Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Leader adirato per il veto sul prestito da 90 miliardi. Budapest s’indigna e rilancia: «Lasci passare il petrolio russo o usiamo la forza». Kiev (tramite Kallas e su input Usa) offre al Golfo antidroni in cambio di contraeree.
Forse si è fatto prendere la mano dalle uccisioni mirate di Usa e Israele in Iran. Fatto sta che, ieri, Volodymyr Zelensky ha passato il segno, arrivando praticamente a minacciare di morte il primo ministro dell’Ungheria. Cioè di uno Stato membro dell’Unione europea.
Durante un punto stampa, il presidente ucraino ha alluso a «una persona», chiaramente Viktor Orbán, che tiene fermo il prestito da 90 miliardi promesso da Bruxelles al suo Paese: «Spero che non lo blocchi», ha detto Zelensky, «altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Trattandosi di militari, quella «lingua» non possono che essere i proiettili. E quindi, qual è il piano del leader di Kiev? Far sparare al premier magiaro? Spedirgli un drone? Organizzare uno di quegli attentati con cui, in Russia, la resistenza si è già vendicata di diversi esponenti del regime di Vladimir Putin?
L’intimidazione ha indignato il ministro degli Esteri di Orbán, Peter Szijjarto: Zelensky, ha tuonato, è andato «oltre ogni limite. Questa è l’Ucraina. Questo il tipo di “cultura” che arriva da Kiev. Ed è questo l’uomo che Bruxelles ammira e il Paese che vogliono far entrare rapidamente nell’Unione europea». Il premier ungherese, dal canto suo, ha evocato la possibilità di «usare la forza» per consentire il transito del petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, qualora l’Ucraina continui a tenerlo chiuso. C’è proprio la querelle attorno a questa infrastruttura, che sta lasciando a secco anche la Slovacchia di Robert Fico, alla base del veto di Budapest, Bratislava e pure di Praga all’accordo, raggiunto nel Consiglio Ue di dicembre, sul prestito di riparazione a Kiev. Erogazione dalla quale, peraltro, le tre nazioni del blocco di Visegrád erano state esentate. Ieri, interpellato dall’agenzia Nova, il ministro degli Esteri slovacco, Juraj Blanar, ha bocciato anche l’ipotesi di un incontro con Zelensky: «Come potrebbe aiutarci», ha lamentato, visto che dall’Ucraina «non c’è risposta» sulla riattivazione della pipeline?
La figura barbina, come al solito, rischia di farla l’Europa: in un documento preparatorio per le conclusioni del vertice che si terrà il prossimo 19 marzo, visionate dall’Agi, si legge infatti che i capi di governo intendono chiedere a «Paesi terzi» un aiuto «per contribuire a colmare il divario rimanente di 30 miliardi di euro nelle finanze dell’Ucraina». Altro denaro da spedire in uno Stato al collasso finanziario, che evidentemente i membri Ue non sono più in grado di corrispondere, considerata la nuova emergenza economica derivante dal conflitto in Medio Oriente. Fondi che, con il cappello in mano, i 27 - o meglio, i 24, tolti evidentemente Orbán, Fico e Andrej Babis - sono pronti ad andare a cercare dai partner. In primis, il Regno Unito. Bruxelles, comunque, non ha espresso solidarietà a Orbán per le minacce.
La situazione è grave ma non è seria. Lo conferma la campagna dell’Alto rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, impegnata a sponsorizzare l’altra trovata di Zelensky: proporre ai Paesi del Golfo uno scambio tra sistemi antidrone e contraeree. Durante un briefing, il comandante in capo della resistenza ha manifestato il desiderio di «ricevere in modo discreto missili Pac-3 dai Paesi del Medio Oriente e trasferire loro droni per l’intercettazione». L’idea è la seguente: Kiev ha maturato una notevole esperienza sul campo; le monarchie sunnite hanno i Patriot; una transazione, ora, potrebbe avvantaggiare tutti. L’estone gli è corsa dietro e ha sottolineato che l’Iran scaglia «gli stessi droni che attaccano ogni giorno» l’Ucraina, la quale possiede le competenze per «aiutare i Paesi del Golfo». Alla fine, la missione sembra aver avuto l’avallo Usa: Washington, ha riferito Zelensky, gli avrebbe chiesto «supporto specifico nella protezione dagli shahed», i droni iraniani.
