Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
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2026-04-20
Dai disturbi posturali all’insonnia digitale. Sempre più gente soffre del «mal di smartphone»
iStock
Ore e ore chini sul cellulare causano tensioni e rigidità muscolari. Per i giovani, che stanno sviluppando l’apparato scheletrico, le criticità sono maggiori.
C’era una volta il cosiddetto callo dello scrittore, un piccolo rigonfiamento sulla parte interna della falangetta del dito medio della mano destra, derivante dalla pressione della penna, tenuta da pollice e indice, sul dito su cui si appoggiava scrivendo.
Oggi che quasi nessuno purtroppo ha più una penna e un bloc notes dietro, perché se deve annotare qualcosa lo fa sullo smartphone, si potrebbe pensare che «il danno» della scrittura manuale sia stato superato e la trasformazione della scrittura da fisica a elettronica abbia condotto allo stato ideale problemi zero. In realtà, come sempre quando un sistema ne sostituisce un altro, è il contrario: succede che il nuovo sistema cancellerà i vecchi problemi, sì, ma portando con sé i nuovi.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone per fare tutto, ormai, non solo scrivere, sono innumerevoli. Altro che callo. Martin Cooper (Chicago, 26 dicembre 1928) è inventore e imprenditore statunitense figlio di immigrati ebrei ucraini, considerato il padre del telefono cellulare di cui lo smartphone è l’evoluzione. Cooper, pensate, è stato il primo ad effettuare una chiamata in pubblico da un telefono cellulare (era un prototipo), il 3 aprile 1973, in una strada di New York di fronte a passanti e, chiaramente, giornalisti. Il telefonino era il Dyna-Tac, pesava 1,5 kg e aveva una batteria che impiegava 10 ore a ricaricarsi, per poi durare solo 30 minuti. Magari fossero così gli smartphone, oggi, utilizzabili solo 30 minuti ogni mezza giornata. È l’opposto, a dispetto di tutte le prediche sulla sostenibilità, lo smartphone deve essere sempre acceso e ricaricato, quello sì, in 30 minuti. In quella prima telefonata da telefono cellulare si sanciva il momento di passaggio della storia della telefonia mobile, perché si chiamava una persona invece che un luogo. Le telefonate dall’auto erano già possibili. Cooper ha dichiarato, recentemente: «Resto basito quando vedo le persone che attraversano la strada con lo sguardo incollato sullo schermo». Col telefono cellulare normale, questo non avveniva: serviva solo a telefonare e poi a mandare e ricevere sms, nessuno lo teneva sempre in mano. La tragedia si compie quando il telefono cellulare diventa smartphone. Il primo smartphone della storia è considerato l’Ibm Simon, progettato da Ibm e distribuito da BellSouth nel 1993-1994. Si trattava di un dispositivo ibrido con schermo touch, funzionalità fax, e-mail e app, sebbene il termine «smartphone» sia stato usato per la prima volta da Ericsson nel 1997, a disposizione di pochi, professionisti, perché univa telefono e Pda (Personal digital assistant). Poi arrivarono dispositivi come il Nokia 9000 Communicator e i BlackBerry, ancora a disposizione dei soli professionisti, cioè coloro che per lavoro dovevano essere sempre - o quasi - connessi. Si definisce poi Rivoluzione Moderna quella principiata nel 2007 dal fu Steve Jobs di Apple che, con il primo iPhone, ha ridefinito la categoria introducendo l’interfaccia touchscreen con le dita e rendendo, negli anni successivi, lo smartphone un dispositivo di massa, in primis attraverso l’installazione delle app di social network.
Tutto questo per dire che non ci siamo accorti che il telefono cellulare era poi evoluto in qualcosa di completamente diverso rispetto a una semplice cabina telefonica portatile. Telefonare, forse, è la cosa che ormai si fa meno con lo smartphone. Si sta sempre a guardare lo schermo e interagire con esso, di giorno, di sera, di notte, appena svegli, insonni, in casa, al lavoro, in vacanza, all’ospedale, ovunque. Più che diffusione collettiva, ormai è dipendenza collettiva, per i più, ripetiamo, soprattutto dai social network che come le gorgoni della mitologia greca, Medusa la più nota, avevano il potere di pietrificare chi incrociasse il loro sguardo. Uguale fanno i social network.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone sono tanti, da quelli posturali come il cosiddetto tech neck alla sedentarietà, passando per i disturbi del sonno. Derivano da un uso squilibrato degli smartphone, squilibrio indotto dallo smartphone stesso in cui qualcuno non cade, va bene, ma tanti altri sì. Un uso occasionale, 10 minuti al giorno, per esempio, certamente non è in grado di creare problemi.
