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Il via libera (in cambio di un obolo) agli Stati «amici» non ci eviterà la recessione
Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz ha raggiunto i livelli più alti dall’inizio della guerra, poiché sempre più Paesi si assicurano apparenti accordi di passaggio sicuro con l’Iran. Lo scrive Bloomberg. Ad esempio una nave metaniera battente bandiera indiana ma appartenente alla compagnia di navigazione giapponese Mitsui Osk Lines ha attraversato ieri la lingua di mare più attenzionata al mondo, diretta in India, diventando la terza nave collegata a Tokyo a transitare nello stretto. Forse perché il governo nipponico sta organizzando un vertice con l’Iran nel tentativo di contribuire a ridurre le tensioni in Medio Oriente? Ma anche tre petroliere appartenenti a compagnie turche hanno attraversato in sicurezza Hormuz. Il ministro turco dei Trasporti e delle Infrastrutture, Abdulkadir Uraloglu, citato dal quotidiano Daily Sabah, sottolinea che questo è il «risultato del lavoro che stiamo conducendo con il nostro ministero degli Esteri». Semaforo verde poi per un’altra petroliera che trasportava greggio iracheno, la Ocean Thunder. La nave - che può trasportare circa un milione di barili di oro nero - avrebbe caricato il petrolio all’inizio di marzo presso il terminal di Bassora e sarebbe diretta verso la Malesia. Come mai questa bontà? Sabato scorso, Ebrahim Zolfaghari, portavoce di Khatam al Anbiya, il comando operativo sia delle forze armate regolari iraniane che del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, aveva dichiarato che l’Iraq (dove la maggioranza della popolazione è sciita) è esentato dalle restrizioni sul traffico marittimo, confermando che queste si applicheranno solo agli «Stati nemici».
Via libera al transito inoltre a diverse navi francesi, indiane e pakistane, riferiscono fonti iraniane ad Al Jazeera. Un funzionario di Teheran ha spiegato all’emittente araba che è stato consentito il transito ad alcune imbarcazioni mercantili di «Paesi amici» in cambio del pagamento di pedaggi che la Repubblica Islamica ha affermato di riscuotere a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Insomma, o si paga o si tratta con l’Iran. E Hormuz diventa un falso problema. Sarà per questo allora che il prezzo del petrolio, benché a tre cifre, non corre verso i 200 dollari che tanti analisti danno come obiettivo in caso di guerra per un altro mese. In effetti, se alcune imbarcazioni passano, il blocco non è totale. E basta appunto sganciare ai pasdaran una «tassa» in criptovalute Tether, quella ancorata al dollaro, per lasciare che Usa e Israele continuino a combattere con l’Iran salvando gli affari. Anzi, bisogna versare l’obolo. Anche le navi dei Paesi amici devono farlo, riporta l’agenzia Nournews.
Par di capire che la tattica iraniana miri ad isolare politicamente e non solo Washington e Tel Aviv, aprendo al resto del mondo. Resto del mondo che dipende mani e piedi principalmente dai sauditi. E l’Arabia ha così aumentato i prezzi del petrolio a livelli record. Secondo quanto riporta il Financial Times, i clienti asiatici di Saudi Aramco dovranno pagare a maggio un premio di 19,50 dollari al barile rispetto al benchmark Oman-Dubai per l’Arab Light. Negli ultimi 26 anni, il premio non aveva mai superato i 10 dollari al barile. In rialzo a livelli massimi anche i prezzi verso le altre destinazioni. I clienti europei dovranno pagare tra i 24 e i 30 dollari al barile sopra il Brent, che scambia intorno ai 110 dollari al barile, per il petrolio saudita il prossimo mese. D’altronde solo due delle cinque qualità di greggio normalmente offerte dai sauditi per la spedizione - spiega il quotidiano londinese - sono attualmente disponibili. E chi le vuole deve strapagarle.
A cascata strapaghiamo noi i carburanti. L’Eni in questo weekend pasquale ha calmierato la stangata vendendo, fuori dall’autostrada, il gasolio sotto i 2 euro al litro. I listini indicavano 1,995 circa. Poco più di 10 centesimi in più del diesel + che infatti era praticamente esaurito. La media prezzi per il diesel è invece 2,14 euro al litro, mentre la benzina viaggia sugli 1,78 euro, ricordando che entrambe le quotazioni godono di un abbattimento di accise e Iva che complessivamente si aggira sui 30 centesimi al litro. Sconto che durerà fino al 30 aprile. Prezzi difficilmente sostenibili per mesi dal sistema economico, in Italia, in Europa e perfino negli Usa autosufficienti dal punto di vista della produzione petrolifera. Probabilmente è per questo che i futures sul greggio Wti americano di aprile 2027 - fra un anno insomma - sono scambiato poco sotto i 70 dollari. È come se il mercato si aspettasse un crollo della domanda, in virtù di aumenti di prezzi e relativa stagnazione o mini recessione, e una conseguente caduta dei prezzi. Non come nel 2008 quando il petrolio a 150 dollari precipitò in seguito al crac Lehman, ma qualcosa di similare.
