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2022-12-09
Tra un’impiccagione e l’altra i gerarchi iraniani studiano la fuga dorata in Venezuela
Ali Khamenei, Nicolas Maduro e Hassan Rowhani (Ansa)
Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese.
Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.
Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.
La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».
Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.
Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico.
Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria
Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato.
Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica.
Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano.
Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
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Mentre la protesta continua, iniziano le prime esecuzioni. I piani alti del regime, però, si tutelano in caso di golpe: crescono i contatti con l’alleato Nicolas Maduro e i voli verso Caracas.Gli attacchi anti curdi con i droni si moltiplicano. E la Svezia consegna un uomo del Pkk.Lo speciale contiene due articoli.Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese. Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tra-unimpiccagione-e-laltra-i-gerarchi-iraniani-studiano-la-fuga-dorata-in-venezuela-2658903821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="truppe-usa-in-pericolo-per-i-raid-la-cia-bacchetta-erdogan-in-siria" data-post-id="2658903821" data-published-at="1670556794" data-use-pagination="False"> Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato. Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica. Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano. Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
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La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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