I verbali dell'inchiesta sul presunto stupro di gruppo che vede Ciro Grillo & company accusati di una violenza sessuale di gruppo che si sarebbe consumata il 17 luglio 2019 ad Arzachena, in Costa Smeralda, fotografano una realtà che ora i testimoni sembrano ribaltare. È come se ci fossero due storie parallele e diametralmente opposte: una raccontata davanti agli investigatori (dove i testimoni hanno l'obbligo di dire la verità) e l'altra davanti al tribunale mediatico. L'atteggiamento di S. J., la diciannovenne che ha denunciato di essere stata stuprata, durante lezione di kite surf a Porto Pollo, per esempio, si è trasformato drasticamente. Francesca Brero, l'istruttrice con la quale S. J. quello stesso 17 luglio aveva fatto lezione, davanti ai carabinieri di Palau, il 27 agosto 2019, ha reso questa versione dei fatti: «Quando ci siamo presentate mi è sembrata una ragazza vivace, solare ed estroversa. Posso dire che era eccitata ed euforica [...]». La lezione deve essere andata bene, perché la testimone verbalizza: «Ricordo che la ragazza era molto entusiasta e felice della sua performance». Inoltre non si sarebbe lasciata andare a confidenze di sorta su come aveva trascorso la serata in Costa Smeralda. «Eravamo a fine lezione», verbalizza Francesca, «ed è stato un commento estemporaneo». Poi le viene chiesto se le sembrava che avesse potuto abusare di alcolici. E la testimone risponde: «Escludo che abbia manifestato comportamenti tipici di una persona sotto gli effetti di alcolici, perché non le avrei consentito di iniziare la lezione». E ha anche aggiunto, a proposito dello stato d'animo di S. J., «il suo stato d'animo potrebbe essere motivato dalla spensieratezza della sua età, dall'essere in vacanza e dal praticare uno sport, il kite surf, con successo e dalla performance, come detto, che ha avuto quel pomeriggio con me». Fin qui la versione che è finita nell'inchiesta e che hanno letto i magistrati inquirenti. Al Corriere della Sera, domenica 9 maggio 2021 (e in un'intervista fotocopia su Repubblica), però, Francesca fornisce una ricostruzione che deve aver fatto letteralmente saltare sulla sedia i carabinieri che avevano raccolto la sua testimonianza. «S. J.», secondo l'istruttrice, «quel giorno era arrivata in semi hangover, non proprio al massimo della lucidità, diciamo così. Mi è sembrata stonata, di quelle ragazze che arrivano stanche a fare la lezione, di sicuro non lucida». Altro che performance di successo. Poi, a proposito dei commenti sulla serata in Costa Smeralda, aggiunge: «Mi ha detto che avevano bevuto parecchio, come le ragazze di quell'età che fanno le sei del mattino. Arrivano stanche e lei lo era sicuramente molto». Ai carabinieri aveva detto che se si fosse accorta che aveva bevuto le avrebbe impedito di partecipare alla lezione. Ma non è l'ultima stranezza. L'istruttrice trasforma anche l'esito della lezione che, se davanti ai carabinieri era stata descritta come un'ottima performance, con il Corriere diventa una débâcle: «Se non ricordo male non ce l'ha fatta a finirla». Ma anche nella versione dell'altro istruttore, Marco Grusovin, c'è qualcosa che non torna. Sentito negli uffici del Nucleo operativo radiomobile del reparto territoriale di Olbia, ha raccontato di conoscere S. J. dall'anno precedente. Con lui c'era una certa confidenza, tanto che la ragazza gli aveva anche raccontato del precedente stupro in Norvegia. E lui le aveva anche dato dei consigli. L'istruttore, sentita la storia, però, pensò che la ragazza stesse cercando di attirare la sua attenzione. Ma a suo giudizio il racconto era «confuso e contradditorio». E a verbale aveva precisato: «Non ho creduto più di tanto a quello che mi stava dicendo». Durante la puntata di Quarto grado di venerdì 7 maggio, però, l'istruttore ha parzialmente ribaltato la deposizione. Ha detto che S. J. «era dolorante e molto confusa», ma non ha mai messo in dubbio la versione della ragazza, anzi si è preoccupato di evidenziare i consigli che le aveva dato. Ma è nel lancio dell'intervista che emerge un particolare che apre un nuovo scenario. La giornalista Martina Maltagliati afferma di aver parlato molto al telefono con il testimone. E a un certo punto dice: «Proprio in questi giorni ha cercato tramite il legale di S. J. di contattarla perché è in apprensione, vuole sapere come riesce a reggere tutta questa pressione». Una notizia che potrebbe aver fatto rizzare i capelli in testa agli avvocati degli indagati, considerando che tra quella sentita in tv e il verbale dell'agosto del 2019 la versione del maestro sembra essere un po' cambiata. Come era già accaduto con con quella dei due gestori del Bed and breakfast in cui avevano alloggiato le ragazze. Maika Pasqui, con l'intervento di Daniele Ambrosiani che a fine verbale ha confermato le dichiarazioni della compagna, ai carabinieri di Olbia che il 22 agosto 2019 hanno fatto visita al B&B per raccogliere la loro versione ha dichiarato: «Durante il loro soggiorno le abbiamo viste poco e posso dire che erano tranquille [...]