2022-02-18
Lega e Italia Viva a Transatlantico: confronto su necessità di porre fine alle restrizioni
Ospiti di Daniele Capezzone i deputati Matteo Luigi Bianchi della Lega e Sara Moretto di Italia Viva.
Ospiti di Daniele Capezzone i deputati Matteo Luigi Bianchi della Lega e Sara Moretto di Italia Viva.
«Negli ultimi mesi e soprattutto nelle ultime settimane, attorno a questo referendum si è creato un clima di forte confusione, polemiche, semplificazioni, slogan e talvolta informazioni parziali o peggio completamente distorte. Perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non succede nulla», lo dice il premier Giorgia Meloni nel video postato sui social sul referendum.
«Sono storture che negli 80 anni di storia della Repubblica Italiana non siamo mai riusciti a correggere. Abbiamo fatto riforme in tantissimi ambiti, ma sulla giustizia mai in maniera sostanziale, perché a ogni tentativo la reazione è stata sproporzionata. La sinistra si oppone a qualsiasi forma di modernizzazione di questa nazione», ha aggiunto.
Nel cuore del centro storico di Genova, ieri, don Carlo Parodi, prete notissimo nei caruggi per il suo impegno anche sociale, ha deciso di aprire una finestra sul referendum sulla giustizia durante la messa. E lo ha fatto chiamando all’altare un pm di lungo corso della Procura di Genova, Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8. Il siparietto si è svolto tra le navate della bellissima chiesa di San Donato, un gioiello di arte romanica con un originale campanile ottagonale. Un parrocchiano, al termine della funzione, si è sfogato con una nostra fonte, sostenendo che don Carlo avesse organizzato una predica per il No al referendum.
Nella foto che abbiamo ricevuto si vede il prete con a fianco Cardona Albini. Un’immagine che fa a pugni con la riconosciuta riservatezza del sostituto procuratore. Ma, evidentemente il magistrato non è riuscito a dire di no a don Carlo, un prete con cinquant’anni di onorato sacerdozio alle spalle.
Contattato dalla Verità, il parroco ha tagliato corto: «La sua fonte le ha riferito male. Ho chiesto io a Cardona di spiegare ai fedeli che cosa si vuol fare con questo referendum e lui l’ha spiegato e non si è schierato né per il Sì, né per il No. Sia chiaro». Quindi ha aggiunto: «Se domani mattina vedo sul giornale cose diverse da quelle che ho detto, io denuncio. Ho tutta la chiesa che può testimoniare su quello che le ho spiegato». Evidentemente per don Carlo è normale chiamare sull’altare, durante la messa, un pm a parlare del referendum. Ma che cosa ha raccontato esattamente il magistrato ai fedeli? «Ha riferito qual è adesso la situazione dei giudici e ciò che propone il referendum, ha parlato dei tre super consigli (in realtà il referendum introduce due Csm e un’Alta Corte disciplinare, ndr) e dell’estrazione a sorte. Ma non ha dato giudizi. Io ho concluso invitando tutti ad andare a votare. Quindi credo di aver fatto una cosa civica. Ho detto: “Siamo anche cittadini e dobbiamo parlarci come cittadini”. Ma l’ho fatto al termine, fuori della messa e ho chiesto, come detto, a Cardona di spiegarci il perché di questo referendum e lui l’ha fatto. Ma, lo ribadisco, non si è schierato né per il Sì, né per il No».
Intanto un altro appello alla partecipazione al voto referendario arriva dai missionari Comboniani della Provincia italiana. «Andiamo a votare» scrivono in un volantino. Per i missionari, «la partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità». La Costituzione viene definita «un patrimonio da custodire». C’è un riferimento alla «conservazione dell’assetto costituzionale attuale», le cui ragioni, ritengono i comboniani, sarebbero «molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta». L’invito finale è esplicito: «Invitiamo a votare No perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili». Solo pochi giorni fa un appello simile era partito dalla rivista dei gesuiti italiani Aggiornamenti sociali. L'invito era a difendere l’equilibrio istituzionale previsto dalla Carta costituzionale.
Il fronte era stato aperto a fine gennaio dall'appello al voto del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, con una frase abbastanza esplicita: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare».
Lo ha detto all’Ansa Shervin Haravi, avvocata e attivista iraniana, parlando anche delle giocatrici della nazionale femminile di calcio dell’Iran che si sono rifiutate di cantare l’inno della Repubblica islamica.