Il numero uno della diplomazia europea ne ha approfittato per esortare l’Ue ad «accelerare la produzione di droni e intercettori di droni». Il famoso «muro» che sta tanto a cuore a Ursula von der Leyen. Ma dietro la bizzarra foga piazzista della Kallas si celano grosse inquietudini sull’impatto che l’ennesima guerra avrà nell’Est: «Le capacità di difesa necessarie in Ucraina adesso si stanno spostando anche in Medio Oriente», ha notato. Pure Zelensky, che ieri ha discusso con Giorgia Meloni del famigerato prestito Ue e l’ha ringraziata per le forniture energetiche italiane, ha ammesso che «c’è preoccupazione per i segnali che parlano della continuazione di questa operazione militare» in Iran. Essa potrebbe indurre Washington a «ridurre le forniture di difesa antiaerea» per Kiev. Di sicuro, Donald Trump è sempre più impaziente di arrivare a una pace: Zelensky «deve darsi da fare e chiudere un accordo», ha rimarcato ieri su Politico. Putin sarebbe «pronto a un’intesa». Sarà per dimostrare buona volontà, allora, che Zelensky, in un’intervista al quotidiano britannico The Independent, ha ventilato l’ipotesi di rinunciare alla ricandidatura al termine del conflitto con la Russia. Cosa farà dopo? Delirio su Orbán a parte, avrà la stoffa di un Churchill ma non quella di un sicario.
Continua a leggereRiduci
La famiglia Trevallion (Ansa)
Nuovo colpo di scena nel caso della famiglia nel bosco: il Tribunale ha respinto la ricusazione della psicologa finita al centro delle polemiche e ha disposto il trasferimento dei bambini in un’altra struttura. I piccoli verranno spostati con l’intervento della forza pubblica, mentre la madre sarà rimandata a casa. Una decisione che separa ancora di più la famiglia, nonostante i pareri di esperti e neuropsichiatri e i segnali di disponibilità al dialogo mostrati dai genitori.
Elly Schlein e Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Pd, M5s, Iv e Avs attaccano: «Meloni va in radio, ma scappa dal Parlamento». Le opposizioni chiedono il cessate il fuoco in Iran e il rifiuto di concedere le strutture in Italia per i raid Usa. Sulla stessa linea il generale: «Chi inizia un conflitto senza avvisare è un alleato?».
L’opposizione punta il dito contro i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto. Ma nel senso letterale: al culmine di un dibattito rovente, il deputato di Italia viva Roberto Giachetti si rivolge a Tajani: «La sua linea», dice ad alta voce Giachetti, «non è mai o è raramente coincidente con quella del vicepresidente Salvini. Non venite a dirci favole, nel governo non dite le stesse cose. È un fatto politico che la premier invece di venire in Parlamento stia in radio a fare il suo monologo. Lo capite che questa è politica?». A quel punto Tajani gesticola, e Giachetti si scatena: «Lei se lo mette sa dove quel dito?», dice al ministro degli Esteri. Un momento di alta politica, in una giornata che vede le opposizioni compatte nella critica all’assenza del premier Giorgia Meloni e più in generale alla linea del governo, considerata completamente appiattita sui desiderata di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Critiche, quelle della sinistra, che sono per molti versi simili a quelle che nelle stesse ore il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, rivolge al governo nel corso di un incontro con la stampa estera. Pd, M5s e Avs sono compatte su una risoluzione in cui si chiede, tra l’altro, l’immediato cessate il fuoco in Medio Oriente e di non concedere le basi italiane per le operazioni militari di Stati Uniti e Israele in Iran. Particolarmente pungente il discorso di Peppe Provenzano, del Pd: «La premier va al tg e alla radio», attacca Provenzano, «e non spende una parola in Parlamento. Ma chi è la Meloni, Churchill che parla a Radio Londra? Noi lo sappiamo perché: perché gli avremmo ricordato che nel 2018 invitava al rispetto del diritto internazionale e delle regole nell’interesse di un Paese come il nostro. Il governo deve dircelo oggi che noi escludiamo le basi per una guerra che è contraria ai nostri valori principi e interessi».
