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2022-12-09
Tra un’impiccagione e l’altra i gerarchi iraniani studiano la fuga dorata in Venezuela
Ali Khamenei, Nicolas Maduro e Hassan Rowhani (Ansa)
Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese.
Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.
Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.
La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».
Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.
Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico.
Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria
Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato.
Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica.
Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano.
Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
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Mentre la protesta continua, iniziano le prime esecuzioni. I piani alti del regime, però, si tutelano in caso di golpe: crescono i contatti con l’alleato Nicolas Maduro e i voli verso Caracas.Gli attacchi anti curdi con i droni si moltiplicano. E la Svezia consegna un uomo del Pkk.Lo speciale contiene due articoli.Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese. Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tra-unimpiccagione-e-laltra-i-gerarchi-iraniani-studiano-la-fuga-dorata-in-venezuela-2658903821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="truppe-usa-in-pericolo-per-i-raid-la-cia-bacchetta-erdogan-in-siria" data-post-id="2658903821" data-published-at="1670556794" data-use-pagination="False"> Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato. Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica. Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano. Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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