Nel riquadro, la vittima Mauro Sbetta (IStock)
Un 68enne in provincia di Trento fa entrare in casa un immigrato residente da 30 anni in zona, dove lavora come operaio. Bevono qualcosa, poi scatta la furia omicida quando non ottiene i soldi che aveva chiesto.
Gli ha aperto la porta della villetta su due piani con giardino che aveva ereditato dal padre e in cui viveva da solo in via Marconi, nella piccolissima frazione di Strigno, a Castel Ivano, località trentina che era meta ottocentesca della borghesia austriaca. Una casa defilata, l’ultima del paese, affacciata sulla provinciale. Lo ha fatto accomodare e insieme hanno bevuto qualche birra.
Le bottiglie sul tavolo avevano inizialmente creato negli investigatori una suggestione: probabilmente sulla scena del crimine c’erano più persone. E lo facevano pensare anche le condizioni in cui è stato trovato qualche giorno fa Mauro Sbetta, 68 anni, pensionato, massacrato dopo una colluttazione durante la quale ha cercato di difendersi. Per tutti, quell’uomo d’antan che anche solo per una passeggiata in centro calzava le sue Oxford e ritmava i passi con un bastone dal manico d’avorio, più per vezzo che per necessità, era «Milord», «Sir bombetta (dal cappello in stile inglese che indossava quando usciva, ndr)» o «Cavalier bombetta». Nonostante sembrasse emergere da un’altra epoca, era particolarmente attivo sul Web, dove postava le sue ricerche su Templari, massoneria e cattedrali gotiche. E anche se lo conoscevano tutti e in molti (è emerso dall’ascolto dei testimoni) passavano dalla sua abitazione anche solo per salutarlo o per chiedergli un consiglio, aveva pochissimi contatti sul suo telefono cellulare.
È stato ucciso, nella notte tra sabato e domenica, dopo una violenta aggressione e colpito alla testa probabilmente con un pesante oggetto afferrato nel soggiorno da una persona che conosceva. E che ora, secondo gli inquirenti (l’indagine è coordinata dal pm Davide Ognibene), ha un nome: Khalid Mamdouh, 41 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno, fermato dai carabinieri perché sospettato di omicidio volontario (con molta probabilità commesso nella notte tra il 10 e l’11 gennaio). Viveva in un edificio popolare a Borgo Valsugana (località in cui Sbetta, spesso, si recava per far visita alla seconda moglie del padre, ospitata in una casa di riposo), nella periferia commerciale del Comune distante cinque chilometri da Strigno, con i genitori. Era in Trentino da una trentina d’anni. E qui ha frequentato una scuola professionale in cui ha conseguito un diploma da operatore termoidraulico, certificazione che gli ha anche permesso di lavorare come operaio nel settore dell’edilizia, seppur in modo saltuario. Ma otteneva ingaggi pure da giardiniere. E, nonostante qualche risalente precedente per furto e per spaccio, era considerato integrato. Aveva amici e frequentava i bar del paese che lo aveva accolto.
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo si sono presentati a casa dei genitori, hanno appreso che non rientrava da giorni. Non si era, comunque, allontanato. Ieri mattina i militari l’hanno rintracciato in un appartamento poco distante e ammanettato (ora è in carcere a Spini di Gardolo in attesa dell’interrogatorio). Incastrato, sostiene chi indaga, dall’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, delle celle telefoniche agganciate dal suo cellulare e dei rilievi del Ris, che giovedì scorso hanno passato a setaccio l’appartamento del cavalier Sbetta. A suo carico, stando all’accusa, graverebbero circostanziati e numerosi indizi.
