Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Mohammad Hannoun (Ansa)
- Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.
- Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.
Lo speciale contiene due articoli
Quella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.
L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.
Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.
In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi».
La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?».
Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda.
Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici.
L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.
Col Ramadan parte la patrimoniale islamica
Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.
Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».
Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».
Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
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Se un poliziotto spara a un delinquente finisce sotto inchiesta, ma se un magistrato distrugge la vita di un innocente non paga mai. Gianluigi Paragone a valanga contro il sistema giudiziario italiano.
(Ansa)
Operazione contro gli antagonisti in prima fila nei tafferugli dei mesi scorsi: avrebbero picchiato degli agenti, devastato le Ogr, assaltato la sede della «Stampa» e bloccato stazioni e aeroporti. Tutti vicini ad Askatasuna.
«La gravità delle condotte poste in essere dagli indagati durante le manifestazioni di protesta rende concreto, serio e quantomai attuale il pericolo che simili azioni violente sfocino in eventi ancor più gravi, con esiti infausti». È la valutazione con la quale il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, Valentina Rattazzo, ha disposto ieri 18 misure cautelari nel procedimento sui disordini avvenuti nel capoluogo piemontese durante le mobilitazioni pro Pal e per la Global sumud flotilla.
Cinque arresti domiciliari. Dodici obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Un divieto di dimora nel Comune di Torino (i pubblici ministeri Davide Pretti ed Eleonora Sciorella avevano chiesto gli arresti domiciliari per tutti e 18 gli indagati).
I destinatari hanno tra i 19 e i 29 anni. Si procede per resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata e danneggiamento aggravato. Ma la cifra dell’ordinanza non è rintracciabile nel numero delle misure. È nella diagnosi. Il gip parla di «una elevata» probabilità di «recidivanza specifica». E aggiunge che la sequenza degli episodi, la loro «persistenza e intensità crescente nel tempo» renderebbero «concreto e attuale il rischio di ripetizione di reati analoghi». È la fotografia di un ciclo. Le cui motivazioni, secondo gli inquirenti, «vengono individuate nella critica delle decisioni politiche della maggioranza governativa e soprattutto nella volontà di solidarizzare e manifestare a favore del popolo palestinese». Il perimetro degli accertamenti riguarda sette manifestazioni. Cortei studenteschi e mobilitazioni organizzate da collettivi considerati vicini ad ambienti antagonisti. Con la parola «Askatasuna» che viene ripetuta nell’ordinanza ben 41 volte.
I gruppi citati sono il Collettivo universitario autonomo e il Collettivo studentesco autorganizzato (espressioni di Askatasuna), con il coinvolgimento di «soggetti minorenni» e il «sodalizio» Progetto Palestina. Il 2 ottobre 2025, circa 2.000 manifestanti si radunano davanti a Palazzo Nuovo. La ricostruzione riportata nell’ordinanza riprende testualmente la comunicazione di notizia di reato della Digos. Un gruppo di circa 70 militanti si distacca dal corteo principale. Destinazione: aeroporto di Torino Caselle. «Gli antagonisti, molti dei quali con il volto travisato, asi sono avvicinati a piedi alla recinzione perimetrale, tagliandone una porzione. Circa 30 persone hanno così fatto accesso all’interno dell’area aeroportuale, rendendo necessario per allontanarle l’intervento del Reparto mobile». Decolli e atterraggi sospesi per circa 30 minuti. Le immagini sono centrali nell’impianto accusatorio.
L’ordinanza richiama riprese e filmati. In un passaggio si legge che gli indagati, immortalati mentre si trovano «esattamente nelle immediate adiacenze della recinzione e pochi istanti dopo lo stesso taglio», non sono figure passive. «Incitano, dapprima, gli altri manifestanti ad avvicinarsi alla recinzione […] una volta aperto il varco […] aiutano gli altri a passare; ma non solo, incitano i medesimi a non avere remora alcuna […] a superare quel passaggio». Un altro capitolo riguarda le Officine grandi riparazioni. Le immagini collocano alcuni indagati «pochi istanti dopo la diffusa devastazione dei locali interni delle Ogr e la rottura dei tornelli», in una fase definita come «per nulla neutra» e «densa di significato».
Il 28 novembre la protesta arriva dentro la sede del quotidiano La Stampa. L’ordinanza parla di «effetto costrittivo realizzato nei confronti delle addette alla reception e alla sicurezza», che sarebbero state costrette «a tollerare l’irruzione dei manifestanti nei locali interni della sede del quotidiano, ove successivamente verrà messo in atto il danneggiamento» al grido di «giornalista terrorista sei il primo della lista». L’ordinanza ricostruisce anche gli episodi avvenuti davanti alla sede di Leonardo e nei locali della Città metropolitana di Torino. Nel primo caso, si verificò un «fitto lancio di oggetti contundenti e di pietre all’indirizzo delle forze dell’ordine, nonché delle autovetture dei dipendenti, rendendo necessario l’utilizzo di lacrimogeni». Nel secondo, dopo «un fitto lancio di vari oggetti davanti all’ingresso, una volta fatto accesso all’interno dei garage dell’immobile», gli indagati avrebbero «colpito gli agenti con le aste di bandiere e un estintore, il cui gas era stato precedentemente utilizzato contro gli operatori di polizia per impedirne la visuale».
