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2026-01-05
Eutanasia se hai l’anca rotta. La deriva canadese dimostra i rischi della legalizzazione
- Da noi si torna a parlare di una legge sulla morte assistita. A Ottawa, dove c’è dal 2016, ormai è la causa del 5% dei decessi. E viene proposta anche a chi è sulla sedia a rotelle.
- L’attivista Alex Schadenberg: «Molte persone non autosufficienti hanno paura a presentarsi in ospedale, perché il suicidio viene loro presentato come un’opzione. Nel 2027 toccherà ai malati mentali e ai “minorenni maturi”».
- Dal 2002 ad oggi nei Paesi Bassi la pratica è aumentata di oltre il 430%. E dal 2005 vengono coinvolti i bambini. A Bruxelles invece l’incremento è stato del 1.000%.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è - ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 - cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire - e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» - overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge - anche nelle circostanze più gravi - perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
«Dissero che era per i casi terminali. Adesso fanno pressione sui disabili»
Si possono esaminare dati, studi scientifici e report, anzi è doveroso farlo per mettere a fuoco il fenomeno nel suo insieme; ma se si vuole scavare più in profondità, non c’è modo migliore per capire davvero la piaga della morte assistita in Canada se non, va da sé, parlarne con un canadese. Possibilmente con qualcuno che anche segua e monitori la questione con costanza. Proprio per questo, La Verità ha contattato Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.
Schadenberg, come descrive la realtà del suicidio assistito in Canada?
«L’eutanasia è stata legalizzata in Canada nel 2016 con la promessa di essere strettamente controllata e limitata alle persone malate terminali e sofferenti. Fin dall’inizio, la norma è stata però poco circoscritta e ha iniziato a espandersi immediatamente; il che significa che la morte assistita veniva data a persone con una condizione terminale ma che non sarebbero morte a breve. La legge è stata poi ampliata nel 2021 includendo persone che non sono malate terminali, ma piuttosto affette da una “condizione medica grave e irreparabile” non definita, e l’estensione del 2021 ha incluso anche l’eutanasia per le sole malattie mentali, la cui attuazione è stata ora posticipata a marzo 2027».
Tutto questo, a livello pratico, che cosa sta comportando?
«Nel 2025 si sono contati decessi per eutanasia di persone con disabilità che vivevano in condizioni di senzatetto, povertà o difficoltà a ottenere cure mediche. Alcuni dei medici canadesi ora sono specializzati nell’eutanasia, il che significa che sono coinvolti in molti decessi e tendono a somministrare la morte in modo più diffuso».
Quali sono le prossime frontiere?
«Le prossime frontiere della legge canadese sull’eutanasia, come già dicevo poc’anzi, sono l’implementazione dell’eutanasia solo per malattie mentali - prevista per marzo 2027 -, l’estensione della legge alle richieste anticipate di eutanasia, il che significa che i medici potranno sopprimere una persona incapace che aveva precedentemente richiesto la morte mentre era ancora in grado di intendere e di volere, e ai bambini definiti “minori maturi”».
Il dilagare della morte assistita nel Paese che conseguenze sta avendo verso malati e disabili?
«Il punto è che le persone con disabilità, da marzo 2021, hanno diritto all’eutanasia in base a una “condizione medica grave e irreparabile”, non definita dalla legge. Ci sono ormai molte storie di persone con disabilità esortate a chiedere l’eutanasia, tra cui Roger Foley e Heather Hancock, solo per fare due nomi. Poiché molte persone con disabilità vivono in povertà o hanno difficoltà a trovare un alloggio a prezzi accessibili, spesso si sentono già svalutate. Se a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria canadese - con le persone con disabilità che hanno grandi difficoltà a ricevere le cure di cui hanno bisogno - si comprende come l’eutanasia legalizzata stia minacciando la loro vita».
In Canada le persone si rendono conto degli amari frutti della mentalità eutanasica?
