Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Anselmo Bucci. L’addio, 1917. Collezione privata, courtesy M.M.M. Arte Contemporanea, Monza
Al MART di Rovereto una grande monografica (fino al 27 settembre 2026) di oltre 150 opere ripercorre la vita e la carriera di Anselmo Bucci, artista e intellettuale raffinato, fra le figure più complesse e variegate del XX secolo.
Pittore inanzitutto. Ma anche incisore, scrittore , fine intellettuale e, soprattutto, uomo dal pensiero libero e indipendente, Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887- Monza, 1955) si può definire un «paradosso del primo Novecento italiano» visto che, nonostante fosse una figura di spicco nel panorama artistico del tempo, il suo nome è rimasto in ombra rispetto a quello di altri artisti. Di Siron, Funi e Carrà per esempio, come lui legati al «Gruppo del Novecento », fondato nel 1923 da Margherita Sarfatti , ma ben più noti e celebrati di Bucci, che del Gruppo scelse il nome, ne scrisse il manifesto e ne condivise «il ritorno all’ordine Classico », ma che dal Gruppo se ne andò presto. E non certo per moda, ma per coerenza alle sue idee e al suo «modus vivendi», che lo portò a viaggiare fra l’Italia e la Francia, da Milano a Parigi, dove visse a Montmartre e a Montparnasse e dove conobbe Picasso e Modigliani. Libero e indipendente, artista di cultura e non di bandiera, Bucci era troppo europeo per restare prigioniero di una retorica nazionale e per questo rimase ai «margini », visto come « figura scomoda» invece che come «alternativa». Un’alternativa che il Novecento (inteso come Gruppo e come secolo) non ha saputo o voluto gestire, preferendo accantonare…. Ecco, la grande retrospettiva in corso al MART (curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni ), lungi dall’essere un «omaggio pietoso » a un dimenticato, vuole restituire a Bucci la sua giusta dimensione di uomo e di artista, smontandone l’ idea di figura marginale e secondaria.
La Mostra
Attraverso 150 opere, molte delle quali inedite, emerge tutto ciò che Bucci era e rappresentava: l‘Italia e l’Europa dei primi decenni del XX° secolo, le trincee e i campi di battaglia della Grande Guerra vissuta come «pittore di guerra » (Bucci partecipò da volontario al primo conflitto mondiale), la borghesia e i circoli intellettuali. Con straordinaria suggestione cromatica, sottile ironia e grande capacità di «leggere gli animi», Bucci ha realizzato ritratti di rara umanità e bellezza ( uno su tutti, presente in mostra, il «Ritratto di Rosa Rodrigo » - La Bella -, icona assoluta dello stie italiano degli anni ‘20) , anche quando , da osservatore impietoso della borghesia milanese, non risparmiava «ferocia critica» ai suoi soggetti. Curioso e attento a temi diversi, contrario alle rotture drastiche degli avanguardisti così come agli accademismi sterili, Bucci guardava ai maestri ottocenteschi piegandoli alla modernità nascente, alle luci e alla vivacità di Parigi e Milano, un po’ impressionista e un po’ futurista, senza essere né l’uno né l’altro, ma solo sé stesso. Nei suoi lavori, dai paesaggi agi interni, non c’è nostalgia ma analisi, la rappresentazione di una realtà che non è fotografica ma quasi « menzoniera», perché mediata dal punto di vista dell’artista, dal suo modo di sentire e vedere il mondo, che in Bucci è di un’originalità assoluta: basti pensare a L’ addio, uno straordinario olio su tela datato 1917 dove lo strazio materno per la perdita di un figlio è ricondotta a una dimensione intimista di rara bellezza. Figura poliedrica, Bucci ci ha lasciato anche una serie di disegni e incisioni di una capacità tecnica e libertà espressiva non comuni , carboncini dalla nervatura secca tipica di chi ha disegnato la guerra e rappresentazioni del mondo vegetale e animale, come le bellissime illustrazioni a punta secca del Libro della giungla di Kipling (alcune esposte i mostra).
Ma senza nulla togliere ad un percorso espositivo esauriente e pieno di fascino, che davvero apre il sipario su un artista meritevole di essere rivalutato e riscoperto «a tutto tondo» , fosse solo per quella radicata e fortissima coerenza che ha accompagnato e contraddistinto tutta la sua vita, vera chicca della mostra è la monumentale ( e mai terminata ) opera, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo, I Maschi, un grande dipinto di ispirazione mitologica raffigurante un gruppo di uomini intenti alla caccia che viene sopraffatto dalle Amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi e rivela la fascinazione per il nudo maschile. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini al Novecento Italiano, offrendo un significativo esempio del suo metodo pittorico.