E poi ci sono le occupazioni ferroviarie: quella di Torino Porta Nuova del 22 settembre e del 24 settembre 2025, quella di Porta Susa del 24 settembre dello stesso anno. Ma anche blocchi stradali. La parola «devastazione» viene usata dal gip undici volte, ma il reato contestato è quello di danneggiamento (a Roma invece per l’assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre 2021 scattò subito la contestazione di devastazione, poi caduta in Cassazione). Il gip richiama anche più volte i precedenti di polizia di alcuni indagati: «Plurime denunce per fatti similari commessi in occasioni di altre manifestazioni pubbliche». Per cinque di loro, secondo il gip, «nessuna più attenuata misura sarebbe idonea a salvaguardare le citate esigenze». In uno dei casi la valutazione è questa: «Misure meno afflittive […] non consentendo un costante controllo […] non risultano compatibili con la personalità manifestata dall’indagato a causa della sua condizione di persona proclive a partecipare, con violenza, a manifestazioni pubbliche».
I nomi dei cinque antagonisti finiti ai domiciliari campeggiano nell’ordinanza: Nicola Francesco Gastini, «leader» di Ksa, Fabio Alessandria, Omar Boutere, il liceale italo-marocchino che, dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, si nascose a casa della leader di Askatasuna, Sara Munari (che dovrà presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria), Margherita Brizzi, Francesco Fascio, Hafsa Marragh. Per altri 12, invece, l’obbligo di firma viene ritenuto sufficiente. Si richiama il principio di proporzionalità, quello «della minor compressione possibile della libertà personale». E si sottolinea che «la pur breve esperienza processuale, determinata dall’incontro con l’autorità giudiziaria in sede di interrogatorio preventivo, ha certamente avuto efficacia deterrente».
Il coordinamento Torino per Gaza, di cui fa parte anche Askatasuna, ha indetto per il 14 marzo un corteo con lo slogan «Non ci fate paura». Appuntamento alla prossima devastazione.
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Carola Rakete (Getty)
Dopo il maxi risarcimento disposto per Sea Watch 3, ieri è stato revocato il provvedimento di fermo della Sea Watch 5. Annullate anche le sanzioni comminate alla Geo Barents di Medici senza frontiere. Ignazio La Russa: «Su Carola Rackete una decisione abnorme».
«Il provvedimento di fermo della Sea Watch 5 è stato revocato. Ieri (l’altro ieri, ndr) il tribunale di Catania ha deciso di sospendere il provvedimento di fermo di 15 giorni e la relativa multa. Presto torneremo nel Mediterraneo centrale»: esulta così sui social la Ong Sea Watch, mai come in questi giorni sotto i riflettori della cronaca e al centro del dibattito politico sul referendum sulla giustizia, dopo la notizia del maxi risarcimento per il fermo di un’altra loro nave, la Sea Watch 3.
Il provvedimento di fermo era stato emesso dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, compresi due bambini, lo scorso 25 gennaio con l’assegnazione di Catania come porto sicuro. L’intervento, sottolinea ancora la Ong, era avvenuto in acque internazionali, nella zona Sar libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane perché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso. Una scelta, quella della nave Sea Watch 5, spiega la Ong, compiuta per «le continue violazioni dei diritti umani». Il provvedimento è cautelare ed è stato emesso nell’attesa del giudizio di merito con udienza fissata per il prossimo 2 marzo davanti la prima sezione civile del tribunale di Catania.
La decisione dei giudici ha suscitato un certo clamore, ma solo per i soliti toni trionfalistici e di sfida delle Ong nei confronti dello Stato italiano: in realtà il provvedimento di fermo sarebbe scaduto in queste ore, e l’udienza di merito è fissata tra sole due settimane. «Continue provocazioni di alcuni giudici a favore di Ong straniere che trasportano clandestini», ha commentato la Lega su X, «contro l’Italia e gli italiani. Votare Sì è un dovere morale».
A infiammare il dibattito politico è invece ancora la vicenda dell’altra nave della stessa Ong, la Sea Watch 3, sotto i riflettori per la decisione del tribunale di Palermo che ha stabilito che l’Ong dovrà essere risarcita di quasi 100.000 euro per il blocco subito dalla nave stessa, nel 2019, per il famoso caso che vide protagonista Carola Rackete. La nave, con la Rackete al comando, nel 2019 forzò un blocco del governo gialloverde ed entrò in porto a Lampedusa con 43 migranti a bordo, speronando una nave da guerra della Guardia di finanza. La nave era stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre 2019: subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento, ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro.
La vicenda ha suscitato le dure proteste di tutto il centrodestra, a partire da quelle del premier Giorgia Meloni e del vicepremier Matteo Salvini. Ieri, parlando con il Corriere della Sera, il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha spiegato tecnicamente l’accaduto: «È una questione squisitamente tecnica», ha detto Morosini, «di tutela del patrimonio sulla quale la destinazione e l’utilizzo della nave non hanno alcuna rilevanza. Per spiegare la cosa ancora meglio: è come il caso della sopravvenuta inefficacia di un sequestro amministrativo di un’auto in seguito ad un illecito stradale. Il legittimo proprietario», ha aggiunto Morosini, «chiede poi la restituzione del veicolo e l’amministrazione gliela nega senza motivazione. A quel punto però l’amministrazione non può pretendere di fargli pagare le spese per la custodia della vettura trattenuta illegittimamente».
Ieri, tra le decine di voci del centrodestra critiche nei confronti della decisione del tribunale di Palermo, si è ascoltata forte quella della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Non devo entrare nella polemica referendaria o cose del genere», ha sottolineato La Russa, «ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile fare rispettare le leggi in Italia. È sotto gli occhi di tutti l’abnormità, secondo me, di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana delle forze dell’ordine».
Per non farci mancare nulla, ieri il tribunale civile di Genova ha definitivamente annullato le sanzioni comminate nel settembre 2024 alla Geo Barents, ex nave di salvataggio di Medici senza frontiere, già sospese nell’ottobre 2024. Lo ha reso noto la stessa Ong, che ha commentato: «Ancora una volta la giustizia ha confermato il nostro dovere di soccorso».
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