. Non ho notato situazioni particolari e le due ragazze erano molto serene [...]». Nel verbale, gli investigatori annotano anche che il compagno Ambrosiani, quando le due ragazze erano rientrate al B&B, «ha avuto la sensazione che erano entrambe felici ». Poi, però, lo stesso albergatore a Non è l'Arena del 25 aprile 2021, ha fornito una versione differente: «Da quel ritorno in taxi, da questa serata, non ci sono più sembrate le stesse ragazze allegre e spensierate che ci eravamo abituati a vedere […]. Soprattutto la ragazza che poi abbiamo scoperto aver fatto la denuncia era diventata schiva. Era diventata molto riservata e più che altro triste. [...] Avendo un Bed and breakfast gli ospiti vivono a casa nostra, fanno colazione con noi, quindi il rapporto anche se sono quasi sconosciuti è quotidiano». Ma c'è una terza versione. Sempre a Non è l'Arena, il 9 maggio, lo stesso albergatore risponde alle domande di Francesco Borgonovo, e sostiene che il verbale «è impreciso». E che quelle «sono le parole della fidanzata e non le “nostre"»: «Io c'ero e non c'ero in quella situazione, avevamo ospiti e poi mi hanno chiesto se ero d'accordo con quello che aveva detto la mia fidanzata», aggiunge. «Noi con gli inquirenti abbiamo parlato per più di un'ora e quello che c'è nel verbale sono i primi cinque minuti. Forse hanno voluto trascrivere solo quelle parole. Sul momento probabilmente anche noi forse siamo stati un po' vaghi. Pensavamo che ci venissero a chiedere addirittura qualcosa che avevano fatto le ragazze». E la parola «felici»? «Non l'ho mai usata», dice l'albergatore. «Con gli inquirenti ho usato altri termini. Ho detto che sembravano due ragazze tornate da una nottataccia in giro», ma «forse non l'hanno messo a verbale». Adesso gli inquirenti potrebbero voler sentire nuovamente i testimoni. Per capire se abbiano mentito o se, invece, abbiano sbagliato gli investigatori.
Quando si decide di approfondire oltre quanto ha reso onore all’isola del vento, ovvero il suo zibibbo e i capperi, è una serie di scoperte che manco in terraferma. Un vecchio mantra recita che «qui a Pantelleria dentro ogni contadino c’è l’animo di un pescatore, anche se c’è sempre tempo, dopo il lavoro nei campi, per una bella pescata».
Ci accompagna in questo viaggio la penna al dente di Silvio Palazzolo, un palermitano che ha scelto Pantelleria per amore, cuoco di professione che, a La Risacca, è pronto a girare per i tavoli aggiungendo come contorno ai piatti le varie storie che li accompagnano, come si può intuire dal suo bel libro Sapori di Pantelleria, un tuffo tra mare, terra e tradizione. Si parte con i capperi che, grazie al terreno vulcanico e al clima estremo, molto vento e poca acqua, sono dotati di caratteristiche che li rendono unici, ricchi di glucocapparina, un principio attivo che dona loro un profumo molto forte e un sapore aromatico e sapido. È l’unico cappero nazionale a fregiarsi del prestigioso marchio Igp europeo sin dal 1996. Va raccolto all’alba, prima che il suo bocciolo si apra ai raggi del sole. Maestranze dedicate che, spesso, coinvolgono l’intero nucleo familiare, facilmente identificabili, lungo i terrazzamenti, per gli ampi cappelli che li proteggono dal vento e dal Sole. Un tempo erano abbinati a feconde proprietà afrodisiache. Eclettici secondo il rinascimentale Panunto, al secolo Domenico Romoli, che li vedeva prodotti efficaci a combattere la malinconia. Nella farmacopea domestica dell’isola del vento, sono efficaci quali diuretici e depurativi nell’aiutare a mantenere salda la lavorazione nei campi lungo tutta la stagione. Lavorati in salamoia non vanno cotti, casomai aggiunti al termine della preparazione dei vari piatti in cui si mettono in gioco. Per chi fosse curioso di saperne di più, ecco il Museo del cappero, nei pressi del Lago di Venere (un gemellaggio che la dice lunga) voluto dall’emiliano Gabriele Lasagni che ha scelto Pantelleria quale patria adottiva. Nel suo capperificio Bonomo e Giglio, all’interno di un vecchio dammuso, varie sale raccontano le diverse storie che accompagnano il cappero pantesco. Vi è quella espositiva, quella fotografica, indispensabile per capire la storia e tradizione che accompagna questa coltivazione, e non può mancare l’esperienza sensoriale che affianca a quelli locali anche capperi di altri territori.
