2022-02-18
Lega e Italia Viva a Transatlantico: confronto su necessità di porre fine alle restrizioni
Ospiti di Daniele Capezzone i deputati Matteo Luigi Bianchi della Lega e Sara Moretto di Italia Viva.
Ospiti di Daniele Capezzone i deputati Matteo Luigi Bianchi della Lega e Sara Moretto di Italia Viva.
«Vieni avanti parigino». Donald Trump sembra Carlo Campanini nella famosa gag degli anni Settanta, felice di infierire su Emmanuel Macron, che immaginiamo con la bombetta calzata sulle orecchie come il mononeuronico Walter Chiari. Lampi da avanspettacolo che susciterebbero tenerezza se non avessero come teatro la geopolitica mondiale. Ma questa è la realtà, per fissarla basta dare conto degli ultimi scambi diplomatici fra i due, con il presidente americano impegnato a trattare quello francese come uno zerbino (nel suo immaginario ha preso il posto di Volodymyr Zelensky) e l’inquilino dell’Eliseo a meritare in pieno il ruolo, per via del mix di velleitaria supponenza pubblica e sudditanza da Fracchia che lo contraddistingue.
Il ring è sulle nevi vip di Davos, dove ieri si è esibito Macron e oggi tocca a Trump, in una staffetta al veleno che trasforma il World economic forum in un luna park. L’escalation fra i due è cominciata con il rifiuto del presidente francese di partecipare domani nella località svizzera alla cerimonia di firma del «Board of peace» per Gaza, la formalizzazione della strategia di ricostruzione, fortemente voluta da The Donald con annessa fiche da un miliardo di dollari da parte di chi aderisce. «Suscita interrogativi importanti e va oltre il mandato dell’Onu», è la spiegazione del No di Parigi.
Trump l’ha presa malissimo. Era già maldisposto per via della missione «Arctic Endurance» con truppe francesi (e tedesche) in Groenlandia, definita «una provocazione» dal Pentagono, e ha deciso di passare alla controffensiva a modo suo. Ha risposto con un ceffone al voltafaccia su Gaza: «Nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così. Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà al board, ma non è obbligato a farlo». Liquidato come un comprimario. Poi ha diffuso a tradimento lo screenshot di un messaggio privato inopportuno per Macron, che rivela la doppia morale di un politico al capolinea. Eccolo.
«Caro amico, siamo perfettamente in linea rispetto alla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco quello che stai facendo sulla Groenlandia. Posso organizzare una riunione del G7 dopo Davos, a Parigi, giovedì pomeriggio (domani, ndr). Posso invitare gli ucraini, i danesi, i siriani e i russi a margine», scrive Macron nel tentativo di tornare al centro della diplomazia internazionale coinvolgendo Vladimir Putin che ufficialmente viene da lui rappresentato come Adolf Hitler. Con un invito finale da mellifluo cerchiobottista: «Ceniamo insieme a Parigi giovedì, prima che torni negli Stati Uniti. Firmato Emmanuel».
Autonominatosi nuovo amico del cuore del presidente americano, voleva fare passerella, accreditarsi ancora una volta come il leader della vecchia Europa, tentare di piazzare la sua sedia accanto a quella di Trump e Zelensky come accadde ai funerali di papa Francesco in San Pietro. Vizi privati e pubbliche virtù, soldati a Nuuk e inviti a cena all’Eliseo a base di homard alla Thermidor. La figura da imbucato speciale smascherato è imbarazzante. Il compagnone Emmanuel coglie il senso dello sputtanamento e dopo aver cancellato l’ipotesi di un G7 parigino a sorpresa «anche con i russi», nel pomeriggio si presenta sul palco di Davos con il volto della vendetta, solo parzialmente coperto da occhiali a specchio in puro stile «top gun ganassa» per via di un orzaiolo. E si sfoga.
