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2024-12-15
Terna punta sulle interconnessioni per garantire sicurezza energetica
La guerra in Ucraina con il suo shock sui prezzi dell’energia ha dimostrato ancora una volta come sia necessario aumentare le fonti di approvvigionamento e le interconnessioni con gli altri Paesi. Una lezione ancora più vera nel periodo che stiamo vivendo, con continui sconvolgimenti geopolitici, che dall’Ucraina si sono estesi a Israele, Libano e Siria. L’obiettivo è quello di garantire maggior sicurezza, efficienza e adeguatezza al sistema, favorendo al contempo la sostenibilità degli investimenti e permettendo di ridurre le tensioni sui prezzi dell’energia. Un contesto nel quale l’Italia può risultare decisiva per tutta l’Europa, considerando la sua posizione strategica che la rende il naturale hub energetico del Mediterraneo. Non a caso, il governo ha lanciato il Piano Mattei proprio per concretizzare questa possibilità e rafforzare i legami con l’Africa.
In questo quadro Terna, il gestore della rete nazionale, nel piano industriale 2024-2028 ha previsto 16,5 miliardi di euro di investimenti, i più alti nella storia del gruppo, per consolidare il ruolo strategico dell’azienda quale abilitatore del sistema elettrico italiano e, più in generale, rafforzare l’impegno per la transizione energetica, in modo da raggiungere gli obiettivi del Green deal europeo e del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), che prevedono una riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030 di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. Nell’ultimo piano di sviluppo decennale, Terna ha previsto un investimento complessivo di circa 2 miliardi di euro per le interconnessioni. Una rete interconnessa contribuisce infatti al raggiungimento degli obiettivi posti dalla transizione energetica, consentendo una maggiore integrazione di energie rinnovabili in modo sicuro ed efficiente.
Nello specifico, sono 30 i progetti di Terna di interconnessione elettrica con l’estero in esercizio, con sette Paesi, come riportato dal Pniec: Francia (9 linee), Svizzera (12 linee), Austria (4 linee) Slovenia (2 linee), Grecia e Montenegro (una linea per Paese) e Malta (un collegamento). Come sottolineato nel Pniec, «nel corso del triennio 2021-2023 la capacità di interconnessione ha avuto un incremento di circa 1,8 Gw legato prevalentemente alla frontiera con la Francia. Per la frontiera francese si segnala, infatti, l’entrata in esercizio del primo polo dell’interconnessione Hvdc Italia-Francia a novembre 2022 e del secondo polo ad agosto 2023, che ha messo a disposizione complessivamente ulteriori 1.200 Mw di potenza di scambio tra le due frontiere. In aggiunta, a dicembre 2023 una nuova interconnessione 220 kv in corrente alternata sulla frontiera Italia-Austria è entrata in esercizio garantendo un incremento capacità di trasporto di 300 Mw. Questi potenziamenti si aggiungono alla precedente entrata in esercizio dell’interconnessione Hvdc Italia-Montenegro, avvenuta al termine 2019».
In aggiunta, sono stati pianificati da Terna ulteriori interconnessioni con Francia, Grecia e Tunisia. Di questi, il collegamento sottomarino tra Italia e Corsica Sa.Co.I.3 e l’elettrodotto tra Italia e Tunisia (Elmed) hanno già ottenuto il decreto autorizzativo definitivo del ministero dell’Ambiente. Per quanto riguarda il Sa.Co.I.3, il progetto prevede il rinnovo, l’ammodernamento e il ripotenziamento dell’attuale interconnessione elettrica sottomarina in corrente continua a 200 Kv tra la Sardegna, la Corsica e la Toscana, attiva dal 1992 e ormai giunta al termine della sua vita utile. L’intervento è strategico per mantenere gli opportuni margini di adeguatezza del sistema elettrico della Sardegna e del Paese. Il progetto, autorizzato definitivamente dal ministero dell’Ambiente a settembre 2023, consiste nella realizzazione di un cavo Hvdc (High voltage direct current) tra Sardegna, Corsica e Toscana, con una capacità di trasporto complessiva fino a 400 Mw, e di due stazioni di conversione (Voltage source converter, Vsc) in Sardegna e in Toscana. Per quanto riguarda la Toscana, l’approdo dei cavi sottomarini sarà a Salivoli, nel Comune di Piombino, mentre la stazione elettrica di conversione sorgerà in adiacenza all’esistente impianto di Suvereto. In Sardegna, invece, l’approdo dei cavi sarà a Santa Teresa di Gallura (Sassari), mentre la stazione di conversione verrà realizzata a Codrongianos accanto a quella esistente.