Tech neck significa collo da smartphone e si tratta dell’assunzione di una postura sbagliata da parte del collo, così come delle spalle e della parte alta della schiena. La postura sbagliata porta anche a un dolore cronico delle parti coinvolte. La postura inclinata e insalubre dipende dal fatto che si tiene il capo chino sui dispositivi elettronici come lo smartphone e simili, per esempio il tablet. Questa inclinazione, pensate, può simulare un peso di oltre 27 kg sul rachide cervicale. Per guardare lo schermo dello smartphone e operarci sopra, pieghiamo la testa verso lo smartphone, curviamo le spalle in avanti, chiudiamo il torace, ingobbendoci e stanziando e addirittura camminando in questa postura totalmente negativa per il nostro benessere. La testa, che di solito pesa sui 5-6 kg, aumenta il suo peso sul corpo man mano che aumenta l’angolo di inclinazione sulle strutture ossee e quelle non ossee (muscoli, tendini, legamenti ecc.) che la tengono. Il capo chino sullo smartphone, poi, provoca tensione e rigidità muscolare che, giorno dopo giorno, possono aggravarsi fino alla contrattura muscolare, cefalee tensive, dolore alle spalle, formicolio alle braccia e alle mani (parestesia), discopatie al rachide (la colonna vertebrale). Perché il corpo sopporti solo il peso della testa occorre tenerla dritta. Una nota a parte meritano gli adolescenti, che stanno finendo di sviluppare l’apparato muscolo scheletrico e rischiano facilmente di sviluppare cattive abitudini posturali che potrebbero evolvere in discopatie al rachide.
A volte, poi, si soffre già di problematiche ortopediche come lordosi, cifosi e scoliosi. Rispettivamente, sono la curvatura naturale della colonna vertebrale a convessità anteriore (inarcata verso l’interno) situata nella zona cervicale e lombare, la curvatura naturale a convessità posteriore (curva verso l’esterno) situata nella zona toracica (dorsale) e sacrale, curve che possono diventare troppo dritte o iperbolizzarsi, e infine la scoliosi è una curvatura laterale anomala della colonna vertebrale. Se si soffre già di uno di questi problemi, aggiungere la cattiva postura del collo a causa dello smartphone può criticizzare quei problemi ed estenderli.
Altro problema dell’uso eccessivo dello smartphone è la sedentarietà. Certamente c’è chi guarda lo smartphone anche facendo jogging o sollevando pesi, ma la verità è che per la maggior parte delle persone lo smartphone è il modo preferito per passare il tempo - attenzione, perché questo è molto grave - sottraendolo a qualsiasi altra attività. Bisognerebbe chiedersi quanto, inconsciamente, si cerchi proprio questo prendendo in mano lo smartphone e facendosi pietrificare per ore: annullarsi. La cosa, come abbiamo detto, è indotta dalla dipendenza che a un certo punto, usandolo oltremodo oggi e usandolo oltremodo domani, si sviluppa. Sono a rischio tutti, anziani, adulti e giovani. L’indagine del 2022 Attività fisica e tempo dedicato ai dispositivi elettronici effettuata da Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) ha indagato i livelli di attività fisica moderata-intensa quotidiana e la frequenza settimanale di attività fisica intensa tra gli adolescenti di 11, 13, 15 e 17 anni. I risultati sono stati preoccupanti: mediamente, solo un adolescente su 10 è risultato svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuiva all’aumentare dell’età per entrambi i generi.