«Stiamo raggiungendo una fase di instabilità e squilibrio, con oltre 50 guerre anche se mi dicono che alcune sono risolte… Ma l’Europa deve essere il cardine del multilateralismo. Preferiamo il rispetto ai bulli e lo Stato di diritto alla brutalità. Stiamo scivolando verso un mondo senza legge, dove il diritto internazionale viene calpestato e riemergono ambizioni imperiali. Il dispiegamento di soldati in Groenlandia significa che Francia ed Europa danno la massima importanza alla sovranità e all’indipendenza. Accettare una sorta di nuovo approccio coloniale non ha senso. E tutti i capi di Stato e di governo compiacenti con tale approccio si assumeranno una grande responsabilità». Macron veste l’abito da statista dimenticandosi - a proposito di sovranità - l’erosione continua di quella degli Stati da parte dell’Unione europea. E a proposito di neocolonialismo, di avere mandato le truppe prima in Mauritania, poi in Mali e adesso in Niger.
Il timore di avere sottocasa, oltre agli agricoltori infuriati per il Mercosur, anche i produttori di champagne, lo rende nervoso. Così continua a rosicare nella neve dei Grigioni: «Le minacce di nuovi dazi sono inaccettabili e inefficaci, soprattutto perché questi vengono usati come leva contro la sovranità territoriale. Non dobbiamo inseguire idee folli». Però è lui a buttare lì l’idea più folle, quella di attivare il pacchetto di misure anti coercizione, già evocato nel luglio scorso, per limitare l’accesso delle aziende e dei gruppi finanziari americani ai mercati europei (senza prevedere una devastante reciprocità). «La cosa assurda è che si potrebbe usare il meccanismo anti coercizione contro gli Stati Uniti e me ne rammarico profondamente. Dobbiamo mantenere tutti la calma».
Il piccolo Napoleone lo dice fremendo, con i Rayban appannati a nascondere gli occhi neri metaforici da Brigitte Donald. Lui non è per niente calmo, consapevole di essere con le spalle al muro. Prigioniero dell’Eliseo, con un governo appeso a un filo, rappresentante solo di sé stesso, senza amici a Washington. E senza nessuno da invitare domani sera a cena.
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Il cosiddetto «scandalo Palamara» ha consentito alla politica, e al Paese intero, di assistere a un’immonda orgia di potere, senza che poi da tale orrenda visione ne dovesse discendere conseguenza alcuna, se non quelle sapientemente scelte dalla Anm. Davvero qualcuno poteva pensare che le dinamiche distorsive emerse dalle chat di Luca Palamara potessero essere emendate solo con qualche condannina simbolica inferta dalla Anm a quei magistrati che ebbero il coraggio di non dimettersi, come, invece, fecero coloro che non intesero, legittimamente, affrontare la «gogna» del processo deontologico, privo di rilievo giuridico ma pregno di significato «politico»? Qualcuno davvero ha potuto sperare che il turpe mercimonio stagliatosi dal bollente cellulare di Palamara potesse essere assopito da qualche sparuta sanzione disciplinare inferta dal Csm e dalla destituzione di un unico «capro espiatorio», certamente colpevole, ma probabilmente non più di altri?
La politica aveva tutto il diritto, e il dovere, di intervenire dinnanzi al miserabile spettacolo umano disvelato dallo «scandalo», cercando di portare a compimento una razionalizzazione dell’ordinamento giudiziario di fatto imposta dal varo del codice Vassalli nel 1989, dalla stessa riforma dell’articolo 111 della Costituzione, dalla legge Cartabia e da copiose ragioni politiche, culturali, scientifiche ed etiche.
Il primo profilo da fissare indelebilmente è dunque quello della piena legittimità politica, etica e giuridica della «riforma Nordio», laddove il governo e la maggioranza parlamentare per vararla non hanno trasformato il Parlamento in un «bivacco per manipoli», ma semplicemente applicato l’articolo 138 della Costituzione, per sottoporre poi l’esito parlamentare a referendum confermativo.
Né si può tacciare di «piduismo» tutti coloro che sostengono la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, trattandosi di una composita compagine di diversa estrazione professionale e culturale, solo per limitarsi ai Comitati per il Sì, costituita da giuristi, avvocati, politici e cittadini. Vale la pena poi ricordare come la cosiddetta «Sinistra per il Sì» annoveri tra le sue fila politici, esimi giuristi e intellettuali progressisti, che certamente non condividono la politica di centrodestra, ma esclusivamente i contenuti della riforma ordinamentale del processo penale italiano, che da inquisitorio, con il codice Vassalli, è divenuto di matrice accusatoria, sino alla conclamazione del nuovo articolo 111 della Costituzione.
