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2025-02-05
Terre rare, Kiev apre allo scambio di Trump
(Ansa)
Nel giorno in cui in Ucraina si contano morti e feriti dell’ultimo attacco missilistico sferrato dalle truppe russe sulla città di Izyum, nella regione di Kharkiv, dove un razzo ha centrato l’edificio che ospita il consiglio comunale uccidendo cinque persone e ferendone almeno 20, a tenere banco è ancora la proposta avanzata a inizio settimana da Donald Trump riguardo la possibilità di scambiare gli aiuti americani con le terre rare di Kiev. Una proposta che è stata subito accolta con soddisfazione da Volodymyr Zelensky, ma criticata dalla Germania. Il presidente ucraino, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha mostrato segni di apertura: «Sono già state fissate date per la visita di una delegazione americana e siamo aperti agli investimenti delle loro aziende nelle nostre terre rare. In alcuni posti ci sono davvero grandi depositi di minerali, ma parte delle nostre risorse si trova nella zona occupata dai russi». Zelensky ha inoltre posto l’attenzione circa il pericolo che se questi materiali, tra cui lo scandio, l’ittrio e il gruppo dei lantanoidi, utilizzati in molti apparecchi tecnologici, rimanessero sotto il controllo russo potrebbero presto essere accessibili a Iran e Corea del Nord.
Mosca ha commentato: «Con la sua proposta il presidente americano, Donald Trump, vuole instaurare un nuovo rapporto con Kiev su base commerciale. Ma se vuole contribuire alla fine di questo conflitto è meglio, ovviamente, non fornire aiuti all’Ucraina», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha poi aggiunto: «Se chiamiamo le cose con il loro nome proprio, questa è un’offerta per acquistare aiuti anziché continuare a fornirli gratuitamente o in altro modo».
Motivazioni differenti sono invece quelle che hanno spinto Olaf Scholz a non appoggiare l’offerta messa sul piatto dal tycoon: «Sarebbe molto egoista e autoreferenziale dire che useremo questi fondi solo per sostenere l’attuale difesa. La questione è che l’Ucraina deve avere in futuro un esercito forte. Dovremmo sfruttare queste risorse nazionali per sostenere tutto ciò che sarà necessario dopo la guerra e garantire che l’Ucraina possa finanziare la sua ricostruzione», ha spiegato il cancelliere tedesco, intervenendo a margine del vertice informale tra i leader Ue convocato a Bruxelles dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.
Rimanendo sulla questione degli aiuti militari che la Casa Bianca fornisce a Kiev, ieri è circolata un’indiscrezione di stampa rilanciata dalla Reuters, secondo cui Washington avrebbe sospeso la spedizione di materiale bellico per alcuni giorni, salvo poi ripristinarla dopo che l’amministrazione Trump ha fatto dietrofront rispetto alla volontà iniziale di interrompere tutti gli aiuti all’Ucraina. Tuttavia, stando a quanto confidato dalle fonti interpellate dall’agenzia britannica, all’interno del governo americano ci sarebbero comunque alcune fazioni in forte disaccordo sulla decisione di proseguire il sostegno militare a Zelensky. La notizia della sospensione provvisoria dell’invio di armi, però, non è stata ritenuta credibile da Mosca, con Peskov che ha commentato così: «È ovvio che le forniture Usa all’Ucraina continuano. In realtà, nessuno ha annunciato una sospensione della fornitura di armi». Dopo che da Bruxelles il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, hanno annunciato in coro che «questo è il momento di esercitare la massima pressione sulla Russia» con il 16° pacchetto di sanzioni in arrivo, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che occorrerà spendere di più per la difesa comune, il portavoce di Vladimir Putin ha colto ieri l’occasione per ribattere: «Gli sforzi per aumentare le spese della difesa dell’Ue sono, per il Cremlino, miopi e distruttivi. È chiaro che ulteriori aumenti della spesa militare avranno effetti molto negativi che porteranno al deterioramento della situazione economica in Europa, che avrà conseguenze su ogni europeo».
Contestualmente, a Mosca proseguono le indagini per chiarire le dinamiche dell’attentato dinamitardo che ha causato la morte del fondatore del battaglione ArBat, attivo nel Donbass, Armen Sargsyan. Secondo alcune fonti citate dalla Tass, l’esplosione sarebbe stata provocata da un uomo non identificato che avrebbe perso a sua volta la vita. A Kiev, invece, Zelensky si è rivolto alla nazione per annunciare che è al lavoro per garantire un esercito «più moderno ed efficace». Ucraina e Ue hanno inoltre fatto sapere di aver gettato le basi giuridiche per l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione commesso dalla Russia.
