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2022-04-13
Torna il giallo delle armi chimiche mentre Mariupol prova a resistere
Ansa
Mariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto.
La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi.
La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici».
Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo.
Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa».
Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco.
Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi.
Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».
«Chi non torna a Kiev è un disertore»
Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche.
Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo.
«I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)».
Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina».
Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
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Il battaglione Azov accusa: «Sostanze tossiche lanciate dai droni». Washington conferma: «Informazioni credibili». Blitz dei Marines ucraini rompe l’assedio, ma i rapporti di forza non cambiano. Colpita la Caritas.Presentata al Parlamento ucraino la proposta di una stretta alla legge marziale. Da 5 a 10 anni di carcere per tutti gli uomini che vivono all’estero e si negano alla patria.Lo speciale contiene due articoliMariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto. La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi. La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici». Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo. Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa». Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco. Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi. Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-il-giallo-delle-armi-chimiche-mentre-mariupol-prova-a-resistere-2657144253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chi-non-torna-a-kiev-e-un-disertore" data-post-id="2657144253" data-published-at="1649788403" data-use-pagination="False"> «Chi non torna a Kiev è un disertore» Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche. Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo. «I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)». Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina». Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
Maurizio Landini (Ansa)
Lo schema stanco che si ripete è sempre lo stesso. Le sigle rosse sfruttano il primo pretesto minimamente giustificabile per indire uno sciopero che metta in difficoltà il Paese e quindi il governo. La Commissione di garanzia individua delle violazioni delle norme e il responsabile dei Trasporti interviene. A quel punto, apriti cielo, la Cgil e i sindacati rossi hanno gioco (mediaticamente) facile a rivendicare una lesione dei diritti, la violazione della Costituzione e l’oppressione democratica.
Nell’ultima puntata però si è registrata una novità che ha messo a nudo l’ipocrisia di chi nasconde dietro alla retorica della lotta per i lavoratori la volontà di portare avanti una battaglia politica.
La trattativa tra i sindacati e la commissione guidata Paola Bellocchi va avanti da dicembre. E precisamente, da quando, nel rispetto dei tempi tecnici, le parti sociali avevano individuato nel 16 febbraio e nel 7 marzo (tra le altre) le date utili per la protesta delle compagnie aeree e delle società di handling/servizi aeroportuali prima, e dell’Enav (i controllori) poi.
Guarda caso nel pieno svolgimento delle Olimpiadi invernali (dal 6 febbraio al 22 febbraio) e dei Giochi Paralimpici (dal 6 marzo al 15 marzo).
In questo periodo, la Commissione prima e il governo poi, hanno cercato in tutti i modi un compromesso che portasse a una sorta di «tregua olimpica», tentativo che del resto era stato già fatto per il Giubileo. C’è un evento che porterà in Italia milioni di turisti, il Paese resterà per settimane al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo, insomma firmiamo un patto di non belligeranza, facciamo bella figura con il resto del Pianeta e poi se sarà proprio necessario torneremo a darcele di santa ragione.
Ragionevole? Niente affatto. I sindacati hanno respinto qualsiasi compromesso. La commissione ne ha preso atto e avendo ricevuto molteplici alert dai prefetti ha, come da legge, richiamato l’attenzione del ministro dei Trasporti evidenziando i rischi di «gravi pregiudizi per la libertà di circolazione e per le esigenze di sicurezza delle persone».
Ma ha fatto anche altro. Ha proposto delle date alternative, rendendole pubbliche. «Nell’ambito del procedimento di conciliazione di cui all’articolo 8 della legge 146 del 1990, e successive modificazioni», si legge nella delibera inviata al Mit, «si invita le parti a revocare gli scioperi proclamati per il 16 febbraio 2026 e per il 7 marzo 2026 ed, eventualmente, a concentrare le astensioni collettive in una data ricompresa tra il 24 febbraio 2026 ed il 4 marzo 2026, in quanto periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive sopra richiamate».
Per la serie, proviamo a usare il buonsenso. Esercitiamo il sacrosanto diritto di sciopero qualche giorno dopo in modo da salvaguardare anche l’altrettanto sacrosanto diritto del Paese di mostrare la parte più bella di sé senza blocchi, disagi e manifestazioni varie.
