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2022-04-13
Torna il giallo delle armi chimiche mentre Mariupol prova a resistere
Ansa
Mariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto.
La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi.
La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici».
Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo.
Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa».
Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco.
Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi.
Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».
«Chi non torna a Kiev è un disertore»
Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche.
Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo.
«I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)».
Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina».
Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
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Il battaglione Azov accusa: «Sostanze tossiche lanciate dai droni». Washington conferma: «Informazioni credibili». Blitz dei Marines ucraini rompe l’assedio, ma i rapporti di forza non cambiano. Colpita la Caritas.Presentata al Parlamento ucraino la proposta di una stretta alla legge marziale. Da 5 a 10 anni di carcere per tutti gli uomini che vivono all’estero e si negano alla patria.Lo speciale contiene due articoliMariupol è in piena agonia, anche se tenta un’ultima, disperata difesa. Le forze russe spingono per prenderne il controllo totale e già hanno in mente di catturare, subito dopo, Popasna e lanciare l’offensiva in direzione di Kurakhove per raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk. La battaglia si combatte con ogni mezzo e la preoccupazione è che i russi possano fare ricorso alle armi chimiche. Anzi, secondo qualcuno, lo avrebbero già fatto. La fonte della notizia è però il famigerato battaglione neonazista Azov: a dire dei suoi componenti, a Mariupol un drone avrebbe lanciato delle sostanze tossiche sui difensori della città. Tre persone avrebbero evidenziato «chiari segni di avvelenamento chimico» ma per nessuno di loro, a quanto risulta, ci sarebbero «gravi conseguenze» per la salute. Il timore per un possibile attacco con armi chimiche è stato espresso anche dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo il quale Vladimir Putin vorrebbe aprire proprio con questa tipologia di armi «la nuova fase del terrore». Zelensky non ha però confermato il loro utilizzo a Mariupol da parte dei russi. La questione era stata sollevata anche dal portavoce del Pentagono, John Kirby. «Non siamo in grado di confermare queste notizie ma il dipartimento della Difesa Usa continua a monitorare. Sono notizie che riflettono i timori che abbiamo da tempo», il parere di Kirby. Più diretto il segretario di Stato americano, Antony Blinken: «Abbiamo informazioni credibili che i russi possano usare lacrimogeni, o altri strumenti anti sommossa, mescolati ad agenti chimici». Intanto sul campo, come si diceva, Mariupol tenta il tutto per tutto, anche se ormai l’80-90% del suo territorio, il cuore della città e la maggior parte dei quartieri, sono sotto stretto controllo dell’esercito russo. Pur in una situazione di netta prevalenza dei russi, un reparto di Marines ucraini della Brigata n. 36 (stando a fonti ucraine) avrebbe rotto l’assedio delle forze occupanti e sarebbe riuscito a connettersi con il reggimento Azov, a sua volta accerchiato nella zona del porto. Le ultime sacche della resistenza ucraina che proprio ieri hanno perso il possesso della zona portuale, conquistata dai russi, si concentrano nell’Azovstal - l’acciaieria più grande d’Europa che si trova proprio a ridosso del porto - e nella zona vicina allo stadio a meno di 300 metri dall’ospedale pediatrico numero 3, reso tristemente famoso dal bombardamento di metà marzo. Le difficoltà che sta incontrando l’esercito russo a sopraffare i combattenti dell’acciaieria le ha raccontate Vittorio Rangeloni, trentenne italiano che da sette anni vive a Donetsk ed è al fronte a Mariupol. «L’acciaieria presenta una fitta rete di tunnel sotterranei di epoca sovietica costruiti per far fronte a eventuali attacchi con bombe atomiche che rendono difficile l’operazione russa». Un altro evento ha funestato la città di Mariupol e, anche se la notizia si è avuta solo ora, è avvenuto intorno al 15 marzo. La sede della Caritas ucraina è stata distrutta e ci sono vittime. L’edificio è stato colpito da un carro armato russo, come confermato dalla presidente dell’organizzazione, Tetiana Stawnychy. In quel momento, c’erano persone che si nascondevano dai bombardamenti: sette di loro sono morte, due erano membri dello staff. Con la città sotto assedio, al di là di questi singoli fatti denunciati in cui c’è stata la conta dei morti, diventa difficile pronunciarsi sul numero complessivo delle vittime. «Al momento stiamo parlando di 20-22.000 morti a Mariupol», ha detto il governatore della regione di Donetsk, Pavlo Kyrylenko. Lo stesso numero è stato confermato dal sindaco. Secondo Kyrylenko c’è poi un altro fattore che rende ancora più complesso il tentativo di fare dei calcoli. La Russia, a suo dire, starebbe utilizzando crematori mobili per smaltire i corpi. «Li stanno portando nel territorio non controllato dall’Ucraina e stanno distruggendo i corpi