Capperi eclettici in cucina. Di maggior pregio i più piccoli, sodi, generalmente gustati crudi in insalata, mentre i più grandi, morbidi, spesso sbriciolati, si possono trovare a dare sostanza a sughi, salse, patè. Un esempio è l’ammogghiu, il pesto pantesco. Un intrigante battuto dal colore rosso dovuto all’ingrediente principale, il pomodorino locale, abbinato a capperi, foglie di basilico, prezzemolo, mandorle, un pizzico d’aglio, il tocco malandrino del peperoncino rosso. Se sapientemente preparato con l’uso del pestello nel mortaio, «dona un sapore specifico a molte varietà di piatti». Tradizione ben radicata è la «pasta cu pistu e pisci chi sarmenti», la pasta con il pesto e il pesce arrostito con i tralci di vite, uno degli abbinamenti più classici dell’isola. Proseguendo di tradizione non possono mancare i ravioli amari, una sorta di ossimoro goloso per contrapporli ai ravioli dolci (un riuscito mix di ricotta, uova, zucchero e scaglie di cioccolato). «Sono un viaggio nel viaggio che inizia con un inganno». Amari solo di nome, in quanto farciti di tumma (la ricotta locale) e menta. L’abbinamento classico è con il ragù di maiale. Sono considerati il piatto più iconico di Pantelleria, tanto che «la costruzione di un dammuso va avanti a forza di ravioli», considerato il premio meritato ai reduci delle battaglie edilizie sotto il solleone.
Altra identità pantesca è il cous cous, con un tocco originale che lo differenzia da quelli arabi o siciliani. Qua la differenza la fanno il brodo di pesce, generalmente scorfano o cernia, e il soffritto di ortaggi. Tradizione vuole che sia frutto di una contaminazione di lavoranti panteschi stagionali emigrati in Tunisia che poi hanno saputo riadattare a livello locale quanto scoperto nella terra ospite. Strategico l’uso della cucscussera una pentola di terracotta dedicata simile a uno scolapasta, il cui fondo va a sovrapporsi ermeticamente a una pentola di terracotta. Pur se la pesca non è mai stata l’attività principale dei contadini isolani, va ricordata la verdesca, un piccolo squalo che, una volta catturato, veniva portato su di un carretto lungo le diverse contrade per essere poi tranciato e venduto. Così come la cernia, «che è come il maiale e di cui non si butta via niente», neanche nel folklore locale, tanto che, se qualcuno lo si era visto «prendere una cernia», lo si intendeva in preda ai fumi di Bacco. Tornando a terra, immancabile è il maialino domestico, che non mancava in ogni casa, pardon, dammuso, con residence dedicato, il «zaccanu du purceddu». Al suo sacrificio finale si dedicava tutta la famiglia. Gli uomini a sezionarlo nelle sue piccole meraviglie, le donne poi a cuocerlo a dovere. A festeggiare la mattanza domestica immancabile il sanguinaccio, un sapiente mix di latte, amido e zucchero, impreziosito, da chi poteva permetterselo, con caffè e cioccolato. Una nota particolare per la salsiccia. Una volta spezzetta mascolinamente in vari pezzi e mixata amorevolmente con semi di finocchio e vino bianco, il tocco finale, quello di inserire pazientemente il tutto nel budello, era mansione dedicata delle donne anziane, di lunga esperienza. Quanto al resto, zampe e orecchie usate per dare sapore ai minestroni, mentre lo strutto era messo da parte per essere poi utilizzato nella concia di biscotti e mustazzoli. Il classico dolce natalizio in cui ancora una volta protagonista il gioco di squadra.