Il cerchio si è stretto partendo dalla scena del delitto. Dai reperti. Dalle tracce (molte) lasciate dall’aggressore. Il mosaico si compone velocemente, proprio mentre dall’attività investigativa di tipo classico (l’ascolto dei testimoni) emergono i rapporti tra la vittima e il marocchino. Che non sarebbe stato occasionale. E che spiega perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata su una cerchia ristretta di contatti. Tra i quali c’era Mamdouh. La dinamica, ancora in fase di costruzione, al momento è questa: Sbetta, che (è emerso dalle testimonianze) era una persona generosa e solita ad aiutare chi aveva qualche difficoltà, ha fatto accomodare in soggiorno il suo aggressore e si sarebbe trattenuto con lui per diverso tempo (quello necessario per consumare più di una birra, le cui bottiglie sono state trovate sul tavolo). Un tempo sufficiente perché l’atmosfera cambiasse. Durante la conversazione, ipotizzano gli investigatori, l’ospite gli avrebbe chiesto un aiuto, forse economico. E al probabile rifiuto (il movente è ancora in fase di accertamento e non è stato ufficializzato da chi indaga) sarebbe scattata l’aggressione. Che sarebbe continuata anche in altre stanze della casa, dove sono state trovate tracce di sangue e impronte insanguinate sui muri. Compreso il piano superiore: in camera da letto una porta-finestra è andata in frantumi. Sono volate delle suppellettili (alcune delle quali trovate sul pavimento). E con una di queste, al momento non ritrovata, l’assassino avrebbe colpito Sbetta ripetutamente alla testa, uccidendolo (il decesso, stando all’autopsia, sarebbe stato causato da una emorragia intracranica).
L’aggressore avrebbe, quindi, rovistato nei cassetti (il soggiorno era parzialmente a soqquadro) alla ricerca di qualcosa. Poi sarebbe uscito in fretta chiudendo la porta. A riaprirla, mercoledì notte, è stato un vicino di casa che aveva le chiavi, allertato da un cugino della vittima che non riusciva a sentirlo da domenica. Accompagnato dai carabinieri, ha varcato l’ingresso. Il colpo d’occhio ha subito restituito l’immagine di una scena del crimine. Sbetta era a terra, in una pozza di sangue. Intorno, i segni della violenza. Poco più di 48 ore dopo i carabinieri hanno imboccato una direzione precisa. Ora tocca alla giustizia.
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Giampaolo Pansa (Imagoeconomica)
La testata celebra i 50 anni dalla fondazione ma, con metodi sovietici, elimina dagli archivi il giornalista che le ha dato lustro. La colpa? Aver tradito i compagni svelando il lato oscuro della Resistenza. Persino alla sua morte fu trattato da lontano parente.
C’è stato un tempo in cui Eugenio Scalfari era un sincero ammiratore dell’Unione Sovietica, al punto da convincersi che Mosca avrebbe vinto la sfida con l’Occidente. Prima di pentirsi, come in precedenza si era pentito di aver scritto su una rivista che si chiamava Roma fascista, coltivò infatti una sincera infatuazione per il sistema russo e di questo innamoramento, a quanto pare, è rimasta traccia nel Dna di Repubblica, il giornale da lui fondato. Il quotidiano, che, come racconta in queste pagine Marcello Veneziani, è stato croce e delizia della sinistra italiana, negli anni ha acquisito i peggiori vizi sovietici, come quella puntigliosa abitudine di sbianchettare dall’album di famiglia chi è caduto in disgrazia. Ai tempi di Stalin era la regola, al punto che i comunisti accusati di essere nemici del popolo non soltanto venivano mandati nei gulag o fucilati, ma la loro immagine era rimossa dalle foto ufficiali.
I personaggi scomodi non sparivano solo nel buco nero delle prigioni del Kgb, ma pure dalle fotografie del regime. Da Lev Trotzky a Nikolaj Ivanovič Ezov, ministro dell’Interno di Baffone e organizzatore delle grandi purghe, la lista degli epurati è lunga.
Nella Repubblica Sovietica di via Cristoforo Colombo a Roma, invece, la lista è composta di un solo nome: quello di Giampaolo Pansa. Da inviato speciale a epurato speciale. Che nonostante i 14 anni trascorsi ai vertici del giornale, di cui fu a lungo vicedirettore, l’autore del Sangue dei vinti non godesse più dei favori di colleghi era noto. Alla sua morte, infatti, il giornale per cui aveva inventato alcune definizioni celebri, come «la Balena Bianca» o «le truppe mastellate», liquidò la sua scomparsa al pari di quella di un lontanissimo parente. Però questa volta la testata che rappresenta ciò che resta della sinistra italiana si è superata.
