Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Ospite della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Luca Squeri di Forza Italia e Christian Di Sanzo del Pd.
Donald Trump (Ansa)
- Il presidente Usa Donald Trump paventa ancora l’addio al Patto Atlantico, ma i partner incassano senza preoccuparsi troppo. Giuseppe Conte riapre la polemica su Sigonella: «Nessuna base va concessa agli Usa». Guido Crosetto pronto a riferire in Aula.
- Appello congiunto di 15 Paesi Ue per fermare gli attacchi di Idf ed Hezbollah. Il ministro libanese Michel Menassa: «L’operazione di Tel Aviv indebolisce i nostri sforzi anti miliziani».
Lo speciale contiene due articoli
Donald Trump continua imperterrito a svolgere il ruolo di «picconatore» dell’Alleanza atlantica. Il presidente americano ha infatti annunciato nel pomeriggio di ieri (quindi durante la mattinata a Washington) che durante il discorso alla nazione previsto durante serata americana di ieri, avrebbe parlato del suo «disgusto» nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare «assolutamente» un possibile ritiro dall’alleanza da parte degli Stati Uniti.
Alla Nato la parola d’ordine dopo l’annuncio del tycoon è stata: «Mantenere la calma». Secondo quanto confidato da fonti alleate interpellate dall’Ansa, Trump non viene considerato infatti nuovo a quelle che vengono definite «provocazioni». Per questo, in un certo senso, la Nato ha sviluppato in questi ultimi mesi una sorta di tolleranza alle dichiarazioni forti. L’attitudine è di guardare ai fatti e, si sottolinea, sia l’opinione pubblica americana sia il congresso sono, in maggioranza, «favorevoli» all’alleanza transatlantica. Del resto, il presidente americano non può lasciare la Nato senza un via libera del Congresso. Inoltre, anche se il Parlamento statunitense approvasse l’uscita dall’alleanza transatlantica, il ritiro richiederebbe un anno sulla base delle norme della Nato. Come si legge sul sito del Congresso americano, «nel 2023, il Congresso ha promulgato una legge che proibisce al presidente di “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” - che ha istituito l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - senza il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso». Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi mentre il Congresso dovrebbe approvare una legge nuova. La norma di tre anni fa fu adottata perché durante il primo mandato di Trump gli avvocati del dipartimento di Giustizia spingevano per far passare la tesi che il presidente aveva il potere esclusivo di ritirare il Paese dai trattati.
E anche a Bruxelles le esternazioni del presidente americano non hanno suscitato particolare allarme. Un portavoce della Commissione Ue nel corso del briefing con la stampa, ha risposto così ad una domanda sulla minaccia del tycoon: «In termini di sicurezza e difesa, ovviamente siamo impegnati a mantenere un forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza. Insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale».
Anche in governo tedesco sembra non aver preso molto sul serio la sparata di Trump: «Lo ha già fatto in passato», ha dichiarato il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Trattandosi di un fenomeno ricorrente, potete probabilmente giudicarne le conseguenze da soli», ha aggiunto.
Più articolata la posizione del Regno Unito, che non intende «scegliere» fra la storica «special relationship» con gli Usa e l’alleanza con i partner europei. A ribadirlo ieri è stato il premier britannico Keir Starmer, a margine dell’intervento in diretta tv da Downing Street con cui ha aggiornato la nazione sui contraccolpi della guerra in Medio Oriente innescata dall’attacco di un mese fa di Usa e Israele all’Iran.
Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti che lo sollecitavano su questo tema, ha evitato qualunque riferimento diretto alle accuse del presidente americano, limitandosi a dire che il suo governo continua a ritenere vitale «per l’interesse nazionale» del Regno avere «una forte relazione sia con gli Usa sia con l’Europa». Quindi è tornato a difendere la Nato, presa di mira da Trump. E infine ha ribadito il ruolo solo «difensivo» attribuito al suo Paese nello scenario del conflitto mediorientale e il suo no a un coinvolgimento militare diretto contro l’Iran (al di là degli sforzi per creare una coalizione allargata impegnata a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco); non senza rimarcare ancora una volta il peso dei contraccolpi «energetici ed economici» destinati, stando alle sue parole, a continuare a colpire anche l’isola per un periodo di tempo non breve. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece reso noto di aver avuto un colloquio con Trump in cui i due hanno avuto «discussioni costruttive e scambi di idee su Nato, Ucraina ed Iran. Ci sono problemi da risolvere, in modo pragmatico», ha commentato Stubb.