The Donald accoglie Netanyahu con 1 miliardo di armi americane
La visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, la prima di un capo di Stato straniero dall’insediamento del nuovo presidente statunitense, «dimostra che il presidente Trump continuerà a offrire un solido sostegno a Israele». Lo ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un incontro con i giornalisti. Trump ha dato seguito alle richieste israeliane e ha concesso 1 miliardo di dollari in aiuti militari con la fornitura di 4.700 bombe e altro materiale militare, tra cui bulldozer blindati costruiti da Caterpillar. L’incontro nello Studio Ovale tra Trump e Netanyahu si è tenuto ieri sera alle 22 e al termine della riunione hanno tenuto una conferenza stampa. I due leader hanno discusso il tema della seconda fase dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e anche dell’accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita al quale Trump tiene moltissimo al pari del principe ed erede al trono del Regno delle due moschee, Mohammed bin Salman, che però pone la pregiudiziale della nascita di uno Stato palestinese. Ha inoltre avuto colloqui con l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Waltz, sul rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas. Infine, ha incontrato Elon Musk , difendendolo dalle recenti polemiche per l’apparente saluto nazista, dalle quali comunque il primo ministro israeliano lo aveva difeso. La stragrande maggioranza degli israeliani attribuisce a Trump un ruolo chiave nell’accordo di cessare il fuoco e nello scambio di ostaggi con Hamas, ritenendo inoltre che potrebbe esercitare pressioni o persino imporre sanzioni a Israele in futuro se questi non si allineerà ai suoi obiettivi politici in Medio Oriente. È quanto emerge da un sondaggio dell’Israel democracy institute, secondo cui il 74% degli ebrei e il 64% degli arabo-israeliani ritiene che l’intesa sia stata raggiunta «grazie all’intervento di Trump».
Intanto in Israele il clima politico si arroventa sempre di più. Ieri il ministro israeliano degli Insediamenti, Orit Strock, ha attaccato frontalmente Netanyahu in merito al proseguo dell’accordo sul cessate il fuoco. Durante un programma di Army Radio, il ministro di estrema destra ha affermato: «Se Netanyahu decide di andare in questa direzione disastrosa allora ci assicureremo il compito che il governo non continui a esistere». Sulla fragile tregua e sull’inizio dei colloqui per la seconda fase dell’accordo tra Hamas e Israele pesa e molto la situazione in Cisgiordania. Ieri mattina due soldati israeliani sono morti dopo un attacco contro un posto di blocco vicino al villaggio di Tayasir. Hamas ha subito rivendicato: «L’attacco di questa mattina a un checkpoint delle Idf vicino al villaggio di Tayasir, a Est di Jenin, è una risposta all’escalation dell’aggressione israeliana in Cisgiordania. il nostro popolo ha diritto a difendersi. Il mancato riconoscimento delle responsabilità dell’occupazione e il silenzio internazionale incoraggiano l’occupazione a commettere una guerra di sterminio in Cisgiordania, simile a quella condotta nella Striscia di Gaza», ha aggiunto l’esponente di Hamas che ha anche confermato che l’attentatore palestinese «è morto da martire». Trump e Netanyahu hanno certamente parlato anche dell’Iran e dei progetti che la Repubblica islamica sta portando avanti sul nucleare. Secondo il New York Times, nuove informazioni di intelligence statunitensi suggeriscono che un gruppo segreto di scienziati iraniani stia studiando un metodo per sviluppare rapidamente un’arma nucleare, nel caso i mullah di Teheran decidessero di procedere in tal senso. L’Iran starebbe cercando una scorciatoia per costruire la bomba, permettendogli di convertire le proprie scorte di uranio in un’arma nel giro di mesi anziché anni, se necessario. Il documento afferma inoltre che queste informazioni sono state raccolte negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden e condivise con la squadra di Trump che ha già minacciato come Netanyahu di intervenire militarmente se gli iraniani supereranno questa «linea rossa».
Nel frattempo in Italia, alla Statale di Milano, si sono verificate proteste contro un evento organizzato dai Giovani ebrei italiani (Ugei) insieme ad altre associazioni, incentrato sulle occupazioni universitarie e l’odio verso Israele. Un gruppo di studenti pro Pal ha manifestato fuori dall’aula con slogan contro il sionismo ma la rettrice ha comunque concesso lo spazio e condannato i tentativi di censura. L’evento è proseguito grazie all’intervento della Digos.
