Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Dario Baldan Bembo (Getty Images)
Dario Baldan Bembo: «Con un’orchestra mettemmo le tende e registrammo tra i rumori della natura. Lauzi era incazzatissimo col mondo. Conservo una foto di mio papà con D’Annunzio».
Quando si parla con Dario Baldan Bembo appare facile attaccare con Amico è, il brano da lui musicato e cantato, assurto a inno senza confini dell’amicizia, sentimento universale che peraltro si presta a considerazioni dalle infinite sfaccettature. Tuttavia è interessante anche ricordare Canto universale, «sconosciutissima, di cui ho scritto anche il testo, canzone molto normale, bella, semplice, senza enfasi, dedicata a Gesù Cristo». La cantò Mia Martini con quella voce struggente. Giacché anche l’ermeneutica dei testi, ossia l’analisi del loro contenuto, è importante, eccone un verso. «C’è un uomo che ha detto va’ / la strada conosci già / ma il gregge si è poi smarrito / dietro l’infinito di una falsa realtà». Quella canzone si conclude con un frinire di cicale, sotto le stelle. E tutto torna.
Sebastiano, tuo padre, di origini venete.
«Papà è morto nel 1973. Nato a Fiesso d’Artico (Venezia, ndr), nel 1896. Più vado avanti nella vita e più continuo ad apprezzare la sua vita perché è stato un volontario nella prima guerra mondiale, uno dei primi aviatori, fece una cosa da eroe. Ho una foto che tengo come una reliquia in cui è ripreso addirittura con D’Annunzio».
Come conobbe tua mamma, Domenica Andreini, originaria di Maggiora?
«Questa è una parte nascosta della mia vita. Io non conosco neanche l’anno in cui si sono sposati. Ai tempi erano abituati a non parlare mai di loro. Io di mio padre non so molto, quello che sono riuscito a sapere è soprattutto dalle foto…».
Tua madre era insegnante di pianoforte…
«Sì, certo, diplomata in conservatorio. Ma non l’ho mai sentita suonare il pianoforte in casa. Un tempo c’era questa mentalità, devo dire distorta, che siccome mia madre aveva quattro figli - io e i miei tre fratelli - non era “conveniente” che una donna suonasse il pianoforte perché era ritenuta una cosa poco seria. E di questo ho sofferto molto, perché mi sarebbe molto piaciuto vederla suonare…».
Pertanto non ha influito sulla tua formazione musicale?
«Assolutamente no. È una cosa che mi è nata dentro perché mi ricordo, quando avevo 10-12 anni - avevo il pianoforte in casa perché mio padre l’aveva comprato - mi sono accorto che mi piaceva moltissimo e ho approfondito l’argomento…».
Sei nato a Milano, ma poi c’è Maggiora, un piccolo Comune di media collina in provincia di Novara.
«Sono nato in casa, come accadeva una volta. Ho sempre avuto questa doppia realtà, Maggiora come piccolo paradiso della mia vita, fin dalle vacanze di scuola alle elementari - quando ci vado mi vedo con i miei amici, andiamo nei prati, a pranzi, ho fatto anche dei fantastici concerti - mentre a Milano, non potendo fare tutte queste cose, vivo da tranquillo cittadino. Ho due case, una a Milano e poi mi trasferisco in campagna, diciamo da giugno a ottobre, perché la vita è molto meglio là».
Proprio a Maggiora, nel 1982, hai musicato l’album Spirito della terra (1982). «Spirito della vita / Siamo gente di città / Che non vuole sapere più quello che sa». Un ritorno alle origini.
«Sì, certo. Tra l’altro, l’ho realizzato in una condizione assolutamente unica, in aperta campagna, in un bosco dove trovai una radura. Mettemmo le tende, i bungalow, pochi lo sanno, nessuno ha mai fatto un album in un bosco, con il torrente che passava e i rumori della natura. Con un’orchestra, abbiamo vissuto lì due mesi, bellissimo, una vita fuori dalla realtà, e in quella situazione è nato anche Amico è…».