«Notiamo che alcuni gruppi riconoscono i cambiamenti avvenuti in Canada dopo la legalizzazione dell’eutanasia. C’è per esempio un gruppo di veterani di guerra che ha reagito pubblicamente quando, al posto delle terapie di cui aveva bisogno, si è sentito offrire la morte assistita. Non solo. Ci sono persone con disabilità che hanno paura di andare in ospedale. Durante un’audizione della Commissione Finanze del parlamento canadese, Krista Carr, ceo di Inclusion Canada, una federazione nazionale di persone con disabilità, ha dichiarato testualmente: “Le persone con disabilità hanno oggi molta paura, in molte circostanze, a presentarsi al sistema sanitario con problemi ricorrenti, perché spesso la morte assistita viene loro proposta come soluzione a quella che è considerata una sofferenza intollerabile, causata da problemi come la povertà e le situazioni in cui le persone con disabilità si ritrovano in modo sproporzionato rispetto agli altri canadesi”».
In tutto questo, che ruolo giocano i mass media?
«I principali media, per la maggior parte, sostengono pienamente l’eutanasia, nonostante siano stati scritti molti articoli che ne mettono in discussione le modalità di attuazione. È molto difficile che il nostro punto di vista, in Canada, trovi spazio sui media tradizionali».
In Italia il Parlamento sta discutendo, a seguito di diverse sentenze della Corte Costituzionale, di introdurre una legge sul suicidio assistito. Che cosa direbbe ai parlamentari italiani?
«Il mio messaggio all’Italia è di non legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito. Quasi tutti gli ordinamenti che hanno legalizzato la morte assistita, anche se lo hanno fatto con “buone intenzioni”, hanno successivamente ampliato la legge. Le leggi vengono ampliate dalla pratica, il che significa che un medico esegue l’atto in un caso controverso e, quando non succede nulla, altri seguono l’esempio. Si comportano anche come se fossero costretti ad ampliare la legge sulla base di discriminazioni. Una volta legali, si sostiene che le “restrizioni” siano in realtà discriminatorie perché negano pari opportunità di accesso alla legge. Anche esaminando le leggi americane sul suicidio assistito, vediamo questo fenomeno».
Troppi abusi pure in Olanda e Belgio
Guardando l’inchiesta proposta su queste pagine, uno potrebbe farsi l’idea che eccessi ed abusi legati all’eutanasia legale siano una grana canadese. Ebbene, non è così dato che scenari non diversissimi avvengono anche in Europa, come dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi e quella del Belgio. Iniziamo coi Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare la pratica eutanasica.
La prima cosa che balza all’occhio è una costante impennata del numero dei casi di «dolce morte». Se infatti in Olanda nel 2002 si registrarono 1.882 di questi decessi, nel 2024 essi erano lievitati a quasi a poco meno di 10.000 (9.958) - con una crescita di circa il 430%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto già appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Non è finita.
Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto ad essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, che finisce per colpire anche i soggetti più deboli: i bambini. Lo prova l’avvenuta approvazione, nel giugno 2005 da parte dei Pediatri dei Paesi Bassi, del Protocollo di Groningen, che sono delle linee guida per l’eutanasia infantile. Cosa che, da quelle parti, era comunque già realtà anche prima. Diversamente Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, non avrebbe potuto ammettere, come ha fatto sulle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005, che su 1.000 bambini che già allora morivano nel loro primo anno di vita, 600 - quindi il 60%, vale a dire ben oltre la metà - smettevano di vivere in conseguenza di una decisione eutanasica.
La situazione non è più rosea in Belgio, dove la «dolce morte» è stata legalizzata dal Parlamento nel 2003, crescendo poi esponenzialmente. Basti dire che nel 2024 si sono verificati quasi 4.000 casi (3.991), facendo segnare un’impennata del 16% rispetto all’anno precedente; impennata che, se invece si considera l’arco temporale dal 2003 al 2019, risulta superiore al 1.000%. Il risultato è che l’idea che esistano vite «indegne di essere vissute», anche in Belgio, è arrivata fino ai bambini. Ha fotografato bene questa sconvolgente realtà un articolo di cui quasi nessuno in Italia ha dato notizia, uscito sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition – e commentato sul sito dell’European Institute of Bioethics – intitolato End-of-life decisions in neonates and infants.
