Sole, cuore e algoritmo. Il tormentone ormai esce dalla catena di montaggio

«Cerco l’estate tutto l’anno / e all’improvviso eccola qua». Magia delle canzoni evergreen, intramontabili. Sembra ieri e invece era il maggio 1968.
Azzurro di Adriano Celentano, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini, entrò nell’immaginario collettivo.
Non apparteneva al genere tradizionale melodico.
Prescindeva dal contesto storico-politico, in Italia e all’estero, tra guerra nel Vietnam e rivolte studentesche francesi.
Ma divenne comunque un terzo inno nazionale, dopo Fratelli d’Italia e Volare, ovvero Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno (Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, gettonatissima nell’estate del 1975, fu invece inspiegabilmente dimenticata per un quarto di secolo, e riscoperta negli anni 2000).
Non c’era juke box del Belpaese da cui non uscissero quelle note, con il «treno dei desideri» che «nei miei pensieri all’incontrario va».
Imponendo il brano come colonna sonora di quell’estate di quasi 60 anni fa.
Trascorsi i quali, ecco Orietta Berti, 82 anni appena compiuti, tornare in pista.
In collaborazione con Fabio Rovazzi, con cui aveva già fatto coppia ne La discoteca italiana.
E con i FuckYourClique, collettivo romano celebre per canzoni che sono «piccoli culti», così il sito rockit.it.
Tipo? Be’, c’è per esempio l’inno al seme maschile (chiamato però come nei film porno), che contiene versi di abbacinante poesia, «Spero mio figlio nasca gay così le donne non lo rovineranno», però, roba che Jacques Prevert scansate proprio, commenterebbero all’ombra del Cupolone.
«Ho voluto ascoltarli e non capivo bene le parole. Mi hanno detto: è meglio che non capisci» ha confessato l’Orietta da Cavriago, Reggio Emilia, al Corriere della Sera.
Cui ha raccontato dei suoi rapporti con Achille Lauro e Fedez (insieme nel 2021 hanno trionfato con Mille, quella delle «labbra rosso Coca-Cola») e fatto complimenti ad Annalisa e Elodie, «belle e brave, se hanno un corpo da scoprire , è meglio che lo scoprano, no? Finché sono giovani...», tiè.
Ma soprattutto a Rose Villain, cui è «particolarmente affezionata, Luna piena è stato un grande successo in tutte le discoteche gay», wow, magari la suoneranno pure al Gay Pride di Budapest per omaggiare la presenza del segretario Pd Elly Schlein, che ha annunciato la sua partecipazione (quando si dice «le priorità»).
Il nuovo singolo di nonna Orietta & company s’intitola Cabaret e «ha un ritornello solare, positivo, rimane subito in testa».
Si candida cioè a diventare un «tormentone» estivo. La canzone da spiaggia. Lo sfondatimpani (per tacer d’altro...) da ombrellone.
Trattasi, nella discografia come nella comicità, della ripetizione costante e ossessiva - un «tormento», appunto - di una strofa o di una battuta, al fine di trasformarle in riconoscibile e condiviso refrain.
Ingredienti?
Testi basici, «dammi tre parole, sole cuore amore» (così Valeria Rossi, che grazie a Tre parole ballò una sola estate, quella del 2001).
Strofe memorizzabili senza sforzo (non è un caso che l’unico brano emerso da Sanremo 2025 sia Cuoricini dei Coma_Cose, e ho detto tutto).
Melodie orecchiabili.
Ritmo, perché i brani devono essere «ballabili», con coreografie «instagrammabili», con video di 60 secondi al massimo, «sennò la gente si stufa», e avanti così, verso lo sprofondo.
Berti è un’esperta.
E non solo per il Mille di cui sopra, citata perfino da Pier Luigi Bersani nel 2021 su La7 a proposito della convivenza tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo nel M5s: «Si potrebbe dire a Conte, parafrasando la mitica Orietta Berti: hai risolto un bel problema e va bene così, ma poi te ne restano mille».
Nel 1970 con Fin che la barca va Orietta arrivò terza al Disco per l’estate - kermesse canora poi soppiantata dal Festivalbar - motivetto rimasto nella memoria sicuramente più della canzone vincitrice, Lady Barbara (di Renato dei Profeti).
Ma se 50 anni (e più) fa il prevalere di un brano era affidato all’intuizione artistica del compositore, del «paroliere» e del discografico, oggi l’impressione è che ad imperare siano algoritmi e intelligenza artificiale.
Per cui - con le parole «chiave» e i «giri» musicali giusti - il successo è (o dovrebbe essere) garantito.
Sì, ma con prodotti fatti in serie, che «sembrano tutti uguali»: come la sfilza di tormentoni dalle atmosfere caraibico-sudamericane dell’estate 2020, l’anno del Covid e del lockdown (una novità? Macché, si pensi a «Bevila perché / è Tropicana yeah» e «Maracaibo, balla al Barracuda / sì ma balla nuda, zàzà», puro easy listening anni Ottanta).
