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2022-12-09
Tra un’impiccagione e l’altra i gerarchi iraniani studiano la fuga dorata in Venezuela
Ali Khamenei, Nicolas Maduro e Hassan Rowhani (Ansa)
Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese.
Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.
Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.
La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».
Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.
Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico.
Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria
Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato.
Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica.
Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano.
Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
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Mentre la protesta continua, iniziano le prime esecuzioni. I piani alti del regime, però, si tutelano in caso di golpe: crescono i contatti con l’alleato Nicolas Maduro e i voli verso Caracas.Gli attacchi anti curdi con i droni si moltiplicano. E la Svezia consegna un uomo del Pkk.Lo speciale contiene due articoli.Mentre la tensione cresce in Iran a causa delle proteste, le alte sfere del regime starebbero cercando un’eventuale via di fuga. A rivelarlo è stata la testata Iran International, secondo cui i vertici della Repubblica islamica avrebbero avviato delle trattative con il governo di Caracas, con l’obiettivo di ottenere diritto d’asilo in terra venezuelana, qualora le turbolenze in corso dovessero portare a un abbattimento del potere degli ayatollah. In particolare, già a metà ottobre una delegazione di quattro funzionari iraniani avrebbe effettuato una visita in Venezuela proprio per negoziare una possibile fuga. La stessa testata ha inoltre riferito che, all’inizio di novembre, sono decollati molti aerei carichi di merci dall’aeroporto Internazionale di Teheran-Imam Khomeini verso il Venezuela. Dal canto suo, il Daily Express ha riportato che vari alti funzionari iraniani avrebbero cercato di ottenere passaporti britannici per lasciare il Paese. Ricordiamo che le proteste infiammano l’Iran ormai da settembre, a seguito della morte di Mahsa Amini: la giovane di origine curda che ha perso la vita in circostanze molto sospette, dopo essere stata arrestata dalla polizia morale del regime khomeinista per aver indossato «impropriamente» l’hijab. Nel frattempo, proprio ieri la magistratura iraniana ha reso noto di aver eseguito la prima condanna a morte di un manifestante: si tratta del ventitreenne Mohsen Shekari, arrestato durante le proteste con l’accusa di aver ferito un paramilitare e giustiziato tramite impiccagione, dopo essere stato dichiarato colpevole di «inimicizia contro Dio». L’organizzazione Iran Human Rights ha denunciato che il giovane è stato sottoposto a un processo farsa, mentre la magistratura iraniana ha annunciato di aver condannato a morte finora undici persone in relazione alle manifestazioni in corso.Sempre ieri, il Guardian riferiva che le forze di sicurezza del regime stanno conducendo una durissima repressione, sparando colpi d’arma da fuoco contro le manifestanti e, in particolare, mirando ai «loro volti, seni e genitali». La medesima fonte ha riportato che il regime ha attuato misure intimidatorie anche nei confronti del personale medico che si sta occupando di curare i feriti. Tutto questo, mentre la stessa Iran Human Rights ha riportato che, dall’inizio delle proteste, almeno 458 persone sono rimaste uccise. Infine, i paramilitari sono stati incaricati di tenere a distanza gli studenti che protestavano, mentre mercoledì il presidente iraniano Ebrahim Raisi pronunciava un discorso all’università d Teheran.La situazione sta diventando sempre più instabile. Le stesse indiscrezioni trapelate sui piani di fuga in Venezuela evidenziano come le alte sfere della Repubblica islamica siano probabilmente turbate da timori significativi. Non a caso, l’ex presidente iraniano, Mohammad Khatami, ha invitato le autorità ad ascoltare i manifestanti «prima che sia troppo tardi», mentre la sorella dell’ayatollah Ali Khamenei, Badri Hossein Khamenei, ha appoggiato le proteste contro la «tirannia al potere».Ovviamente non mancano i riflessi internazionali. La Russia è uno storico alleato dell’Iran, mentre Pechino ha rafforzato i suoi legami con Teheran negli ultimi due anni. Per parte sua, la commissione Esteri del Senato statunitense ha approvato una risoluzione bipartisan di sostegno alle proteste, mentre l’amministrazione Biden non può celare un certo imbarazzo. Pur di sconfessare il predecessore, l’attuale presidente americano ha cercato di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un’intesa che, qualora fosse rilanciata, rafforzerebbe politicamente il regime khomeinista, rappresentando al contempo una minaccia alla sicurezza di Israele. Non solo. Joe Biden ha anche allentato le sanzioni al Venezuela, sperando di ottenere così dei benefici sul fronte petrolifero. Peccato che, oltre ad essere una dittatura, il governo di