Mentre mani di mamma confezionavano la sfoglia farcita di miele zucchero e spezie, questa era stata preparata una settimana prima dalla forza maschile nel mescolare il tutto con un mattarello dentro il pentolone sul focolare. E, a proposito di tradizioni familiari, non possono mancare quelle che fanno da base all’unione di una comunità. Al pranzo di nozze ecco il brodo di gallina e il sugo di polpettine con gli ziti, la pasta locale. A seguire il gallo con un terragno ripieno di salsiccia di maiale, formaggio grattugiato, mollica di pane e mandorle. Immancabili mustazzoli per i brindisi finali. Un matrimonio è felice quando, alla coppia, segue meritata figliolanza e anche qui la tradizione detta le regole. Al momento del parto alla mamma veniva offerto un brodo di gallo, utile stimolatore alla necessaria montata lattea, mente il papà mangiava il collo del gallo, messaggio neanche tanto subliminale al neonato perché tenesse dritta la testa sul collo davanti alle inevitabili sfide che avrebbe affrontato via via crescendo.
I giorni di festa non possono cancellare quelli di lutto. Nelle famiglie colpite non si cuoceva nulla. Solidarietà voleva che le pietanze calde venissero portate da vicini e parenti, ovvero un brodo con polpettine, così come pasta con sugo. Anche sul lieto fine a Pantelleria non ci si è mai negati nulla, con un’antologia golosa che accompagna tutto il calendario. Originali gli sfinci di San Martino, sorta di frittelle di patate e farina ripiene di ricotta condita con zucchero e pezzetti di cioccolato, anche se il dolce bandiera di Pantelleria sono i baci. Non quelli cioccolatosi dal Dna perugino, ma croccanti cialde fritte farcite di ricotta dolce, come scorzette di limone o pezzetti di cioccolato. Modellate con uno stampo metallico di varia fatta, di cui ogni famiglia orgogliosa custode. «Sembrano un pizzo fatto a mano, accoppiate come in un bacio per racchiudere la sua crema». Talmente radicato nella tradizione che a ogni giovane sposa se ne faceva omaggio per un futuro felice e goloso.
Alla guida di Grisport, Graziano Grigolato ha accompagnato l’azienda in un percorso di crescita che l’ha portata a consolidare la propria presenza sui mercati nazionali e internazionali, mantenendo salde le radici nel territorio e nella tradizione manifatturiera italiana. Imprenditore attento all’innovazione e all’evoluzione dei consumi, Grigolato racconta la visione che guida l’azienda, le sfide affrontate in un settore sempre più competitivo e le opportunità che si aprono per il futuro.
Presidente, come nasce Grisport e quale intuizione vi spinse ad avviare l’azienda nel distretto di Montebelluna?
«Ho fondato Grisport assieme a mio fratello Mario a seguito della nostra passione per il mondo dell’abbigliamento. Il fatto che fossimo nell’importante distretto dello “Sport system” di Asolo e Montebelluna ci ha aiutato. Siamo partiti con l’idea di creare una calzatura che fosse comoda, di design e all’avanguardia nella tecnica, realizzata con materiali di alta qualità ma, allo stesso tempo, economicamente parlando, accessibile a tutti. Le nostre prime collezioni erano composte da calzature outdoor e casual e, negli anni, puntando sulle nuove tecnologie, ma anche su innovazione e ricerca, abbiamo aggiunto al nostro core business anche la linea antinfortunistica».
Fin dall’inizio avete scelto di specializzarvi nelle scarpe da outdoor e trekking. Perché avete puntato proprio su questo segmento?
«Siamo stati “aiutati” dalle bellezze naturalistiche sparse nel nostro territorio e dalla voglia di evadere dalla città, nei fine settimana, delle persone. Che cosa c’è di meglio che trascorrere un sabato o una domenica all’aria aperta, in montagna o al lago? Così noi abbiamo fornito loro la principale attrezzatura, dato che, in caso di camminate di questo tipo, la sicurezza parte sempre dai propri piedi».
Oggi il mercato è molto competitivo. Qual è il valore aggiunto che distingue una calzatura Grisport rispetto ai principali concorrenti internazionali?