A buon punto anche il progetto in Grecia. A gennaio si è conclusa la fase di consultazione pubblica sul nuovo collegamento tra i due Paesi. L’opera sarà composta da due cavi sottomarini lunghi 250 chilometri con potenza fino a 1.000 Mw e due cavi terrestri in corrente continua di 50 chilometri che uniranno l’approdo di Melendugno (Lecce) a Galatina. A Galatina sorgerà, inoltre, la nuova stazione di conversione che sarà collegata alla rete di trasmissione nazionale. Il raddoppio dell’interconnessione tra la penisola italiana e la Grecia consentirà la gestione in sicurezza dell’intera zona Sud e favorirà approvvigionamenti efficienti di energia, grazie alla possibilità di abilitare nuove risorse attraverso il coupling (l’integrazione con altri mercati elettrici) del mercato elettrico e di mantenere lo scambio di energia tra i due Paesi anche in presenza di manutenzioni.
Centrale l’elettrodotto Italia-Tunisia
L’impegno di Terna, guidata dall’ad Giuseppina Di Foggia, cresce sempre più a livello internazionale, con l’ambizione di rendere l’Italia un hub per tutto il Mediterraneo. In questo senso, un progetto simbolo fra le diverse interconnessioni che Terna sta realizzando è rappresentato da Elmed, l’elettrodotto sottomarino che collegherà il nostro Paese con la Tunisia. Si tratta di un progetto strategico per l’Italia, incluso infatti nel Piano Mattei lanciato dal governo, ma anche per tutta l’Europa, tanto che è un’infrastruttura sulla quale la Commissione europea ha deciso di puntare.
Elmed sarà il primo collegamento elettrico in corrente continua tra Europa e Africa e contribuirà alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico italiano e al raggiungimento dei target fissati a livello nazionale e internazionale. L’opera è stata autorizzata per il tratto italiano dal ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin a maggio 2024. Il tratto tunisino dell’infrastruttura è stato autorizzato dal governo tunisino a luglio 2024. Per la realizzazione di Elmed Terna e Steg, la società tunisina per l’energia e il gas, hanno ricevuto 307 milioni di euro dalla Commissione europea tramite Connecting europe facility (Cef), il programma di finanziamento dell’Ue destinato allo sviluppo di progetti chiave per il potenziamento delle infrastrutture energetiche comunitarie. Per la prima volta fondi Cef sono stati assegnati a un’opera infrastrutturale di uno Stato membro e uno Stato terzo. Oltre alle risorse europee, il progetto vede il concorso della Banca mondiale e di alcune istituzioni finanziarie fra cui la Banca europea degli investimenti e Kfw, l’Istituto di credito per la ricostruzione, omologo tedesco della nostra Cassa depositi e prestiti.
L’elettrodotto si snoda tra la stazione elettrica di Partanna, in provincia di Trapani, e quella di Mlaabi, nella penisola tunisina di Capo Bon, per una lunghezza complessiva di circa 220 chilometri (la maggior parte in cavo sottomarino), con una potenza di 600 Mw e una profondità massima di circa 800 metri, raggiunti lungo il Canale di Sicilia. Il cavo sottomarino approderà, per quanto riguarda l’Italia, a Castelvetrano, sempre in provincia di Trapani.
Terna sarà impegnata in Tunisia con un’altra iniziativa, corollario del Piano Mattei, alla quale l’azienda sta lavorando insieme con le istituzioni tunisine: si tratterà di un progetto di responsabilità sociale, ovvero un laboratorio per sviluppare e sostenere le start up e l’industria energetica tunisina, focalizzato su formazione e attrazione dei talenti, attraverso la condivisione di conoscenze e best practice in ambito elettrico. Con Steg, infatti, Terna sta lavorando a una collaborazione strategica e paritaria che punta su energia e innovazione: oltre allo sviluppo infrastrutturale occorre infatti puntare sulla crescita di competenze distintive, supportando le realtà tunisine attive nel campo dell’innovazione tecnologica.
