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2025-02-05
Terre rare, Kiev apre allo scambio di Trump
(Ansa)
Nel giorno in cui in Ucraina si contano morti e feriti dell’ultimo attacco missilistico sferrato dalle truppe russe sulla città di Izyum, nella regione di Kharkiv, dove un razzo ha centrato l’edificio che ospita il consiglio comunale uccidendo cinque persone e ferendone almeno 20, a tenere banco è ancora la proposta avanzata a inizio settimana da Donald Trump riguardo la possibilità di scambiare gli aiuti americani con le terre rare di Kiev. Una proposta che è stata subito accolta con soddisfazione da Volodymyr Zelensky, ma criticata dalla Germania. Il presidente ucraino, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha mostrato segni di apertura: «Sono già state fissate date per la visita di una delegazione americana e siamo aperti agli investimenti delle loro aziende nelle nostre terre rare. In alcuni posti ci sono davvero grandi depositi di minerali, ma parte delle nostre risorse si trova nella zona occupata dai russi». Zelensky ha inoltre posto l’attenzione circa il pericolo che se questi materiali, tra cui lo scandio, l’ittrio e il gruppo dei lantanoidi, utilizzati in molti apparecchi tecnologici, rimanessero sotto il controllo russo potrebbero presto essere accessibili a Iran e Corea del Nord.
Mosca ha commentato: «Con la sua proposta il presidente americano, Donald Trump, vuole instaurare un nuovo rapporto con Kiev su base commerciale. Ma se vuole contribuire alla fine di questo conflitto è meglio, ovviamente, non fornire aiuti all’Ucraina», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha poi aggiunto: «Se chiamiamo le cose con il loro nome proprio, questa è un’offerta per acquistare aiuti anziché continuare a fornirli gratuitamente o in altro modo».
Motivazioni differenti sono invece quelle che hanno spinto Olaf Scholz a non appoggiare l’offerta messa sul piatto dal tycoon: «Sarebbe molto egoista e autoreferenziale dire che useremo questi fondi solo per sostenere l’attuale difesa. La questione è che l’Ucraina deve avere in futuro un esercito forte. Dovremmo sfruttare queste risorse nazionali per sostenere tutto ciò che sarà necessario dopo la guerra e garantire che l’Ucraina possa finanziare la sua ricostruzione», ha spiegato il cancelliere tedesco, intervenendo a margine del vertice informale tra i leader Ue convocato a Bruxelles dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.
Rimanendo sulla questione degli aiuti militari che la Casa Bianca fornisce a Kiev, ieri è circolata un’indiscrezione di stampa rilanciata dalla Reuters, secondo cui Washington avrebbe sospeso la spedizione di materiale bellico per alcuni giorni, salvo poi ripristinarla dopo che l’amministrazione Trump ha fatto dietrofront rispetto alla volontà iniziale di interrompere tutti gli aiuti all’Ucraina. Tuttavia, stando a quanto confidato dalle fonti interpellate dall’agenzia britannica, all’interno del governo americano ci sarebbero comunque alcune fazioni in forte disaccordo sulla decisione di proseguire il sostegno militare a Zelensky. La notizia della sospensione provvisoria dell’invio di armi, però, non è stata ritenuta credibile da Mosca, con Peskov che ha commentato così: «È ovvio che le forniture Usa all’Ucraina continuano. In realtà, nessuno ha annunciato una sospensione della fornitura di armi». Dopo che da Bruxelles il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, hanno annunciato in coro che «questo è il momento di esercitare la massima pressione sulla Russia» con il 16° pacchetto di sanzioni in arrivo, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che occorrerà spendere di più per la difesa comune, il portavoce di Vladimir Putin ha colto ieri l’occasione per ribattere: «Gli sforzi per aumentare le spese della difesa dell’Ue sono, per il Cremlino, miopi e distruttivi. È chiaro che ulteriori aumenti della spesa militare avranno effetti molto negativi che porteranno al deterioramento della situazione economica in Europa, che avrà conseguenze su ogni europeo».
Contestualmente, a Mosca proseguono le indagini per chiarire le dinamiche dell’attentato dinamitardo che ha causato la morte del fondatore del battaglione ArBat, attivo nel Donbass, Armen Sargsyan. Secondo alcune fonti citate dalla Tass, l’esplosione sarebbe stata provocata da un uomo non identificato che avrebbe perso a sua volta la vita. A Kiev, invece, Zelensky si è rivolto alla nazione per annunciare che è al lavoro per garantire un esercito «più moderno ed efficace». Ucraina e Ue hanno inoltre fatto sapere di aver gettato le basi giuridiche per l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione commesso dalla Russia.