Secondo il Financial Times, inoltre, il mese scorso il presidente Usa chiese alla Nato di aiutarlo a riaprire lo stretto, ma fu respinto dalle capitali europee. Tre funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che Trump rispose minacciando di interrompere le forniture di armi a Kiev.
Sullo sfondo delle ultime esternazioni del tycoon si intravede però anche la querelle scatenata dal divieto da parte del governo italiano all’utilizzo della base aerea di Sigonella nelle operazioni contro l’Iran.
Una scelta cavalcata dall’ambasciata iraniana a Roma che sul suo profilo X ha condiviso un post del ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando di «una scelta intelligente, fondata sul diritto internazionale e sulla tutela degli interessi e dell’indipendenza dell’Italia». Un portavoce del dipartimento della Guerra Usa ha però gettato acqua sul fuoco: «Gli accordi di cooperazione tra le forze armate italiane e statunitensi rimangono solidi».
Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha però comunque provato a cavalcare l’onda: «Per me non solo Sigonella, ma nessuna base deve essere mai fornita, neppure per un supporto logistico, come sta facendo la Spagna. Nessun supporto diretto, indiretto e logistico per un’azione che va contro il diritto internazionale: l’ho ripetuto ieri durante l’incontro con l’inviato speciale di Trump», ha detto l’ex premier, facendo riferimento a un incontro - che forse doveva restare riservato - con Paolo Zappolli. Per la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli, però, «spicca il silenzio assordante del leader del M5s su una contraddizione che ha dell’incredibile: come può, Conte, tentare di infiammare le piazze Pro-Pal la mattina e correre a pranzo con gli inviati speciali di Donald Trump il pomeriggio?
Intanto, Crosetto si è detto disponibile a riferire in Parlamento, così come richiesto da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. L’informativa sull’utilizzo delle basi militari Usa nel territorio italiano si potrebbe svolgere martedì prossimo.
Libano, pure Roma chiede stop ai raid
Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha illustrato i piani per occupare una parte del Libano meridionale, hanno ribadito l’intenzione di Tel Aviv di controllare la regione anche dopo la fine dell’invasione di terra. Il responsabile del dicastero della Difesa ha affermato che le forze israeliane manterranno il controllo sull’intera area dal confine fino al fiume Litani, anche dopo la conclusione dell’offensiva e che ciò comporterà la demolizione di intere città di confine e che ai residenti non sarà consentito ritornare alle proprie abitazioni fino alla definitiva eliminazione di Hezbollah.
Questa mossa porterebbe all’evacuazione di circa 600.000 residenti che dovranno abbandonare questa zona, dove l’Idf vorrebbe istituire una zona cuscinetto per proteggere città e villaggi della parte settentrionale di Israele. Tel Aviv aveva già occupato una parte del Libano meridionale dal 1982 al 2000, sempre con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto. In quel caso era stato utilizzato il sedicente esercito del Libano del sud, guidato dal maggiore Haddad, che durante la guerra civile libanese aveva disertato e creato una milizia personale strettamente legata ad Israele.
Michel Menassa è un ex generale di divisione che da poco più di un anno guida il ministero della Difesa di Beirut ed esprime la sua preoccupazione alla Verità. «Le parole del mio omologo Katz non sono più semplici minacce, ma si sono trasformate in un piano ben preciso per occupare la nostra nazione. Riteniamo questo fatto inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Il loro obiettivo è quello di imporre una nuova occupazione del territorio libanese, sfollare con la forza centinaia di migliaia di cittadini e distruggere sistematicamente villaggi e città nel Sud. La Comunità internazionale non deve permettere che questo accada.»
Il ministro Menassa, fedelissimo del presidente libanese Joseph Aoun, è stato fra i promotori del programma di disarmo di Hezbollah, un impegno che secondo Israele è stato totalmente disatteso. «Da agosto l’esercito nazionale ha iniziato a prendere il controllo di alcune caserme e tre depositi di armi di Hezbollah sono stati confiscati, ma serve tempo. I nostri soldati sono armati ed equipaggiati in maniera insufficiente per essere un vero deterrente per una milizia potente come Hezbollah, servono finanziamenti internazionali come hanno fatto gli Stati Uniti che ci hanno permesso di comprare armi moderne. Tel Aviv con questa occupazione indebolisce il governo libanese e rafforza la presa di Hezbollah sulla popolazione del sud.