«Questo rifiuto e questa presa di posizione dimostrano una delle più importanti forme di disobbedienza civile portate avanti dalle donne iraniane che vivono delle preoccupazioni continue e sono tristi per tutto quello che sta accadendo nel loro Paese, perché non è possibile pensare che qualcuno sia felice della guerra.Nessuno è felice della guerra, anche se una parte degli iraniani sta accettando anche l’intervento militare, ma perché ha quel minimo di speranza che il regime possa cadere. Si deve cercare di porre fine a questo conflitto il prima possibile e procedere con una via che porti alla fine di questo regime e l’inizio di un processo di democratizzazione dell’Iran. Il coraggio è la forma di disobbedienza più forte delle iraniane».
Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa ed esperto militare: molti particolari di questo conflitto sfuggono all’opinione pubblica occidentale. Lei condivide la preoccupazione per la minaccia nucleare che arriva da Teheran?
«Non sono un ammiratore degli ayatollah, ma la storia della minaccia atomica non mi convince. Nei rapporti dell’Onu non si trova traccia di un pericolo imminente. Nel giugno scorso Trump dichiarava di aver azzerato il programma nucleare iraniano: com’è possibile che oggi Teheran sia quasi in possesso della bomba?».
Se non il rischio atomico, qual è la motivazione dietro l’attacco?
«È una guerra per l’energia. Da quando gli Usa sono diventati energeticamente autosufficienti, i loro interessi divergono dai nostri. Hanno il problema dei costi dell’export via nave, che rendono la loro energia sul mercato più costosa di quella mediorientale o nordafricana. Da qui la necessità di destabilizzare le aree chiave. Non è un’idea di Trump, lo facevano anche Biden e Obama, anche se con uno stile meno arrogante».
Come può dirlo?
«Mettiamo insieme i pezzi. Nel 2011 Obama sostiene e alimenta le primavere arabe, per destabilizzare un’area energetica che alimenta Europa, Cina e Corea. Nel 2014 il cambio di regime a Kiev – su cui gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari – colpisce il territorio dove passano i gasdotti verso l’Europa. E oggi la guerra si abbatte sul petrolio che esce da Hormuz. La Cina ha sei mesi di autonomia senza il petrolio iraniano: l’obiettivo numero uno è tagliare le gambe a Pechino».
Una guerra che pagherà anche l’Europa?
«La stiamo già pagando. Dopo aver rinunciato al gas russo, dovremo rinunciare anche all’energia mediorientale, per acquistare solo dagli Usa. E poi si riaccederanno gli Huthi nel Mar Rosso, che colpiranno le rotte commerciali con l’Italia. Nulla di ciò che sta accadendo risponde ai nostri interessi».
E militarmente?
«I droni e i missili che arrivano a Cipro colpiscono le basi inglesi, cioè territorio britannico, e scaraventano la Ue in prima linea. Ad Akrotiri c’è anche un grosso centro di ascolto d’intelligence che copre tutto il Medio Oriente».
Il coordinamento europeo in difesa di Cipro è un embrione di difesa europea?
«Sono Paesi con interessi diversi. La Grecia ne approfitta per risaldare la presenza dell’etnia greca sull’isola. La Francia vuole ritagliarsi una leadership militare. Ma nessuno in Europa ha il coraggio di dire agli americani: fermatevi, perché questa iniziativa mette a repentaglio la nostra stabilità».
Ma tra il terrore degli ayatollah che annega nel sangue i dissidenti, e gli Stati Uniti, dovremmo sapere da che parte stare.
«Ci andrei piano con le questioni morali. Il regime degli ayatollah è certamente odioso e antidemocratico. Ma lo è anche quello del presidente dell’Azerbaijan da cui compriamo il gas. Chiamiamo “terroristi” i pasdaran, quando hanno ripulito l’Iraq dall’Isis. Nel frattempo riconosciamo come leader della Siria Al-Jolani, che faceva parte di al-Qaeda, dell’Isis, fondatore di Al-Nusra, con 10 milioni di dollari di taglia americana sulla testa. C’è un cortocircuito assoluto».
Sta dicendo che dovremmo scaricare l’alleato americano?
«Dagli alleati ti aspetti condivisione e rispetto. O perlomeno un avviso, prima di scatenare l’apocalisse nel nostro cortile di casa. Un alleato rispettoso, per esempio, non fa esplodere il gasdotto Nord Stream, per poi dare la colpa a quattro palombari ucraini. Noi europei non siamo alleati, ma vassalli. E forse è giunto il momento di “liberarci dei liberatori”».
Addirittura?
«Non parlo di ostilità. Sto dicendo che dobbiamo costruire un nuovo rapporto, non di sudditanza. In un anno Trump ci ha imposto 750 miliardi di dollari di acquisti di energia americana, 600 miliardi di dollari di investimenti nella loro industria, il 5% del Pil della difesa nell’acquisto di armi americane. A tutti questi diktat gli europei hanno risposto “yes daddy”, per dirla con le parole del segretario Nato Rutte. Gli americani, a prescindere da chi governa, perseguono i loro interessi. Ma noi europei siamo disposti a difendere i nostri?».
