà alle alleanze con i fatti e assumendosi responsabilità pesantissime, dal sostegno senza se e senza ma all’Ucraina e a Israele fino all’ok, sofferto, alla riforma del Patto di stabilità. A questo proposito: avevamo visto giusto, noi della Verità, quando avevamo spiegato la frase di Giorgia Meloni «non vedo link tra il Mes e il Patto di stabilità» con la volontà della premier, in caso di via libera al Patto, di tenersi le mani libere sul Mes. È esattamente quello che è accaduto.«Il governo», ha fatto sapere ieri Palazzo Chigi pochi minuti dopo il voto, «che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio sulla scelta di non ratificare la modifica al trattato Mes. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente. In ogni caso», hanno aggiunto le fonti della Presidenza del Consiglio, «il Mes è in piena funzione nella sua configurazione originaria, ossia di sostegno agli Stati membri in difficoltà finanziaria. La scelta del Parlamento italiano di non procedere alla ratifica può essere l’occasione per avviare una riflessione in sede europea su nuove ed eventuali modifiche al trattato, più utili all’intera Eurozona». Un concetto ribadito dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Attuazione del programma, Giovanbattista Fazzolari: «Il nostro sistema bancario è fra i più solidi dell’Europa e del mondo intero, e non abbiamo bisogno di modificarlo per salvare grandi banche in difficoltà di altri Stati». Una valutazione che fa piazza pulita della narrazione tossica che ha accompagnato il dibattito sulla ratifica del nuovo Mes, e che La Verità ha frequentemente sbugiardato: un ok alla ratifica avrebbe significato che, nel caso di un fallimento di una banca straniera, anche i contribuenti italiani avrebbero dovuto partecipare al suo risanamento. Il Mes, per rendere l’idea degli ordini di grandezza di cui parliamo, ha un capitale sottoscritto pari a 704,8 miliardi, di cui 80,5 sono stati versati; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi. L’Italia ha sottoscritto il capitale del Mes per 125,3 miliardi, versandone oltre 14. Se per ipotesi una banca di una nazione europea fallisse, l’Italia, con l’entrata in vigore del nuovo trattato, poteva essere chiamata in linea teorica a versare 125,3 miliardi per contribuire al salvataggio. La realtà era stata, come spesso accade, diabolicamente capovolta: si tentava di convincere l’Italia ad approvare la riforma del Mes aggiungendo al via libera una formula che rendesse necessario per il nostro Paese un voto del Parlamento, magari addirittura a maggioranza qualificata, per accedere al prestito. Una ipotesi ventilata dal paladino del Mes Enzo Amendola, ex ministro e attuale deputato Pd, che per qualche giorno sembrava poter fare breccia anche tra i partiti di maggioranza. Un capovolgimento della realtà: la trappola del nuovo Mes non consisteva nella ipotesi di chiederne il sostegno, essendo il nostro sistema creditizio solido e i nostri titoli di Stato assai appetibili sui mercati, ma di dover pagare il crac di qualche banca straniera. Infine, va riconosciuto alla Lega, e in particolare al suo leader Matteo Salvini, di aver tenuto duro: quando qualcuno tra gli alleati e nel suo stesso partito sembrava barcollare, il vicepremier ha tenuto nervi saldi e barra dritta, così come gli consigliavano gli economisti del Carroccio, a partire da Claudio Borghi. L’European stability mechanism «si rammarica della decisione del Parlamento italiano di votare contro la ratifica del trattato Mes riveduto», ha commentato l’ad, Pierre Gramegna, in una nota. «Senza la ratifica di tutti gli Stati membri, il Mes non sarà in grado di fornire il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico dell’unione bancaria, di cui beneficerebbero tutti i Paesi dell’area euro», ha aggiunto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trappolone-respinto-aula-boccia-mes-2666748613.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lopposizione-finisce-in-mille-pezzi-ma-parla-di-centrodestra-diviso" data-post-id="2666748613" data-published-at="1703189092" data-use-pagination="False"> L’opposizione finisce in mille pezzi ma parla di centrodestra diviso Dopo tanti rinvii, ieri il Parlamento ha bocciato la ratifica della riforma del Mes. L’Aula della Camera ha detto no a ratifica ed esecuzione dell’Accordo recante modifica del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità, con 72 voti a favore, 184 contrari e 44 astenuti. Hanno votato a favore della ratifica del Mes Pd, Più Europa, Iv e Azione. Hanno votato contro Lega, Fratelli d’Italia e M5s. Si sono astenuti Forza Italia, Noi moderati e Avs. Immediata la reazione dell’opposizione: «La maggioranza s’è spaccata. In frantumi la credibilità della Meloni». Quella