Secondo quella pubblicazione, solo tra settembre 2016 e dicembre 2017, le decisioni sul fine vita avevano interessato 24 bambini di età compresa tra 0 e 1 anno di vita. 24 bambini vuol dire che il 10% dei piccoli morti entro il loro primo anno di vita, nelle Fiandre, è venuto a mancare sulla base di una decisione precedente, sfociata in un trattamento attivo come un’iniezione letale. Tale percentuale, oltre ad essere elevata, certifica un aumento dato che in rilevazioni effettuate tra il 1999 e il 2000, essa risultava essere del 7%. L’eutanasia infantile, di cui si è già detto parlando dell’Olanda, si è dunque radicata pure in Belgio. E tutto lascia immaginare che, se l’Italia nel 2026 aprisse alla morte assistita, l’eutanasia infantile – anche se non subito, il tempo che l’opinione pubblica possa gradualmente abituarsi a considerare l’idea – verrebbe proposta anche da noi. Vogliamo davvero arrivare a questo?
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Lo speciale contiene tre articoli.
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
Arsenali e clandestini. L’Italia è usata come base logistica
L’Italia non è più soltanto un territorio di passaggio per la criminalità straniera. Negli ultimi anni è diventata una retrovia operativa stabile per una nuova generazione di gruppi criminali turchi, strutture fluide e violente che agiscono su scala europea e che utilizzano il nostro Paese come base logistica, finanziaria e di copertura. Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.
Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.
Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.
La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».
A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema.
«I killer offrono i loro servizi su Telegram»
Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.
Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?
«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».
Quali sono le piattaforme preferite ?
«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».
Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?
«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».
È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?
«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».
Quali altri servizi pubblicizzano?
«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».
Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?
«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
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L'economista Gabriele Guzzi. Nel riquadro il suo libro «Eurosuicidio»
L’economista Gabriele Guzzi: «Il declino subito dall’Italia dopo Maastricht non ha eguali nella storia. Un suicidio che va ben oltre l’analisi politica».
Economista con uno sguardo filosofico e umanistico (si è dottorato con una tesi sul rapporto tra Heidegger e Marx nella genealogia metafisica della teoria del valore e ha pubblicato una silloge poetica di successo), Gabriele Guzzi è stato anche consulente economico a Palazzo Chigi. Di recente con Fazi ha pubblicato Eurosuicidio. Come l’Unione europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, un libro che documenta e riapre un dibattito serio sulla crisi dell’Ue.
Nell’ultimo decennio di critiche all’euro ne sono state mosse tante, penso per esempio al premio Nobel Joseph Stiglitz. In Italia il principale precursore è stato Alberto Bagnai, poi approdato tra le file della Lega. Che debito ha nei confronti di questi autori?
«Il mio libro parte proprio dal fatto che esiste uno iato abissale tra le conclusioni cui è giunta la teoria economica più importante a livello internazionale e il dibattito pubblico egemone. Vuole essere una sintesi nuova di tanti contributi a me precedenti, almeno dal 1970, con l’aggiunta di tre elementi: una nuova ricostruzione storica sul fallimento strutturale dell’Ue, una riflessione filosofico-politica - altrove carente o del tutto assente - e un aggiornamento rispetto alla crisi delle istituzioni europee degli ultimi anni, dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha reso impossibili da negare tutti i difetti originari dell’Ue».