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Ansa
In Pakistan il cricket si gioca in stadi vuoti, in India riserve solo per 70 giorni. Svolta di Taiwan: riapre le centrali nucleari.
Il blocco del passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz sta provocando una serie di conseguenze sempre più gravi per una lunga lista di nazioni. Il problema maggiore potrebbe non essere il continuo aumento del costo del carburante, ma la sua carenza.
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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È successo a Pesaro, durante un controllo in stazione. Per i quattro poliziotti 77 giorni totali di prognosi. Intanto a Bergamo un marocchino scappa all’alt e parte l’inseguimento folle: è irregolare e senza patente.
Allarme sicurezza. Un pomeriggio di «ordinaria» follia è quello andato in scena giovedì scorso a Pesaro, quando un cittadino gambiano, completamente fuori di sé, ha colpito quattro agenti di polizia facendoli finire in ospedale. Ma quasi subito dopo è stato rimesso in libertà.
Che cosa è successo quel pomeriggio? La brutale aggressione si è verificata nei pressi di via 24 Maggio nel corso di un’attività di servizio degli agenti della squadra volante operativi proprio in una delle zone più attenzionate dalle forze dell’ordine. I poliziotti hanno fermato diverse persone per normali iter di controllo e identificazione.
Tra questi è toccato pure al giovane gambiano, già noto alle forze dell’ordine, che però ha prontamente rifiutato di farsi identificare. Non solo ha posto resistenza, ma ha iniziato ad aggredire gli agenti con violenza e forza, tanto da ferirne quattro. I poliziotti, a stento, sono riusciti a bloccarlo e a portarlo in questura.
Ma anche lì il giovane non riusciva a trattenersi e, secondo quanto è stato riferito, ha iniziato a inveire contro chiunque passasse davanti a lui. A quel punto, i poliziotti sono stati costretti a chiamare il 118 per evitare che la situazione degenerasse. Il giovane è stato portato in ospedale e anche lì ha cominciato ad aggredire il personale sanitario manifestando continui segni di squilibrio. Finalmente gli operatori sanitari sono riusciti a calmarlo. Il gambiano mostrava evidenti alterazioni psico-fisiche, sia perché era sotto l’effetto di droghe e sia perché, da quanto si è appreso, soffre di disturbi psichici. Pesante il bilancio dei quattro agenti aggrediti: in totale hanno riportato lesioni per ben 77 giorni di prognosi. Per due di loro le condizioni sono apparse, sin dall’inizio, più serie perché sono stati considerati guaribili in circa trenta giorni. Mentre gli altri due colleghi hanno riportato ferite più lievi con una prognosi di 10 e 7 giorni. Il giovane gambiano è stato segnalato all’Autorità giudiziaria e poi è stato rimesso in libertà. Ma l’aggressione ai quattro poliziotti di Pesaro ha nuovamente riacceso i riflettori sulla mancanza di sicurezza delle forze dell’ordine, spesso nel mirino di persone, molte delle quali extracomunitari, molto pericolose per l’incolumità pubblica.
Su questo episodio è intervenuto il segretario del sindacato Silp Cgil, Pierpaolo Frega, che ha evidenziato la gravità della situazione: «Che cosa si è fatto nel tempo? L’uomo, oltre che tossicodipendente è affetto da una grave patologia psichica, ma nel corso degli anni non si è mai riusciti ad espellerlo, si sono utilizzati provvedimenti dettati dalla politica totalmente inefficaci come Daspo e fogli di via, non esistono strutture per misure detentive psichiatriche che potrebbero contenere e gestire le sue patologie. Le forze dell’ordine sono lasciate sole a gestire un problema sanitario, importante, facendolo diventare un problema di polizia, sperando solo che la magistratura, allo stesso modo impotente, mandi in carcere un soggetto che di fatto è incompatibile con la detenzione. Le forze dell’ordine sono chiamate a lavorare cercando di dare risposte concrete ai cittadini, provando a rimanere incolumi, consapevoli che però, dopo di loro, esiste un vuoto e un silenzio assoluto per mancanza atavica di strumenti, di supporto e soprattutto di soluzioni concrete che non spostino solo il problema più in là». Pesaro è però solo la punta dell’iceberg di un’escalation di aggressioni.