che è andata a pezzi per la verità è la propaganda della sinistra che nelle settimane precedenti aveva sostenuto che Giorgia Meloni si sarebbe piegata all’Europa e avrebbe approvato il Mes. E invece la premier è rimasta coerente con quanto aveva sempre sostenuto, non lasciando peraltro una «bandiera» così identitaria alla Lega. Matteo Salvini, vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti commentato: «Il Parlamento boccia il Mes, pensionati e lavoratori italiani non rischieranno di pagare il salvataggio delle banche straniere. E pazienza se a sinistra si arrabbieranno. Una battaglia della Lega combattuta per anni e finalmente vinta. Avanti così, a testa alta e senza paura». Aggiungendo a proposito di spaccatura: «Non c’è nulla, mi sembra invece che si sia divisa l’opposizione, con il Pd che vota a favore e M5s contro». In mattinata in commissione Bilancio la maggioranza aveva dato parere contrario alla ratifica come proposto dalla relatrice di Fdi, Ylenja Lucaselli, ma Fi aveva già deciso di non esprimersi e una volta in Aula astenersi come annunciato dal deputato azzurro Andrea Orsini che ha definito la votazione «irresponsabile»: «L’opposizione ha voluto portare in Aula questa ratifica non perché sia importante o urgente ma con l’illusione di metter in imbarazzo il governo su un tema che si ritiene divisivo. I primi a essere divisi siete voi se è vero che il Pd è favorevole per motivi sbagliati e il M5s è contrario per motivi altrettanto sbagliati». Da fonti di Palazzo Chigi il commento dell’esecutivo: «Il governo, che si era rimesso al Parlamento, prende atto del voto dell’Aula di Montecitorio. Si tratta di un’integrazione di relativo interesse e attualità per l’Italia, visto che come elemento principale prevede l’estensione di salvaguardie a banche sistemiche in difficoltà, in un contesto che vede il sistema bancario italiano tra i più solidi in Europa e in Occidente». Attaccano le opposizioni che sottolineano il voto contrario arrivato all’indomani del via libera al nuovo Patto di stabilità. «Meloni, Salvini e Conte si confermano populisti e dicono no al Mes. Forza Italia sempre più imbarazzante si astiene come la sinistra radicale», ha scritto su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi. Solita richiesta della segretaria Pd Elly Schlein: «Giorgetti dovrebbe valutare le dimissioni perché quella che la maggioranza ha messo in evidenza in Parlamento è una clamorosa smentita di Giorgetti», mentre il leader di Azione Carlo Calenda scrive sui social: «Oggi la maggioranza si spacca sul Mes e così il campo largo. È la testimonianza che questo Paese non si può governare con un bipolarismo che produce solo contraddizioni e figuracce». Durissimo l’intervento in Aula di Giuseppe Conte: «Giorgia Meloni ha mentito al Parlamento, solo oggi decidete sul Mes e vi assumete le vostre responsabilità: noi lo abbiamo rifiutato quando tutti lo volevano. Il Mes rimarrà un accordo intergovernativo e non comunitario. Noi siamo coerenti, votiamo no a causa della vostra incapacità, della vostra incompetenza, della vostra imperizia. Purtroppo, denunciamo questa vostra pantomima antipatriottica».
Imagoeconomica
Giovedì, gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo difensori del carabiniere di 44 anni, sposato con due figli, hanno inviato la richiesta alla Verità, indicando le coordinate Iban del carabiniere per il versamento. L’importo della provvisionale sarà quindi versato dal Marroccella sul conto corrente dell’avvocato Claudia Serafini, che rappresenta le parti civili assieme a Michele Vincelli. Era stato lo stesso studio legale Serafini-Vincelli a presentare ai difensori, tramite lettera raccomandata, la richiesta di pagamento «delle somme liquidate» il 7 gennaio dal giudice Claudio Politi.
Nella sentenza, oltre alla condanna del Marroccella a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», il magistrato aveva disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, che si sono costituiti parte civile.
La notte del 20 settembre 2020, il carabiniere era intervenuto dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur e per bloccare il delinquente, che aveva aggredito e ferito un altro vicebrigadiere, aveva sparato uccidendo il Badawi. L’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio, è di 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli per un totale di 125.000.
Ma non è finita. Gli avvocati delle parti civili chiedono anche il pagamento di 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano. Somma maggiorata dalle voci indicate in ciascuna delle due parcelle come spese generali, contributo per la Cpa, la Cassa previdenza avvocati, e Iva, che eleva a 12.849,01 euro la cifra dovuta ai legali dei parenti del siriano.