Possibile? Neanche a parlarne. Dai sindacati, ancora una volta, non sono arrivate aperture. E arriviamo a venerdì mattina e alla recita del solito rituale stanco. Salvini che chiede a Cgil e compagni di fare un passo indietro, Landini & C. che respingono la richiesta al mittente, e il mittente che precetta. Il tutto condito da rivendicazioni, mezzi insulti e minacce.
Il risultato che si voleva raggiungere sin dall’inizio. Tant’è che dopo aver gridato alla restrizione dei diritti e all’allarme democratico, le parti sociali sono tornate sui loro passi e hanno modificato la data dello sciopero: non più il 16 febbraio adesso ci accontentiamo anche del 26.
Proprio come proposto qualche ora prima dalla commissione. E allora perché non farlo prima? La risposta è facilmente intuibile e mostra plasticamente come il vero fine delle proteste non sia quello di salvaguardare il diritto dei lavoratori tenendo a cuore anche le esigenze dei cittadini. Quanto politico: indurre il governo a pretendere la presenza sui luoghi di lavoro in modo da poter fare le vittime e gridare alla compressione dei diritti democratici. Salvo poi scioperare lo stesso. Chiamatela pure strategia della precettazione. Che funzionerà per Landini & C. ma non per il resto del Paese.
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Ansa
Ieri mattina la circolazione ferroviaria sulle linee Av Roma-Napoli e Roma-Firenze è stata infatti rallentata per due atti dolosi, entrambi alle porte della Capitale. Sulla Roma-Napoli la sala operativa di Rfi ha segnalato un’anomalia fra Salone e Labico e i tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato danni ai cunicoli contenenti i cavi che gestiscono la circolazione dei treni e la bruciatura degli stessi. Mentre sulla Roma-Firenze, per un altro atto doloso fra Tiburtina e Settebagni, lungo la Salaria, i treni hanno registrato ritardi e deviazioni. I lavori di ripristino all’infrastruttura sono iniziati nel primo pomeriggio e si sono conclusi alle 19.20 di ieri sera, dopo il completamento dei sopralluoghi da parte dell’autorità giudiziaria, ma nel frattempo i ritardi dei convogli erano cresciuti a dismisura, rendendo necessaria anche la soppressione di alcuni treni per recuperare il tempo perso. L’aggiornamento delle ore 15 da parte di Trenitalia parlava di deviazioni sulla linea convenzionale con ritardi anche di 120 minuti. Una ventina di treni di Alta velocità e regionali sono oggetto di variazioni (deviazioni, cancellazioni) e un’altra ventina di convogli Av e Intercity direttamente coinvolti con ritardi di oltre 60 minuti. Ma scorrendo il tabellone della stazione centrale di Bologna, poco dopo le 15 si registravano 150 minuti di ritardo per due Frecciarossa provenienti da Napoli e Roma e 145 per un treno Italo proveniente da Napoli. Ritardo di 110 minuti per un treno Italo partito da Salerno e 100 minuti per una Frecciarossa partita da Taranto.
Sui binari, ancora, si registrano ritardi compresi tra i 30 minuti e i 100 minuti per diversi convogli diretti a Bologna e provenienti, principalmente dal Sud del Paese. Scene simili a Milano, con ritardi che arrivavano che arrivano anche a 150 minuti per i treni in arrivo. A Roma Termini, schiacciata tra i due sabotaggi, i ritardi sono arrivati a raggiungere i 190 minuti.
Sulle due tratte colpite sono intervenuti gli agenti della Polfer e gli investigatori della Digos della questura di Roma, che stanno predisponendo un’informativa verrà inviata nelle prossime ore alla Procura di Roma. Per chi indaga, la pista dolosa appare evidente e con chiari richiami agli atti di sabotaggio avvenuti la settimana scorsa sulla linea ferroviaria di Bologna. Il gruppo Fs, in una nota, ha ricostruito così il secondo sabato nero dei treni: «Stamattina si sono verificati due atti dolosi che hanno interessato la rete ferroviaria nazionale. Uno sulla linea Av Roma-Napoli, fra Salone e Labico, è stato segnalato alle 5.40 circa. I tecnici hanno riscontrato alcuni cunicoli scoperchiati contenenti i cavi che gestiscono la circolazione ferroviaria e la bruciatura degli stessi. Dopo l’intervento e i rilievi delle Autorità, i tecnici Rfi hanno permesso il ripristino dell’infrastruttura alle 13.35. Un altro sulla linea Av Roma-Firenze, fra Tiburtina e Settebagni, è stato segnalato alle 4.30 circa. I tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato alcuni cavi bruciati».