La posizione assunta dall’Anm, promotrice del «No» al referendum confermativo sulla riforma Nordio, è quindi logicamente insostenibile, laddove un’associazione di magistrati non dovrebbe schierarsi contro una legge di revisione costituzionale legittimamente approvata dal Parlamento sovrano e sottoposta a successivo vaglio popolare. Si tratta di un’insanabile contraddizione, poiché le ragioni del «No» dovrebbero essere sostenute esclusivamente dalle forze politiche e dalle componenti della società civile, ma giammai da quegli stessi soggetti istituzionali che poi saranno chiamati ad applicare e rendere operativa la riforma. Ancora una volta, l’Anm fa politica, schierandosi, e la fa contro un governo che sente culturalmente non affine, esorcizzando il dato oggettivo che si tratta di una maggioranza democraticamente eletta, sostituibile solo dalla stessa volontà parlamentare o dal voto dei cittadini.
Ma l’Anm ha sempre fatto politica, svolgendo il ruolo di partito di opposizione a corrente alternata, ovvero, in generale, quando governa il centrodestra, considerato culturalmente non affine al conformismo associativo, e ciò sulla scorta della egemonia culturale delle correnti progressiste, appoggiate dal centrismo liquido di Unità per la Costituzione (Unicost), contenutisticamente vuoto, ma ben aggregato da un abile tatticismo manovriero, che di fatto mutua a sinistra le idee, arrogando a sé stesso crescenti spazi di potere e di mediazione.
Il rapporto di osmosi culturale tra Anm e Csm, veri vasi comunicanti, è un dato oggettivo ed incontestabile, al punto che quasi tutti i maggiori leder delle cosiddette correnti hanno ricoperto il ruolo di membri del Csm, prima o dopo essere stati eletti al Comitato direttivo centrale (Cdc) dell’Anm, e avervi addirittura ricoperto il ruolo di presidente. Abnorme ed esemplare il caso di un Cdc nel quale numerosi membri furono quasi contestualmente travasati al Csm, per l’appunto, secondo il sistema dei vasi comunicanti. Già di per sé questo dato, oggettivo, e in certi frangenti storici, financo macroscopico, denota una gravissima anomalia, ovvero la distorsiva interferenza di un’associazione di categoria nel sistema di selezione dei membri di un organo di rilevanza costituzionale, e ciò secondo logiche di appartenenza correntizia. È innegabile poi che in Italia esistano ed operino attivamente correnti dell’Anm che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologizzazione, collateralismo culturale verso i partiti politici di sinistra, settarismo, massimalismo e propensione ad egemonizzare culturalmente interi settori «strategici» della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione, del diritto minorile. L’impropria delega che la politica ha fatto alla magistratura in alcune materie si è inevitabilmente tradotta in un pregnante potere di supplenza da parte della magistratura stessa, che si è fatta legislatore, in ciò orientata e guidata dalle frange culturalmente progressiste.
Alcuni esponenti della sinistra giudiziaria hanno iniziato ad invocare la «resistenza costituzionale» ancor prima che il centrodestra vincesse le ultime elezioni, in ciò mostrandosi animati da capacità oracolari e da vivida pregiudizialità ideologica.