The Donald accoglie Netanyahu con 1 miliardo di armi americane
La visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, la prima di un capo di Stato straniero dall’insediamento del nuovo presidente statunitense, «dimostra che il presidente Trump continuerà a offrire un solido sostegno a Israele». Lo ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un incontro con i giornalisti. Trump ha dato seguito alle richieste israeliane e ha concesso 1 miliardo di dollari in aiuti militari con la fornitura di 4.700 bombe e altro materiale militare, tra cui bulldozer blindati costruiti da Caterpillar. L’incontro nello Studio Ovale tra Trump e Netanyahu si è tenuto ieri sera alle 22 e al termine della riunione hanno tenuto una conferenza stampa. I due leader hanno discusso il tema della seconda fase dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e anche dell’accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita al quale Trump tiene moltissimo al pari del principe ed erede al trono del Regno delle due moschee, Mohammed bin Salman, che però pone la pregiudiziale della nascita di uno Stato palestinese. Ha inoltre avuto colloqui con l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Waltz, sul rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas. Infine, ha incontrato Elon Musk , difendendolo dalle recenti polemiche per l’apparente saluto nazista, dalle quali comunque il primo ministro israeliano lo aveva difeso. La stragrande maggioranza degli israeliani attribuisce a Trump un ruolo chiave nell’accordo di cessare il fuoco e nello scambio di ostaggi con Hamas, ritenendo inoltre che potrebbe esercitare pressioni o persino imporre sanzioni a Israele in futuro se questi non si allineerà ai suoi obiettivi politici in Medio Oriente. È quanto emerge da un sondaggio dell’Israel democracy institute, secondo cui il 74% degli ebrei e il 64% degli arabo-israeliani ritiene che l’intesa sia stata raggiunta «grazie all’intervento di Trump».
Intanto in Israele il clima politico si arroventa sempre di più. Ieri il ministro israeliano degli Insediamenti, Orit Strock, ha attaccato frontalmente Netanyahu in merito al proseguo dell’accordo sul cessate il fuoco. Durante un programma di Army Radio, il ministro di estrema destra ha affermato: «Se Netanyahu decide di andare in questa direzione disastrosa allora ci assicureremo il compito che il governo non continui a esistere». Sulla fragile tregua e sull’inizio dei colloqui per la seconda fase dell’accordo tra Hamas e Israele pesa e molto la situazione in Cisgiordania. Ieri mattina due soldati israeliani sono morti dopo un attacco contro un posto di blocco vicino al villaggio di Tayasir. Hamas ha subito rivendicato: «L’attacco di questa mattina a un checkpoint delle Idf vicino al villaggio di Tayasir, a Est di Jenin, è una risposta all’escalation dell’aggressione israeliana in Cisgiordania. il nostro popolo ha diritto a difendersi. Il mancato riconoscimento delle responsabilità dell’occupazione e il silenzio internazionale incoraggiano l’occupazione a commettere una guerra di sterminio in Cisgiordania, simile a quella condotta nella Striscia di Gaza», ha aggiunto l’esponente di Hamas che ha anche confermato che l’attentatore palestinese «è morto da martire». Trump e Netanyahu hanno certamente parlato anche dell’Iran e dei progetti che la Repubblica islamica sta portando avanti sul nucleare. Secondo il New York Times, nuove informazioni di intelligence statunitensi suggeriscono che un gruppo segreto di scienziati iraniani stia studiando un metodo per sviluppare rapidamente un’arma nucleare, nel caso i mullah di Teheran decidessero di procedere in tal senso. L’Iran starebbe cercando una scorciatoia per costruire la bomba, permettendogli di convertire le proprie scorte di uranio in un’arma nel giro di mesi anziché anni, se necessario. Il documento afferma inoltre che queste informazioni sono state raccolte negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden e condivise con la squadra di Trump che ha già minacciato come Netanyahu di intervenire militarmente se gli iraniani supereranno questa «linea rossa».
Nel frattempo in Italia, alla Statale di Milano, si sono verificate proteste contro un evento organizzato dai Giovani ebrei italiani (Ugei) insieme ad altre associazioni, incentrato sulle occupazioni universitarie e l’odio verso Israele. Un gruppo di studenti pro Pal ha manifestato fuori dall’aula con slogan contro il sionismo ma la rettrice ha comunque concesso lo spazio e condannato i tentativi di censura. L’evento è proseguito grazie all’intervento della Digos.
