Governatore messo sulla graticola. Quando un contributo è malaffare?
Giovanni Toti (Getty Images)
La lunga lista di presidenti di Regione finiti nei guai per corruzione e poi scagionati è la dimostrazione che il confine tra un finanziamento trasparente e una bustarella è diventato oggi fin troppo opinabile.

Sono trascorsi più di quarant’anni dall’arresto di Alberto Teardo. Alla maggioranza dei lettori probabilmente questo nome non dirà nulla, ma nel giugno del 1983 la Procura di Genova spedì la polizia giudiziaria negli uffici dell’allora presidente della Liguria, un socialista con un passato nella Fiom, il sindacato dei metalmeccanici Cgil. Al governatore venne contestata una sfilza di reati pesantissimi, tra cui anche i legami con un boss, e fu la fine della sua carriera, ma anche quella di un certo sistema.

Cito Teardo perché mi sembra il precedente più illustre per commentare ciò che è accaduto ieri, con l’arresto di Giovanni Toti. A lui i pm non imputano alcun collegamento con la ‘Ndrangheta, ma di aver intrattenuto rapporti disinvolti con alcuni imprenditori portuali e di averne ricevuto in cambio dei finanziamenti per il suo comitato elettorale, in vista di alcune scadenze amministrative. C’è un’accusa di voto di scambio, con promesse di assunzioni e relazioni discutibili con gruppi che parrebbero riconducibili a organizzazioni mafiose, ma non riguarda il governatore, bensì un suo collaboratore.

Tolte di mezzo le cosche, che ormai sono come il prezzemolo e spuntano in tutte le inchieste, unendo l’Italia da Nord a Sud, restano tuttavia le accuse pesantissime che i pm gli muovono, a cominciare dalla corruzione. Di solito, il politico che vuole mettersi in saccoccia dei soldi si fa portare delle valigette di contanti e quando non ricorre alla ventiquattr’ore usa i sacchi della spesa. In questo caso le tangenti sarebbero state corrisposte tramite bonifico. Quattro tranche, la prima un po’ più consistente, di 40.000 euro, altre due da 15, e un’ultima da 4. Meno di 75.000 euro in cambio di concessioni milionarie. Una spiaggia passata da libera a privata, il raddoppio dei diritti di utilizzo di un’area portuale che un domani, con la nuova diga, potrebbe rivelarsi strategica per i container, più altri terreni, di Enel e Autostrade, dati in uso all’ex presidente del Genoa, Aldo Spinelli. Nelle carte ci sono le intercettazioni, con Toti che parla a ruota libera, di barche e caviale, ma anche di autorizzazioni regionali e donazioni elettorali. Per la Procura la connessione è evidente: favori, anche in danno dell’interesse pubblico, in cambio di un sostegno alla campagna elettorale. Decisioni prese il giorno prima e denari arrivati il giorno dopo. Settecento pagine di ordinanza giudiziaria da cui traspaiono un sistema e una gestione da diporto della cosa pubblica.

Ovviamente, al di là delle frasi estrapolate in mesi e forse anni di intercettazioni (l’inchiesta abbraccia il periodo che va dal 2021 fino al 2023), bisognerà vedere se l’impianto accusatorio reggerà al vaglio dei dibattimenti. Non voglio ripetere la solita storia e cioè che ogni indagato è innocente fino a che una sentenza definitiva non dica il contrario. Però ieri, in attesa di leggere le carte con cui il gip ha disposto gli arresti domiciliari di Toti e ipotizzato il pericolo di reiterazione del reato in vista delle prossime elezioni, ho passato in rassegna le tante inchieste del passato per corruzione e finanziamento illecito a carico di diversi presidenti di Regione. Da quella che ha riguardato Raffaele Fitto, indagato in Puglia per aver ottenuto un contributo elettorale, a quella contro Mario Oliverio, governatore della Calabria, messo al confino forzato per corruzione e abuso d’ufficio, per poi passare alle indagini per finanziamento illecito a carico di Nicola Zingaretti e finire alle fatture che inguaiarono Michele Emiliano, anche in questo caso con l’accusa iniziale di corruzione e poi di finanziamento illecito. Inchieste in qualche caso sfociate in processi, mentre altre furono archiviate prima. In tutti i casi, anche quelle finite davanti ai giudici, si sono concluse con un’assoluzione.

Certo, ci sono anche governatori arrestati e condannati, come Totò Cuffaro, Roberto Formigoni o Giuseppe Scopellitti, ma quelle sono altre storie, che nulla hanno a che fare con un finanziamento elettorale da 75.000 euro. Perché il nocciolo del caso Toti alla fine sembra questo: fino a che punto un governatore si può far sostenere da imprenditori a cui concede autorizzazioni milionarie? In sostanza, dove finisce il finanziamento lecito per iniziare la corruzione?

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