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Il gruppo, che ha già 30 collegamenti con l’estero, investirà 16,5 miliardi fino al 2028. Già autorizzato il progetto Sardegna-Corsica-Toscana. In corso l’iter per raddoppiare il cavo sottomarino con la Grecia.L'elettrodotto Elmed, che unirà Italia e Tunisia, si inserisce nel Piano Mattei: l’obiettivo è diventare l’hub del Mediterraneo. L’infrastruttura ha ricevuto fondi pure da Ue, Bei e Banca mondiale.Lo speciale contiene due articoli.La guerra in Ucraina con il suo shock sui prezzi dell’energia ha dimostrato ancora una volta come sia necessario aumentare le fonti di approvvigionamento e le interconnessioni con gli altri Paesi. Una lezione ancora più vera nel periodo che stiamo vivendo, con continui sconvolgimenti geopolitici, che dall’Ucraina si sono estesi a Israele, Libano e Siria. L’obiettivo è quello di garantire maggior sicurezza, efficienza e adeguatezza al sistema, favorendo al contempo la sostenibilità degli investimenti e permettendo di ridurre le tensioni sui prezzi dell’energia. Un contesto nel quale l’Italia può risultare decisiva per tutta l’Europa, considerando la sua posizione strategica che la rende il naturale hub energetico del Mediterraneo. Non a caso, il governo ha lanciato il Piano Mattei proprio per concretizzare questa possibilità e rafforzare i legami con l’Africa.In questo quadro Terna, il gestore della rete nazionale, nel piano industriale 2024-2028 ha previsto 16,5 miliardi di euro di investimenti, i più alti nella storia del gruppo, per consolidare il ruolo strategico dell’azienda quale abilitatore del sistema elettrico italiano e, più in generale, rafforzare l’impegno per la transizione energetica, in modo da raggiungere gli obiettivi del Green deal europeo e del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), che prevedono una riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030 di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. Nell’ultimo piano di sviluppo decennale, Terna ha previsto un investimento complessivo di circa 2 miliardi di euro per le interconnessioni. Una rete interconnessa contribuisce infatti al raggiungimento degli obiettivi posti dalla transizione energetica, consentendo una maggiore integrazione di energie rinnovabili in modo sicuro ed efficiente.Nello specifico, sono 30 i progetti di Terna di interconnessione elettrica con l’estero in esercizio, con sette Paesi, come riportato dal Pniec: Francia (9 linee), Svizzera (12 linee), Austria (4 linee) Slovenia (2 linee), Grecia e Montenegro (una linea per Paese) e Malta (un collegamento). Come sottolineato nel Pniec, «nel corso del triennio 2021-2023 la capacità di interconnessione ha avuto un incremento di circa 1,8 Gw legato prevalentemente alla frontiera con la Francia. Per la frontiera francese si segnala, infatti, l’entrata in esercizio del primo polo dell’interconnessione Hvdc Italia-Francia a novembre 2022 e del secondo polo ad agosto 2023, che ha messo a disposizione complessivamente ulteriori 1.200 Mw di potenza di scambio tra le due frontiere. In aggiunta, a dicembre 2023 una nuova interconnessione 220 kv in corrente alternata sulla frontiera Italia-Austria è entrata in esercizio garantendo un incremento capacità di trasporto di 300 Mw. Questi potenziamenti si aggiungono alla precedente entrata in esercizio dell’interconnessione Hvdc Italia-Montenegro, avvenuta al termine 2019».In aggiunta, sono stati pianificati da Terna ulteriori interconnessioni con Francia, Grecia e Tunisia. Di questi, il collegamento sottomarino tra Italia e Corsica Sa.Co.I.3 e l’elettrodotto tra Italia e Tunisia (Elmed) hanno già ottenuto il decreto autorizzativo definitivo del ministero dell’Ambiente. Per quanto riguarda il Sa.Co.I.3, il progetto prevede il rinnovo, l’ammodernamento e il ripotenziamento dell’attuale interconnessione elettrica sottomarina in corrente continua a 200 Kv tra la Sardegna, la Corsica e la Toscana, attiva dal 1992 e ormai giunta al termine della sua vita utile. L’intervento è strategico per mantenere gli opportuni margini di adeguatezza del sistema elettrico della Sardegna e del Paese. Il progetto, autorizzato definitivamente dal ministero dell’Ambiente a settembre 2023, consiste nella realizzazione di un cavo Hvdc (High voltage direct current) tra Sardegna, Corsica e Toscana, con una capacità di trasporto complessiva fino a 400 Mw, e di due stazioni di conversione (Voltage source converter, Vsc) in Sardegna e in Toscana. Per quanto riguarda la Toscana, l’approdo dei cavi sottomarini sarà a Salivoli, nel