Altro settore che ha riportato molti danni dall’incontro con lo smartphone è il sonno. Si potrebbe dire che certe persone con lo smartphone attaccato alla faccia sembrano dormire in piedi, nel senso di essere completamenti assenti dal qui ed ora della realtà extra smartphone. Ma se prendiamo la frase letteralmente, e non nel suo significato iperbolico, ebbene a costoro farebbe bene, invece, un po’ di sonno, altro che… Perché chi dipende dallo smartphone dorme poco e male. Molti infatti hanno preso il brutto vizio, ragazzi in primis, di usare lo smartphone - la dipendenza - anche prima di dormire. Si tratta di un fenomeno noto come vamping che - anch’esso, come usare troppo lo smartphone di giorno per guardare i social network, video ecc. - diminuisce le ore a disposizione per dormire. Ma l’uso dello smartphone prima di dormire altera il sonno, rendendolo difficoltoso fino alla vera e propria insonnia. La luce blu, infatti, emessa dagli schermi degli smartphone, inibisce la produzione di melatonina e squilibra il ritmo circadiano del nostro organismo che è determinato dalla nostra reazione alla naturale luminosità. Il ritmo circadiano è l’orologio biologico interno di circa 24 ore che regola le funzioni fisiologiche, inclusi il ciclo sonno-veglia, la temperatura corporea, il metabolismo e la produzione ormonale. Guidato dal nucleo soprachiasmatico nell’ipotalamo, si sincronizza con l’ambiente principalmente attraverso la luce solare.
Il ritmo circadiano è un meccanismo endogeno che gestisce la produzione di melatonina di notte, comunicando all’organismo che è ora di dormire, e di cortisolo la mattina, dicendo al corpo che è l’ora della veglia. Il principale regolatore di questo ritmo, l’elemento che tara l’orologio interno, è appunto la luce naturale: la luce blu emessa dagli schermi simula proprio la luce diurna, ingannando il cervello e dicendogli che anche se fuori è buio nello schermo davanti ai suoi occhi è sempre giorno. Inoltre, gli effetti si vedono anche successivamente all’addormentamento: l’esposizione alla luce blu può diminuire la durata del sonno profondo (fase Rem), fondamentale per le funzioni cognitive. Quindi anche se poi alla fine si dorme, be’, si dorme male e ci si sveglia ogni giorno più rintronati. Una persona su 5, infatti, lamenta insonnia da smartphone. L’insonnia digitale può causare nervosismo, ansia, depressione, mal di testa, capogiri e, a lungo termine, disturbi cardiaci. Anche la stimolazione cognitiva, insieme con le radiazioni elettromagnetiche degli smartphone, sono stimoli che non conducono il corpo al rilassamento necessario a dormire come angioletti.
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Mariella Nava
Mariella Nava: «È come se i giovani non sapessero cosa vuol dire amare profondamente. I miei primi brani nascono dalla lettura di poesie, ma non dicevo che ero l’autrice. La natura è troppo perfetta, deve esistere un Creatore».
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».
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Alla festa della comunità Lautari a Pozzolengo (Brescia), Andrea Bonomelli lancia l’allarme su sostanze sempre più chimiche e diffuse tra i giovani. All’evento ha partecipato anche il presidente del Senato La Russa: «Più risorse e strutture, queste realtà fanno un servizio alla nazione e restituiscono futuro».
La tossicodipendenza cambia volto e abbassa sempre di più l’età di chi ne resta coinvolto. A lanciare l’allarme è Andrea Bonomelli, presidente della comunità Lautari, che parla di un fenomeno ormai diffuso e trasversale: «Oggi è allargato a tutte le tipologie di sostanze, sempre più chimiche, con un aumento molto accentuato della componente psichiatrica».
Secondo Bonomelli, anche droghe considerate leggere in passato hanno subito una trasformazione: «La marijuana è ormai dichiarata droga pesante perché lavorata chimicamente e quindi porta subito a una dipendenza molto elevata». Un cambiamento che si riflette anche nel profilo dei consumatori: «Il tossicodipendente non è più ai margini della società, isolato e senza lavoro. Cerca di vivere la quotidianità, lavora, ma continua a far uso di sostanze, con conseguenze che leggiamo ogni giorno nella cronaca». A preoccupare è anche l’età sempre più precoce: «Gli ultimi dati evidenziano un inizio di uso di sostanze stupefacenti pesanti già a partire dagli 11 anni», sottolinea il presidente della comunità. Il tema è stato al centro di Lautari in Festa 2026, l’appuntamento annuale che si è svolto sabato 18 aprile a Pozzolengo, nel Bresciano, nella tenuta di Borgo La Caccia. Oltre mille persone – tra famiglie, educatori, volontari e ragazzi impegnati in percorsi di recupero – si sono ritrovate per una giornata che unisce condivisione e testimonianza.