Sei sposato?
«Ci ho tentato due volte e adesso, però, sono felicemente in compagnia».
Figli?
«Ne ho uno, ha 41 anni, Luca, il mio carissimo figlio, ha un bellissimo lavoro in una televisione ma lo prendo sempre nei miei album perché è un chitarrista eccezionale».
Nel 1966 hai conosciuto Ico Cerutti che ti portò nel clan Celentano, come tastierista.
«Di Celentano quasi nessun ricordo. Ho cominciato la mia carriera con Ico Cerutti, in un complesso di professionisti, c’era Gianni Bedori - Johnny Sax -, ci chiamavano dappertutto per far ballare la gente. Poi, da esecutore, sono diventato compositore e cantante».
Amico è. Testo di Nini Giacomelli, Sergio Bardotti e anche di Mike Bongiorno che la volle come sigla di Superflash…
«Mike è stato davvero il patron di Amico è. Grande merito anche di Nini Giacomelli e Sergio Bardotti, gli inventori proprio dell’inno dell’amicizia. Io avevo scritto la musica, bella fin che vuoi (la intona, ndr) ma su questa traccia vollero proprio scrivere qualcosa sull’amicizia. Poi è intervenuto lui, che ha dato la zampata finale. Da una canzone normale è diventato un inno dell’amicizia andato in tutto il mondo attraverso la canzone in francese di Céline Dion Hymn à l’amitié…».
Un ricordo di Mike?
«Un grandissimo personaggio. Quando è morto la televisione è morta un po’, come è successo quando è mancato Pippo Baudo».
A proposito di amicizia, sono migliori le amicizie esclusive, tipo «il mio miglior amico», oppure no?
«Rispetto a questo ragionamento sono molto meno selettivo nel senso che accetto molto di più, accetto tutto, che sia un’amicizia superficiale o meno. L’importante è il rapporto umano. Invece di scegliere qual è l’amicizia migliore, l’importante è l’amicizia in totale, quindi evviva qualsiasi amicizia».
Nelle storie di amicizia della tua vita hai più prediletto amicizie singole o compagnie?
«Ho avuto la fortuna di averle tutt’e due. Ho grandissimi amici oggi che conosco da 50-60 anni, fin dalle elementari. A Milano ho un amico, lo chiamo “primus amicus”, Mario Gorna, l’ho conosciuto in prima elementare. Li chiamo amici “rocciosi”, ne ho almeno sei o sette. Ho anche avuto un mucchio di compagnie, si sono un po’ diradate, ogni non sono tanto tempi da compagnie, tempi molto brutti».
Tra amici è comune litigare…
«Beh, litigare fa parte dell’amicizia, ma il litigare può portare ad approfondirla e questa è una cosa positiva».
Può esistere l’amicizia senza implicazioni erotiche tra un uomo e una donna?
«Sì, ma nella mia voglia di sincerità ho sempre detto che di solito un’amicizia tra un uomo e una donna è sempre una donna a deciderla, l’uomo andrebbe sempre più avanti. È sempre la donna che mette le mani avanti, “calma”, anche perché l’uomo è un po’ più mascalzoncello, cerca sempre di andare più avanti».
Hai amicizie con donne?
«Sììì, ho tante amiche, a Maggiore, ad esempio, ho una carissima amica, si chiama Carla, è anche una mia vicina di casa per cui non ti dico le cene, i pranzi, il nuoto al lago, le giocate a tennis, un’amicizia che continua tuttora…».
Cesare Pavese sosteneva che una donna può rovinare l’amicizia tra due uomini, dividerla…
«Non vorrei spiegarmi male, ma la presenza di una donna è talmente importante nei rapporti umani che può determinare la rovina di qualcosa. È importante nelle cose positive ma anche in quelle negative, nel senso che può essere una rovina paurosa ad esempio a livello familiare…».
Anche certe amicizie maschili o femminili somigliano agli amori….
«Sì, sicuro. L’amore, secondo me, determina tantissime cose, più di quanto ci immaginiamo. Dove c’è un rapporto umano già c’è amore, in qualche sua forma, e di forme ce ne sono migliaia».
