Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Donald Trump (Ansa)
Promosso il decisionismo sui dossier internazionali. Il tycoon zoppica sulle vicende economiche interne. Atteso al test del voto.
Sembra passato un secolo. E invece è soltanto un anno. Il 20 gennaio 2025, Donald Trump si reinsediava alla Casa Bianca, ereditando un mondo in fiamme, segnato dalla crisi dell’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda e, soprattutto, dal ritorno in auge della Machtpolitik. Trump è tornato infatti al potere quando gli Usa erano ormai diventati un egemone in crisi. Davanti alle mire revisioniste di Cina, Iran e Russia, il presidente americano ha quindi deciso di abbandonare i vincoli di un ordine internazionale declinante, nella ferma convinzione - non per forza moralmente condivisibile - che non si possa giocare a rugby seguendo le regole del calcio. E così, con non poca spregiudicatezza, ha combinato la durezza del principe di Bismarck con la «madman theory» di nixoniana memoria.
L’obiettivo? Impedire agli avversari (ma anche agli alleati) di agire contro gli interessi americani e, laddove possibile, costringerli ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tutto questo, evitando di far impelagare gli Usa in conflitti costosi e interminabili. La parola d’ordine è sempre stata: ricalibrare gli obiettivi strategici americani, riducendo rischi e costi. Il che non ha però mai significato rinunciare all’uso della forza. La diplomazia, d’altronde, consiste nel saper dosare dialogo e minaccia. E questo è un punto su cui Trump ha ripetutamente battuto nella sua rinnovata lotta per l’egemonia internazionale: una lotta, da lui portata avanti nel convincimento churchilliano che senza vittoria non possa esserci sopravvivenza.
Da qui spunta il filo rosso che, agli occhi del presidente americano, collega tutti i principali fronti in cui sta agendo: la necessità, cioè, di contrastare le mire geopolitiche cinesi. Il suo rilancio della Dottrina Monroe ha infatti come obiettivo quello di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Trump ha spinto Panama fuori dalla Belt and Road Initiative a suon di minacce. E sta rivendicando il controllo della Groenlandia per arginare la concorrenza di Cina e Russia nell’Artico. La stessa cattura di Nicolás Maduro non ha niente a che fare con l’esportazione della democrazia in Venezuela. Trump non è un neocon, figuriamoci! L’obiettivo è semmai stato quello di «addomesticare» il regime chavista per costringerlo a riorientare la sua politica estera in senso filostatunitense e anticinese.
Gli stessi dazi, molti dei quali Trump annunciò ad aprile nel cosiddetto «Giorno della liberazione», non hanno uno scopo principalmente economico, ma di sicurezza nazionale. Puntano, in altre parole, a ridurre la dipendenza di Washington da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche. Il dazio, per Trump serve quindi rendere gli Usa più indipendenti e, al contempo, a punire chi non si allinea ai loro interessi. Non è un caso che gran parte della pressione tariffaria statunitense dell’anno scorso sia stata scaricata sui Brics, di cui il presidente americano teme da sempre i propositi di de-dollarizzazione. È d’altronde in quest’ottica che Trump ha cercato di aprire diplomaticamente alla Russia, facendo leva su allettanti promesse economico-commerciali. La sua necessità è infatti quella di sganciare Mosca da Pechino, disarticolando i Brics e salvaguardando, così, l’egemonia del dollaro.
Ma Trump ha in mente la Cina anche quando guarda all’Europa e al Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca ha usato lo strumento tariffario per spingere l’Ue a disallinearsi dal Dragone. Al contempo, si è ritagliato il ruolo di paciere nella crisi di Gaza, non rinunciando a mettere sotto pressione l’Iran, anche per arginare l’influenza diplomatica di Pechino nella regione mediorientale.
Eppure, nei consensi interni, non è che Trump vada granché. Secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani non approva le sue politiche su economia, inflazione e immigrazione. Tuttavia, il medesimo sondaggio rileva che, su questi tre fronti, resta maggiore il numero di americani che preferisce Trump al Partito democratico. Ciò non significa però che per lui non suonino dei campanelli d’allarme. L’economia dà attualmente segnali in chiaroscuro. Il Pil, nel terzo trimestre del 2025, è salito al di sopra delle aspettative, mentre l’inflazione, a dicembre, è rimasta inchiodata al 2,7% del mese precedente, pur risultando più bassa di 0,3 punti rispetto a quando Trump si insediò. Ciò non toglie tuttavia che il carovita continui a pesare sugli americani. E, se non affrontato in tempo, questo problema rischia di rivelarsi assai spinoso per i repubblicani in vista delle Midterm.