lì», ha affermato. Altre vittime potrebbero esserci invece in futuro per la presenza di mine. Secondo Zelensky «le truppe russe hanno lasciato mine ovunque. Nelle case, nelle strade, nelle auto: hanno fatto di tutto per rendere il più pericoloso possibile il ritorno in queste aree, hanno fatto di tutto per uccidere o mutilare il maggior numero possibile della nostra gente». A Nord di Kiev sarebbero stati disseminati migliaia gli oggetti pericolosi, soprattutto mine e proiettili inesplosi. Insomma, una lunga lista è stata stilata dagli ucraini su quanto commesso dai russi. Per quel che riguarda i crimini di guerra, a detta della procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, al momento sono oltre «5.800 i casi» di comportamenti da parte dei russi che rientrerebbero nella fattispecie. «Qui stiamo ancora riesumando cadaveri dalle fosse comuni per quelli che non sono solo crimini di guerra ma anche crimini contro l’umanità», sostiene Venediktova. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ned Price, ha dichiarato che «se le prove ci diranno che Putin è responsabile di crimini di guerra, sarà perseguito per questo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/torna-il-giallo-delle-armi-chimiche-mentre-mariupol-prova-a-resistere-2657144253.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chi-non-torna-a-kiev-e-un-disertore" data-post-id="2657144253" data-published-at="1649788403" data-use-pagination="False"> «Chi non torna a Kiev è un disertore» Il progetto di legge n. 7265 presentato lo scorso 8 aprile alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, obbliga i cittadini ucraini residenti all’estero a ritornare in patria per prestare il servizio militare, e prevede di introdurre una pena da cinque a dieci anni di carcere per chi si sottrarrà a questo dovere. La legge riguarda tutti i cittadini ucraini sottoposti alla coscrizione obbligatoria durante la legge marziale, ovvero gli uomini tra i 18 e i 60 anni, la stessa fascia di età di chi non ha il permesso di lasciare il Paese (non a caso dei circa 4,5 milioni di profughi che hanno lasciato il Paese dall’inizio della guerra la stragrande maggioranza sono donne e minori). Sono circa 2.200 gli uomini in età di obbligo militare che dall’inizio della guerra hanno tentato di lasciare il Paese e sono stati bloccati alla frontiera. Molti hanno tentato di scappare mostrando documenti falsi. Alcuni uomini che presumibilmente tentavano di fuggire per sottrarsi all’obbligo militare sono stati rinvenuti senza vita sui Carpazi, uccisi molto probabilmente dalle avverse condizioni meteorologiche. Chi non è tornato in Ucraina dopo la promulgazione della legge marziale, in sostanza, se questo progetto di legge verrà approvato, rischia di finire in galera. La legge marziale in Ucraina è stata promulgata lo scorso 24 febbraio, il giorno dell’invasione da parte della Russia, per la durata di 30 giorni, ed è stata poi prorogata per altri 30 giorni a partire dal 26 marzo. «I cittadini che possono e sono obbligati a proteggere la patria e che sono all’estero», si legge nella nota esplicativa del progetto di legge, «non sempre vogliono tornare per adempiere ai loro poteri e ai loro obblighi costituzionali. Pertanto, si propone di introdurre un dovere di tornare in Ucraina» e per chi trasgredisce, «si introduce una responsabilità criminale. Le modifiche proposte sono finalizzate a garantire il pieno funzionamento delle forze di difesa dell’Ucraina». «Si propone», si legge ancora, «di introdurre un nuovo articolo al codice penale dell’Ucraina, stabilendo una responsabilità penale dei cittadini ucraini per il non adempimento dei requisiti della legge sul ritorno in Ucraina dopo l’introduzione di uno stato militare (la legge marziale, ndr)». Sono esentati da questo obbligo i cittadini ucraini sottoposti al divieto di lasciare il Paese di residenza, chi non può tornare a causa di disastri naturali, catastrofi, incidenti, ospedalizzazione o altre circostanze, che impediscono loro di lasciare il Paese di residenza. La legge riguarda anche «i membri del Gabinetto dei ministri dell’Ucraina, i capi delle autorità statali e i loro deputati, parlamentari ucraini, capi villaggio, capi città, forze dell’ordine dell’Ucraina, giudici, giudici della Corte costituzionale dell’Ucraina, procuratori che si trovano fuori dall’Ucraina». Questo progetto di legge, come è ben chiaro, dimostra che in attesa del previsto attacco massiccio della Russia nel Sudest dell’Ucraina, il governo di Kiev ha bisogno di rafforzare le proprie truppe in ogni modo. Non è altrettanto chiaro, però, come possa un cittadino ucraino in età di obbligo militare che risiede in un altro Paese del mondo far ritorno nella madre patria, considerato lo stato di guerra. Un cittadino ucraino residente in altre parti del mondo, magari da 20 anni, dovrebbe lasciare famiglia e lavoro e tornare a Kiev per sottostare alla legge marziale. Non è neanche chiaro come farà il governo ucraino a punire chi si rifiuterà di far ritorno in patria: probabilmente la pena detentiva scatterà solo quando, in futuro, questi cittadini per un motivo o un altro torneranno in Ucraina. È evidente però che siamo di fronte a una proposta di legge di difficilissima applicazione.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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