All’evento ha partecipato anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha rivolto un messaggio diretto alle comunità impegnate nel recupero: «Cercherò di convincere il Parlamento ad esservi più vicini». Un riconoscimento esplicito al lavoro svolto da realtà come Lautari: «Fate un servizio alla nazione perché ridate all’Italia dei figli in grado di fare molto più di quello che facevano prima di entrare in comunità». Nel suo intervento, La Russa ha richiamato anche la linea del governo sul tema delle dipendenze, citando le parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «La risposta migliore alle dipendenze è la comunità come questa, capace di seguire i ragazzi ogni giorno per reintrodurli nella società». Da qui l’auspicio di un rafforzamento del rapporto tra istituzioni e queste realtà, per offrire «una prospettiva di speranza e una concreta occasione di riscatto» a chi vive situazioni difficili. Un messaggio in linea con quello del ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha sottolineato il valore di iniziative come questa: momenti utili a riconoscere «i percorsi compiuti» e l’impegno quotidiano di chi affronta un cammino di recupero. «La comunità è il luogo in cui le persone possono ritrovare fiducia, relazioni e nuove opportunità», ha ricordato.
Per la comunità Lautari, la giornata rappresenta soprattutto la conferma di un metodo. «È la dimostrazione concreta che il cambiamento è possibile», ha spiegato Bonomelli. «Qui non celebriamo solo un traguardo, ma il coraggio quotidiano di chi decide di ripartire». Lo sguardo resta rivolto al futuro: rafforzare i percorsi educativi e lavorativi e creare opportunità reali di reinserimento. «Vogliamo essere una comunità sempre più aperta, capace di dialogare con il territorio e costruire alleanze, perché nessuno si salva da solo». Un segnale che arriva da Pozzolengo e che racconta una realtà in evoluzione: da un lato l’allarme per una dipendenza sempre più diffusa e precoce, dall’altro il tentativo di costruire percorsi concreti per uscirne.
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Il titolare dello storico «pastificio giallo» Dino Martelli: «Per ora non tocchiamo i listini, però se la crisi durasse saranno dolori per le difficoltà di spedizione e il costo del credito».
Sulle tavole d’Europa è una star come Jessica Fletcher, la signora in giallo. Solo che lui è lo spaghetto in giallo. Dino Martelli, classe 1945, guida la famiglia che da cent’anni a Lari - colline pisane, borgo etrusco dominato dal Mille in avanti dal Castello dei Vicari - produce una pasta gioiello.
Incontrarlo serve a soddisfare tre interrogativi: è ancora possibile in epoca di globalizzazione condurre un’impresa artigiana senza venire meno alla propria tradizione? In tempi di recessione si riesce ancora ad avere mercato per alimenti che costano di più anche se danno molto di più? Infine: l’economia di guerra preoccupa? Mancherà il grano? I prezzi schizzeranno in alto? Non ci sarà abbastanza corrente per far girare le macchine? Visto da qui dove i ciliegi cominciano ad «arrosare» l’orizzonte e profumano l’aria di dolcezza domestica – Lari ha una produzione di ciliegie di altissima qualità – contemplato al passo lento dei cavalli che ancora sgroppano al limitare dei forteti, misurato con la voglia intraprendere che le microimprese dalla valle esprimono, sembra un mondo molto lontano dagli affanni internazionali, dagli insulti della cronaca.
«Che volete che vi dica? Noi il nostro si fa ancora, come s’è sempre fatto: la richiesta c’è, è stazionaria, semmai i guasti si sentono per questa invadenza della contemporaneità». Tra i Martelli, oltre a Dino che è rimasto «carabiniere per tutta la vita: ho vestito quella divisa come un sogno, me la sono tolta per bisogno di famiglia, ma resto carabiniere», c’è Mario, il fratello maggiore che ancora sta in bottega, e poi ci sono le figlie-cugine Laura, che ha sposato anche lei un carabiniere, e Chiara, poi i figli-cugini Luca che è il mastro pastaio e Lorenzo e ancora Giacomo sorvegliati tutti da donna Lucia, la moglie di Dino. «È questo essere famiglia che ci salva, è questo vivere, lavorare insieme, passarsi il testimone l’un con l’altro…».
