I verbali dell'inchiesta sul presunto stupro di gruppo che vede Ciro Grillo & company accusati di una violenza sessuale di gruppo che si sarebbe consumata il 17 luglio 2019 ad Arzachena, in Costa Smeralda, fotografano una realtà che ora i testimoni sembrano ribaltare. È come se ci fossero due storie parallele e diametralmente opposte: una raccontata davanti agli investigatori (dove i testimoni hanno l'obbligo di dire la verità) e l'altra davanti al tribunale mediatico. L'atteggiamento di S. J., la diciannovenne che ha denunciato di essere stata stuprata, durante lezione di kite surf a Porto Pollo, per esempio, si è trasformato drasticamente. Francesca Brero, l'istruttrice con la quale S. J. quello stesso 17 luglio aveva fatto lezione, davanti ai carabinieri di Palau, il 27 agosto 2019, ha reso questa versione dei fatti: «Quando ci siamo presentate mi è sembrata una ragazza vivace, solare ed estroversa. Posso dire che era eccitata ed euforica [...]». La lezione deve essere andata bene, perché la testimone verbalizza: «Ricordo che la ragazza era molto entusiasta e felice della sua performance». Inoltre non si sarebbe lasciata andare a confidenze di sorta su come aveva trascorso la serata in Costa Smeralda. «Eravamo a fine lezione», verbalizza Francesca, «ed è stato un commento estemporaneo». Poi le viene chiesto se le sembrava che avesse potuto abusare di alcolici. E la testimone risponde: «Escludo che abbia manifestato comportamenti tipici di una persona sotto gli effetti di alcolici, perché non le avrei consentito di iniziare la lezione». E ha anche aggiunto, a proposito dello stato d'animo di S. J., «il suo stato d'animo potrebbe essere motivato dalla spensieratezza della sua età, dall'essere in vacanza e dal praticare uno sport, il kite surf, con successo e dalla performance, come detto, che ha avuto quel pomeriggio con me». Fin qui la versione che è finita nell'inchiesta e che hanno letto i magistrati inquirenti. Al Corriere della Sera, domenica 9 maggio 2021 (e in un'intervista fotocopia su Repubblica), però, Francesca fornisce una ricostruzione che deve aver fatto letteralmente saltare sulla sedia i carabinieri che avevano raccolto la sua testimonianza. «S. J.», secondo l'istruttrice, «quel giorno era arrivata in semi hangover, non proprio al massimo della lucidità, diciamo così. Mi è sembrata stonata, di quelle ragazze che arrivano stanche a fare la lezione, di sicuro non lucida». Altro che performance di successo. Poi, a proposito dei commenti sulla serata in Costa Smeralda, aggiunge: «Mi ha detto che avevano bevuto parecchio, come le ragazze di quell'età che fanno le sei del mattino. Arrivano stanche e lei lo era sicuramente molto». Ai carabinieri aveva detto che se si fosse accorta che aveva bevuto le avrebbe impedito di partecipare alla lezione. Ma non è l'ultima stranezza. L'istruttrice trasforma anche l'esito della lezione che, se davanti ai carabinieri era stata descritta come un'ottima performance, con il Corriere diventa una débâcle: «Se non ricordo male non ce l'ha fatta a finirla». Ma anche nella versione dell'altro istruttore, Marco Grusovin, c'è qualcosa che non torna. Sentito negli uffici del Nucleo operativo radiomobile del reparto territoriale di Olbia, ha raccontato di conoscere S. J. dall'anno precedente. Con lui c'era una certa confidenza, tanto che la ragazza gli aveva anche raccontato del precedente stupro in Norvegia. E lui le aveva anche dato dei consigli. L'istruttore, sentita la storia, però, pensò che la ragazza stesse cercando di attirare la sua attenzione. Ma a suo giudizio il racconto era «confuso e contradditorio». E a verbale aveva precisato: «Non ho creduto più di tanto a quello che mi stava dicendo». Durante la puntata di Quarto grado di venerdì 7 maggio, però, l'istruttore ha parzialmente ribaltato la deposizione. Ha detto che S. J. «era dolorante e molto confusa», ma non ha mai messo in dubbio la versione della ragazza, anzi si è preoccupato di evidenziare i consigli che le aveva dato. Ma è nel lancio dell'intervista che emerge un particolare che apre un nuovo scenario. La giornalista Martina Maltagliati afferma di aver parlato molto al telefono con il testimone. E a un certo punto dice: «Proprio in questi giorni ha cercato tramite il legale di S. J. di contattarla perché è in apprensione, vuole sapere come riesce a reggere tutta questa pressione». Una notizia che potrebbe aver fatto rizzare i capelli in testa agli avvocati degli indagati, considerando che tra quella sentita in tv e il verbale dell'agosto del 2019 la versione del maestro sembra essere un po' cambiata. Come era già accaduto con con quella dei due gestori del Bed and breakfast in cui avevano alloggiato le ragazze. Maika Pasqui, con l'intervento di Daniele Ambrosiani che a fine verbale ha confermato le dichiarazioni della compagna, ai carabinieri di Olbia che il 22 agosto 2019 hanno fatto visita al B&B per raccogliere la loro versione ha dichiarato: «Durante il loro soggiorno le abbiamo viste poco e posso dire che erano tranquille [...]