Negli ambienti dello spettacolo e della musica, le amicizie sincere e autentiche sono improbabili?
«È una domanda che mi sono sempre fatto ma alla fine ho desistito dall’approfondire perché secondo me è importante non chiedersi mai se questa amicizia è sincera o no, l’importante è viverla e basta, forse è illusorio, ma l’importante è vedere le cose migliori, non sono mai stato a scavare per vedere la cosa migliore o peggiore. Mi sono sempre soffermato su ciò che è positivo e secondo me è il modo migliore di vivere la vita».
Dal punto di vista spirituale qual è la tua posizione?
«La penso nella maniera che ritengo più giusta che sia, l’avere la sicurezza che oltre questa vita c’è qualcosa. Sarebbe un peccato che dopo non ci sia un seguito. Ma non prendermi come un uomo di fede. Penso di essere molto di più e molto di meno. Ho però una fede scientifica nella presenza di mia madre, che è morta da tanti anni. Continua ad aiutarmi. È più della fede, è più vera, è un rapporto “scientifico” che ho con lei e quando ho bisogno di un aiuto, la chiamo e lei mi soddisfa sempre. Ma dobbiamo avere davvero la voglia di sentirli. Ci ricopriamo di tante maschere. Sarebbe meglio vivere senza».
Credi al ritrovarsi nell’aldilà?
«Io spero di sì. Ho perso due gatti, Pancho e Fosca, che avevano passato con me 18 anni di vita e anche con loro cerco sempre di dire “ci ritroveremo”».
A chi lo dici…
«Questi discorsi cerchiamo di evitarli perché siamo legati al discorso del giorno, soldi, vacanze. E sai dove li faccio? Sempre in campagna sotto un cielo di stelle. Lo consiglio a tutti. È difficile ragionare su questo quando sei in mezzo al traffico. A Maggiora, con gli amici, ci si raduna intorno a un tavolo, sotto un cielo stellato, a parlare di Dio e delle stelle».
A quale dei tuoi brani sei più legato?
«Sono tutte mie creature. La musica più toccante è stata la prima, Aria, del 1975, testo di Bardotti, dove c’è molta spiritualità».
Progetti?
«Fare un grande concerto a Maggiora, dove ho fatto Amico è, ricordandone tutte le emozioni».
Ci dai un ricordo di Bruno Lauzi, con cui hai collaborato?
«Forse non ha avuto il successo che meritava. Quando lo vedevo impazzivo di piacere perché era sempre incazzato con il mondo intero. Era incazzatissimo col mondo ma si capiva che lo amava, usava l’ironia. Quando iniziava a parlare lo bevevo, come un bicchiere di champagne».
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega nel dettaglio che momento vive il terrorismo islamico.
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2026-05-18
La difficile arte di non sparare: perché la polizia cerca nuove difese contro le aggressioni
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Il progetto BJJ4Police al reparto mobile di Milano
A Milano il programma BJJ4Police porta il Brazilian Jiu-Jitsu dentro l’addestramento degli agenti. Non per aumentare la forza, ma per ridurre il momento in cui resta una sola alternativa: l’arma. Le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore.
Quando un controllo delle forze dell'ordine degenera, il tempo per decidere si misura in pochi secondi. Un gesto improvviso, una resistenza fisica, una mano che si avvicina alla cintura o a una tasca possono trasformare un normale intervento in una colluttazione. Per un agente, però, la scelta non è quasi mai quella di allontanarsi: deve restare, contenere, proteggere sé stesso, i colleghi e anche la persona che ha di fronte. È in questo spazio stretto, tra l’aggressione subita e il rischio di dover ricorrere alla forza, che si inserisce il progetto BJJ4Police.
Al Reparto Mobile di Milano, per tre giorni, una quarantina di operatori della Polizia di Stato ha partecipato al programma BJJ4Police, formazione basata su tecniche di Brazilian Jiu-Jitsu adattate al lavoro di polizia. Non si tratta di addestramento sportivo, ma di strumenti pratici per gestire colluttazioni, immobilizzare persone violente e proteggere l’arma di ordinanza durante un intervento.