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Zelensky: «Pronti a ricevere investimenti da aziende statunitensi per sfruttare le risorse strategiche». Spiazzato il tedesco Scholz che aveva tacciato Washington di «egoismo». Mosca: «Così l’aiuto militare diventa commerciale, meglio smettere».Milano, respinti i pro Pal che volevano bloccare un convegno di studenti ebrei in Statale.Lo speciale contiene due articoli.Nel giorno in cui in Ucraina si contano morti e feriti dell’ultimo attacco missilistico sferrato dalle truppe russe sulla città di Izyum, nella regione di Kharkiv, dove un razzo ha centrato l’edificio che ospita il consiglio comunale uccidendo cinque persone e ferendone almeno 20, a tenere banco è ancora la proposta avanzata a inizio settimana da Donald Trump riguardo la possibilità di scambiare gli aiuti americani con le terre rare di Kiev. Una proposta che è stata subito accolta con soddisfazione da Volodymyr Zelensky, ma criticata dalla Germania. Il presidente ucraino, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha mostrato segni di apertura: «Sono già state fissate date per la visita di una delegazione americana e siamo aperti agli investimenti delle loro aziende nelle nostre terre rare. In alcuni posti ci sono davvero grandi depositi di minerali, ma parte delle nostre risorse si trova nella zona occupata dai russi». Zelensky ha inoltre posto l’attenzione circa il pericolo che se questi materiali, tra cui lo scandio, l’ittrio e il gruppo dei lantanoidi, utilizzati in molti apparecchi tecnologici, rimanessero sotto il controllo russo potrebbero presto essere accessibili a Iran e Corea del Nord.Mosca ha commentato: «Con la sua proposta il presidente americano, Donald Trump, vuole instaurare un nuovo rapporto con Kiev su base commerciale. Ma se vuole contribuire alla fine di questo conflitto è meglio, ovviamente, non fornire aiuti all’Ucraina», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha poi aggiunto: «Se chiamiamo le cose con il loro nome proprio, questa è un’offerta per acquistare aiuti anziché continuare a fornirli gratuitamente o in altro modo».Motivazioni differenti sono invece quelle che hanno spinto Olaf Scholz a non appoggiare l’offerta messa sul piatto dal tycoon: «Sarebbe molto egoista e autoreferenziale dire che useremo questi fondi solo per sostenere l’attuale difesa. La questione è che l’Ucraina deve avere in futuro un esercito forte. Dovremmo sfruttare queste risorse nazionali per sostenere tutto ciò che sarà necessario dopo la guerra e garantire che l’Ucraina possa finanziare la sua ricostruzione», ha spiegato il cancelliere tedesco, intervenendo a margine del vertice informale tra i leader Ue convocato a Bruxelles dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.Rimanendo sulla questione degli aiuti militari che la Casa Bianca fornisce a Kiev, ieri è circolata un’indiscrezione di stampa rilanciata dalla Reuters, secondo cui Washington avrebbe sospeso la spedizione di materiale bellico per alcuni giorni, salvo poi ripristinarla dopo che l’amministrazione Trump ha fatto dietrofront rispetto alla volontà iniziale di interrompere tutti gli aiuti all’Ucraina. Tuttavia, stando a quanto confidato dalle fonti interpellate dall’agenzia britannica, all’interno del governo americano ci sarebbero comunque alcune fazioni in forte disaccordo sulla decisione di proseguire il sostegno militare a Zelensky. La notizia della sospensione provvisoria dell’invio di armi, però, non è stata ritenuta credibile da Mosca, con Peskov che ha commentato così: «È ovvio che le forniture Usa all’Ucraina continuano. In realtà, nessuno ha annunciato una sospensione della fornitura di armi». Dopo che da Bruxelles il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, hanno annunciato in coro che «questo è il momento di esercitare la massima pressione sulla Russia» con il 16° pacchetto di sanzioni in arrivo, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che occorrerà spendere di più per la difesa comune, il portavoce di Vladimir Putin ha colto ieri l’occasione per ribattere: «Gli sforzi per aumentare le spese della difesa dell’Ue sono, per il Cremlino, miopi e distruttivi. È chiaro che ulteriori aumenti della spesa militare avranno effetti molto negativi che porteranno al deterioramento della situazione economica in Europa, che avrà conseguenze su ogni europeo».Contestualmente, a Mosca proseguono le indagini per chiarire le dinamiche dell’attentato dinamitardo che ha causato la morte del fondatore del battaglione ArBat, attivo nel Donbass, Armen Sargsyan. Secondo alcune fonti citate dalla Tass, l’esplosione sarebbe stata provocata da un uomo non identificato che avrebbe perso a sua volta la vita. A Kiev, invece, Zelensky si è rivolto alla nazione per annunciare che è al lavoro per garantire un esercito «più moderno ed efficace». Ucraina e Ue hanno inoltre fatto sapere di aver gettato le basi giuridiche per l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione commesso dalla Russia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terre-rare-kiev-apre-scambio-2671100917.