Scandaloso è che i familiari avevano chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Come aveva evidenziato La Verità, per gli extracomunitari può bastare una autocertificazione a dimostrazione di non essere abbienti. Il vicebrigadiere, al quale nemmeno sono state concesse le attenuanti generiche e che ha subìto pure l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, deve dunque dare ben 137.849,01 euro. Per fortuna c’è stata la straordinaria risposta dei lettori della Verità, altrimenti Marroccella non sapeva proprio come raccogliere tutti questi soldi, pari a più di sei anni di stipendio.
Sconcerta, inoltre, la domanda di risarcimento presentata da tredici tra figli e fratelli del siriano, che da come risulta nella memoria difensiva «hanno dichiarato di essere familiari stretti della persona deceduta. Tuttavia, il rapporto parentale, che costituisce il presupposto logico e giuridico per la legittimazione attiva e per la liquidazione del danno, non è stato oggetto di prova diretta».
In 13 si sono costituiti parte civile, ma «solo uno dei cinque figli del Badawi si è fatto vedere durante il processo, degli altri nemmeno l’ombra», sottolineano i legali del vicebrigadiere. Era questa la sofferenza dei familiari superstiti? C’era un provvedimento di decadenza dalla potestà genitoriale del siriano nei confronti di tutti e cinque i figli, la sua famiglia si era spostata in Svizzera come «volontà di allontanamento dalla persona di Jamal Badawi», dichiararono durante il procedimento penale gli avvocati Gallinelli e Rutolo.
L’unico figlio presente alle udienze affermò che nel 2019 c’erano state reciproche visite a Roma e in Svizzera tra il siriano e la sua famiglia, evidentemente per dimostrare il mantenimento di un legame. Non era possibile perché «il 24 luglio 2017, Badawi era stato tradotto in carcere per l’esecuzione di una pena detentiva pari ad anni 3 e mesi 3 per il reato di estorsione, con scarcerazione per fine pena il 22 gennaio 2020», documentava la difesa del Marroccella.
Bisognerà aspettare aprile, per conoscere le motivazioni di una sentenza così dura nei confronti del vicebrigadiere e che ha inasprito la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Però il risarcimento del danno da reato presuppone l’esistenza di un fatto illecito, ossia di una condotta antigiuridica produttiva di danno ingiusto. «Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire», sostengono i suoi avvocati che ricorreranno in Appello.
Per la provvisionale, la difesa riteneva che «non sussistano i presupposti per il riconoscimento delle statuizioni civili come richieste: in particolare, infatti, mancano sia il presupposto dell’illecito, sia la prova del vincolo parentale in capo alle parti civili costituite, il cui legittimo diritto al risarcimento non risulta né provato né presunto nei termini richiesti dall’ordinamento». Il giudice l’ha concessa, assieme al pagamento delle spese delle parti civili.
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Prima ancora che in carcere, Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour (Cuneo) condannato in Appello a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori, rischia di finire sotto i ponti, insieme a tutta la sua famiglia.
Se da un lato la sentenza di appello ha ridotto la pena rispetto ai 17 anni del pronunciamento di primo grado, dall’altro, la conferma della provvisionale di 780.000 euro complessivi (più spese legali per almeno 88.000 euro) rende esecutiva quella parte della sentenza, anche se, a differenza di quanto avveniva in passato, il pronunciamento (del quale non sono ancora state depositate le motivazioni) non è ancora irrevocabile. Dopo la sentenza di primo grado, nel maggio 2024, i due immobili di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti ancora 480.000 euro, come detto oltre le spese legali. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte. Ma in caso di condanna definitiva, oltre alle porte del carcere per il gioielliere si aprirebbero anche quelle di una causa civile multimilionaria. Per definizione, le provvisionali stabilite dai giudici all’interno di un processo penale sono l’importo dovuto dalla persona condannata come risarcimento parziale, mentre l’ammontare complessivo viene stabilito in un procedimento separato. Nel caso di Roggero, le richieste risarcitorie delle 15 parti civili corrispondono a circa 3.300.000 euro, cifra che rende facilmente prevedibile che, qualora la Cassazione dovesse confermare la condanna in via definitiva, si aprirebbe un processo civile con una richiesta risarcitoria di ben oltre 3 milioni di euro.