Nicolas Maduro intrattenga stretti legami con Russia, Cina e Iran.Tuttavia, al di là dei cortocircuiti geopolitici dell’attuale presidente americano, si scorge anche un convitato di pietra in queste proteste iraniane: la Turchia. Ankara e Teheran si stanno facendo sempre più vicine (anche) a causa di una comune ostilità nei confronti dei curdi. Il regime iraniano sostiene infatti che proprio i curdi starebbero contribuendo a fomentare le proteste in atto e, in tal senso, le Guardie della rivoluzione islamica hanno lanciato un attacco contro le loro postazioni nella parte settentrionale dell’Iraq alla fine di novembre. Dall’altra parte, non è un mistero che Recep Tayyip Erdogan abbia recentemente condotto dei raid contro i curdi nel Nord della Siria. Quello stesso Erdogan che, oltre a strizzare continuamente l’occhio al Cremlino, ha ricevuto Maduro ad Ankara lo scorso giugno, criticando le sanzioni contro il Venezuela. Non va inoltre trascurato che, il mese successivo, il sultano ha avuto un incontro con Raisi a Teheran: un incontro che ha rilanciato le relazioni tra Turchia e Iran soprattutto sul fronte economico ed energetico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tra-unimpiccagione-e-laltra-i-gerarchi-iraniani-studiano-la-fuga-dorata-in-venezuela-2658903821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="truppe-usa-in-pericolo-per-i-raid-la-cia-bacchetta-erdogan-in-siria" data-post-id="2658903821" data-published-at="1670556794" data-use-pagination="False"> Truppe Usa in pericolo per i raid. La Cia bacchetta Erdogan in Siria Crescono le tensioni tra Stati Uniti e Turchia. Secondo quanto rivelato dal sito Axios, il direttore della Cia, William Burns, ha protestato con il suo omologo turco Hakan Fidan, per gli attacchi lanciati da Ankara contro i curdi nella parte settentrionale della Siria. In particolare, il capo dell’agenzia d’intelligence statunitense ha posto in evidenza che questi raid metterebbero in pericolo le truppe americane presenti in loco. Un attacco aereo di Ankara, avvenuto la scorsa settimana, si sarebbe infatti verificato e meno di un miglio dai soldati statunitensi stanziati nell’area. Già martedì il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, aveva reso noto che Washington si oppone fermamente a un’incursione militare turca nella parte settentrionale della Siria. «Restiamo preoccupati per l’escalation dell’azione nel nord della Siria, compresi i recenti attacchi aerei, alcuni dei quali minacciano direttamente la sicurezza del personale statunitense che sta lavorando per sconfiggere l’Isis», aveva dichiarato. Va da sé come questa situazione stia significativamente guastando le relazioni tra Washington e Ankara. Nonostante in campagna elettorale avesse promesso severità nei suoi confronti, ultimamente Joe Biden si è mostrato piuttosto arrendevole nei confronti del presidente turco: ha di fatto accettato il suo ricatto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, mostrandosi anche piuttosto aperto sulla spinosa questione degli F-16. È del resto in un tale quadro che il governo di Stoccolma ha recentemente estradato in Turchia un uomo considerato vicino al Pkk, innescando le critiche della locale comunità curda. Adesso tuttavia lo stato dei rapporti tra Washington e Ankara sta peggiorando: un elemento, questo, che potrebbe avere delle ripercussioni anche sugli equilibri interni all’Alleanza atlantica. Non va tra l’altro trascurato che le mire militari di Erdogan in Siria hanno lasciato piuttosto inquieto anche il Cremlino. «Chiederemo ai nostri colleghi turchi una moderazione, volta a prevenire l’escalation delle tensioni, non solo nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Siria, ma su tutto il suo territorio», aveva detto a fine novembre l’inviato speciale di Vladimir Putin, Alexander Lavrentyev. Pochi giorni fa, il presidente siriano, Bashar al Assad, ha comunque rifiutato di partecipare a un incontro, proposto dal Cremlino, tra lui e lo stesso Erdogan. In particolare, Assad ha affermato che un tale vertice fornirebbe al leader turco un assist per essere riconfermato alle elezioni presidenziali del prossimo anno. «Perché dare a Erdogan una vittoria gratis? Nessun riavvicinamento avverrà prima delle elezioni», ha affermato il presidente siriano. Insomma, le mosse del sultano sul fronte siriano stanno complicando significativamente la situazione internazionale. Un comportamento, quello di Erdogan, che, pur a causa di ragioni differenti, pone in una posizione scomoda tanto la Casa Bianca quanto il Cremlino. D’altronde, il presidente turco punta proprio a mettere sotto pressione entrambi: sa bene di risultare cruciale in seno alla Nato, così come sa altrettanto bene che, nel pieno della crisi ucraina, Putin vuole a tutti i costi mantenere buoni rapporti con Ankara. Una specie di ricatto incrociato quindi, con cui il sultano mira ad accrescere la propria centralità. E intanto la tensione nel Nord della Siria continua drammaticamente a crescere.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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