L’iniziativa, organizzata dal SIULP Milano, nasce dentro un problema sempre più visibile: le aggressioni alle forze dell’ordine durante controlli, interventi su strada, servizi in stazione o operazioni di ordine pubblico. Secondo i dati citati dal sindacato, si registrano 2.675 aggressioni annue agli operatori in divisa, più di sette al giorno, circa una ogni tre ore.
Il punto, per i sindacati di polizia, è che l’operatore non può sempre sottrarsi al rischio. Durante un controllo che degenera, un cittadino può allontanarsi; un agente, invece, deve spesso avvicinarsi, contenere e fermare la persona. È in quello spazio, tra il tentativo di dialogo e l’uso della forza, che si colloca la formazione proposta da BJJ4Police.
Gli esempi recenti mostrano quanto il margine operativo sia stretto. A Milano, nel 2024, il viceispettore Christian Di Martino venne accoltellato alla stazione di Lambrate mentre interveniva per bloccare un uomo che lanciava pietre contro treni e persone. Sempre a Milano, alla Stazione Centrale, un uomo in stato di alterazione avanzò contro gli agenti dopo il tentativo di fermarlo con il taser: uno dei poliziotti sparò, ferendolo alla spalla.
A Padova, nel dicembre 2024, due agenti furono minacciati da un uomo armato di ascia. Dopo un lungo tentativo di mediazione e l’uso di strumenti intermedi, uno dei poliziotti sparò alle gambe per fermarlo. A Crotone, nello stesso anno, un viceispettore sparò durante una colluttazione dopo un inseguimento: l’uomo colpito morì e l’agente venne indagato, oltre a riportare lesioni al volto.
Sono episodi diversi, ma indicano lo stesso problema: quando un intervento precipita nel corpo a corpo, gli agenti hanno pochi secondi per decidere. Ogni scelta può avere conseguenze fisiche, disciplinari, giudiziarie e mediatiche. Anche quando l’uso dell’arma viene ritenuto necessario, per l’operatore si apre spesso una fase complessa fatta di indagini, ricostruzioni e verifiche.
Da qui l’interesse del SIULP per tecniche di difesa e controllo che riducano il rischio di escalation. Il Brazilian Jiu-Jitsu applicato alla polizia serve soprattutto a controllare leve, distanza, postura e cadute. L’obiettivo non è aumentare la capacità offensiva degli agenti, ma dare loro più alternative prima di arrivare all’uso di strumenti più invasivi.
Secondo Andrea Varone, segretario generale del Siulp Milano, il progetto nasce per tutelare sia gli operatori sia le persone refrattarie ai controlli. La formazione, in questa prospettiva, diventa uno strumento di prevenzione: meno improvvisazione, più controllo, minore probabilità che una colluttazione finisca con feriti gravi o con il ricorso all’arma.
«Come diciamo da tempo, i numeri hanno sempre ragione, e le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore. Per noi non vale il principio del “commodus discessus”, la via di fuga comoda che viene presa in considerazione per i comuni cittadini nell’ambito della difesa legittima, per noi vale al contrario il detto “trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato” che per noi diventa il posto giusto al momento giusto, perché è nei momenti di difficoltà che la legge ci impone di agire e la gente ci chiede di essere». ricorda Varone.
Il tema resta centrale per le forze dell’ordine. Le aggressioni non sono solo un problema di sicurezza degli agenti, ma incidono sulla qualità dell’intervento pubblico. Un operatore formato a gestire il contatto fisico può proteggere meglio sé stesso, i colleghi e la persona da fermare. Per i sindacati, è una risposta concreta a una difficoltà quotidiana: difendersi senza superare il limite della proporzione, intervenire senza trasformare ogni scontro in un caso giudiziario.