Il 9 maggio 2016 sono stato eletto membro del Cdc dell’Anm e l’1 aprile 2018 sono stato designato componente della Giunta esecutiva centrale nonché vicepresidente dell’Anm (presidente Eugenio Albamonte), incarico ricoperto sino al 23 marzo 2019. Sono stato ancora eletto alle penultime ultime elezioni per il rinnovo del Cdc dell’Anm, rimanendone componente sino al 18 gennaio 2023. Ho dunque vissuto dall’interno dell’Anm le conseguenze dello scandalo Palamara e posso affermare con granitica certezza che la cosiddetta «autoriforma della magistratura», pomposamente sventolata dalle correnti, è stato un totale fallimento, ovvero una vampata di giustizialismo ipocrita che ha perseguito l’obiettivo di salvare l’Anm dal discredito che le derivava dallo «scandalo», sacrificando il solo Palamara e infliggendo qualche condanna deontologica di valenza puramente simbolica e catartica. Nelle chat di Palamara v’è traccia del «linciaggio» al quale io stesso fui sottoposto per avere osato difendere in seno all’Anm la piena legittimità della riforma dell’articolo 52 del codice penale, fortemente voluta dalla Lega, e delle istanze sociali di sicurezza da cui nascevano le ragioni politiche. L’Anm e, in particolare, Luca Palamara ed i suoi amici di allora mi lanciarono una durissima «fatwa» per avere osato pubblicamente sostenere che è compito del legislatore eventualmente definire una nuova conformazione della famiglia tradizionale, innovandone i confini costituzionali, e non del giudice-demiurgo. L’egemonia progressista nell’Anm tende oggettivamente a eliminare ogni pericoloso dissenso, in nome di un conformismo che mal si addice al metafisico concetto di «spirito della giurisdizione». Il nuovo sistema elettorale per la elezione dei membri del Csm voluto dalla riforma Cartabia non è di certo valso a sradicare le correnti, che ancora oggi operano attivamente all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm, per come dimostrano, se non altro, i numerosi annullamenti amministrativi, davvero clamorosi, di alcune nomine apicali.
Il dibattito sulla «riforma Nordio» non può prescindere da un’analisi oggettiva sulle questioni qui segnalate, se non tramutandosi in un atto di propaganda politica antinomico al tanto sbandierato «spirito della giurisdizione». Non ci si può d’altronde giustamente preoccupare solo delle «interferenze politiche» sulla giustizia, ma è altresì doveroso difendere l’autonomia interna dei singoli magistrati non schierati, dallo strapotere delle correnti e dei «cacicchi» che ne possono condizionare la carriera secondo logiche di appartenenza, di affinità ideologica e di localismo tribale (le potenti sottocorrenti territoriali).
L’Anm scegliendo di partecipare ai comitati per il No, con ciò negando rappresentanza ai numerosi magistrati favorevoli al sorteggio quale metodo di selezione dei membri del Csm, ha definitivamente gettato la maschera, divenendo formalmente partito di opposizione dell’attuale governo, politicizzandosi ulteriormente e in ciò trascinando anche quelle componenti moderate che hanno mostrato la loro totale subalternità culturale alla sinistra giudiziaria.
Leggere la «riforma Nordio» senza lenti ideologiche servirebbe forse a ricondurre il dibattito ai contenuti effettivi della riforma, sostenendo legittimamente le opposte opinioni giuridiche, senza demonizzare l’ interlocutore e senza invocare la «resistenza costituzionale» contro un inesistente controllo politico dell’esecutivo sulla magistratura, che non solo la riforma non prevede, ma che esclude espressamente. Liberare i magistrati dal giogo opprimente delle correnti non significa annullarne la polifonia culturale, ma semplicemente restituire la giurisdizione a sé stessa e alla propria immensa importanza e responsabilità, che si nutre di terzietà, equilibrio e credibilità.
Un atto di vandalismo di inaudita gravità ha colpito, sabato scorso, la Basilica di San Pietro, e in particolare la Cappella del Santissimo Sacramento. A quanto riferisce il sito silerenonpossum.com, che ha raccolto le testimonianze di alcuni presenti, un uomo adulto di carnagione scura avrebbe scaraventato a terra tutto quello che si trovava sull’altare: candelieri, ostensorio e tovaglie.