Ciononostante, in Italia è ancora un tabù mettere in discussione l’euro. Si ripete che siamo stati noi a non saperne sfruttare i vantaggi…
«Il declino economico che ha vissuto l’Italia all’interno dell’Unione europea non ha paragoni nella storia del capitalismo moderno. Una nazione che cresceva a tassi molto elevati, con industrie in settori ad alta tecnologia, inserita nelle catene globali del valore… Un’economia capitalistica avanzata che interrompe quasi improvvisamente il suo percorso di crescita non ha eguali nel capitalismo moderno. E questo declino è cominciato esattamente con il processo di integrazione monetaria. Vuol dire che è tutta colpa dell’euro? No, ma l’euro si è andato a sommare a difetti già presenti che, però, non ci impedivano di crescere più della Germania, della Francia, del Regno Unito e persino degli Stati Uniti in alcuni anni».
Che cosa è successo?
«Che le principali fonti di domanda aggregata sono state bloccate dall’adesione al progetto europeo. Abbiamo fatto austerità più di tutti, privatizzato più di tutti, precarizzato il lavoro più di tutti. E perdere le leve di politica monetaria, per un’economia che aveva vissuto prima alti tassi di inflazione, ha prodotto un peggioramento della competitività internazionale. Che poi, come noto, è stata recuperata attraverso un processo di deflazione salariale. L’Italia è cresciuta così poco perché è stata la più brava della classe, perché è stata la più europeista di tutte, perché ha seguito le indicazioni di policy in praticamente tutti gli ambiti della vita collettiva, dall’industria alla sanità, al lavoro, alle politiche fiscali. E ora dovremmo essere ancora più preoccupati, perché l’Ue sta ampliando i poteri non solo sulla moneta ma anche sull’esercito, facendo persino più danni».
Eppure la maggior parte della classe dirigente invoca «più Europa».
«Qui tocchiamo la questione filosofico-politica e spirituale che esplicito nel libro: a mio avviso si deve parlare di una teologia politica dell’euro. Non bastano le ragioni economiche, il conflitto di classe e la postura geopolitica, tutti elementi reali, a spiegare questa adesione acritica e dogmatica delle élite italiane al processo di integrazione. L’Ue è stato un grande strumento di accentramento di ricchezza; è stato un modo per esplicitare la nostra adesione al consesso occidentale, perché l’Italia era stata fino agli anni Ottanta un Paese troppo importante ma anche troppo imprevedibile; ha introdotto un vincolo esterno, come esplicitato dai Guido Carli, i Mario Draghi e i Ciampi, per modificare surrettiziamente la Costituzione; ma è stato anche un sostituto religioso-politico di una classe dirigente in crisi di identità. D’altronde i due partiti che avevano guidato dialetticamente la Prima Repubblica, Pci e Dc, affrontavano una crisi definitiva proprio negli anni in cui l’integrazione accelerò. Quelle tradizioni avevano sempre avuto un riferimento spirituale, rivoluzionario, chiamiamolo escatologico-messianico: entrati in crisi i loro riferimenti, hanno preso l’euro e l’Ue come un feticcio per ridarsi una legittimità interna senza affrontare i problemi. Ecco perché l’Unione europea è così un indicibile in Italia rispetto ad altri Paesi: perché noi non ci siamo avvicinati con razionalità e realismo, ma con il dogmatismo e l’entusiasmo dei neoconvertiti».
Un altro grande leitmotiv dell’apologetica europeista è che i salari non sono cresciuti perché si è arenata la produttività. Recentemente, però, perfino Francesco Giavazzi ha ammesso che la svalutazione del lavoro spinge gli imprenditori a investire meno in tecnologia e puntare più su produzioni ad alta intensità di lavoro.
«La teoria economica post-keynesiana insegna che la domanda aggregata incide sulla crescita non solo nel breve ma anche nel lungo periodo, quindi anche sulle dinamiche di produttività. Ci si arriva con il buon senso: l’ampiezza della domanda rappresenta sostanzialmente un incentivo a investire. Quindi il blocco della domanda può avere causato o concausato la conversione strutturale dell’economia italiana dai settori ad alto investimento tecnologico a quelli che richiedono pochi investimenti ma hanno bassissima produttività. Poi non dimentichiamoci che l’integrazione europea ha richiesto la privatizzazione dell’Iri, che più di tutti faceva ricerca e sviluppo. Siamo nell’epoca delle “conversioni senza pentimento”: i membri dell’establishment incominciano ad affermare cose di buonsenso, senza però dirci come mai nei 30 anni precedenti hanno pensato, dichiarato e fatto l’esatto opposto. È un bene che la verità si riveli, ma non bisogna dimenticare. Ecco, il mio libro vorrebbe contribuire a mettere in ordine i fatti, poi ognuno la può pensare come vuole».