Quella dei danneggiamenti alle ferrovie è una situazione che va in crescendo. Secondo i numeri diffusi nei giorni scorsi dal Viminale, nel 2025 si sono registrati 49 casi, in forte aumento rispetto ai 9 del 2024.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha definito i boicottaggi «odiosi atti criminali contro i lavoratori e contro l’Italia». Poi il vicepremier ha spiegato: «È stata aumentata la vigilanza e abbiamo incrementato i controlli per stanare questi delinquenti, sperando che nessuno minimizzi o giustifichi gesti criminali che mettono a rischio la vita delle persone».
Sulla stessa linea il sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante (Forza Italia), che definisce i sabotaggi «una minaccia alla sicurezza» e invoca «pene esemplari» e «risarcimenti milionari» a carico dei responsabili. Dalla maggioranza, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami parla di «ennesimi sabotaggi da parte di criminali» e rilancia la necessità di pene più severe.
Preoccupazione anche dalle associazioni di consumatori. Assoutenti sottolinea che atti del genere «mettono a rischio la sicurezza e causano disagi enormi», chiedendo di rafforzare la sorveglianza e i sistemi di allerta preventiva. Più netto ancora il Codacons, che annuncia azioni legali per maxi-risarcimenti qualora vengano individuati i responsabili e paventa il rischio che i viaggiatori «di vedersi negati gli indennizzi previsti dalla normativa in caso di ritardi dei treni» perché l regolamento europeo esclude l’indennizzo ai passeggeri se il ritardo è dovuto a comportamenti di terzi non evitabili dall’impresa ferroviaria, come sabotaggi o terrorismo.
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Il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi e il vice Francesco Savino (Imagoeconomica)
Avvenire ieri ha dovuto ribadire che «la Cei non ha intenzione di entrare nella campagna referendaria». Lo ha ridetto anche il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, il quale ha dovuto emettere un comunicato per spiegare che «la Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto». Secondo Corrado la Cei ha semplicemente «espresso un forte invito alla partecipazione, sollecitando una corretta informazione per una scelta consapevole e sempre nel segno del bene comune». L’insistenza è sospetta: se si deve continuare a ripetere che la Cei non si schiera è perché essa sembra a tutti gli effetti schierata.
Sarebbe difficile per chiunque dimostrare il contrario. Prima è stato il turno del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che a fine gennaio si è premurato di invitare i cittadini a partecipare alla consultazione: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare. Autonomia e indipendenza dei giudici sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, valori da perseguire nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti». Parole per lo meno ambigue, se non decisamente sbilanciate. La sensazione di uno slittamento verso le posizioni del No è confermata dall’atteggiamento del vicepresidente della Cei, Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio. Il quale il prossimo 13 marzo parteciperà al congresso di Magistratura democratica - la più sinistrorsa delle correnti - intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Savino prenderà parte a un dibattito intitolato «L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo», condotto da Massimo Giannini di Repubblica assieme alla presidente di Md, Silvia Albano, e ad altre personalità del mondo progressista. Chiaramente Avvenire è costretto a sorvolare su questa uscita pubblica del monsignore, e la Cei non la commenta. Tuttavia la tempistica con cui la Conferenza episcopale ha fatto intervenire il suo comunicatore Corrado è indicativa. In buona sostanza gli alti rappresentanti dei vescovi spingono surrettiziamente per il No, ma si rendono conto di provocare un notevole imbarazzo che cercano di smussare atteggiandosi a imparziali.
Nella nota che ha diffuso Corrado, per altro, ci sono affermazioni pregnanti e assolutamente condivisibili. Si spiega come il referendum rientri fra le questioni opinabili «riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica». Temi su cui «non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa». In pratica i vescovi si rimproverano da soli. Il referendum, infatti, non riguarda una questione di specifica rilevanza dottrinale. Gli italiani non sono chiamati a votare su, per dire, aborto o fine vita, cioè su argomenti riguardo ai quali le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero prendere posizione. La giustizia è certo una faccenda importante, ma ciascun cattolico è libero di pensarla come vuole. Per questo le scivolate degli alti prelati sono particolarmente sgradevoli e possono portare confusione e smarrimento tra i fedeli.