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Zelensky: «Pronti a ricevere investimenti da aziende statunitensi per sfruttare le risorse strategiche». Spiazzato il tedesco Scholz che aveva tacciato Washington di «egoismo». Mosca: «Così l’aiuto militare diventa commerciale, meglio smettere».Milano, respinti i pro Pal che volevano bloccare un convegno di studenti ebrei in Statale.Lo speciale contiene due articoli.Nel giorno in cui in Ucraina si contano morti e feriti dell’ultimo attacco missilistico sferrato dalle truppe russe sulla città di Izyum, nella regione di Kharkiv, dove un razzo ha centrato l’edificio che ospita il consiglio comunale uccidendo cinque persone e ferendone almeno 20, a tenere banco è ancora la proposta avanzata a inizio settimana da Donald Trump riguardo la possibilità di scambiare gli aiuti americani con le terre rare di Kiev. Una proposta che è stata subito accolta con soddisfazione da Volodymyr Zelensky, ma criticata dalla Germania. Il presidente ucraino, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, ha mostrato segni di apertura: «Sono già state fissate date per la visita di una delegazione americana e siamo aperti agli investimenti delle loro aziende nelle nostre terre rare. In alcuni posti ci sono davvero grandi depositi di minerali, ma parte delle nostre risorse si trova nella zona occupata dai russi». Zelensky ha inoltre posto l’attenzione circa il pericolo che se questi materiali, tra cui lo scandio, l’ittrio e il gruppo dei lantanoidi, utilizzati in molti apparecchi tecnologici, rimanessero sotto il controllo russo potrebbero presto essere accessibili a Iran e Corea del Nord.Mosca ha commentato: «Con la sua proposta il presidente americano, Donald Trump, vuole instaurare un nuovo rapporto con Kiev su base commerciale. Ma se vuole contribuire alla fine di questo conflitto è meglio, ovviamente, non fornire aiuti all’Ucraina», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il quale ha poi aggiunto: «Se chiamiamo le cose con il loro nome proprio, questa è un’offerta per acquistare aiuti anziché continuare a fornirli gratuitamente o in altro modo».Motivazioni differenti sono invece quelle che hanno spinto Olaf Scholz a non appoggiare l’offerta messa sul piatto dal tycoon: «Sarebbe molto egoista e autoreferenziale dire che useremo questi fondi solo per sostenere l’attuale difesa. La questione è che l’Ucraina deve avere in futuro un esercito forte. Dovremmo sfruttare queste risorse nazionali per sostenere tutto ciò che sarà necessario dopo la guerra e garantire che l’Ucraina possa finanziare la sua ricostruzione», ha spiegato il cancelliere tedesco, intervenendo a margine del vertice informale tra i leader Ue convocato a Bruxelles dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.Rimanendo sulla questione degli aiuti militari che la Casa Bianca fornisce a Kiev, ieri è circolata un’indiscrezione di stampa rilanciata dalla Reuters, secondo cui Washington avrebbe sospeso la spedizione di materiale bellico per alcuni giorni, salvo poi ripristinarla dopo che l’amministrazione Trump ha fatto dietrofront rispetto alla volontà iniziale di interrompere tutti gli aiuti all’Ucraina. Tuttavia, stando a quanto confidato dalle fonti interpellate dall’agenzia britannica, all’interno del governo americano ci sarebbero comunque alcune fazioni in forte disaccordo sulla decisione di proseguire il sostegno militare a Zelensky. La notizia della sospensione provvisoria dell’invio di armi, però, non è stata ritenuta credibile da Mosca, con Peskov che ha commentato così: «È ovvio che le forniture Usa all’Ucraina continuano. In realtà, nessuno ha annunciato una sospensione della fornitura di armi». Dopo che da Bruxelles il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, hanno annunciato in coro che «questo è il momento di esercitare la massima pressione sulla Russia» con il 16° pacchetto di sanzioni in arrivo, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che occorrerà spendere di più per la difesa comune, il portavoce di Vladimir Putin ha colto ieri l’occasione per ribattere: «Gli sforzi per aumentare le spese della difesa dell’Ue sono, per il Cremlino, miopi e distruttivi. È chiaro che ulteriori aumenti della spesa militare avranno effetti molto negativi che porteranno al deterioramento della situazione economica in Europa, che avrà conseguenze su ogni europeo».Contestualmente, a Mosca proseguono le indagini per chiarire le dinamiche dell’attentato dinamitardo che ha causato la morte del fondatore del battaglione ArBat, attivo nel Donbass, Armen Sargsyan. Secondo alcune fonti citate dalla Tass, l’esplosione sarebbe stata provocata da un uomo non identificato che avrebbe perso a sua volta la vita. A Kiev, invece, Zelensky si è rivolto alla nazione per annunciare che è al lavoro per garantire un esercito «più moderno ed efficace». Ucraina e Ue hanno inoltre fatto sapere di aver gettato le basi giuridiche per l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione commesso dalla Russia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terre-rare-kiev-apre-scambio-2671100917.