Celebrando il suo cinquantesimo anniversario, con pagine speciali all’interno dell’edizione quotidiana e con una mostra in cui sono riprodotti alcuni dei principali eventi che hanno accompagnato la sua storia, Repubblica ha semplicemente cancellato Pansa. Chi non sapesse nulla di lui, della sua presenza a Largo Fochetti (sede storica della testata), penserebbe che con Repubblica non abbia mai avuto nulla a che fare. Eppure, si imbarcò sul vascello corsaro capitanato da Scalfari nel 1977, quando oltre a non aver ancora preso il largo, la zattera rischiava di affondare per penuria di copie. Pansa veniva dal Corriere della Sera e insieme a Giorgio Bocca che arrivava dal Giorno era forse la firma più prestigiosa della ciurma ingaggiata da Barbapapà. Di certo era quella più autorevole per raccontare la politica, che scrutava ai congressi con il suo binocolo spiando anche le smorfie dei colonnelli, e per narrare il terrorismo, che aveva visto crescere sotto i propri occhi durante le assemblee studentesche e del movimento. Fu lui a coniare definizioni storiche, rimaste negli annali. Da «parolaio rosso» per Bertinotti a «coniglio mannaro» per Forlani. Con lui si confidavano tutti, da Berlinguer ad Andreotti, per finire a Romiti. Era il principe dei cronisti, famoso anche per il suo immenso archivio e per la minuzia con cui rievocava i fatti. Complessivamente, Pansa ha trascorso nel gruppo Espresso 31 anni della sua carriera, prima come vicedirettore di Repubblica, poi come condirettore del settimanale da cui era nato il quotidiano. In quell’azienda e in quelle testate ha in pratica trascorso gran parte della sua carriera e della sua vita.
Purtroppo per lui, nel 2003 volle raccontare la tragedia dei vinti, ovvero le stragi dopo la caduta del fascismo. Persone che avevano indossato la camicia nera o che non avevano avuto nulla da spartire con il regime. Ma la guerra civile non guardava in faccia a nessuno, nemmeno i minorenni, alcuni dei quali pagarono con la vita. La colpa di Giampaolo fu fare luce sul lato oscuro della Resistenza, intaccando un po’ la gloria delle bande partigiane. Avere osato narrare il sangue dei vinti gli costò un’infinità di insulti, ma soprattutto l’ostracismo dei colleghi. Pansa con il suo libro minacciava il dogma dell’antifascismo, facendo cadere dal piedistallo la Resistenza e questo, a Repubblica, il quotidiano che giorno dopo giorno ha alimentato il credo della guerra di liberazione, non è stato perdonato. Giampaolo fu costretto a emigrare, prima al Riformista poi a Libero e quindi alla Verità. Per i compagni con cui aveva condiviso le notti in redazione aveva tradito. Un voltafaccia che non gli perdonarono neppure quando morì.
Ricordo che in chiesa, al suo funerale, c’erano quattro giornalisti e uno solo di Repubblica. Non il direttore o il vicedirettore, ma nemmeno il caporedattore. Dimenticato nonostante avesse contribuito con i suoi articoli a far crescere il giornale, prima che ci pensassero i De Benedetti e gli Agnelli a farlo decrescere. Ora, con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dalla fondazione, l’opera è compiuta. Come ai bei tempi dell’Unione Sovietica, il suo nome è sbianchettato e chi visiterà la mostra o leggerà il giornale nulla saprà di lui. La damnatio memoriae così sarà completa.
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Marroccella, oltre alla provvisionale da 125.000 euro, deve sborsarne quasi 9.000 in più per coprire le spese degli avvocati dei parenti del pregiudicato siriano che si sono costituiti parte civile. La moglie del militare: «Momento difficile, grazie ai lettori della “Verità”».