A tale proposito è importante notare ciò che ha scritto ieri su Startmagazine l’ex ministro Maurizio Sacconi, precisando che la materia giustizia «non è evidentemente dogmatica anche se la Cei, in passato, non ha lesinato critiche al governo sull’Autonomia differenziata che c’entra ben poco con la fede». Sacconi, a dire il vero, è fin troppo tenero quando sostiene che «questa volta la Cei ha preferito il cerchiobottismo invitando, peraltro lodevolmente, a non disertare le urne». Ma il punto centrale dell’intervento di Sacconi è un altro. Egli ricorda che esiste una forte mobilitazione del mondo cattolico a favore del Sì. «Per primo si era però già pronunciato per il Sì l’anziano ma sempre lucido don Camillo (Ruini), che per lunghi anni ha guidato la Chiesa italiana con Giovanni Paolo II», scrive l’ex ministro. «Contemporaneamente, il network Ditelo sui tetti, che riunisce oltre 100 associazioni di ispirazione cristiana ed è molto vicino al Segretario di Stato Parolin, ha dato vita ai comitati civici (ne sono nati già 50) per il Sì evocando il ruolo di Luigi Gedda nel 1948. È un mondo che rimprovera alla magistratura ideologizzata di avere spesso scavalcato il Parlamento sui temi della vita nascente, del genere, della famiglia, dell’eutanasia per cui confida che la riforma riconduca il giudice ad applicare e non creare la norma». Infine bisogna ricordare che «un gruppo di ex parlamentari e giuristi cattolici vicini al centrosinistra ha promosso un comitato nazionale di popolari per il Sì rifacendosi alle posizioni già assunte in passato».
Il caos sulla campagna referendaria sta tutto qui. L’argomento del referendum non riguarda la dottrina della Chiesa, e da una parte ci sono molti cristiani che sostengono le ragioni del Sì. Dall’altra però i vertici della Cei, non nuovi a prese di posizione tendenti a sinistra, alternano uscite sibilline a interventi a sostegno del No. Grazie ad alcuni vescovi, insomma, grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è deprimente.
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Domenica di Carnevale e dunque ancora dolcetti. Ma stavolta si va in forno per una preparazione semplice, appetitosa, ma soprattutto sfiziosa. Vengono buoni questi biscottini per ogni occasione anche se sono pensati per un tè fra amiche e amici, ma vanno benissimo se ci sono dei bambini e anche per la prima colazione. Facilissimi da fare sono allegri perché simulano le bustine del tè.
Ingredienti – 3oo gr di farina 00, 180 gr di burro di primo affioramento, 100 gr di zucchero semolato (meglio quello finissimo), un tuorlo d’uovo, 15 cc di latte, 100 gr di cioccolato (scegliete quello che preferite o al latte o fondente).
Procedimento – Lavorate in una ciotola il burro ancora freddo, ma ridotto a cubetti con lo zucchero; quando lo zucchero è incorporato aggiungete il tuorlo d’uovo mescolate bene e poi subito dopo aggiungete la farina. Impastate prima nella ciotola e poi sulla spianatoia lavorando bene di polso. Otterrete un panetto compatto e liscio: è la vostra pasta frolla. Ora col mattarello stendetela a circa mezzo cm di spessore poi ricavate con la rotella tanti rettangoli che taglierete sui due angoli superiori in modo da simulare la bustina del tè. Volendo potete proprio prendere una bustina di te e usarla per tagliare i biscotti seguendone con un coltellino il profilo. Al centro dei due angoli tagliati fate un buco sufficiente a far passare uno spago. Adagiate i biscottini su una placca da forno coperta da carta forno e cuocete a 190° gradi per circa 12 minuti o fin quando non vedrete che sono ben dorati. Nel frattempo in una pentolina fate fondere il cioccolato che avrete sbriciolato nel poco latte in modo da cerare una crema. Fate freddare i biscotti e passate nel foro un pezzettino di spago da cucina in modo da simulare la bustina del te. Ora intingete per circa metà dell’altezza ogni biscottino nella crema di cioccolato, fate rapprendere sistemando i biscottini su un vassoio o meglio ancora su una griglia e servite.
Come far divertire i bambini – Fate decorare a loro i biscottini
Abbinamento – Ci vuole il tè. Scherziamo. Noi abbiamo abbinato uno Zibibbo di Pantelleria, va benissimo un Moscato d’Asti o se avete usato cioccolato fondente un Moscato di Scanzo. Perfetti anche un Sagrantino passito o un Aleatico dell’Elba.
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