. Non ho notato situazioni particolari e le due ragazze erano molto serene [...]». Nel verbale, gli investigatori annotano anche che il compagno Ambrosiani, quando le due ragazze erano rientrate al B&B, «ha avuto la sensazione che erano entrambe felici ». Poi, però, lo stesso albergatore a Non è l'Arena del 25 aprile 2021, ha fornito una versione differente: «Da quel ritorno in taxi, da questa serata, non ci sono più sembrate le stesse ragazze allegre e spensierate che ci eravamo abituati a vedere […]. Soprattutto la ragazza che poi abbiamo scoperto aver fatto la denuncia era diventata schiva. Era diventata molto riservata e più che altro triste. [...] Avendo un Bed and breakfast gli ospiti vivono a casa nostra, fanno colazione con noi, quindi il rapporto anche se sono quasi sconosciuti è quotidiano». Ma c'è una terza versione. Sempre a Non è l'Arena, il 9 maggio, lo stesso albergatore risponde alle domande di Francesco Borgonovo, e sostiene che il verbale «è impreciso». E che quelle «sono le parole della fidanzata e non le “nostre"»: «Io c'ero e non c'ero in quella situazione, avevamo ospiti e poi mi hanno chiesto se ero d'accordo con quello che aveva detto la mia fidanzata», aggiunge. «Noi con gli inquirenti abbiamo parlato per più di un'ora e quello che c'è nel verbale sono i primi cinque minuti. Forse hanno voluto trascrivere solo quelle parole. Sul momento probabilmente anche noi forse siamo stati un po' vaghi. Pensavamo che ci venissero a chiedere addirittura qualcosa che avevano fatto le ragazze». E la parola «felici»? «Non l'ho mai usata», dice l'albergatore. «Con gli inquirenti ho usato altri termini. Ho detto che sembravano due ragazze tornate da una nottataccia in giro», ma «forse non l'hanno messo a verbale». Adesso gli inquirenti potrebbero voler sentire nuovamente i testimoni. Per capire se abbiano mentito o se, invece, abbiano sbagliato gli investigatori.
Al declino del calcio italiano, fa da contraltare il successo negli altri sport. Sinner domina nel tennis, Antonelli irrompe nella Formula Uno, Bezzecchi nella MotoGp. E sono molte le stelle del futuro.
Il cuore sportivo degli italiani ha battuto per decenni all’impazzata, accelerato all’inverosimile da quella febbre calcistica che nessuna disciplina ha mai eguagliato a livello nazionale.
Quattro Mondiali, una bacheca di trofei continentali delle squadre di club che fa invidia a quasi tutte le rivali europee, e una galleria di leggende - Buffon, Maldini, Baresi, Baggio, Totti - che appartengono non soltanto alla storia dello sport mondiale, ma a quella della cultura popolare, con tutto ciò che questo comporta in termini di mitologia collettiva, di identità, di appartenenza. Ma oggi, senza troppi giri di parole, quel calcio è ai minimi storici. L’ultima partecipazione italiana alla Coppa del Mondo risale (ahinoi) al 2014, con una mestissima eliminazione ai gironi. Basta questo per relegare lo sport nazionale storicamente più seguito a trofei «preistorici» o «impagliati»? No, certamente no. Eppure, nel frattempo, l'orgoglio sportivo di un Paese che non sa stare senza eroi ha trovato nuovi vettori, in questo momento straordinariamente più fecondi nei risultati.
Il tennis ha avuto in passato i suoi momenti di luce brillante - Pietrangeli, signore della terra rossa a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, e poi Panatta, emozionante nel trionfo a Parigi del 1976 - ma mai, fino ad oggi, un numero uno mondiale. Mai un Sinner, insomma. A sua volta, la Formula Uno ha conosciuto la sua stagione aurea agli albori, con Nino Farina e Alberto Ascari campioni mondiali, poi ottimi piloti - Alboreto, Trulli, Fisichella -, senza tuttavia quel «cannibalismo» necessario a mordere il titolo. La MotoGp vanta invece una storia ben più gloriosa: i leggendari Valentino Rossi e, più anticamente, Giacomo Agostini, rispettivamente 9 e 15 titoli. Fino ai talenti contemporanei.
Jannik Sinner lo conosciamo ormai tutti. Ne ammiriamo la precisione, la mentalità vincente, l’eleganza dentro e fuori dal campo. E pensare che da bambino sognava la Formula Uno, ma i go-kart costavano troppo per i suoi genitori. A tre anni e mezzo ha cominciato dunque con lo sci - a sette vinceva il Gran Premio Giovanissimi in slalom gigante, a 12 era campione italiano di categoria. Ha scelto il tennis molto tardivamente, Jannik, a 13 anni, perché gli allenamenti sulle nevi gli sembravano sproporzionati rispetto alla brevità delle gare. Una scelta che ad oggi si è rivelata vincente, alla luce dei quattro titoli del Grande Slam - due Australian Open, un Wimbledon, un US Open - 28 titoli nel circuito maggiore, nove Masters 1000 di cui cinque consecutivi, due Coppe Davis. Il primo italiano nella storia a occupare il primo posto della classifica Atp. Non è soltanto il più forte tennista italiano di sempre: è uno dei più grandi sportivi che questa nazione abbia mai prodotto.