Ieri si è chiusa la sottoscrizione, lanciata venerdì 9 gennaio dalla Verità. In appena nove giorni è arrivato un numero altissimo di donazioni, l’ultimo dato prima del week end indicava la strabiliante cifra di 417.000 euro, più del triplo di quanto dovrà versare come provvisionale il quarantaquattrenne vicebrigadiere Emanuele Marroccella, il carabiniere della radiomobile di Roma, originario di Napoli e residente ad Ardea, condannato il 7 gennaio a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», senza che gli siano state riconosciute le attenuanti generiche.
Il giudice Claudio Politi l’ha ritenuto colpevole per aver sparato la notte del 20 settembre 2020 al siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, mentre, durante un tentativo di furto, il pregiudicato cercava di fuggire dopo aver ferito Lorenzo Grasso, collega di Marroccella.
Nel dispositivo della sentenza, ora in cartaceo, il carabiniere viene pure interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni ed è tenuto a pagare 15.000 euro per ogni figlio della vittima, 5.000 euro per ogni fratello, a titolo di anticipo del risarcimento del danno. «Si tratta di un obiettivo minimo che abbiamo raggiunto, siamo soddisfatti», aveva dichiarato Michele Vincelli, legale di parte civile assieme all’avvocato Claudia Serafini che avrebbe voluto una condanna del carabiniere per omicidio volontario.
Oltre alla provvisionale di 125.000 euro, immediatamente esecutiva, il vicebrigadiere deve sborsare 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano. Per l’esattezza, 5.180 euro andranno all’avvocato di Zumbach Tania, Badawi Omar, Badawi Kaiser, Badawi Svetlana, Badawi Syriana, Badawi Selvana, Badawi Bakri, Badawi Dalai, Badawi Khadija, Badawi Manal, Badawi Youssef, Badawi Abduirahim»; e 3.626 al secondo legale che assiste Badawi Aber, un alto fratello del siriano.
Una beffa enorme, quasi 9.000 euro per le spese degli avvocati difensori di tutti quei parenti che si sono costituiti parte civile. E se in secondo o terzo grado il carabiniere venisse assolto, che ne sarà dei soldi subito pagati da Marroccella? «Dovrebbero essere restituiti, il problema sarà come recuperarli», commentano i suoi legali, gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo. Già, molti dei parenti vivono all’estero e risulta difficile credere che si rendano rintracciabili dopo anni e dopo aver ottenuto la provvisionale disposta dal giudice. Magistrato che ha inasprito la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, perché quella del vicebrigadiere sarebbe stata «una reazione non proporzionata», sebbene la proporzionalità vada misurata non in astratto bensì alla luce del contesto specifico.
La stessa Cassazione ha affermato che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata». Entro 90 giorni conosceremo le motivazioni della sentenza.
Ai legali, che hanno già annunciato ricorso in appello, intanto sta per arrivare una pec da parte del tribunale di Roma, nella quale secondo prassi si chiederà se l’assistito è disposto a versare bonariamente la somma dovuta. In difetto, partirebbe l’esecuzione forzata ma per fortuna, grazie alla generosità di tantissimi cittadini che hanno risposto alla sottoscrizione aperta dalla Verità, il vicebrigadiere potrà far fronte a un provvedimento di carattere esecutivo. Sulle edizioni del nostro giornale in edicola settimana prossima comunicheremo la cifra complessiva raccolta e diremo esattamente come saranno gestite le eccedenze. Anticipiamo che sarà costituito un fondo vincolato da destinare a casi simili da noi ritenuti meritevoli, sui quali informeremo al centesimo i lettori.
Ieri Ivana Marroccella, moglie del vicebrigadiere, ha voluto ringraziare ancora una volta i lettori della Verità e tutti i sottoscrittori: «Sentire tanto affetto e una così grande solidarietà sta aiutando tanto la nostra famiglia», ci ha detto. «Il momento non è facile, dovremo comunque affrontare un altro grado di giudizio però la vicinanza di molti ci sostiene. Questa generosità, enorme quanto inaspettata, fa capire che le persone perbene si sono sentite colpite dal dramma che ci è caduto addosso e hanno voluto offrire il loro aiuto. Grazie di cuore».
