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2022-04-13
Torna il giallo delle armi chimiche mentre Mariupol prova a resistere
Ansa
Mariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto.
La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi.
La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici».
Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo.
Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa».
Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco.
Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi.
Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».
«Chi non torna a Kiev è un disertore»
Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche.
Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo.
«I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)».
Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina».
Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
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Il battaglione Azov accusa: «Sostanze tossiche lanciate dai droni». Washington conferma: «Informazioni credibili». Blitz dei Marines ucraini rompe l’assedio, ma i rapporti di forza non cambiano. Colpita la Caritas.Presentata al Parlamento ucraino la proposta di una stretta alla legge marziale. Da 5 a 10 anni di carcere per tutti gli uomini che vivono all’estero e si negano alla patria.Lo speciale contiene due articoliMariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto. La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi. La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici». Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo. Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa». Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco. Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi. Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-il-giallo-delle-armi-chimiche-mentre-mariupol-prova-a-resistere-2657144253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chi-non-torna-a-kiev-e-un-disertore" data-post-id="2657144253" data-published-at="1649788403" data-use-pagination="False"> «Chi non torna a Kiev è un disertore» Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche. Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo. «I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)». Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina». Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».
Piazza del Popolo, a Roma, si è tinta di blu per celebrare il 174° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. «Comprendere il presente e riuscire a guardare nello stesso tempo il futuro. Questo il nostro compito», ha sottolineato il Capo della Polizia Vittorio Pisani.
Sulle note di «Giocondità», eseguita dalla Banda musicale della Polizia, si è svolta la cerimonia ufficiale. A rendere gli onori al Presidente del Senato, fermatosi davanti alla Bandiera della Polizia di Stato, uno schieramento composto da commissari della Scuola superiore di Polizia, allievi agenti dell’Istituto per ispettori di Nettuno e una formazione del Reparto a cavallo, preceduti dai motociclisti della Polizia stradale.
In tribuna era presente anche una rappresentanza di funzionari della Questura di Roma, con la sciarpa tricolore sugli abiti civili, simbolo della funzione di pubblica sicurezza e dell’impegno a garantire la tutela delle istituzioni democratiche e il corretto svolgimento della vita civile.
In apertura è stato letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inviato al Capo della Polizia per la ricorrenza.
Nel suo intervento, Pisani ha ricordato come la sicurezza sia un bene in continua evoluzione, che richiede impegno quotidiano e capacità di adattamento ai cambiamenti sociali e tecnologici. La Polizia di Stato, ha sottolineato, deve saper interpretare i nuovi bisogni dei cittadini con professionalità e sensibilità, rafforzandone la fiducia.
Il momento più toccante della cerimonia è stato il conferimento delle onorificenze e delle promozioni per merito straordinario. Quest’anno il Presidente della Repubblica ha concesso la Medaglia d’oro al Merito civile alla Bandiera della Polizia di Stato per l’attività svolta dagli agenti impegnati nei servizi di scorta e tutela, in Italia e all’estero. Nella motivazione si sottolinea il sacrificio quotidiano delle donne e degli uomini della Polizia, spesso esposti a gravi rischi per garantire la sicurezza e la libertà democratica.
A dare voce a questo impegno è stata l’agente Emanuela Loi, nipote e omonima della prima poliziotta di scorta caduta nella strage di via D’Amelio, che ha letto una poesia del poliziotto Wilhelm Longo.
Tra le storie ricordate, anche quella dell’assistente capo Aniello Scarpati e dell’agente scelto Ciro Cozzolino, travolti durante un servizio notturno a Torre del Greco nel 2025. A entrambi è stata conferita la Medaglia d’oro al Merito civile; per Scarpati l’onorificenza è stata ritirata dal figlio Daniel.
La cerimonia si è conclusa con l’Inno d’Italia eseguito dalla Banda musicale della Polizia e cantato dagli alunni della scuola elementare Mazzarello di Roma, mentre gli operatori del Nocs hanno srotolato il Tricolore dalla terrazza del Pincio.
