Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
(IStock)
Gli operatori di rinnovabili non apprezzano la bozza del decreto atteso domani in cdm. Il rimborso della quota Ets ai termoelettrici abbasserà il prezzo all’ingrosso ma rischia di abbattere i margini di idroelettrico e fotovoltaico, con effetti negativi sugli investimenti.
L’atteso decreto bollette dovrebbe arrivare domani in Consiglio dei ministri, ma le ultime bozze circolate non piacciono alla Borsa e a molti produttori di energia elettrica. Il decreto prevede diversi punti, tra cui un contributo a copertura del costo di acquisto dell’energia elettrica per famiglie con Isee inferiore a 25.000 euro e un meccanismo per agevolare la stipula di contratti di lungo termine tra produttori da fonti di energia rinnovabile e imprese consumatrici.
Ma la norma che fa più discutere è quella contenuta nell’articolo 5 della bozza sul tavolo degli operatori. Al comma 1 è previsto che i produttori che utilizzano il gas per produrre energia elettrica siano rimborsati per alcuni corrispettivi oggi compresi nelle tariffe di trasporto del gas. Al comma 2 si prevede che ai produttori termoelettrici vengano rimborsati anche i costi sostenuti per adempiere al sistema Ets, cioè il pagamento dei permessi di emissione di CO2. Tali costi sarebbero rimborsati ai produttori termoelettrici applicando un nuovo onere nella bolletta dei clienti finali. In pratica, con questo meccanismo si tolgono i costi del sistema Ets dal prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, spalmandoli a valle su una platea più ampia di soggetti, con il risultato atteso di un abbassamento generalizzato delle bollette. La norma avrebbe effetto per un periodo di tempo limitato, da definire.
Le anticipazioni sui contenuti del decreto però hanno avuto un effetto negativo a Piazza Affari, dove alcune aziende produttrici sono quotate. Enel ha perso ieri l’1,49%, mentre A2a l’1,74% ed Erg lo 0,46%.
Il perché è presto detto. In astratto, il meccanismo può portare a un effettivo abbassamento del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, perché i produttori di energia termoelettrica non sosterrebbero più i costi diretti del sistema Ets, dunque offrirebbero la loro energia ad un prezzo marginale più basso (in teoria). Per un produttore da fonte rinnovabile però questo abbassamento di prezzo si traduce in un abbassamento dei margini di profitto, perché essi non sostengono i costi dell’Ets. Oggi, il sistema degli oneri per la CO2 è un costo per i produttori termoelettrici, ma è un margine puro per i produttori da fonte rinnovabile, quando sono gli impianti a gas a fissare il prezzo marginale nel mercato giornaliero. Con i prezzi attuali dei permessi di emissione, circa 70 €/tonnellata, si tratta di circa 25-30 €/MWh di mancato margine per i produttori da rinnovabile. Così si spiega il calo in Borsa dei tre maggiori produttori da fonte rinnovabile in Italia, Enel, Erg e A2a appunto.
Al di là degli impatti sulle singole aziende, vi sono però alcuni dubbi dal punto di vista della praticabilità e delle effettive conseguenze di questa norma.
Quanto alla praticabilità, il decreto equivale a una sospensione delle regole europee sull’Ets, applicata solo a una parte degli obbligati, i termoelettrici, mentre tutti gli altri (chi utilizza il gas per il calore, o i cogeneratori) dovrebbero continuare a sostenerne i costi. L’Unione europea accetterà tale sospensione unilaterale, per di più asimmetrica? Le discussioni europee ad alto livello degli ultimi giorni su un possibile ammorbidimento dell’Ets riguardano un futuro ancora lontano. Non è dato sapere se su questo punto specifico vi siano già state interlocuzioni tra il governo e Bruxelles. Immaginiamo di sì, e sarà allora interessante conoscerne gli esiti.
Dal punto di vista degli effetti pratici, i problemi che emergono sono almeno tre. Il primo è legato al fatto che gli investimenti in fonti rinnovabili potrebbero subire dei contraccolpi negativi per il venir meno (temporaneo, certo) di uno dei pilastri delle politiche green. La reazione di ieri della Borsa è indicativa. È un tema che andrà gestito.
Poi, perché il prezzo all’ingrosso si abbassi davvero è necessario che i produttori termoelettrici offrano la loro energia al costo marginale escludendo i costi della CO2. Ma il regolatore (l’autorità di settore Arera) dovrebbe conoscere i costi marginali di ogni impianto, per essere sicuro che il produttore non carichi comunque tutto o parte di quel costo sul prezzo, intascandosi lo sconto. Arera dovrebbe cioè sapere quanto costa il gas per ogni impianto e conoscere l’efficienza di quegli impianti, come minimo, per poter vigilare. Quanto sarebbe praticabile questa sorveglianza?
Infine, abbassando il prezzo dell’energia elettrica in Italia, la nostra energia dalla Zona Nord potrebbe essere esportata occasionalmente, in alcune ore e in alcuni giorni, nei Paesi interconnessi. I produttori riceverebbero il rimborso dalle bollette italiane anche per quella energia venduta all’estero? Si avrebbe un effetto bizzarro di sovvenzione.
Le intenzioni del decreto sono buone, ma se si vuole procedere sulla strada della sterilizzazione dell’Ets per abbassare i costi dell’energia la via migliore appare una sospensione a livello europeo. Sapendo però che gli investimenti nelle fonti rinnovabili ne avrebbero come minimo un rallentamento.
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La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Per i testimoni, il 23enne di destra sarebbe stato pestato dall’assistente di Arnault, politico de La France Insoumise. Il partito condanna, poi sbanda: «Siamo attaccati».
La morte del giovane Quentin Deranque avvenuta giovedì scorso a Lione, dopo una violenta aggressione da parte di alcuni militanti di estrema sinistra, continua a scuotere la politica francese. Tra domenica e lunedì i rappresentanti di quasi tutti i partiti politici hanno condannato l’accaduto e attribuito la responsabilità della morte del ventitreenne militante di destra a simpatizzanti del partito di estrema sinistra La France Insoumise (Lfi), fondato da Jean-Luc Mélenchon. Simpatizzanti legati al movimento della Jeune Garde arrivati a Lione per partecipare all’intervento all’università locale dell’eurodeputata Lfi, di origine palestinese, Rima Hassan.
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico che, da super pm, dormì sui pakistani che stupravano bimbe e ora consente il cambio di genere a scuola a quattro anni, annuncia restrizioni sulle piattaforme per i minori (senza escludere il bando totale). Ma lo scopo è proteggerli oppure sorvegliarli?
La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E pure di amnesie e incoerenze. La buona intenzione di Keir Starmer è di proteggere i minorenni sui social network, introducendo regole più stringenti. Le amnesie sono, semmai, le autentiche reticenze - in parte, a lui stesso riconducibili - nell’indagare sulle bande di pakistani che stupravano ragazzine. Le incoerenze riguardano la tutela dei bambini che si attiva a targhe alterne: antenne dritte per TikTok e Instagram; dopodiché, secondo i laburisti, a 4 anni, i piccini d’Inghilterra devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola.
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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Astrid, attivista del collettivo Nemesis, racconta la morte di Quentin, il 23enne ucciso a Lione dopo un’aggressione di gruppo durante una manifestazione. Secondo Astrid, l’omicidio sarebbe stato minimizzato dai media e dalle istituzioni, mentre cresce la preoccupazione per la violenza politica nelle piazze francesi.