La signora spiega di concentrare energia e attenzione sui figli di 14 e 12 anni, che solo da una settimana hanno saputo dell’imputazione e della condanna del loro papà. All’epoca dei fatti erano troppo piccoli e tuttora è evidente la fragilità di adolescenti davanti a simili notizie. «Faccio in modo che la loro vita prosegua il più normale possibile, certo non è facile essere sereni».
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La redazione de La Repubblica nel 1976. Nel riquadro l'unico titolo di Giampaolo Pansa alla mostra dei 50 anni del quotidiano (Ansa)
Anche lui, alla fine, è stato vinto dai partigiani dell’informazione. Nel percorso espositivo nemmeno una foto dei suoi trascorsi.
Giampaolo Pansa è morto e a Repubblica nessuno lo ricorderà. Alla mostra dedicata ai 50 anni del quotidiano romano neanche una foto, neanche un ritaglio, neanche una riga dedicata a uno degli uomini più importanti della storia di Repubblica. Anni di prime pagine, anni di lavoro per il quotidiano fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari.
Pansa si unì alla redazione nel 1977, dagli inizi quindi. Se non si può definire un fondatore, poco ci manca. Ne è stato vicedirettore dal 1978 al 1991. Eppure di lui nessuna traccia, se non per caso in una piccola immagine all’interno di un wall dove sono state stampate alcune prime degli anni Settanta. È la prima pagina dedicata all’elezione di Sandro Pertini al Quirinale. Non si poteva non mettere evidentemente, e proprio lì, di taglio centrale, Pansa firma un pezzo: «Craxi disse alla Dc: “O votate, o casca il governo”».
Eppure di spazio ce ne sarebbe stato. L’esposizione, infatti, è stata allestita in uno dei grandi open space all’interno dell’ex mattatoio di Roma. Zona Testaccio. Si evolve lungo un corridoio ai cui lati si ritagliano degli spazi. Da un lato il percorso di Repubblica, dalla fondazione a oggi; dall’altro le riviste e le pagine che la arricchiscono negli anni. Moltissimi i pannelli di ritagli. Anche lì il nome di Pansa non spunta mai.
La mostra è arricchita anche di numerose fotografie, immagini storiche, dalla fondazione alle prime riunioni di redazione e così via. Pansa sembra non essere mai esistito. Ampio spazio viene dedicato poi ai vignettisti: Forattini su tutti, ma anche Bevilacqua.
Le firme e i direttori che godono di maggior spazio sono, oltre naturalmente al fondatore Scalfari, quelle di Corrado Augias, Ezio Mauro, Massimo Giannini, Francesco Merlo, Paolo Garimberti, Mario Orfeo, Simonetta Fiori, Maurizio Molinari, Michele Serra, Natalia Aspesi, Carlo Verdelli, Walter Veltroni, Emanuela Audisio, Concita De Gregorio.
Nella mostra, costruita per blocchi temporali, la storia di Repubblica scorre di fronte al visitatore attraverso un percorso multimediale in cui rivivono i primi 50 anni della testata fondata da Eugenio Scalfari che ne fu storico direttore, con fotografie, vignette d’autore, video interviste e prime pagine, con un’attenzione particolare anche alle trasformazioni del linguaggio giornalistico e della comunicazione: dalla carta al digitale, dall’edicola ai social.
All’interno è prevista un’area incontri dove, ogni sabato pomeriggio, si potrà ascoltare il racconto dei giornalisti e degli autori del giornale, anche qui nessun appuntamento prevede di ricordare Pansa.
Oggi alle 17 ci sarà anche una festa aperta al pubblico all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Chissà se qui si spenderanno due parole per ricordare anche il nostro collega. Siamo entrati alla mostra con un Qr code che fornisce il sito del quotidiano gratuitamente, ma nulla è gratis nel mondo di Repubblica, tutto ha un prezzo, per quello della libertà si paga l’oblio.
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