Due cittadini nordafricani hanno seminato il panico, in provincia di Bergamo, causando un inseguimento al cardiopalma da parte dei carabinieri che sono riusciti a evitare il peggio. Ma, alla fine, sono stati presi a calci. L’inseguimento, simile a quelli dei film, è iniziato nel territorio di Gorle, quando una pattuglia dei carabinieri ha notato due nordafricani a bordo di una Volkswagen Taigo in atteggiamento sospetto. A quel punto, i militari hanno intimato l’alt. Ma i due hanno fatto finta di nulla. Anzi, il passeggero si è dato alla fuga scappando a piedi, mentre il conducente ha dato inizio a una corsa infinita e spericolata. La tentata fuga è proseguita lungo diverse arterie della provincia bergamasca, attraversando i territori di Gorle, Ranica, Villa di Serio, Alzano Lombardo e Albino. Il giovane alla guida ha eseguito numerose manovre estremamente pericolose: sorpassi azzardati, guida contromano, attraversamento di incroci con semaforo rosso e velocità che superavano i 140 chilometri orari, percorrendo infine strade secondarie e sterrate. Il 39enne marocchino, alla fine, ha perso il controllo dell’automobile che si è ribaltata e ha, quindi, concluso la sua corsa in località Fiobbio di Albino. Ma, nonostante lo stop forzato e l’incidente causato, il giovane nordafricano ha cercato di svignarsela a piedi. Dopo un breve inseguimento, i carabinieri sono riusciti a raggiungerlo e a bloccarlo, ma l’uomo non si dava per vinto e ha iniziato ad aggredire i militari prendendoli a calci e spinte. Una volta fermato e identificato, lo straniero è risultato irregolare sul territorio nazionale e senza la patente di guida. È stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e il giudice ha rilasciato il nulla osta all’espulsione.
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Motivazioni della condanna di Marroccella surreali: il carabiniere non doveva sparare poiché il ladro non colpì il collega con un’arma letale, provocandogli una «mera contusione con ecchimosi». Nessuna attenuante concessa: «Errore di proporzioni macroscopiche».
La Verità è a conoscenza dell’iter logico-argomentativo che lo scorso 7 gennaio ha portato il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma a condannare a tre anni di reclusione il vicebrigadiere Emanuele Marroccella che, per difendere il collega Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato e ucciso il delinquente siriano Jamal Badawi.
Leggendo la motivazione, depositata il 27 marzo, al di là di ogni ragionevole dubbio non si può che definirla una «sentenza politica» come presto capirete. Inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, il carabiniere è stato condannato perché «per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi cagionava il decesso di Jamal Badawi». Il giudice afferma che Marroccella è colpevole in quanto «non adoperando una reazione proporzionata al tentativo di fuga del Badawi seguito alle lesioni cagionate al Grasso, da una distanza compresa tra metri 7,22 e metri 13,65, esplodeva due proiettili all’indirizzo del Badawi con la pistola d’ordinanza». Un colpo andava a vuoto, si disintegrava contro una centralina elettrica, l’altro colpiva e uccideva il siriano. La difesa chiedeva l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, o perlomeno la condanna al minimo della pena con applicazione delle attenuanti generiche e benefici di legge. Politi aveva aggravato la pena avanzata dal pm disponendo per il vicebrigadiere l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il pagamento di una provvisionale esorbitante ai parenti del Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
Solo la generosità dei cittadini, che hanno risposto alla sottoscrizione lanciata dalla Verità, ha permesso di coprire i 137.849,01 euro di provvisionale comprensivi di «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano, malgrado i familiari avessero chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Le eccedenze della sottoscrizione, che era arrivata alla cifra strabiliante di 450.000 euro, fanno parte di un fondo vincolato da destinare a casi simili ritenuti meritevoli da questo giornale. Innanzitutto, nella motivazione viene spiegato che Marroccella è finito sotto processo per il «grave evento verificatosi la sera del 20 gennaio 2020 in Roma, in danno di Badawi». Già è indicativo il modo di presentare la difesa dell’ordine del pubblico da parte di un carabiniere, o poliziotto che sia. Il siriano stava per commettere un furto, ha colpito il collega del vicebrigadiere con un’arma contundente che solo successivamente si era rivelata un grosso cacciavite. Non bastava, come reazione a una minaccia grave?