«Ce ne sono diversi. Innanzitutto, l’elemento del comfort, espresso con calzature di qualità, di design e all’avanguardia nella tecnica con una collezione che supera i 5.000 modelli. Per la linea outdoor, inoltre, vengono impiegati materiali resistenti e altamente performanti secondo la qualità Grisport e il nostro design made in Italy. La collezione Safety, invece, dà la possibilità di proteggere il piede da ogni minaccia del terreno e di camminare in sicurezza anche nelle peggiori condizioni, mantenendo lo stile outdoor tipico di Grisport. La linea City, infine, presenta diversi stili e ogni calzatura è realizzata secondo gli ultimi trend nel mondo della moda. Altri elementi caratterizzanti le nostre scarpe sono l’impiego di materiali di buona e alta fattura e il rapporto qualità-prezzo».
Quanto contano oggi ricerca, sviluppo e brevetti nella vostra strategia industriale e quali innovazioni hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni?
«Se non si fa ricerca si rischia di rimanere ancorati al passato e, di conseguenza, non stare al passo con i tempi. Grisport non pone attenzione soltanto agli ultimi trend del mondo della moda, come per esempio i colori più in voga della stagione, ma anche ai materiali che vengono utilizzati e a quelli richiesti dal consumatore. Di conseguenza, poi, arrivano lo sviluppo e i brevetti. Le innovazioni che hanno cambiato maggiormente il prodotto negli ultimi anni, invece, sono stati nuovi materiali performanti, design innovativi e processo grazie a macchinari e tecnologie».
Quante paia di scarpe producete mediamente in un anno e come è cambiata la capacità produttiva rispetto agli inizi dell’attività?
«Nel corso dei nostri quasi 50 anni di storia, siamo passati dalle 20.000 iniziali a 4 milioni».
Quali sono le principali novità di prodotto che state presentando nel 2026 e quali trend stanno guidando l’evoluzione del settore calzaturiero outdoor e safety?
«Per il 2026 Grisport ne ha presentate diverse. Per quanto riguarda il tempo libero abbiamo il neonato progetto Devisalby Grisport, creato da un team interno alla famiglia Grisport con la passione per la tecnologia, il design e il fantasy. Per tutti gli sport lovers c’è una serie di calzature perfette per andare in palestra o fare una corsa, dotate di un’intersuola particolarmente alto per favorire l’effetto ammortizzante durante la camminata o, più in generale, quando si fa attività fisica. La linea Walker è la novità per l’outdoor: scarponcini, alti o bassi, per uomo e donna. Uno degli ultimi trend che stiamo notando nel settore antinfortunistico».
L’export rappresenta storicamente una quota importante del vostro business. Quali sono oggi i mercati più dinamici e dove vedete le maggiori opportunità di crescita nei prossimi anni?
«Grisport si attesta al 25% della propria produzione per il mercato italiano, con il restante 75% destinato all’estero. Giappone, Scandinavia, Sud e Nord America sono i mercati dove Grisport ha iniziato la penetrazione da qualche anno e che ritiene ci possano essere maggiori possibilità di crescita».
Dopo quasi mezzo secolo di storia aziendale, qual è la decisione di cui va più orgoglioso e quale sfida ritiene ancora aperta per Grisport?
«Sono molto orgoglioso per l’impegno profuso nella sostenibilità, un tema che, al giorno d’oggi, non può non essere preso in considerazione. Non parlerei tanto di sfide aperte, quanto di impegno e dedizione che i miei dipendenti hanno messo, stanno mettendo e metteranno sempre in ciò che fanno».
Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.
Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.
Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.
Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.
Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.
Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.
Sono in corso le ricerche di Luigi Cavallari, marito del ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, scomparso nelle acque del lago di Vico, in provincia di Viterbo.
Secondo le prime informazioni, Cavallari si trovava a bordo di un'imbarcazione insieme alla moglie quando è finito in acqua e non è più riemerso. La dinamica dell'accaduto è ancora in fase di accertamento: non è chiaro se l'uomo si sia tuffato per fare il bagno oppure sia caduto accidentalmente dalla barca. L'allarme è scattato nella zona di località Fiorò, nel territorio comunale di Ronciglione. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, i vigili del fuoco e il personale del 118. Alle operazioni partecipano anche i nuclei sommozzatori dell'Arma e dei vigili del fuoco, impegnati nelle ricerche dell'uomo. Secondo quanto riferito dalle fonti presenti sul posto, è arrivata nell'area delle operazioni anche la portavoce del ministro Roccella.
Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sulle circostanze dell'accaduto, mentre le ricerche proseguono senza sosta.