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="the-donald-accoglie-netanyahu-con-1-miliardo-di-armi-americane" data-post-id="2671100917" data-published-at="1738767424" data-use-pagination="False"> The Donald accoglie Netanyahu con 1 miliardo di armi americane La visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, la prima di un capo di Stato straniero dall’insediamento del nuovo presidente statunitense, «dimostra che il presidente Trump continuerà a offrire un solido sostegno a Israele». Lo ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante un incontro con i giornalisti. Trump ha dato seguito alle richieste israeliane e ha concesso 1 miliardo di dollari in aiuti militari con la fornitura di 4.700 bombe e altro materiale militare, tra cui bulldozer blindati costruiti da Caterpillar. L’incontro nello Studio Ovale tra Trump e Netanyahu si è tenuto ieri sera alle 22 e al termine della riunione hanno tenuto una conferenza stampa. I due leader hanno discusso il tema della seconda fase dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza e anche dell’accordo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita al quale Trump tiene moltissimo al pari del principe ed erede al trono del Regno delle due moschee, Mohammed bin Salman, che però pone la pregiudiziale della nascita di uno Stato palestinese. Ha inoltre avuto colloqui con l’inviato speciale Usa, Steve Witkoff, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Waltz, sul rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas. Infine, ha incontrato Elon Musk , difendendolo dalle recenti polemiche per l’apparente saluto nazista, dalle quali comunque il primo ministro israeliano lo aveva difeso. La stragrande maggioranza degli israeliani attribuisce a Trump un ruolo chiave nell’accordo di cessare il fuoco e nello scambio di ostaggi con Hamas, ritenendo inoltre che potrebbe esercitare pressioni o persino imporre sanzioni a Israele in futuro se questi non si allineerà ai suoi obiettivi politici in Medio Oriente. È quanto emerge da un sondaggio dell’Israel democracy institute, secondo cui il 74% degli ebrei e il 64% degli arabo-israeliani ritiene che l’intesa sia stata raggiunta «grazie all’intervento di Trump». Intanto in Israele il clima politico si arroventa sempre di più. Ieri il ministro israeliano degli Insediamenti, Orit Strock, ha attaccato frontalmente Netanyahu in merito al proseguo dell’accordo sul cessate il fuoco. Durante un programma di Army Radio, il ministro di estrema destra ha affermato: «Se Netanyahu decide di andare in questa direzione disastrosa allora ci assicureremo il compito che il governo non continui a esistere». Sulla fragile tregua e sull’inizio dei colloqui per la seconda fase dell’accordo tra Hamas e Israele pesa e molto la situazione in Cisgiordania. Ieri mattina due soldati israeliani sono morti dopo un attacco contro un posto di blocco vicino al villaggio di Tayasir. Hamas ha subito rivendicato: «L’attacco di questa mattina a un checkpoint delle Idf vicino al villaggio di Tayasir, a Est di Jenin, è una risposta all’escalation dell’aggressione israeliana in Cisgiordania. il nostro popolo ha diritto a difendersi. Il mancato riconoscimento delle responsabilità dell’occupazione e il silenzio internazionale incoraggiano l’occupazione a commettere una guerra di sterminio in Cisgiordania, simile a quella condotta nella Striscia di Gaza», ha aggiunto l’esponente di Hamas che ha anche confermato che l’attentatore palestinese «è morto da martire». Trump e Netanyahu hanno certamente parlato anche dell’Iran e dei progetti che la Repubblica islamica sta portando avanti sul nucleare. Secondo il New York Times, nuove informazioni di intelligence statunitensi suggeriscono che un gruppo segreto di scienziati iraniani stia studiando un metodo per sviluppare rapidamente un’arma nucleare, nel caso i mullah di Teheran decidessero di procedere in tal senso. L’Iran starebbe cercando una scorciatoia per costruire la bomba, permettendogli di convertire le proprie scorte di uranio in un’arma nel giro di mesi anziché anni, se necessario. Il documento afferma inoltre che queste informazioni sono state raccolte negli ultimi mesi dell’amministrazione Biden e condivise con la squadra di Trump che ha già minacciato come Netanyahu di intervenire militarmente se gli iraniani supereranno questa «linea rossa». Nel frattempo in Italia, alla Statale di Milano, si sono verificate proteste contro un evento organizzato dai Giovani ebrei italiani (Ugei) insieme ad altre associazioni, incentrato sulle occupazioni universitarie e l’odio verso Israele. Un gruppo di studenti pro Pal ha manifestato fuori dall’aula con slogan contro il sionismo ma la rettrice ha comunque concesso lo spazio e condannato i tentativi di censura. L’evento è proseguito grazie all’intervento della Digos.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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