Ma Trump deve fare attenzione anche a quello che fu il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale: la lotta all’immigrazione clandestina. Come promesso all’epoca, il presidente ha usato fin da subito il pugno di ferro e, a dicembre 2025, le autorità di frontiera hanno rilevato il numero più basso mai registrato di clandestini intercettati ai confini degli Stati Uniti: una situazione assai diversa rispetto al 2023, quando, ai tempi dell’amministrazione Biden, si verificò il record di arrivi. Eppure, come abbiamo visto, anche su questo fronte Trump non sembra riscuotere eccessivi consensi. Secondo alcuni, avrebbe dato l’idea di volersi spingere troppo oltre, arrivando a minacciare di invocare l’Insurrection Act in Minnesota. Lo stesso responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan, ha ammesso che «dovremmo migliorare nel comunicare quello che stiamo facendo» in materia di lotta all’immigrazione irregolare e di impiego dell’Ice.
Va anche detto che il problema del consenso, per Trump, è relativo, essendo lui ormai al secondo mandato. Si tratta semmai di una patata bollente che lascerà ai protagonisti delle primarie presidenziali repubblicane del 2028 (JD Vance e Marco Rubio in testa). Trump, soprattutto dopo essersi salvato dall’attentato di Butler, ragiona secondo uno schema teologico-politico. E, piaccia o meno, è pronto a giocarsi il tutto per tutto. Senza guardare in faccia nessuno. Del resto, lo cantava anche una finanziatrice repubblicana, come Gloria Gaynor: «Io sono quello che sono e quello che sono non ha bisogno di scuse».
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Concita De Gregorio (Getty Images)
«Repubblica» incolpa i giornali come il nostro della violenza tra i giovanissimi. La soluzione? «Disarmare le parole», ovvero censurare gli altri. Qualunque cosa, pur di non dire che il problema è l’immigrazione.
Alla fine ci sono arrivati. Dopo giorni di elucubrazioni sono giunti ad affermare la grande verità che i progressisti italiani tengono nel cuore ma non avevano finora avuto il coraggio di esprimere pienamente. Se nelle nostre strade c’è una epidemia di violenza, è il succo, la colpa è della destra. Concita De Gregorio, su Repubblica, lo ha scritto meglio, con più infiorettature e ampi giri attorno all’argomento centrale, ma il risultato finale è il medesimo. Colpa della destra, che morettianamente parla male perché pensa male e di conseguenza agisce peggio. «Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi», scrive Concita.
«Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social del leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete?». In realtà, e non da oggi, la voce dominante sui media ripete esattamente il contrario, e cioè che bisogna accogliere, aprire le frontiere, essere inclusivi e tolleranti, occuparsi del disagio sociale dei giovani. È la medesima voce dominante di cui la De Gregorio si appropria: «I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire», sostiene. «Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole».
Dunque si dovrebbe «disarmare le parole», a cominciare da quelle violente dei destrorsi. «La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida», continua Concita. «I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza».
Di sicuro, l’editorialista di punta e di tacco di Repubblica è efficacissima nel riportare il pensiero prevalente (a sinistra ma non solo), che tuttavia fa riverberare almeno due mistificazioni. La prima è che esista un monolitico «problema dei giovani». È senz'altro vero, come sostiene Concita citando fior di psicologi, che c’è «un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico» e che i giovani «soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere». Ed è persino vero che «trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un Paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi». Ma il disagio non è tutto uguale. Esiste una emergenza psichica che riguarda i giovani italiani, della quale tuttavia ci si occupa soltanto quando fa comodo, e ignorando gli effetti disastrosi che hanno avuto a riguardo le politiche di sinistra: le restrizioni Covid, le aperture scriteriate sull’uso dei supporti digitali a scuola e fuori, la santificazione della fluidità identitaria e sessuale, l’opposizione a ogni forma di autorità, la distruzione del senso dell’esistenza. Queste, soprattutto, sono le ragioni del disagio contemporaneo, giovanile o meno.
C’è però un altro problema grande come una casa: l’immigrazione. Se il maranza accoltella, molesta e picchia non è perché ha letto le parole di un politico di destra o un articolo su un quotidiano conservatore. Di ciò che dicono gli adulti, al maranza frega decisamente poco, soprattutto se si tratta di adulti italiani, ai quali egli non riconosce alcuna autorità. Semmai è vero il contrario, e cioè: se sui media o sulla Rete si leggono o ascoltano talvolta posizioni feroci e rabbiose dobbiamo ringraziare l’esasperazione diffusa, la sensazione che di fronte ai soprusi costanti e agli sfregi deliberati non ci sia possibilità di risposta se non la silenziosa accettazione che coincide con la sottomissione.