Ce l’ha con Bruxelles?
«La Ue non è la soluzione ai problemi, ma una delle fonti. È una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze».
E allora? Dovremmo forse metterci sotto l’ombrello di altre potenze imperiali?
«I pezzi d’Europa economicamente più avanzati, Francia, Germania e Italia, hanno spazi di manovra per muoversi insieme. Hanno la capacità culturale e spero anche politica per non inchinarsi a nessuno. E possono adoperarsi per chiudere le guerre, non per alimentarle».
E l’Italia, come ne sta uscendo?
«Noi italiani consideriamo area strategica prioritaria il Mediterraneo allargato, oggi compromesso. Siamo il ponte tra Occidente, Russia e mondo arabo, pur restando amici di Israele. Ma in questo momento non vedo più un ruolo propositivo dell’Italia, né dei Paesi europei. Qualcuno si è mosso per avviare un’iniziativa diplomatica che faccia fermare questi conflitti? Mi pare di no, né per l’Ucraina né per il Medio Oriente».
Concederemo le basi agli Stati Uniti, ma solo per i rifornimenti.
«Sul piano militare gli americani non hanno bisogno delle nostre basi in questo momento, perché sono troppo lontane. Sigonella, ad esempio, ospita i droni strategici americani Global Hawk, che volano sul Mar Nero per fare disturbo elettronico e ricognizione contro i russi, ed è molto lontana dal teatro operativo iraniano. Fra il Golfo Persico e Israele gli americani hanno una marea di basi: non hanno bisogno di altro».
Dunque non ci verrà richiesto di scendere in campo?
«Potrebbero chiedercelo in futuro per mettere alla prova la nostra fedeltà o per testare il governo, però non ne hanno militarmente bisogno in questo momento».
Quindi «non siamo in guerra», come dice il governo?
«Non siamo in guerra, a parte il sostegno logistico. E a dir la verità non siamo in guerra neanche con la Russia, pur avendo sostenuto Kiev con uno sforzo non risolutivo, perché l’Ucraina la guerra la sta perdendo. In questa fase così delicata, sarebbe opportuno riprendere i rapporti con la Russia, per motivi strettamente pragmatici, sennò andiamo a fondo. Dove prendiamo l’energia, con il Golfo in fiamme, e un muro tra noi e Mosca?».
Chiudiamo con qualche considerazione militare. Quanti missili rimangono all'Iran?
«Non lo so. L’Iran sta combattendo per la sua sopravvivenza, e credo abbia depositi di missili balistici molto in profondità sottoterra. Molti esponenti del Pentagono avevano avvisato Trump che iniziare una guerra con l’Iran era rischioso, avendo i magazzini mezzi vuoti dopo i rifornimenti verso l’Ucraina e Israele».
Rischiamo una cronicizzazione del conflitto in stile Afghanistan?
«Se l’Iran si sfalda e scoppia la guerra civile, finiamo nel caos, anche se in questo momento il regime sembra saldo. Il punto è che all’Iran è sufficiente resistere, e sopravvivere. Come ha fatto Hamas, che è ancora al suo posto. Il tempo gioca a favore di Teheran, che nel frattempo riceve grande aiuto da Cina e Russia».
Cina e Russia fanno parte del risiko?
«Da settimane si registra un forte traffico di aerei da trasporto russi e cinesi, che hanno scaricato materiale militare in Iran: qualcuno dice radar, forse anche batterie di missili per la difesa aerea, probabilmente anche qualcosa di offensivo, armi ipersoniche che possono essere usate per colpire le navi americane nel Golfo».
E lo scambio di informazioni?
«Pechino fa circolare da tempo le immagini nitidissime delle basi americane, scattate dai loro satelliti, e le gira agli iraniani che così possono prendere meglio la mira. È un messaggio di deterrenza agli Usa: evitate di attaccare, perché l’Iran non è solo».
Ipotesi escalation?
«Scenario possibile: se ci fosse una prolungata chiusura di Hormuz, la Cina potrebbe mandare a scopo deterrente la sua flotta all’imboccatura dello stretto, rivendicando la libertà di navigazione».
E i Paesi arabi?
«Se tra qualche settimana chiederanno missili da difesa, e gli americani risponderanno di non averne neanche per sé stessi, potrebbe cambiare la percezione dalla guerra. L’opinione pubblica del Golfo non è così filo-americana da sopportare a lungo questa situazione. Insomma, in questa fase Stati Uniti ed Israele si giocano buona parte della loro reputazione nel mondo, e del loro status di potenza militare. L’Europa invece, la reputazione se l’è giocata da tempo».