Le celebrazioni proseguiranno fino a lunedì 13 aprile: Piazza del Popolo ospiterà lo «Spazio della legalità», aperto al pubblico con iniziative e attività per far conoscere da vicino il lavoro della Polizia di Stato. Eventi anche alla Galleria Alberto Sordi, dove è allestita la mostra interattiva «InsospettAbili» della Polizia postale, dedicata alla prevenzione delle frodi informatiche.
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Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio in Germania (Getty Images)
La benzina a tre euro al litro forse non da tutti in Europa è vista come una tragedia.
Questa Europa e questa Commissione hanno un obiettivo strategico di fondo: ridurre le emissioni. Tutto il resto è sacrificabile e ogni scusa è una opportunità per raggiungere questo obiettivo. I razionamenti con riduzione dei consumi son quindi una benedizione per questa classe dirigente totalmente scollegata dalla realtà e profondamente sfavorevole se non contraria alle attività economiche imprenditoriali.
L’industria è un male da estirpare secondo il pensiero profondo di questa Unione europea.
Non si spiegano altrimenti le infinite misure che, attraverso Green deal e normative assurde, hanno distrutto intere filiere industriali e in generale l’industria manifatturiera europea.
Se guardiamo l’Italia la riduzione parte da lontano; dal 1980 ad oggi si è perso il 46,2% delle imprese artigiane manifatturiere. Non è ovviamente solo la richiesta di standard ambientali irraggiungibili ad aver causato questo tracollo, ma sicuramente negli ultimi anni l’esasperazione green europea ha spinto molti imprenditori a chiudere.
E questa esasperazione degli obiettivi «sostenibili» ha impattato forse ancora più pesantemente sulle imprese più grandi. Pensare di raggiungere la neutralità climatica (concetto demenziale) entro il 2050 non può che spingere imprese medio grandi a delocalizzare o a capitalizzare i propri asset prima del colpo finale.
Spostare la fiscalità dalla produzione ai consumi è sempre stato un obiettivo delle politiche green, come se abbattere i consumi non avesse effetti sulle imprese che di consumi vivono. I disastri della filiera dell’auto sono solo un esempio di ciò che è successo in questi anni e denotano la cultura che partorisce queste ideologie. La normativa contro la deforestazione, oggi in stand by ma non modificata nella sostanza, è un altro esempio di come questa Europa vede il futuro del continente e del mondo.
La Commissione desidera un mondo ideale, dove i bambini studiano felici, i lavoratori delle piantagioni di cacao o caffè sono pagati come un operaio della Ferrari, e dove siano egualmente distribuiti tra tutti i colori della pelle, così da non comunicare l’immagine di gerarchie tra le razze.
Probabilmente chi scrive queste normative non ha mai lasciato le stanze del Parlamento europeo e non ha mai visto una piantagione di olio di palma, di cacao, di pulp and paper in Indonesia, nell’Amazzonia brasiliana o in Costa d’Avorio. E soprattutto non ha idea di come si modificherebbero i prezzi dei prodotti finiti che arrivano nei nostri supermercati se un approccio di questo tipo venisse implementato fino in fondo.
L’utopia di un mondo senza diseguaglianze rischia di crearne sempre di più, visto che l’illusione europea è appunto solo qualcosa che non può essere realizzato se non a prezzo di una distruzione totale di molte filiere industriali, non solo agroalimentari, con conseguente disoccupazione di massa e povertà, sia nei Paesi di origine che nei Paesi di trasformazione.
La superiorità etica che la Commissione ritiene di avere è il problema culturale di fondo. Non gli è parso vero quindi di avere l’occasione di parlare immediatamente di razionamenti, targhe alterne, divieti, smart working, in una logica classista che penalizzerebbe in primis le fasce più deboli della popolazione. Ma il tutto ovviamente per il bene supremo, salvare il pianeta dalla deriva climatica. Sacrificare lo stile di vita e il welfare è un costo minimo da sostenere a fronte di un obiettivo superiore. La tregua nella guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz, per questi fanatici green, è una iattura.
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