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2022-12-09
Tra un’impiccagione e l’altra i gerarchi iraniani studiano la fuga dorata in Venezuela
Ali Khamenei, Nicolas Maduro e Hassan Rowhani (Ansa)
Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese.
Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.
Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.
La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».
Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.
Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico.
Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria
Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato.
Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica.
Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano.
Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
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Mentre la protesta continua, iniziano le prime esecuzioni. I piani alti del regime, però, si tutelano in caso di golpe: crescono i contatti con l’alleato Nicolas Maduro e i voli verso Caracas.Gli attacchi anti curdi con i droni si moltiplicano. E la Svezia consegna un uomo del Pkk.Lo speciale contiene due articoli.Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese. Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tra-unimpiccagione-e-laltra-i-gerarchi-iraniani-studiano-la-fuga-dorata-in-venezuela-2658903821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="truppe-usa-in-pericolo-per-i-raid-la-cia-bacchetta-erdogan-in-siria" data-post-id="2658903821" data-published-at="1670556794" data-use-pagination="False"> Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato. Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica. Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano. Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Dagli ori di Federica Brignone e della «mamma volante» Francesca Lollobrigida ai gesti di fairplay nel biathlon, dai trionfi storici alle lacrime dei delusi, passando per dediche a chi non c'è più, sprint improvvisati per l'ultimo posto e persino un cane lupo in pista. L'Olimpiade diffusa è stata un successo sotto ogni punto di vista.
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fair play e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fair play. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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Ecco #DimmiLaVerità del 23 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini smonta tutte le falsità sul Board of Peace organizzato da Donald Trump e sulla partecipazione dell'Italia.
Lo psichiatra Tonino Cantelmi commenta la scoperta dei post pubblicati dalla psicologa incaricata della perizia sulla famiglia nel bosco: contenuti critici che, secondo lui, mettono in dubbio l’imparzialità dell’intero percorso peritale. Il punto, ribadisce, resta uno solo: fermare errori e rigidità, fare un passo indietro e restituire i bambini ai loro genitori, nel loro reale interesse.