Proprio ieri, prima del Consiglio dei ministri, a Palazzo Chigi si è svolto un vertice per discutere del“pacchetto sicurezza allo studio del governo, al quale hanno preso parte il premier Giorgia Meloni, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Durante la riunione c’è stata piena condivisione sulle proposte elaborate da Piantedosi. Il tema delle espulsioni immediate degli immigrati irregolari e soprattutto di quelli che delinquono è ormai diventato non più rinviabile, e così Piantedosi ha iniziato a fare qualcosa di concreto: come riporta il Messaggero, il titolare del Viminale, ha inviato a prefetti e questori una direttiva che ha l’obiettivo di espellere il maggior numero possibile di migranti irregolari, naturalmente a partire da chi commette reati o è considerato «una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica». «Alcuni recenti episodi di cronaca», scrive Piantedosi nella direttiva, «hanno posto all’attenzione la necessità di perseguire con la massima determinazione l’obiettivo, prioritario per la sicurezza pubblica, del rimpatrio degli stranieri irregolari presenti sul territorio nazionale che si siano evidenziati per comportamenti pericolosi», mentre in generale gli irregolari in attesa di rimpatrio non devono uscire dai Cpr, «onde evitare che tale prospettiva possa incentivare comportamenti violenti». Gli immigrati irregolari che si macchiano di reati vanno immediatamente allontanati dal territorio nazionale per evitare «il rischio», scrive ancora Piantedosi, «che una possibile escalation dei comportamenti violenti culmini come già accaduto nella commissione di efferati delitti. È quanto mai necessario», precisa il ministro dell’Interno, «porre in campo ogni sforzo organizzativo per velocizzare i rimpatri». In serata, Piantedosi chiarisce ancora una volta quanto sottolineato in più occasioni dalla Verità: «In Italia esiste un tema sicurezza», sostiene il titolare del Viminale, «ma non c’è una emergenza. L’andamento dei delitti in Italia è in calo (-3,5%), in particolare diminuiscono i reati più gravi, come gli omicidi (-15%), tra cui quelli per accoltellamento (-6%), e i femminicidi (-18%). Le polemiche sulla sicurezza, dunque sono del tutto infondate e ingiustificate, tanto più se a sollevarle sono coloro i quali, quando erano al governo, facevano registrare rispetto ad oggi un numero maggiore di reati (+18%) e di sbarchi di irregolari (+170%) oltre che un numero inferiore di assunzioni tra le forze dell’ordine (-70%). I confronti sul piano oggettivo numerico sono per loro impietosi. Non si deve cedere alla tentazione di alimentare la psicosi dell’insicurezza per affermare la necessità di norme che sono utilissime e sono giustificabili in sé. Vanno approvate per abbassare ulteriormente la curva dei reati commessi e non certo per uscire da un far west immaginario».
Che la sinistra parli di emergenza-sicurezza è in effetti paradossale, visto che poi a ogni provvedimento grida alla repressione: «Certamente e in ogni caso», argomenta ancora Piantedosi, «al di là delle schermaglie politiche suscitano dolore e preoccupazione alcuni gravissimi fatti di sangue, in particolare quelli che coinvolgono i minori come, in ultimo, a La Spezia. In questo senso, il pacchetto sicurezza predisposto dal Viminale che prossimamente sarà presentato dal governo in Parlamento rappresenta l’occasione per dimostrare davvero senso di responsabilità. Sono misure utili sia sul piano della prevenzione sia su quello della repressione. L’obiettivo è approvarle definitivamente in Aula il prima possibile. In Parlamento», è la sfida lanciata dal ministro, «tutti i gruppi facciano la propria parte invece di sollevare polveroni. Alcuni pensano di martellare sul tema sicurezza ma tutti i dati li condannano. Quando erano al governo si contava un numero maggiore di omicidi, di femminicidi, di morti per accoltellamento. Erano superiori gli sbarchi di migranti irregolari. Sul fronte della sicurezza l’unica reale preoccupazione riguarda i reati commessi dai migranti irregolari», sottolinea ancora il ministro dell’Interno, «in proporzione enormemente superiori rispetto a quelli commessi da cittadini italiani o migranti regolari. Ebbene chi ha davvero a cuore il tema della sicurezza collabori all’aumento dei rimpatri, superando quelle resistenze ideologiche che ne impediscono la completa realizzazione».
Sul pezzo anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che sta mettendo in campo ogni sforzo per siglare in tempi brevissimo il rinnovo del contratto del comparto Sicurezza e Difesa, relativo al triennio 2025-2027. I provvedimenti contenuti nel nuovo pacchetto sicurezza messo a punto dal Viminale, a quanto emerge dal monitoraggio mensile dell’Osservatorio sui temi sociali di Noto Sondaggi «hanno una media di approvazione tra gli italiani che oscilla tra il 60 e il 70%, quindi livelli molto alti».