Dino, l’avventura quando è cominciata?
«Ufficialmente il primo marzo del 1926 quando mio padre Guido e lo zio Gastone, che erano operai del signor Catelani che aveva cominciato l’attività nel 1889, la rilevarono. I miei erano stati ragazzi del ’99. Il mio babbo voleva seguire Francesco Baracca e fare l’aviatore, ma lo costrinsero a fare l’autiere. Poi zio Gastone è morto nella seconda grande guerra. Sicché - detto proprio alla pisana - noi si festeggia il centenario, ma il pastificio è ancora più vecchio. A quei tempi nel pisano ce n’erano una trentina di pastifici, negli anni Cinquanta quando il mio babbo dette la svolta perché vendeva la pasta direttamente ai contadini, in Italia c’erano 2.200 pastifici: ora tra mega industrie e noi piccini siamo rimasti in 130».
Dino e Mario quando hanno iniziato?
«Negli anni Sessanta. Facevo il carabiniere a Vipiteno e si doveva “combattere” coi separatisti tirolesi. Avanti Natale mi chiama Mario che invece era rimasto a Lari e mi dice: o torni a casa o si chiude bottega. E così ci siamo ritrovati anche noi a fare la pasta. Ma erano tempi magri. La svolta venne con la legge 580 dei primi anni Settanta, che obbligava tutti al confezionamento della pasta e a usare solo semola di grano duro. Ci dette la spinta a provare a fare meglio. E poi ci fu l’acquisto, da un pastificio di Cecina, il Nieri che faceva ottima pasta, di una pressa – ce l’abbiamo ancora – la Braibanti di Milano, ora non la fanno più, che ci ha cambiato la produzione. E poi venne il sacchetto giallo...».
Già, perché questo colore insolito?
«Si doveva insacchettare e allora siccome noi si usava prima la carta paglia, si decise di fare una confezione gialla con le scritte a mano, quasi elementari. S’andò a Firenze da Mario Ciurli che ci disse: io un sacchetto così brutto non lo faccio. Ma noi s’è insistito ed ecco che siamo diventati la pasta in giallo. La vendiamo in 40 Paesi perché come diceva il babbo: bisogna avere cento clienti, non uno solo. Noi all’inizio si vendeva quasi tutto all’ospedale di Livorno, ma se poi andava male l’appalto erano dolori e così s’è cominciato a piazzare la pasta nei negozi».
Ma è vero che voi non vendete direttamente?
«Noi non s’è mai venduto un pacco di pasta da casa nostra. Bisogna avere rispetto per i negozianti. Ora, se vogliono, on line si informano sulla produzione e possono trovare il rivenditore più vicino. Noi mica siamo Amazon, s’ha rispetto per i negozianti e devo dire che l’effetto più negativo oggi è proprio il fatto che spariscono le botteghe. Per esempio se uno viene qui a Lari e vuole la pasta Marelli va in uno dei quattro negozi – due macellerie, uno di souvenir e una boutique – e se la compra».
È vero che costa tanto?
«Tanto? Costa sei euro al chilo al consumatore, ma è fatta solo con grano toscano che noi si va a pigliare in Maremma. Per essiccare i nostri spaghetti ci mettiamo 50 ore, io adopro ancora un seccatoio del ’46, l’industria lo fa in quattro ore. E poi noi si fa al massimo 3.000 quintali di pasta all’anno: tanta quanta ne fa la Barilla in cinque ore. Però devo dire che noi non abbiamo mai avuto un calo di domanda in rapporto al prezzo. I consumatori hanno capito che bisogna mangiare meglio, magari mangiando anche un po’ meno. Poi noi ci s’ha degli alleati speciali: i cuochi. Su un piatto di ristorante qualificato la differenza di prezzo tra la pasta nostra, o di tanti altri ottimi pastifici artigianali che ci sono in Italia, e quella industriale incide poco. Basta fare un conto. Un chilo di pasta anche al discount costa più o meno due euro, la nostra sei, ma su una porzione da un etto la differenza nel prezzo sono 40 centesimi, ma in bocca altro che 40 centesimi...».
I segreti quali sono?