Nel tempo l’Ue è diventata un problema anche per il mondo?
«L’Unione europea è un grossissimo problema innanzitutto per sé stessa. L’Eurosuicidio, per 30 anni un fenomeno principalmente italiano, ora si sta diffondendo anche ad altri grandi Paesi: la Francia sta affrontando un bivio di natura costituzionale, come noi nel 1992, tra il vincolo interno e il vincolo esterno, tra la repubblica e Maastricht; la Germania sta pagando 30 anni di impostazione neomercantilista e ordoliberale su cui ha sì guadagnato, grazie all’euro, ma costringendo la propria economia a una carenza di investimenti per rimanere competitiva. Per dieci anni ha venduto le merci ai Paesi del Sud Europa, e per i successivi 15 alla Cina e agli Stati Uniti. Gli Usa a un certo punto si sono stufati di essere i loro compratori di ultima istanza e la Cina ha investito molto e ora le macchine se le produce in casa. Quindi anche la Germania, che aveva tratto vantaggio dall’euro, ora sta pagando dazio per la propria cecità».
A proposito di oblio della storia, gli ultimi due riarmi tedeschi hanno portato ad altrettante guerre mondiali. È evidente che l’obiettivo ora sia invertire la crisi dell’industria teutonica, resa possibile anche dall’euro. Qui la lettura filosofico spirituale si trasforma in angoscia...
«Forse occorre introdurre anche qualche elemento psichiatrico, perché questa vocazione suicidaria, dall’industria alla guerra in Ucraina, si spiega solo se noi assumiamo la categoria di un cambio di epoca, di un disfacimento delle ideologie che hanno fondato l’Unione. È un tempo di passaggio, quindi molto pericoloso, ma potenzialmente anche fecondo e positivo. La fine di questa grande fase neoliberale combacia nel nostro continente con la fine dell’Ue».
Quanto durerà l’agonia?
«Giorgio Ruffolo diceva che il capitalismo ha i secoli contati, io invece credo che l’Unione europea non arrivi all’ambito dei secoli. Allo stesso tempo, però, queste classi dirigenti faranno di tutto per negare ulteriormente la realtà e protrarre il più possibile la fine, che coincide con la loro».
Che dovrebbe fare l’Italia, attendere o agire per prima?
«Io credo che in Italia oggi manchino i presupposti per una vera azione politica: per una disfunzione istituzionale la politica democratica non è in grado di esercitare pienamente i suoi mandati. Questo è un punto che a mio avviso qualunque governo e qualunque Parlamento, di destra o di sinistra, devono urgentemente affrontare. Altrimenti non penso sia possibile affrontare la fine dell’Ue. Allo stesso tempo, bisogna considerare quanto accade negli altri Paesi: certamente la Francia ma ancora di più la Germania avranno nei prossimi anni molti elementi di divergenza forti con l’Ue, dal riarmo alla conflittualità con la Russia. La postura italiana della “vigile attesa” ha una sua plausibilità, ma neanche può essere una giustificazione. Bisogna comunque prepararsi a un mondo che è cambiato e allo scenario, sempre più probabile, della dissoluzione dell’Ue».
Tra le righe di questo discorso c’è il Quirinale?
«È ovvio che negli ultimi 15 anni il Quirinale, cui già la nostra Costituzione affida poteri importanti, ha assunto un peso politico crescente. Più che l’elezione del prossimo presidente, credo sia fondamentale un riordino istituzionale nel rapporto tra Quirinale, governo e Parlamento: una priorità per chi vuole porre la sovranità democratica al centro della sua agenda».
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