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-accoglie-netanyahu-con-1-miliardo-di-armi-americane" data-post-id="2671100917" data-published-at="1738767424" data-use-pagination="False"> The Donald accoglie Netanyahu con 1 miliardo di armi americane La visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, la prima di un capo di Stato straniero dall’insediamento del nuovo presidente statunitense, «dimostra che il presidente Trump continuerà a offrire un solido sostegno a Israele». Lo ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un incontro con i giornalisti. Trump ha dato seguito alle richieste israeliane e ha concesso 1 miliardo di dollari in aiuti militari con la fornitura di 4.700 bombe e altro materiale militare, tra cui bulldozer blindati costruiti da Caterpillar. L’incontro nello Studio Ovale tra Trump e Netanyahu si è tenuto ieri sera alle 22 e al termine della riunione hanno tenuto una conferenza stampa. I due leader hanno discusso il tema della seconda fase dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e anche dell’accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita al quale Trump tiene moltissimo al pari del principe ed erede al trono del Regno delle due moschee, Mohammed bin Salman, che però pone la pregiudiziale della nascita di uno Stato palestinese. Ha inoltre avuto colloqui con l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Waltz, sul rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas. Infine, ha incontrato Elon Musk , difendendolo dalle recenti polemiche per l’apparente saluto nazista, dalle quali comunque il primo ministro israeliano lo aveva difeso. La stragrande maggioranza degli israeliani attribuisce a Trump un ruolo chiave nell’accordo di cessare il fuoco e nello scambio di ostaggi con Hamas, ritenendo inoltre che potrebbe esercitare pressioni o persino imporre sanzioni a Israele in futuro se questi non si allineerà ai suoi obiettivi politici in Medio Oriente. È quanto emerge da un sondaggio dell’Israel democracy institute, secondo cui il 74% degli ebrei e il 64% degli arabo-israeliani ritiene che l’intesa sia stata raggiunta «grazie all’intervento di Trump». Intanto in Israele il clima politico si arroventa sempre di più. Ieri il ministro israeliano degli Insediamenti, Orit Strock, ha attaccato frontalmente Netanyahu in merito al proseguo dell’accordo sul cessate il fuoco. Durante un programma di Army Radio, il ministro di estrema destra ha affermato: «Se Netanyahu decide di andare in questa direzione disastrosa allora ci assicureremo il compito che il governo non continui a esistere». Sulla fragile tregua e sull’inizio dei colloqui per la seconda fase dell’accordo tra Hamas e Israele pesa e molto la situazione in Cisgiordania. Ieri mattina due soldati israeliani sono morti dopo un attacco contro un posto di blocco vicino al villaggio di Tayasir. Hamas ha subito rivendicato: «L’attacco di questa mattina a un checkpoint delle Idf vicino al villaggio di Tayasir, a Est di Jenin, è una risposta all’escalation dell’aggressione israeliana in Cisgiordania. il nostro popolo ha diritto a difendersi. Il mancato riconoscimento delle responsabilità dell’occupazione e il silenzio internazionale incoraggiano l’occupazione a commettere una guerra di sterminio in Cisgiordania, simile a quella condotta nella Striscia di Gaza», ha aggiunto l’esponente di Hamas che ha anche confermato che l’attentatore palestinese «è morto da martire». Trump e Netanyahu hanno certamente parlato anche dell’Iran e dei progetti che la Repubblica islamica sta portando avanti sul nucleare. Secondo il New York Times, nuove informazioni di intelligence statunitensi suggeriscono che un gruppo segreto di scienziati iraniani stia studiando un metodo per sviluppare rapidamente un’arma nucleare, nel caso i mullah di Teheran decidessero di procedere in tal senso. L’Iran starebbe cercando una scorciatoia per costruire la bomba, permettendogli di convertire le proprie scorte di uranio in un’arma nel giro di mesi anziché anni, se necessario. Il documento afferma inoltre che queste informazioni sono state raccolte negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden e condivise con la squadra di Trump che ha già minacciato come Netanyahu di intervenire militarmente se gli iraniani supereranno questa «linea rossa». Nel frattempo in Italia, alla Statale di Milano, si sono verificate proteste contro un evento organizzato dai Giovani ebrei italiani (Ugei) insieme ad altre associazioni, incentrato sulle occupazioni universitarie e l’odio verso Israele. Un gruppo di studenti pro Pal ha manifestato fuori dall’aula con slogan contro il sionismo ma la rettrice ha comunque concesso lo spazio e condannato i tentativi di censura. L’evento è proseguito grazie all’intervento della Digos.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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