Per gli avvocati del militare dell’Arma, dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», il carabiniere aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. L’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Malgrado un materiale probatorio definito «imponente» dallo stesso giudice, il magistrato ha deciso che Marroccella è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella descrizione dei fatti avvenuti la notte del 20 settembre 2020, Politi scrive che «ben tre equipaggi» dei carabinieri erano arrivati davanti a uno stabile dell’Eur, dove era stata segnalata dal portiere un’effrazione ai danni di una società di sicurezza informatica e certificazione antifrode. Lo ripete: «Ben tre autoradio si erano dirette sul luogo loro indicato». Bisognava andare allo sbaraglio?
Solo due vice brigadieri però scavalcano il cancello, entrano nel cortile, si posizionano accanto al portone d’ingresso. Il siriano li sente, scende le scale, colpisce al torace Grasso «avvicinatosi allo scopo di bloccarlo», poi inciampa, da terra dove era caduto si rialza «agilmente» e riprende la corsa per scavalcare il muro «nel tentativo di sottrarsi alla cattura». Che cosa doveva fare Marroccella che aveva intimato «alt carabinieri»? Lasciarlo scappare dopo che Badawi aveva ferito il collega? «Mi ha dato una coltellata», aveva urlato Grasso. «Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio», dichiarò alla Verità l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Il dubbio al giudice, sul fatto che non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, doveva nascere dalle relazioni del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. «Entrambi i colpi sparati erano rivolti con traiettoria verso il basso», si dichiarava nelle perizie dei Ris. Nonostante la concitazione del momento il carabiniere puntava alle gambe del siriano, voleva solo bloccarlo perché non accoltellasse i colleghi che erano rimasti fuori.
Il giudice si è fatto tutt’altra idea e la espone nella sezione «Qualificazione giuridica della condotta del Marroccella». Esclude per fortuna l’omicidio volontario richiesto dalle parti civili ma afferma che non è possibile ritenere la risposta del vicebrigadiere un «uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale», perché poteva interrompere la fuga del malvivente con modalità diverse quali «esplosione di colpi in aria a scopo intimidatorio, o alle gambe, inseguimento nel momento del necessario rallentamento del fuggitivo per lo scavalcamento del muro di cinta, attesa dell’intervento dei colleghi rimasti all’esterno».
Non solo, ridimensiona il ferimento del collega di Marroccella. «Il Tribunale osserva che, quanto alla ferita inferta al Grasso, non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili ad una mera “contusione con ecchimosi”». Ma questo è stato accertato solo dopo in ospedale, al momento dell’aggressione sembrava un accoltellamento.
Politi scrive che si trattava di un «cacciavite a punta piatta e non certo un’arma da fuoco o di micidiale potenzialità lesiva», e che le forze dell’ordine dovrebbero essere abituate ad affrontare «situazioni di gravissima violenza perpetrata nei loro confronti da soggetti intenzionati ad evitare la cattura (si pensi, solo per fare il più recente dei possibili richiami esemplificativi, alla vicenda avvenuta il 31 gennaio 2026 in occasione dello sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino».
Dunque, carabinieri e poliziotti devono farsi accoltellare o colpire con qualsiasi oggetto «senza per ciò solo fare sempre uso dell’arma d’ordinanza», è il ragionamento del giudice. Quello che sconcerta maggiormente, però, è che la motivazione di una sentenza del 7 gennaio porti a supporto della tesi di condanna un episodio accaduto a fine gennaio «quando numerosi manifestanti accerchiarono e picchiarono un poliziotto rimasto in posizione isolata». E si limita a definirli manifestanti. Il giudice descrive come di «contenuta entità la resistenza posta in essere dal Badawi», sostiene «l’assenza di presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente perpetrata nel corso dell’intera operazione, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Doveva sparare ai carabinieri per giustificare una loro reazione?
Politi tiene a precisare che il fatto accaduto «deve essere effettuato con un giudizio “ex ante”», senza tener conto dei «precedenti penali o giudiziari del Badawi, alla legittimità della sua presenza sul territorio italiano, alla sua fede religiosa, alle condotte - talvolta illecite, talvolta addirittura solo eticamente discutibili». Per carità, che non ci permettiamo di pensare male di un extracomunitario con quattro fogli di via.
«Il Marroccella ha agito con grado elevato di colpa, le cui tragiche conseguenze hanno portato al decesso di Jamal Badawi», conclude il giudice. Aggiunge che il vicebrigadiere nemmeno è degno delle attenuanti generiche per «l’innegabile assoluta gravità del fatto», per aver commesso un «errore di proporzioni macroscopiche, tale da porsi quasi ai limiti del dolo eventuale» e perché la sua condotta ha «determinato l’aggressione al bene primario della vita della vittima».
Dopo sentenze come queste, scordiamoci che le forze dell’ordine impugnino una pistola per difenderci.
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