Kimi Antonelli ha scelto il numero 12 per il suo esordio in Formula Uno nel 2025, in onore di Ayrton Senna, da sempre il suo idolo. Un primo anno di assestamento, con alti e bassi, in cui appare nettamente inferiore al suo – già ampiamente rodato – compagno di scuderia George Russell. Poi, nel 2026, avviene il cambio regolamentare, e la Mercedes si trasforma nella squadra da battere, con Antonelli che ne diviene rapidamente il simbolo più luminoso. Prima pole position in Cina a 19 anni - record assoluto, battendo il precedente di Vettel - poi vittoria, poi Giappone e infine Miami, dove ha dedicato la terza pole consecutiva ad Alex Zanardi morto 24 ore prima. Tre vittorie consecutive nelle prime tre gare in cui parte dalla pole, tutte mantenendo la testa dall'inizio alla fine: nessun pilota, in tutta la storia della Formula Uno, aveva mai fatto altrettanto. Insomma, ci sono tutte le carte in regola per qualcosa di speciale, magari nel segno del suo idolo Ayrton Senna. Restiamo aperti a sogni e speranze, senza mettere pressione a questo ragazzo giovane e coraggioso.
E come non citare Marco Bezzecchi, riminese classe 1998, che ha saputo attendere con rara pazienza il suo momento. Approdato all’Aprilia lo scorso anno, nel 2026 sembra essere finalmente riuscito a sfondare, con quella maturità che gli ha permesso di ottenere tre vittorie consecutive nelle prime cinque gare stagionali, tutte conducendo dall'inizio alla fine - 120 giri di fila al comando, record assoluto, superando il precedente di un mostro sacro come Jorge Lorenzo. Un gruppo ristrettissimo di piloti ha vinto cinque gare di fila nella storia della MotoGp: Márquez, Rossi, Doohan, Agostini, Surtees, Hailwood, Duke. Adesso anche Bezzecchi. Con vista sul primo titolo mondiale di MotoGp.
Ma il potenziale azzurro non si esaurisce in questi tre nomi. Giovani italiani che uniscono il talento all’ambizione stanno popolando le discipline più disparate, coltivando la speranza di un futuro dell’Italia dello sport degno del glorioso passato. Sara Curtis, classe 2006, detiene i record italiani sui 50 e sui 100 metri stile libero e punta con precisione chirurgica ai Giochi di Los Angeles 2028. Kelly Doualla, nata a Pavia nel 2009, è campionessa europea Under 20 sui 100 metri con tre primati italiani di categoria: a 16 anni, è già convocata ai Mondiali. Giovanni Franzoni, bresciano classe 2001, ha vinto l'argento olimpico nella discesa libera a Milano-Cortina 2026, risollevando uno sci maschile lasciato in ombra per molto tempo dall’eccellenza femminile. Tommaso Menoncello, trevigiano classe 2002, è un potente centro del Benetton e presto passerà allo Stade Toulousain, club di livello mondiale: simbolo di un rugby italiano che torna a credersi capace di storia. Flora Tabanelli, bolognese classe 2007, cresciuta in un rifugio appenninico senza televisione né smartphone, ha già conquistato bronzo olimpico, oro agli X Games e Coppa del Mondo di freestyle.
L'Italia sportiva, nel 2026, non ha il suo acmè nel calcio, non più. Lo ha distribuito, con eccezionale generosità, tra discipline che un tempo si accontentavano di stare sullo sfondo, quasi dimenticate nel panorama nazionale. Anche il calcio deve trarne linfa vitale per ripartire al meglio e tornare agli antichi fasti. Nel frattempo, godiamoci Sinner, Antonelli, Bezzecchi e guardiamo al futuro con rinnovata fiducia e con la solita, incrollabile, passione.
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Dal Sud America all’Europa, fino all’Asia e all’Oceania, il narcotraffico cambia rotte, usa nuove tecnologie e aggira i controlli. Il report di InSight Crime mostra un sistema criminale sempre più flessibile, globale e difficile da fermare.
Mentre gli Stati Uniti rilanciano una strategia sempre più aggressiva nella cosiddetta «guerra alla droga», il narcotraffico globale dimostra di essersi già spostato su un altro livello. Il report di InSight Crime sui sequestri di cocaina nel 2025 restituisce l’immagine di un sistema tutt’altro che in crisi: un mercato dinamico, flessibile e capace di adattarsi rapidamente alle pressioni degli Stati, modificando rotte, tecnologie e destinazioni.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.