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Se gli Stati Uniti dominano con la tecnologia e il Medio Oriente con il petrolio, nella Penisola gli istituti si rafforzano grazie alla vera ricchezza del Paese: i risparmi dei cittadini. È la strategia della «fortezza Italia».
Chi ha passato gli ultimi tre anni a inseguire i miti della Silicon Valley e le promesse dell’Intelligenza artificiale, si è perso un altro monumentale rally dei mercati azionari. Molto più «locale». Un boom che non parla americano e non abita nel metaverso, ma ha radici solide nella vecchia Europa e, soprattutto, in Italia.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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Getty Images
Il padre del comunismo era ebreo, ma la sua famiglia rinnegò religione e identità. Scatenando in lui l’odio per le sue origini. Se ne parla poco, perché gli epigoni di Karl restano tanti. Anche con i vessilli arcobaleno...
Se qualcuno si azzarda a parlare del razzismo di Karl Marx, e del suo nauseante antisemitismo, scattano le accuse rituali di «strumentalizzazione» e «decontestualizzazione».
Eppure la domanda è semplice, elementare, quasi banale: quanto Marx, il padre del comunismo, il pensatore più citato del XX secolo, l’uomo le cui idee hanno dominato mezzo mondo e ispirato rivoluzioni, era razzista e antisemita? E quanto tutto questo è scolato nei suoi figli di primo e secondo letto: comunismo sovietico, nazionalsocialismo tedesco, fascismo (che non era certo un movimento conservatore, ma un movimento rivoluzionario fondato da un socialista), femminismo e omosessualismo? Le bandiere israeliane cacciate da pride e cortei di isteriche che invocano l’aborto come vittoria etica, il bestiale disinteresse a burka e lapidazioni, l’immonda indifferenza allo sterminio di gay non bianchi come quelli palestinesi o iraniani, non sono casuali e non sono contraddizioni: nascono dal razzismo e dall’antisemitismo di Marx. E i documenti per dimostrarlo non mancano.
Nel 1843, a soli 25 anni, Marx scrisse Zur Judenfrage (Sulla questione ebraica) - pubblicato a Parigi l’anno successivo sul Deutsch-Französische Jahrbücher, il saggio che nessuno vuole leggere. Il testo è ufficialmente presentato come una risposta al filosofo Bruno Bauer, una riflessione sull’emancipazione politica e sulla modernità, ma chiunque lo legga con occhi non bendati da fede ideologica si trova di fronte a qualcosa di ben più inquietante. Marx, figlio di una famiglia ebraica, il vero cognome era Mordechai, il cognome del padre. La famiglia si è convertita al protestantesimo e ha cambiato non solo religione, ma il cognome dei suoi componenti. Marx perde la sua religione, il suo cognome, la sua identità. Il suo sogno diventa sottrarre a tutte le creature umane religione e identità. In particolare odia gli ebrei. Scrive degli ebrei come fossero l’incarnazione vivente del Male capitalista. Il denaro è il «dio mondano» degli ebrei, scrive. La loro religione è «religione pratica», «egoismo pratico». L’essenza dell’ebraismo? Il traffico, il guadagno. Il Dio degli ebrei? Il denaro. Parole che, pronunciate da chiunque altro in qualunque altro contesto, farebbero alzare immediate denunce per incitamento all’odio. I difensori d’ufficio del profeta di Treviri hanno da sempre una risposta pronta: era una critica filosofica, non un attacco razziale; era una metafora del capitalismo, non un giudizio sugli ebrei reali. Ma questa difesa è un esercizio di acrobazia intellettuale che non regge all’analisi testuale.