Articolo sempre di rockit.it: Purtroppo l’estate è arrivata anche quest’anno.
Sommario: «Per mesi abbiamo creduto che ci saremmo goduti una stagione calda senza tormentoni e con un po’ di contegno. Invece in extremis sono arrivati tutti: balli latini, reggaeton, tamarrate da balera, featuring (cioè, collaborazioni) che nessuno aveva auspicato. Quando può andare male, va sempre peggio», con canzoni «fatte apposta per l’acquagym», come Una vita da bomber, di Bobo Vieri, Nicola Ventola e Lele Adani; Non mi basta più di Baby K con Chiara Ferragni (!); Boom di Valeria Marini (non ci è stato risparmiato proprio niente, nel 2020).
Si dirà: riflessioni da boomer, nei bei tempi andati non era molto diverso.
Vero, quanto all’obiettivo di scalare le classifiche.
Anche negli anni Sessanta-Settanta-Ottanta si voleva «vendere quante più copie possibili».
Solo che la meta era raggiunta grazie a illuminazioni «naturali».
Non standardizzate, per dir così, in canoni di massa, quelli per cui, senza offesa, Mon amour di Annalisa è assimilabile e interscambiabile con altri brani della stessa interprete, o di sue colleghe (una a caso).
Perché, certo, «sono solo canzonette» come ammoniva Edoardo Bennato, con un suo verso che è a sua volta un classico, come le «notti magiche» del duetto con Gianni Nannini per gli sfortunati Mondiali 90, dal titolo non casuale Un’estate italiana.
Solo che - partendo dalla prima epoca delle estati spensierate, quelle del boom economico nei Sessanta, attraversando il famigerato decennio degli anni di piombo nei Settanta (in cui tuttavia non mancarono i tormentoni di Umberto Tozzi, Ti amo/Tu/Gloria, E la luna bussò di Loredana Bertè, i Figli delle stelle di Alan Sorrenti) approdando agli Ottanta - a confezionarle c’erano arrangiatori come Ennio Morricone, e artisti del calibro del già citato Conte, Gino Paoli, Lucio Battisti e Giulio Repetti Mogol (che certo non ragionavano in termini di tormentoni, ma che forse proprio per questo ci hanno lasciato capolavori immediatamente riconoscibili), e financo Franco Battiato.
Morricone, certo.
Ma a chi pensate sia dovuto lo «splash» che si ascolta in Pinne fucili ed occhiali di Edoardo Vianello, hit del 1962?
E vogliamo parlare di Sapore di sale del tormentato Paoli, oppure di Abbronzatissima, ancora di Vianello, sempre nel 1963? Canzoni messe tutte nelle mani del grande musicista, che non disdegnava di misurarsi con il cosiddetto «effimero», così poco tale che ancora ce lo ricordiamo.
E Battiato? L’autore di Centro di gravità permanente, Povera Patria, E ti vengo a cercare, La cura, nel 1981 firmò con Giusto Pio Un’estate al mare di Giuni Russo.
E siccome tutto si tiene, in quest’estate 2025 in cui (purtroppo) si discute come se fosse normale di atomiche e potenziali conflitti nucleari, come non menzionare il 1983, quando s’impose Vamos a la playa, «el viento radiactivo despeina los cabellos», con i Righeira prodotti dai fratelli Carmelo e Michelangelo La Bionda, considerati tra gli inventori della via italiana alla disco music, la celebrata «italodisco»?
Per uno di quei giri strani delle mode, dei riti e dei miti, Italodisco - «Questa non è Ibiza» - è poi il titolo del pezzo dei The Kolors che ha imperversato, anche fuori dai nostri confini, due estati fa.
E se l’estate del 2005 fu la stagione che fece scoprire i Negramaro con il tormentone chiamato, toh, Estate, nel 2011 è Il più grande spettacolo dopo il big bang di Jovanotti a tenere banco, così trasmessa e ritrasmessa dalle radio (lo streaming on demand non aveva ancora preso piede: Spotify aveva debuttato a fine 2008) che alla fine perfino Fiorello pensò bene di ribattezzare il suo show Il più grande spettacolo dopo il weekend.
In conclusione.
Se esistesse una legge applicando la quale si ottiene la canzone destinata a imporsi (e a durare nel tempo), insuccessi, flop e fallimenti sarebbero sconosciuti.
Invece, i brani finiti nel dimenticatoio non si contano.
Per non correre rischi, si realizzano prodotti come in una catena di montaggio, con le folgorazioni creative che si piegano alle logiche del marketing.
Ecco perché Tony Effe e Gaia, con Vanity Fair del 19 luglio 2024, hanno tenuto a sottolineare che alla loro Sesso e samba («costruita su due accordi, e del resto Lou Reed avrebbe sentenziato che “sopra i tre accordi è jazz”») sono arrivati «cercando di non snaturarci», preservando la spontaneità.
E, soprattutto, contando su, testuale, «una bella botta di culo».
Che è poi l’autentico segreto di ogni opera, iniziativa e attività di successo, tormentoni compresi: il fattore C.