L’assenza di Giorgia Meloni è uno dei punti su cui di più insiste il centrosinistra. Il premier, la cui presenza in Aula era prevista per il 18 marzo con le comunicazioni alla vigilia del Consiglio europeo, ha anticipato l’incontro a mercoledì.
«Quante volte avete sentito Giorgia Meloni», sottolinea il leader del M5s Giuseppe Conte in un video pubblicato sui social, «chiedere che io andassi a riferire in Parlamento? Ma io venivo e rispondevo a tutte le domande. Giorgia Meloni, tu però sei scappata dal Parlamento, hai preferito fare un monologo in radio eppure siamo di fronte a una crisi internazionale tra le più gravi degli ultimi anni. Ti aspettavamo, invece hai mandato due ministri del tutto inadeguati tra approssimazioni varie e ferie a Dubai e ancora oggi noi non conosciamo nulla. Perché non condanni questi attacchi di Stati Uniti e Israele che sono del tutto unilaterali e offrirete le nostre basi che sono qui sul nostro territorio», aggiunge Conte, «per queste iniziative che sono in violazione del diritto internazionale?».
«Qual è la valutazione politica», chiede la segretaria del Pd, Elly Schlein, «del governo italiano su questi attacchi? Perché siamo tutti d’accordo che il regime iraniano deve fermare le inaccettabili ritorsioni, ma per noi si devono fermare anche i bombardamenti di Trump e di Netanyahu». Durissimo Matteo Renzi: «Nel governo», attacca il leader di Iv, «c’è una guerra strisciante: qualcuno nei servizi di intelligence che ha preso di mira il ministro della Difesa. C’è un conflitto tra il ministro Crosetto e il sottosegretario Mantovano». A Tajani, che prende di mira Renzi dicendo «È facile andare nel Golfo a fare conferenze ben pagate, è molto più difficile tutelare i cittadini italiani», l’ex premier risponde così: «Mi pagano per parlare alle conferenze? Non più perché la legge italiana lo vieta. A Tajani nessuno lo paga per parlare, ma per tacere». E veniamo a Vannacci, che per ora sta recitando la parte dell’opposizione da destra al governo, ma non esclude, alle prossime politiche, di rientrare in coalizione. Il generale si vede già «boots on the ground»: «Se l’Italia entrasse in guerra», annuncia Vannacci, «tornerei a servire l’esercito. Se ci fosse una guerra aperta in cui richiamano i riservisti sarebbe possibile. Ma mi auguro che non avvenga. Io sono in pensione. Ma nel caso dovesse succedere obbedisco alla chiamata della patria». Dai toni lirici si passa a una valutazione politica: «Io non voglio mettere assolutamente in dubbio l’alleanza atlantica», argomenta Vannacci, «ma dobbiamo valutare se tutti in questa situazione si sono comportati da alleati. L’inizio di guerra senza una condivisione e una comunicazione preventiva, con effetti che investono lo spazio europeo, è un comportamento da alleati? Credo che i rischi saranno molto alti rispetto ai benefici che si potranno trarre da questa guerra. L’Iran è una nazione estremamente estesa, con indicatori di progresso pregevoli. Il regime change lo vedo abbastanza difficile. Se gli obiettivi sono quelli citati vedo la strada in salita». Arriva addirittura l’elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez: «Sánchez ha valutato», dice Vannacci, «saggiamente, che questa decisione fosse negli interessi della Spagna. Dovrebbero sempre venire prima gli interessi nazionali».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 marzo con Carlo Cambi