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Edizione 2026 del premio David di Donatello a Cinecittà (Getty Images)
Attori e registi di nessun talento, nonostante i ripetuti fiaschi al botteghino, continuano a ritenersi superiori. Per questo ci danno lezioni di morale e geopolitica. E si indignano perché vorrebbero che lo Stato versasse nelle loro tasche ancora più denaro pubblico.
Poche cose sono grandiose come il farsi mantenere e lo spillare quattrini in cambio di niente. Crea nel mantenuto una folle idea di un suo qualche valore: se mi mantengono, dovrò valere qualche cosa! Quindi, visto che valgo, ora racconto anche le mie idee, così contraccambio il favore. In nome del popolo italiano, dichiaro che ne abbiamo abbastanza di sovvenzionare cosiddetti registi e attori incapaci di fare film, con incassi spesso insufficienti a coprire le spese di produzione, e che vorremmo almeno essere esonerati dall’ascoltare i loro penosi sermoni.
Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici che garantiscano una loro competenza e, anche quando di rado sono buoni attori, è sempre una pena ascoltare le loro disquisizioni sociali e geopolitiche. Da Pasolini a Volonté, da Petri a Rosi, il cinema italiano ha vissuto stagioni di feroce «impegno civile». L’impegno civile era una fedeltà totale, oserei dire canina, ai dettami del Partito comunista italiano. D’altra parte lavorava solo chi in tasca aveva la tessera del Pci.
Perlomeno Petri e Rosi erano bravini, non eccelsi, bravini. Ma nessuno potrà mai sapere quanto sarebbero stati più bravi di loro quelli che non hanno potuto lavorare perché non facevano parte del giro. Ora dei film di questi tizi non importa più un fico a nessuno, non sono sopravvissuti alla loro epoca. Continuiamo invece a guardare i film di Don Camillo, che furono girati da un regista francese con un attore francese, perché ai mediocri e asserviti registi italiani faceva orrore girare un film dove si prendesse in giro il loro amato partito, composto da gente tanto intelligente da lavorare per instaurare una dittatura stalinista.
Perlomeno Petri, Rosi e tutti gli altri un qualche valore ce l’avevano. Non eccelso. Diciamo che non ci hanno fatto mai gridare al capolavoro. Ho sempre trovato insopportabile Pasolini: un film come Salò può essere concepito solo da una mente deforme. Pasolini era stato in gioventù un appassionato fascista. Mentre lui scriveva elegie del Duce, suo fratello minore Guido diventava partigiano con la gloriosa divisione Osoppo, poi massacrata dai partigiani comunisti. Le righe di sperticato affetto di PPP per il Partito comunista sono le parole di una persona per chi gli ha massacrato il fratello. Comunque questi un po’ di talento, complessità, e cultura ce l’avevano. Oggi troppo spesso resta soltanto la liturgia dell’indignazione.
La quantità di quattrini che gli esausti contribuenti italiani hanno versato - già ai tempi di Franceschini, ma anche ora con Giuli - a film talmente scadenti che nessuno li va a vedere, è esorbitante. Il concetto che il cinema di qualità vada sovvenzionato perché il popolo bue poi non va a vederlo, prevede due punti deboli: l’idea che il popolo sia idiota e che esista una qualche persona in grado, con il suo giudizio, di stabilire cosa è qualità senza che il tutto finisca nel cosiddetto amichettismo, che è una forma di corruzione gravissima. I soldi sperperati in film inguardabili sono fiumi. C’è da inorridire non tanto per gli sprechi, che in Italia hanno ormai assunto la rassicurante regolarità delle stagioni, ma per il tono morale con cui questo sistema continua a presentarsi al pubblico: come un’élite perseguitata, resistente, quasi clandestina.