Al momento però il problema principale che Roggero si trova a dover affrontare è soprattutto quello dall’ormai prossima procedura di espropriazione forzata immobiliare, che ovviamente sarà impugnata dai suoi legali, ma che crea una situazione decisamente complessa, non solo per il gioielliere, ma per tutta la sua famiglia.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione all’interno del negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre tre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Sia durante le indagini che nel corso del processo il commerciante ha sempre sostenuto di non aver sparato per uccidere i rapinatori, ma per salvarsi la vita. Un concetto ribadito in una dichiarazione spontanea resa nell’aula della Corte d’Appello di Torino il 3 dicembre scorso: «Se lui non mi avesse puntato la pistola, io non avrei sparato». Un timore derivante anche da una violenta rapina subita nel 2015. I due responsabili erano stati condannati al pagamento di una somma pari a 95.000 euro come risarcimento. «Sapete quanto ci hanno versato i due rapinatori in cinque anni? Per due volte 50 euro. La mia vita e quella della mia famiglia non sono state più le stesse: continuiamo a vivere nella paura, ogni sconosciuto che entra in negozio ci ricorda quei momenti di terrore», aveva spiegato Roggero.
Ma già nel processo di primo grado i giudici del tribunale di Asti avevano escluso la legittima difesa, condannando, il 4 dicembre 2023, Roggero a 17 anni di reclusione per omicidio volontario, a fronte dei 14 chiesti dalla pubblica accusa. Eppure la perizia psichiatrica richiesta dal tribunale riconosceva che il gioielliere era in una condizione di «stress post-traumatico», derivante dalla rapina del 2015: «Vuole difendersi e difendere la sua famiglia dall’aggressione subita nella rapina. Deve difendere la moglie, le figlie. Perché sa come è andata la rapina precedente. Il dolore, la paura, il terrore, le conseguenze fisiche ancora presenti». Esattamente due anni dopo, il 3 dicembre scorso, la Corte d’Appello di Torino, ha confermato la decisione, abbassando però la pena.
Il complice vuol pure i danni biologici
A far arrivare la provvisionale che il gioielliere Mario Roggero dovrà pagare all’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi, è il numero di parti civili, ben 15, che i giudici del tribunale di Asti hanno ammesso nel procedimento contro il commerciante settantunenne, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo. Complessivamente la cifra chiesta dalle parti civili arriva a 3,3 milioni di euro, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione.
Tra gli atti per procedimento a colpire è la richiesta di danni avanzata dai legali di Alessandro Modica che per il tentato colpo del 28 aprile 2021 nella gioielleria di Grinzane Cavour, ha patteggiato successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione. Durante il processo l’uomo, che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo, raccontò di essere stato lui a indicare ai due complici poi rimasti uccisi l’attività commerciale di Roggero.
Per lui i legali hanno chiesto un risarcimento complessivo di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta affermano che Roggero «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica ha per ben due volte attentato alla sua vita». «All’evidenza», prosegue il documento, «non si tratta di una ipotesi di responsabilità per colpa, essendo al contrario evidente la natura dolosa dell’illecito contestato all’imputato, agli importi calcolati in forza delle percentuali accertate dai consulenti di parte si è applicata la maggiorazione massima prevista per il danno non patrimoniale risarcibile, tenuto conto dell’età del danneggiato al momento del fatto (34 anni), nonché della percentuale di danno permanente accertata (e non contestata dall’imputato) nella misura del 35%».
Tra le varie voci spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato proprio a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
Alla «figlia di fatto» di Andrea Spinelli, uno dei due rapinatori morti nella sparatoria avvenuta dopo il tentato colpo, le toghe hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
Nelle loro conclusioni i legali che rappresentato la famiglia (a eccezione del «padre di fatto») evidenziano che la legittima sofferenza dei loro assistiti è stata «ulteriormente ampliata dalla risonanza mediatica che ha avuto la vicenda», riservandosi «l’approfondimento del tema della personalizzazione del danno da morte violenza in sede civilistica». In poche parole, le cifre potrebbero salire ulteriormente.
La compagna dell’altro rapinatore ucciso, Giuseppe Mazzarino, chiede a Roggero un risarcimento di 343.000 euro, somma in parte giustificata da un aumento del punteggio legato a un’invalidità permanente originata da una grave patologia di cui soffre la donna. A lei i giudici di primo grado hanno riconosciuto una provvisionale da 60.000 euro. La stessa prevista per i due figli minorenni dell’uomo per conto dei quali i legali hanno presentato una richiesta di 294.000 euro a testa. Complessivamente le tre richieste ammontano a 931.000 euro.
Anche la madre e i quattro fratelli di Mazzarino sono tra le parti civili. Per la perdita del figlio i legali della donna hanno chiesto un risarcimento di 235.000 euro e i giudici le hanno riconosciuto una provvisionale di 35.000. I due fratelli e le due sorelle rivendicano invece 127.000 euro circa a testa, e a ognuno dei quattro è stata riconosciuta una provvisionale da 20.000 euro.
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