Il Partito di Dio è anche presente in Parlamento e gli sciiti libanesi credono che facciano i loro interessi. La società libanese è molto complessa e azioni come quella israeliana possono distruggere i fragili equilibri che ci tengono insieme.» Secondo Katz l’operazione in Libano si ispirerà a quella di Gaza arrivando al fiume Litani, anche se la settimana scorsa gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano si erano estesi fino al fiume Zohran a 40 km di distanza dal confine. «La nostra nazione è sotto attacco, Beirut viene bombardato così come il sud e la valle della Bekaa- continua Menassa - se Tel Aviv tornerà ad occupare il territorio libanese tutto potrebbe crollare senza risolvere minimamente la questione di Hezbollah».
Un appello a fermare le operazioni in Libano è intanto arrivato da 15 nazioni europee, compresa l’Italia, che hanno esortato Israele a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale libanese invitando tutte le parti a sospendere le operazioni militari. La Turchia ha condannato l’offensiva israeliana in Libano e ha messo in guardia da una nuova catastrofe umanitaria che vede nel Paese dei Cedri già 1,2 milioni di sfollati, un numero che rappresenta circa il 25% della popolazione totale.
Continua a leggereRiduci
Davide Bartesaghi (Ansa)
Dopo la delusione di Euro 2000, la Federcalcio tedesca ha lanciato il «Programma talenti» finanziando centri d’eccellenza diffusi dove monitorare i vivai. Lo scouting è centrale. Il mantra del modello scandinavo (in ascesa): fino a 13 anni niente tattica.
Quando Henry Ford invitò per la prima volta i dirigenti della Fiat a visitare la fabbrica di Detroit, Giovanni Agnelli disse ai suoi ingegneri in partenza: «Per favore nessun colpo di genio, copiate e basta». Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
Continua a leggereRiduci
Gabriele Gravina (Imagoeconomica)
- Il presidente della Figc, al secondo fallimento Mondiale, non si dimette e dileggia gli azzurri vincenti negli altri sport: «Ma loro sono dilettanti». Anche Abodi lo sfiducia sperando in un «sussulto di dignità».
- Il campione del mondo 1982 a gamba tesa sul sistema che sta governando il pallone: «Riforme mai avviate e associazioni complici. Appena 400 euro a chi allena i ragazzi?»
Lo speciale contiene due articoli
Lo ha già cacciato un intero Paese, manca solo qualcuno che gli dia la cattiva notizia. Sfiduciato da 60 milioni di commissari tecnici, Gabriele Gravina resiste in trincea meglio della difesa azzurra in Bosnia. Nessuna presa di coscienza, nessun sussulto di dignità. Per il presidente federale quel bambino che da 12 anni non vede l’Italia ai Mondiali di calcio (scusate per la metafora più stucchevole dell’anno) può anche diventare maggiorenne. Contano solo la sua poltrona e il Millechiodi per incollarci i glutei. Così il giorno dopo somiglia curiosamente al giorno prima: volto di marmo e scaricabarile da satrapo democristiano. «La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come unico attore ma ci sono le Leghe, i club, la politica». E poi le gomme bucate, le cavallette come in quella scena con John Belushi.
A buttare la palla in tribuna Gravina è un fuoriclasse. Ma sono trascorse 24 ore dalla disfatta epocale (seconda personale, la Macedonia del Nord è stato l’altro suo capolavoro) e lui è ancora lì. Almeno Carlo Tavecchio dopo il crollo contro la Svezia di otto anni fa se n’era andato a testa più o meno alta. Lui no, rimanda e si appella al Consiglio federale che un anno fa lo rielesse con il 98% dei voti, stile Vladimir Putin. Difficile pensare di rinunciare a 240.000 all’anno dalla Figc e quindi anche ai 250.000 come vicepresidente Uefa.
Questa volta la faccenda è seria e con lui dovrebbe andarsene tutto il cucuzzaro. Ieri la sede della Federcalcio è stata pure vandalizzata: uova marce contro il muro d’ingresso, vicino allo stemma, e aiuole distrutte. Un segnale di insofferenza assoluta. Le pressioni dal mondo sportivo, politico e dai suoi sponsor (Giancarlo Abete prima di tutti) sono forti e già oggi è previsto un summit interno con tagliole sparse nell’erba alta. Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è il primo a smarcarsi: «Oggi la Nazionale è un giocattolo in mano ai bambini». E lancia la candidatura dell’evergreen Giovanni Malagò.
Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, non ha intenzione di fare prigionieri: «Tre Mondiali senza l’Italia, è una sconfitta definitiva. Non è un giorno normale e non può bastare lo scaricabarile. Bisogna rifondare il calcio mettendo in discussione tutto, il vertice della federazione deve assumersi le sue responsabilità. Se non lo fa potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro». Poi il siluro definitivo a Gravina: «Prima ancora del ruolo del Consiglio c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Tavecchio e Abete ebbero un sussulto di dignità. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì. Al di là del garbo istituzionale quello che ho detto è già abbastanza chiaro». Sintesi da titolo: vattene subito.
A peggiorare la situazione del presidente Gravina è arrivata l’uscita «nonsense» nella conferenza stampa dopo il tracollo. In pieno marasma da eliminazione, alla domanda sul motivo per cui il calcio perde e gli altri sport vincono, aveva dichiarato: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Sport di Stato, tolta Arianna Fontana sono tutti dipendenti dello Stato». Tecnicamente non fa una piega ma è come spararsi sui piedi, come far sentire di Serie B chi porta l’Italia in trionfo.
La reazione è una valanga. Francesca Lollobrigida, due ori olimpici un mese fa: «Allora sono una dilettante…». Federica Pellegrini: «I veri professionisti siamo noi». Gimbo Tamberi: «Dilettanti allo sbaraglio». Mattia Furlani: «Questo discorso ammazza i valori dello sport. Non è solo un insulto al calcio ma a tutto lo sport italiano». Durissimo Andrea Bargnani, ex cestista Nba: «La massima espressione di professionismo sarebbe la Serie A che ha chiuso il 2025 con un buco di mezzo miliardo… Non mi sono mai sentito più professionista di chi fa salto in alto per le Fiamme Oro allenandosi 8 ore al giorno». Irma Testa, pugile medaglia olimpica a Tokyo: «Guadagno meno dei cuochi e delle tate dei calciatori ma gareggio e vinco, mentre loro fanno brutte figure. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».
Siamo al teatro delle marionette e Gravina è ancora lì. Incapace di gestire il calcio che cambia, responsabile di due eliminazioni sanguinose, offensivo nei confronti dello sport italiano che conquista ori, coinvolto in inchieste giudiziarie per autoriciclaggio, appropriazione indebita, dossieraggio. E pure insignificante nei palazzi che contano, visto che per la partita della vita l’Italia si è vista assegnare un arbitro antipatizzante come il francese Clément Turpin, che non vedeva l’ora di fischiare chirurgicamente contro gli azzurri. Un disastro.
Con lui dovranno prendere la porta d’uscita i deludenti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Per non parlare del ct Gennaro Gattuso, forse il meno responsabile ma mediocre di suo in panchina. Perché non basta «perdere con umanità». È la fine di un ciclo, è la fine di tutto. L’ha capito perfino Russell Crowe, tifoso dell’Italia, che ha commentato: «È un’alba buia, mi sento male per tutta la nazione». L’hanno capito anche i sassi, tranne il numero uno.
Dossena: «Il Consiglio lo spinga a lasciare»
Beppe Dossena, campione del mondo nel 1982, ex centrocampista della Nazionale, non gira intorno al problema. Il nuovo tracollo dell’Italia per lui non è un incidente né una fatalità: è il punto di arrivo di anni di rinvii, riforme annunciate e mai realizzate, errori di sistema e assenza di coraggio politico.
Dossena, il problema del calcio italiano è tecnico, culturale o di sistema?
«Il problema è che abbiamo sempre coperto, diluito, rinviato. Per anni abbiamo pensato che qualche risultato potesse mascherare problemi strutturali profondi. Adesso che quei risultati non ci sono più, siamo costretti a prendere coscienza di quello che sta accadendo. Ma questi problemi erano già lì, latenti».
Quindi il disastro non nasce oggi.
«No. Dopo tre mancate qualificazioni non si può più far finta di niente. Non si può più procrastinare nulla. E adesso, con un Mondiale allargato a 48 squadre, restare ancora fuori è semplicemente imperdonabile».