Quando Marx scrive che «l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dall’ebraismo», sta dicendo che la liberazione dell’uomo richiede la sparizione della cultura e dell’identità ebraica. È una sentenza di morte culturale mascherata da filosofia. Nelle lettere private la maschera cade definitivamente. Se nei testi pubblici Marx poteva ancora nascondersi dietro le astrazioni filosofiche, nelle lettere private la maschera cade del tutto. La corrispondenza con Friedrich Engels è uno specchio impietoso dell’anima del filosofo. Ferdinand Lassalle, leader del movimento operaio tedesco, era di origini ebraiche. Marx lo chiamava sistematicamente con soprannomi degradanti, riferendosi alla sua «origine negra» e al suo aspetto fisico con un disprezzo che oggi definiremmo senza esitazione razzismo biologico. Non una volta, non per uno sfogo momentaneo: ripetutamente, ossessivamente, con quella cattiveria sistematica che non è il frutto di una giornata storta ma di un convincimento profondo. Engels non era da meno. La corrispondenza tra i due è costellata di osservazioni sprezzanti su popolazioni slave, su africani, su asiatici. Un etnocentrismo brutale, non il lieve etnocentrismo che può essere perdonato a uomini del loro tempo, ma qualcosa di più duro, di più convinto, di più ideologicamente strutturato.
C’è poi la questione delle «razze senza storia», una delle teorie più perturbanti del pensiero marxiano. Marx ed Engels erano convinti che certi popoli - i cechi, gli slovacchi, i croati, i serbi, le popolazioni slave in generale - fossero «residui di popoli» destinati a scomparire sotto la marcia della storia. Popoli senza futuro, senza missione storica, condannati all’estinzione o all’assorbimento da parte delle «nazioni storiche» come tedeschi e francesi. Questo non è un dettaglio marginale. È una teoria che ha le stesse radici concettuali del pensiero razzista ottocentesco, e che si traduce in conseguenze politiche concrete: alcune popolazioni non meritano di esistere come entità culturali autonome. Il comunismo, nella sua forma originaria, non era l’internazionalismo romantico che i suoi eredi ci hanno venduto. Era una visione gerarchica della storia in cui alcuni popoli contavano e altri no. Quando Iosif Stalin ha sterminato i Tatari della Crimea, nella decisione è sicuramente presente Marx.
C’è qualcosa di tragicamente ironico in tutto questo. Karl Marx era ebreo per origine, figlio e nipote di rabbini, discendente di una lunghissima catena di studiosi della Torah. Suo padre Heinrich si era convertito al protestantesimo per ragioni opportunistiche, per poter esercitare la professione legale in una Prussia che non ammetteva ebrei al foro. Karl era cresciuto in un ambiente in cui l’identità ebraica era qualcosa da nascondere, di cui vergognarsi, da cancellare. Questa vergogna - perché di vergogna si tratta - non è rimasta privata. Si è trasformata in teoria, in filosofia, in ideologia. L’odio di Marx per l’«ebraismo» è, almeno in parte, l’odio di un uomo per la propria origine rinnegata. Gli psicologi la chiamerebbero odio introiettato. Ma, qualunque nome le si dia, le parole restano scritte, le idee restano formulate, e le conseguenze di quelle idee sono state tragicamente concrete nel corso del Novecento.
Perché allora di tutto questo si parla così poco? Perché il razzismo e l’antisemitismo di Marx sono argomenti accuratamente evitati nei corsi universitari, nelle antologie scolastiche, nei dibattiti pubblici? La risposta è semplice quanto imbarazzante: perché il comunismo non è mai morto; è crollato un muro a Berlino, certo, ma il mostro è sempre vivo e vegeto, cambia solo colore, dal rosso al glitterato arcobaleno, ma è sempre lì. E dato che il mostro continua a occupare con il suo enorme deretano il seggio della cultura che scricchiola malamente sotto il suo peso, fanno comodo il silenzio e la rimozione.
Il marxismo ha costruito la propria identità morale sulla lotta contro lo sfruttamento, sul riscatto degli oppressi, sull’internazionalismo. Ammettere che il padre fondatore era un razzista e un antisemita smonta questa identità dalle fondamenta, e obbliga a un esame di coscienza che la sinistra ha sempre preferito evitare, analisi che arriverebbe inevitabilmente anche all’odio per Israele. È molto più comodo accusare di razzismo il proprio avversario politico che guardare nel proprio specchio ideologico. È molto più rassicurante santificare Marx piuttosto che leggerlo davvero, tutto, comprese le parti scomode. E così, generazione dopo generazione di intellettuali, professori, giornalisti e attivisti ha praticato la rimozione sistematica di documenti che sono lì, disponibili, verificabili, incontrovertibili.
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Monitoraggio intelligente di viabilità e meteo. Comunicazione biunivoca con le auto.
Nel 1839 la prima linea ferroviaria italiana, poco più di 7 chilometri, fu la Napoli-Portici. Nel 2026, la tangenziale del capoluogo partenopeo è la prima smart road d’Italia, con tanto di certificazione ufficiale da parte del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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