Può darsi che il ragazzino che si ferisce e il maranza che sventra siano due facce della stessa medaglia. Entrambi, dopo tutto, sono immersi in una modernità che il pensiero progressista (e non quello tradizionale) ha plasmato: i social esasperano ogni comportamento, l’esibizione e l’egocentrismo sono la regola. Ma il fattore culturale, e dunque migratorio, è esattamente il discrimine fra i lati della moneta. Negarlo è patetico, soprattutto se a farlo è la sinistra che le cosiddette periferie le evita accuratamente da decenni, salvo impancarsi ogni volta pretendendo di fornire la soluzione ai guai che le affliggono.
Ancora più patetico è che si incolpino le forze oscure della reazione in agguato. La sinistra che adesso grida contro la repressione è la stessa che non perde occasione per reprimere e controllare i cittadini onesti affinché obbediscano alle sue volontà. Con i delinquenti, però, allarga le braccia e pretende atteggiamenti materni, carezze e baci. E allora avanti così: dopo aver disarmato in ogni senso gli italiani, disarmiamo pure le parole, cioè riprendiamo a censurare e a invocare la repressione del «linguaggio di odio». E se un maranza accoltella, ascoltiamo il suo disagio: se sbudella, non fa apposta, a dominarlo è il perfido fascista che qualcuno ha fatto crescere dentro di lui.
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Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara (Ansa)
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: «Decreto pronto». Stretta sulle lame, basta ricongiungimenti facili e rimpatri più veloci. Salvini: «È un lavoro di mesi, non inseguiamo le cronache».
È in programma per oggi, a margine del Consiglio dei ministri, la riunione sulla sicurezza annunciata nelle scorse ore dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A quanto apprende La Verità, anche se il decreto non dovesse andare in cdm, la Meloni incontrerà il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per approfondire i temi che saranno al centro del decreto in fase di elaborazione. Un decreto che dovrebbe avere come pilastri una stretta sulle armi da taglio, con il divieto assoluto di porto di coltelli e strumenti atti a offendere per i minori, e l’inasprimento delle pene per il possesso ingiustificato in luoghi pubblici; nuove norme per il contrasto alle baby gang; una accelerazione delle procedure di espulsione per immigrati irregolari che abbiano commesso reati o siano considerati pericolosi per l’ordine pubblico e il rafforzamento delle tutele legali per le forze dell’ordine. Il Carroccio vuole anche uno stop ai ricongiungimenti facili, limitando il rilascio dei permessi di soggiorno ai parenti stretti di chi è in Italia.
Da più parti si fa notare come il nuovo decreto dovrà essere elaborato con estrema attenzione, senza rincorrere le notizie che ogni giorno scuotono l’opinione pubblica spesso e volentieri amplificate da media e social: «Il decreto Sicurezza», sottolinea a Rtl 102.5 il vicepremier, Matteo Salvini, «è in lavorazione da alcuni mesi, non possiamo essere veloci e non riusciamo ovviamente a inseguire le cronache quotidiane che ahimè non sono particolarmente felici». «Possiamo anche immaginare di rimpatriare i minori irregolari che delinquono in Italia», argomenta a Sky Tg24 il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, «ma abbiamo qualche problema con i rimpatri e questo problema riguarda soprattutto i giudici che molto spesso evitano che si facciano dei rimpatri. Nel momento in cui il governo Meloni propone e proporrà probabilmente già da domani (oggi, ndr) in cdm se uscirà fuori questo decreto legge di vietare la vendita di armi da taglio ai minori, perché non essere favorevoli?». «Il decreto Sicurezza su cui sta lavorando il governo è praticamente pronto», sottolinea il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, «e ha anche lobiettivo di contrastare la diffusione di quella che sembra quasi diventata una moda in certi ambiti e in certe fasce della popolazione giovanile, ossia portare il coltello. Questo non può più essere consentito e non può più essere tollerato. Occorrono quelle misure forti a cui noi stiamo pensando e che presto realizzeremo per evitare che ci possano essere dei rischi per la collettività».
In realtà, più che di emergenza-sicurezza, sarebbe il caso di parlare di emergenza-sicurezza legata all’immigrazione incontrollata, considerato che i numeri parlano chiaro: i delitti più gravi, in Italia, sono in diminuzione. Nel corso del 2025, fa sapere il ministero dell’Interno, «gli omicidi sono calati complessivamente del 15%, passando dai 335 del 2024 ai 286 dell’anno appena concluso, il numero più basso dell’ultimo decennio. La flessione riguarda in particolare i femminicidi, diminuiti del 18% nel 2025 rispetto al 2024. Sono state 97 le donne assassinate lo scorso anno rispetto alle 118 del 2024, alle 120 nel 2023 e alle 130 del 2022. Tra le 97 vittime del 2025 si segnala che 85 sono state uccise per mano di un soggetto riconducibile all'ambito familiare-affettivo, una casistica che segna un -16% rispetto al 2024».
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