Imperdonabile per chi?
«Per tutto il sistema, certo. Ma chi guida il sistema ha più responsabilità degli altri».
Lei chiama in causa Gravina.
«Io dico una cosa molto semplice: un presidente federale non può annunciare riforme - dalla riduzione dei campionati ad altri interventi strutturali - e poi non riuscire a portarle a termine. Questa è una responsabilità precisa. Se il governo dice di non essere ascoltato, magari una parte di ragione ce l’ha. Ma se tu non hai la capacità di persuadere, di mediare, di chiudere il cerchio, anche questa è responsabilità tua».
Gravina sostiene che non sia tutta colpa sua.
«Ed è vero: non è tutta colpa sua. Ma lui ha molte responsabilità. È il presidente federale, è lui che deve fare sintesi, trovare soluzioni, assumersi il peso delle decisioni. Non può limitarsi a spiegare perché non si è riusciti a fare qualcosa».
Lei chiede le dimissioni?
«Io mi auguro che all’interno del Consiglio federale ci sia un sussulto di orgoglio e di maturità. Mi auguro che le altre componenti portino argomenti e valutazioni tali da spingere il presidente a fare un passo indietro. Così non si può andare avanti».
Ce l’ha anche con le altre componenti del calcio italiano?
«Sì. Credo che il compito di un manager sia quello di circondarsi di persone responsabili, adulte, capaci di contraddirti quando serve. E invece alcune componenti del nostro calcio, a cominciare dall’Associazione italiana calciatori e dall’Associazione allenatori, negli anni hanno abbandonato questo ruolo. Sono diventate insignificanti».
Sta dicendo che attorno a Gravina è mancato il contraddittorio?
«Sto dicendo che in un sistema serio devono esserci pesi, contrappesi, visione, competenza e coraggio. Se tutto si appiattisce, se tutti si adattano, poi il conto arriva. E oggi il conto è pesantissimo: l’Italia fuori dal Mondiale».
Questa volta la reazione dell’opinione pubblica è diversa?
«Sì, credo che questa volta Gravina non si aspettasse un’ondata così forte, quasi una sollevazione popolare. Possiamo discutere di tutto, ma il calcio in questo Paese resta una cosa seria. E allora servono decisioni serie e azioni responsabili».
Il punto, però, non è solo cambiare il vertice.
«No, infatti. Il punto è rimettere mano alla struttura. Bisogna investire davvero nei settori giovanili, negli educatori, negli allenatori, nei centri federali e regionali».
Che cosa non funziona oggi, nella crescita dei giovani?
«Le risorse sono usate male. Non puoi pagare 400 euro al mese chi lavora coi ragazzi».
E gli stranieri?
«Chi arriva deve essere qualificato e alzare il livello».
Anche perché gli italiani bravi ci sono.
«I Palestra, i Bartesaghi, vanno seguiti e aiutati anche fuori dal campo. Altrimenti li perdiamo».
Da dove si riparte?
«Dall’azzeramento dei vertici e dal ritorno di persone e talenti. Servono scelte, non slogan».
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte e Paolo Zampolli (Imagoeconomica)
L’ex premier vede a pranzo Zampolli, inviato speciale del presidente Trump. E rivendica: «Una sua richiesta». Bignami lo incalza a Montecitorio: «In piazza manifesta contro gli Usa e con i pro Pal, poi fa incontri segreti». Nella bagarre espulso il M5s Iaria.
Il «caso» è talmente anomalo che sembra quasi montato ad arte. Il pranzo tra Giuseppe Conte e Paolo Zampolli, rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali, rivelato ieri da Libero, che ha suscitato un vespaio di commenti e polemiche, è avvenuto in un ristorante nel pieno centro di Roma, il Sanlorenzo in via dei Chiavari, frequentato da politici, giornalisti, professionisti. Sarà la tendenza dei retroscenisti politici a cercare sempre una lettura dei fatti diversa da quella che appare, ma la possibilità che Conte non temesse assolutamente di essere visto non può essere esclusa, anzi. Del resto Conte, annusando la possibilità di vincere le primarie e diventare il candidato a premier del centrosinistra, si sta riposizionando in particolare sulla politica estera, il punto sul quale maggiori sono le distanze con il Pd. La Verità lo ha sottolineato lo scorso 29 marzo, riportando le giravolte di Giuseppi sull’Europa («Dovrebbe rafforzare la difesa comune») e sulla guerra in Ucraina («L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace»). Non a caso Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, ha suggerito a Elly Schlein di lasciale la candidatura a premier a Conte «che adesso con ben percettibili scostamenti dal passato (ad esempio le ultime interessanti prese di posizione di contrasto all’aggressione russa all’Ucraina) appare in grado di stabilire una miglior connessione con l’elettorato moderato». Insomma: le elezioni del 2027 sono dietro l’angolo e le piroette politiche sono all’ordine del giorno.
