True
2026-06-08
Bpm propone le nozze a Mps. Intesa insieme a Unipol-Bper prepara la controfferta
A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
Continua a leggereRiduci
La banca di Castagna: dall’aggregazione nascerebbe un gruppo con 6 miliardi di utili. Rispondono Messina e la galassia guidata da Cimbri: il primo punta al 13% di Generali.Che domenica bestiale. Mentre la gente comune andava al mare, la grande finanza ha lavorato come non mai. Tira aria di sfida all’ultima offerta per prendere Montepaschi. Perché prendere Siena non vuol dire solo conquistare la più antica (e ora risanata) banca d’Italia, ma anche mettere le mani sulla filiera dei soldi più ambita: Mediobanca-Generali.A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa dell'8 giugno con Carlo Cambi
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
Continua a leggereRiduci