«Semola ottima, trafile perfette, il tempo che ci vuole per seccarla, acqua fredda e passione. E nel caso dei Martelli: la famiglia! Con questi quattro ingredienti ci siamo conquistati per gli spaghetti di Lari il marchio Pat - Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Toscana - e siamo i soli in tutta Italia ad aver ricevuto questo riconoscimento dalla Regione e dal ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Uno dei segreti che nessuno racconta mai è l’estrusione, che deve essere lenta. Noi s’adopra ancora la pressa Braibanti e io quando vedo che l’impasto va trafilato la faccio girare al minimo, mentre tanti vanno a tutta velocità per risparmiare tempo, ma così si sviluppa calore e si rovina il grano. Se la pressa va piano si incorpora più aria nella pasta che la rende più digeribile e si fa la superficie più porosa e rugosa che vuol dire avere bisogno di condire meno».
Sì ma anche se la differenza sono 40 centesimi i tempi di guerra peseranno, no?
«I tempi di guerra me li raccontava il mio babbo e non sono questi, date retta. Sì, un po’ di preoccupazione c’è soprattutto sul grano, non solo per il prezzo, ma proprio per la carenza di prodotto. Poi c’incide già parecchio l’aumento del trasporto, sulla bolletta della luce ancora ci si difende: il costo d’energia a noi incide per 4 centesimi al chilo, però certo se la rincorsa delle tariffe non si ferma sono dolori. Per ora noi abbiamo fatto la scelta di non toccare i listini e abbiamo ancora un certo margine per assorbire i maggiori costi che non scarichiamo sul cliente finale. Certo se dovesse durare sarebbero dolori, ma quello che a noi preoccupa di più a parte i costi energetici sono due fattori: la difficoltà di spedizione e il costo del credito. Vendendo in quaranta Paesi e grazie alle ragazze che hanno studiato noi si riesce a parlare con tutto il mondo. Siamo preoccupati dell’arrivo della pasta a destinazione e il costo del credito o comunque dei servizi bancari, su un’impresa artigiana come la nostra, su ogni fattura pesa».
Perché la scelta di insacchettare ancora a mano?
«Perché così si fa la verifica pezzo per pezzo, perché non si rischia che le macchine rovinino la pasta e perché ci piace stare tutti insieme a fare i sacchetti: si chiacchiera, ci si conforta. Mio fratello Mario è quello addetto alle etichette estere!».
Come mai solo cinque formati?
«E quanti nei vuoi fare? Per la verità fino a una quindicina d’anni fa erano solo quattro: gli spaghetti, gli spaghettini perché ai contadini serviva la pasta che cuoce in fretta, il maccherone alla toscana che è un rigatone un po’ piccino e meno rigato e le penne».
Le penne rigate, ottime…
«Ma che rigate! È un sacrilegio: la penna deve essere liscia, noi le chiamiamo le classiche! E poi s’ è aggiunto il fusillo torre di Pisa che prima di venderlo a Livorno ci abbiamo messo due anni!».
Come torre di Pisa?
«Tutto nasce da una rivista, Medioevo, dove la professoressa Laura Galoppini, grande medievista dell’università di Pisa, raccontava che la pasta nel Duecento si faceva in Sardegna e veniva spedita in Continente e in Spagna. A Pisa un fornaio, tal Peciolo, la copiò e il 13 febbraio – è il mio compleanno - del 1284, l’anno della sconfitta della Meloria, assunse un garzone per fare la pasta. Allora mi sono detto: tutti pensano alla pasta di Napoli, ma anche noi ci s’ha una storia. E così con la ditta di Pistoia che ci fa le trafile abbiamo creato questo fusillo che ha sette giri tanti quanti sono i giri della torre e siccome qualche volta vengono anche un po’ torti ecco il fusillo Pisa».
È una storia da riconoscimento Unesco della cucina italiana!
«Vero perché la cucina è cultura, è ingegno, è terra e passione!».
In confidenza: qual è il sugo migliore?
«La carbonara, non c’è di meglio. Io però la pasta la mangio scondita perché mi piace sentire il grano».
Carbonara perché è giallo Martelli?
«No, perché è buona, anche se col giallo Martelli ci vogliono fare i berretti, i grembiuli, le maglie».
Beh se il celeste Tiffany per una colazione è diventato un must, figurati il giallo Martelli che vale un pranzo!
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