Comune di Piombino, mentre la stazione elettrica di conversione sorgerà in adiacenza all’esistente impianto di Suvereto. In Sardegna, invece, l’approdo dei cavi sarà a Santa Teresa di Gallura (Sassari), mentre la stazione di conversione verrà realizzata a Codrongianos accanto a quella esistente.A buon punto anche il progetto in Grecia. A gennaio si è conclusa la fase di consultazione pubblica sul nuovo collegamento tra i due Paesi. L’opera sarà composta da due cavi sottomarini lunghi 250 chilometri con potenza fino a 1.000 Mw e due cavi terrestri in corrente continua di 50 chilometri che uniranno l’approdo di Melendugno (Lecce) a Galatina. A Galatina sorgerà, inoltre, la nuova stazione di conversione che sarà collegata alla rete di trasmissione nazionale. Il raddoppio dell’interconnessione tra la penisola italiana e la Grecia consentirà la gestione in sicurezza dell’intera zona Sud e favorirà approvvigionamenti efficienti di energia, grazie alla possibilità di abilitare nuove risorse attraverso il coupling (l’integrazione con altri mercati elettrici) del mercato elettrico e di mantenere lo scambio di energia tra i due Paesi anche in presenza di manutenzioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/terna-interconnessioni-2670455755.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="centrale-lelettrodotto-italia-tunisia" data-post-id="2670455755" data-published-at="1734262994" data-use-pagination="False"> Centrale l’elettrodotto Italia-Tunisia L’impegno di Terna, guidata dall’ad Giuseppina Di Foggia, cresce sempre più a livello internazionale, con l’ambizione di rendere l’Italia un hub per tutto il Mediterraneo. In questo senso, un progetto simbolo fra le diverse interconnessioni che Terna sta realizzando è rappresentato da Elmed, l’elettrodotto sottomarino che collegherà il nostro Paese con la Tunisia. Si tratta di un progetto strategico per l’Italia, incluso infatti nel Piano Mattei lanciato dal governo, ma anche per tutta l’Europa, tanto che è un’infrastruttura sulla quale la Commissione europea ha deciso di puntare. Elmed sarà il primo collegamento elettrico in corrente continua tra Europa e Africa e contribuirà alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico italiano e al raggiungimento dei target fissati a livello nazionale e internazionale. L’opera è stata autorizzata per il tratto italiano dal ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin a maggio 2024. Il tratto tunisino dell’infrastruttura è stato autorizzato dal governo tunisino a luglio 2024. Per la realizzazione di Elmed Terna e Steg, la società tunisina per l’energia e il gas, hanno ricevuto 307 milioni di euro dalla Commissione europea tramite Connecting europe facility (Cef), il programma di finanziamento dell’Ue destinato allo sviluppo di progetti chiave per il potenziamento delle infrastrutture energetiche comunitarie. Per la prima volta fondi Cef sono stati assegnati a un’opera infrastrutturale di uno Stato membro e uno Stato terzo. Oltre alle risorse europee, il progetto vede il concorso della Banca mondiale e di alcune istituzioni finanziarie fra cui la Banca europea degli investimenti e Kfw, l’Istituto di credito per la ricostruzione, omologo tedesco della nostra Cassa depositi e prestiti. L’elettrodotto si snoda tra la stazione elettrica di Partanna, in provincia di Trapani, e quella di Mlaabi, nella penisola tunisina di Capo Bon, per una lunghezza complessiva di circa 220 chilometri (la maggior parte in cavo sottomarino), con una potenza di 600 Mw e una profondità massima di circa 800 metri, raggiunti lungo il Canale di Sicilia. Il cavo sottomarino approderà, per quanto riguarda l’Italia, a Castelvetrano, sempre in provincia di Trapani. Terna sarà impegnata in Tunisia con un’altra iniziativa, corollario del Piano Mattei, alla quale l’azienda sta lavorando insieme con le istituzioni tunisine: si tratterà di un progetto di responsabilità sociale, ovvero un laboratorio per sviluppare e sostenere le start up e l’industria energetica tunisina, focalizzato su formazione e attrazione dei talenti, attraverso la condivisione di conoscenze e best practice in ambito elettrico. Con Steg, infatti, Terna sta lavorando a una collaborazione strategica e paritaria che punta su energia e innovazione: oltre allo sviluppo infrastrutturale occorre infatti puntare sulla crescita di competenze distintive, supportando le realtà tunisine attive nel campo dell’innovazione tecnologica.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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