Il cinema italiano contemporaneo sembra vivere dentro una curiosa anomalia psicologica: fallisce commercialmente ma si considera culturalmente vittorioso; perde spettatori ma impartisce lezioni e chiede finanziamenti pubblici con la stessa indignazione morale con cui un tempo i coraggiosi finivano in prigione. La 71ª edizione dei David di Donatello è stata la rappresentazione perfetta di questa deriva: quattro ore di autocelebrazione mesta, attraversata da sermoni geopolitici, slogan ideologici e appelli militanti pronunciati con la gravità sacerdotale di chi ritiene il proprio palco non un premio cinematografico ma una tribuna permanente delle proprie convinzioni scambiate per etica. Non era una cerimonia, ma un’assemblea di condominio del progressismo culturale italiano, con tanto di abiti da sera e orchestra.
Ed è qui che emerge il paradosso più interessante: il cinema italiano continua a parlare come se rappresentasse il popolo, mentre il popolo ha già lasciato la sala da tempo. I più grandi film, quelli più trionfalmente pieni di valori etici, sono stati tutti strepitosi successi al botteghino. C’è una differenza enorme tra arte impegnata e catechismo travestito da sceneggiatura. È qui che la questione smette di essere estetica e diventa politica. Perché, se davvero come sostengono diverse ricostruzioni giornalistiche, tra il 2017 e il 2025 il comparto cinematografico ha ricevuto oltre 7 miliardi di euro tra fondi, incentivi e tax credit, allora è inevitabile chiedersi quale sia stato il ritorno culturale, industriale e commerciale di questo investimento colossale. Sette miliardi sono il costo di una politica industriale. E una politica industriale dovrebbe produrre risultati tangibili: pubblico, esportazione culturale, occupazione stabile, competitività internazionale. Invece il cinema italiano contemporaneo sembra spesso produrre soprattutto festival, premi reciproci e dibattiti ideologici interni alla stessa élite culturale che li organizza. Alcuni casi appaiono perfino grotteschi. Film finanziati e mai realmente distribuiti. Produzioni incapaci di recuperare una minima parte dei costi. Opere viste da poche decine di spettatori ma sostenute da centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico. Titoli che sembrano esistere più per alimentare il circuito dei finanziamenti che per incontrare un pubblico reale. Forse il vero scandalo non sono nemmeno gli sprechi. In Italia gli sprechi passano quasi inosservati. Il vero scandalo è il tono con cui vengono difesi: come se criticare un sistema inefficiente equivalesse automaticamente ad attaccare l’arte, la libertà o addirittura la democrazia. Come ha detto Javier Milei, pirotecnico presidente dell’Argentina, pro life e fermamente convinto che al mondo ci siano solo maschi o femmine: «Se per vivere dell’arte hai bisogno di sussidi pubblici, non sei un artista, sei un impiegato statale. E se inoltre sei uno strumento di propaganda politica, stai facendo politica. Con l’arte non c’entra niente».
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri è ritenuto dai migliori un capolavoro. Io faccio parte dei peggiori. Qualcuno forse ha guardato più di una volta Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? A centinaia di migliaia abbiamo invece guardato decine di volte, se non centinaia, La vita è meravigliosa di Frank Capra, e tutte le volte ci sono colate le lacrime. Guardandolo, abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per essere migliori, coraggiosi, forti e onesti, fino all’ultimo atomo del nostro essere, nella speranza che in caso di guai tutto un paese avrebbe pregato per noi e che San Giuseppe ci avrebbe mandato in soccorso qualcuno, magari un angelo con il cervello di un coniglio e la fede di un bambino, che vuol dire la potenza di un leone. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un film che leva coraggio: tanto fa tutto schifo, perché battersi? Il suo scopo è scoraggiare al punto tale che la gente viene convinta che tanto fa tutto schifo, tutto è senza speranza, e così si lascia irretire dal comunismo che, in mano ai servi dei sovietici, mantenuti con denaro che arrivava dal Paese dei gulag, si presentavano come il partito degli «onesti», parola usata anche da Pasolini per adulare da ossequioso servo gli assassini di suo fratello. La vita è meravigliosa serve a dare coraggio. Tutte le volte che in vita mia ho avuto bisogno di fare scelte difficili e di pagarle, mi sono ricordata anche di George Bailey e dell’angelo Clearance che San Giuseppe manda in suo soccorso, per essere certa che ne valesse la pena.
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