Ma torniamo al pranzetto: la notizia ha suscitato un certo clamore, ed è stata oggetto di un intervento alla Camera del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, che ieri in aula ha chiesto un’informativa del ministro della Difesa, Guido Crosetto, per sapere se «dai presidenti del Consiglio precedenti, e non farò il nome di Giuseppe Conte, sono stati disattesi gli accordi del 1954 sull’uso delle basi militari nei rapporti con l’Italia. Assistiamo a un doppio standard, si va in piazza a manifestare contro il governo degli Stati Uniti, contro Trump e contro gli Usa insieme ai pro Pal che sfasciano le vetrine, aggrediscono le forze dell’ordine e poi si va a pranzo, come è accaduto ieri», ha incalzato Bignami, «quando il signor Conte è andato con l’emissario speciale del presidente Trump, ovviamente chiuso in una stanza». La bagarre che ne è seguita ha portato all’espulsione dall’aula del deputato pentastellato Antonino Iaria.
Giuseppi, su Facebook, ha fornito la sua versione del pranzetto a base di pesce con Zampolli: «L’incontro», ha scritto l’ex premier, «è avvenuto su sua precisa richiesta, avanzata con lettera formale nella quale ha esibito le sue credenziali di Special envoy of the president Trump for global partnerships. Quale leader di un partito di opposizione ho ritenuto di accettare l’invito e, non avendo segreti di sorta, ho preferito io stesso che avvenisse in un luogo pubblico, in un ristorante del centro di Roma. Anche al signor Zampolli ho esposto le mie posizioni e quelle del M5s in politica estera. Quindi nessun cambiamento di posizione. Anzi. Massima chiarezza: ho incaricato Zampolli di riferire al presidente Trump da parte mia», ha aggiunto Conte, «che considero questi attacchi all’Iran completamente contrari al diritto internazionale, per cui vanno fermamente condannati e, per quanto sta in me, non potranno mai avere il sostegno dell’Italia. Ho detto che mi batterò perché le nostre basi non siano messe a disposizione non solo dei bombardieri americani di passaggio ma anche per qualsiasi attività logistica di sostegno a questi attacchi illegali. Gli ho esposto la mia convinzione che questa guerra vada immediatamente terminata», ha sottolineato Conte, «anche perché costituisce un completo fallimento in quanto non c’è alcun chiaro obiettivo che possa essere raggiunto. Ho anche precisato che è folle che gli Stati Uniti si lascino trascinare dal governo di Benjamin Netanyahu e ho aggiunto che il presidente Trump, continuando in questo modo, riuscirà ad avere tutta la comunità internazionale contro e a distruggere qualsiasi principio di ordine internazionale».
Lo stesso Zampolli ha confermato: «Con Conte siamo amici da tempo», ha detto l’inviato speciale di Trump all’Adnkronos, «quindi ci siamo visti ed è stato un incontro very easy. Non ci vedevamo da un paio d’anni, ma ogni tanto ci sentiamo. Fa sempre piacere poi vedere chi è stato premier, vorrei dire che è un piacere vedere Giuseppi. Il mio ruolo non è politico, delle cose politiche si occupa l’ambasciatore Fertitta». Conte le ha espresso contrarietà alla guerra? «Guardi», ha risposto Zampolli, «anche Trump pensa che la guerra debba finire. Conte mi ha chiesto di salutargli il presidente e lo farò al più presto».
Tra i tanti commenti, spiritoso quello del senatore pd Filippo Sensi: «Non capisco la sorpresa», ha scritto Sensi su X, «per un leader di un movimento di destra che incontra l’emissario di un presidente di destra». Intanto, Beppe Grillo ha fatto causa a Conte per riprendersi nome e simbolo del M5s.
Continua a leggereRiduci







