Ursula von der Leyen (Ansa)
Quel valore nacque per meri scopi comunicativi: l’esecutivo pensi a famiglie e imprese.
Ha senso impiccarsi per delle regole che non hanno alcun fondamento? Per quanto riformato più volte, il «mito del 3 per cento» resiste ed è divenuto un dogma dell’euro fanatismo. Vale la pensa ricordare che lo stesso «inventore» del parametro lo ammise senza troppi giri di parole: non ha alcun valore matematico. L’economista si chiama Guy Abeille ed era in forza al ministero francese delle Finanze del governo Mitterand.
In una intervista del 2012 a Le Parisien, Abeille affermò di aver inventato il limite del 3 per cento al rapporto deficit/Pil «senza un’analisi teorica. Mitterrand aveva bisogno di una regola facile da opporre ai ministri che si presentavano nel suo ufficio a chiedere denaro […]. Avevamo bisogno di qualcosa di semplice». Quella regola nata per la Francia fu poi adottata sic et simpliciter anche per Maastricht, diventando così un totem «intoccabile». Come se ciò non bastasse, sempre per volere francese, ci siamo impiccati con una riforma che a medio termine è persino peggiorativa della formulazione precedente.
Gabriele Guzzi, studioso serio e appassionato, ha scritto un libro che dati alla mano verbalizza il fallimento delle politiche europeiste tanto da parlare di «Eurosuicidio», nel momento in cui il vincolo esterno europeo ha sottratto alle istituzioni democraticamente elette le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio. Insomma, l’Europa è la causa delle crisi che stiamo vivendo.
Ecco perché tocca alla politica avere il coraggio di rompere l’incantesimo malefico. La politica non può limitarsi a fare i conti solo con i mercati, seppur titolari di un pezzo del nostro debito pubblico, ma deve fare i conti con le famiglie, le imprese che vivono nell’economia reale, coi lavoratori… Insomma deve preoccuparsi del popolo sovrano, di quel popolo che ha iniziato a capire che il conto delle crisi è quantomeno ingiusto e asimmetrico perché premia banchieri e gente d’affari e penalizza le persone.
Negli anni del Covid la gente è rimasta quasi bloccata per paura e si è bevuta ciò che era nascosto nei giochi anche sporchi di Bruxelles: le spese spropositate per i vaccini che celavano intrallazzi con Pfizer (ci sono fior di processi e persino sentenze avverse alla signora Von der Leyen, che però continuano a essere silenziate: per chi volesse c’è un bel libro - boicottato - che si intitola Ursula Gates scritto da Frédéric Baldan, un lobbista che vuota il sacco anche su Big Pharma); o i vari piani di rilancio ben confezionati con nomi dalle belle intenzioni ma infettate dal trucco mefistofelico di impigliare sempre più i governi alle regole Ue. Ripeto, il grosso della gente si era bevuto tutto questo: «Andrà tutto bene», scriveva sui balconi.
Oggi, quella manipolazione non c’è più e il realismo indotto dalle guerre emerge nelle rivendicazioni: se avete i soldi per le armi, allora li tirate fuori anche per noi. Ecco cos’è cambiato da allora: la gente stavolta sa e vede che si stornano voci di spesa per produrre e piazzare armi di ogni risma; la gente vede e legge di bilanci floridi per le imprese del settore militare. E poi c’è tutto il mondo dell’hi-tech, di quella intelligenza artificiale per cui ci si svena: oggi serve - dicono - ai fini della difesa, domani per… mettere gli umani fuori dai processi produttivi. E allora? Allora perché l’Europa dovrebbe allargare generosamente i cordoni della borsa per finanziare armi, droni e Ia, e non essere altrettanto generosa per consentire ai governi di incentivare e aiutare le famiglie, le imprese che non brigano con le guerre?
Oggi c’è un grande problema dell’energia (che l’Ia assorbe in quantità inimmaginabili) e domani ce ne saranno altri legati ai rincari scatenati sempre dalle guerre, come denuncia il comparto agricolo: se la Ue si svena per la guerra, lo può fare perché non è eletta da nessuno! Ma i governi no! E allora, perché mai il governo italiano dovrebbe impiccarsi nel rispettare una regola che non ha valore matematico e men che meno ne ha uno politico? La sinistra ha deciso di votarsi ai santi europei da sempre, e attraverso le regole di Bruxelles ci ha propinato i peggiori scenari; ma il centrodestra (che tra l’altro già con Berlusconi e Bossi aveva capito come sarebbero andate le cose) non deve cadere nell’ipnosi contabile, deve far valere la forza dell’interesse nazionale rispetto all’interesse Ue, che poi coincide con la convenienza dei mercati.
La Meloni abbia il coraggio di andare avanti nel rompere la liturgia del 3 per cento; non abbia paura. Vada in deficit per salvaguardare le famiglie, gli imprenditori, i lavoratori. Guardi al tessuto sociale e non agli operatori dei mercati finanziari. Nessun elettore rinfaccerà mai a lei e al governo di essersi occupati di lui; lasci pure la sinistra starnazzare come suo solito a difesa del bidone Ue. Dai migranti alle regole di bilancio, questa maggioranza prese i voti per tutelare gli italiani.
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2026-04-05
Addio a Vittorio Messori. Il cronista fissato con la sola notizia in grado di cambiare tutto il mondo
Vittorio Messori, nato a Sassuolo, è stato tra i principali autori cattolici (Imagoeconomica)
Giornalista e intellettuale cresciuto tra pensatori laici, nel best seller «Ipotesi su Gesù» raccontò l’adesione al cattolicesimo grazie ai Vangeli. Ha fatto tornare Cristo, da motivo di imbarazzo, un fatto imprescindibile.
Si è spento nel cuore del mistero che ha indagato per tutta la vita. Alle ore 21.45 di un Venerdì Santo denso di significato, il cuore di Vittorio Messori ha cessato di battere nella sua casa di Desenzano sul Garda. Aveva 84 anni e, come un ultimo capitolo scritto dalla Provvidenza, la sua dipartita sembra quasi voler ricalcare quell’unisono spirituale che lo legava alla moglie, la giornalista e scrittrice Rosanna Brichetti, scomparsa nel Sabato Santo del 2022.
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Gli scali di Bologna, Milano-Linate, Treviso e Venezia fino al 9 aprile soggetti a restrizioni di rifornimento. Ryanair: «Criticità da maggio se la guerra continua». Lufthansa: «Aumenti del cherosene oltre il 100%».
La stagione estiva 2026 somiglia sempre più a quella 2020, durante il Covid. Le restrizioni in atto sui carburanti e i voli fanno pensare a quelle terribili del lockdown. In quattro aeroporti italiani viene segnalata una «disponibilità ridotta» o «limitata» di carburante per gli aerei almeno fino al 9 aprile, come segnale di una gestione «controllata» dei volumi da parte di uno dei principali fornitori, la «Air Bp Italia», alla luce della guerra in Medio Oriente.
Per i voli di Pasqua e dei giorni successivi non ci sono problemi. Ma con l’ultima nave cisterna carica di cherosene, partita dal Golfo Persico e in arrivo in Europa il 9 aprile, la situazione, a livello europeo, potrebbe degenerare.
È quello che emerge dai «Notam», i bollettini aeronautici relativi agli aeroporti di Milano-Linate, Venezia, Treviso e Bologna. Negli avvisi relativi agli scali di Bologna e Venezia, si precisa che «la priorità sarà data ai voli di ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore». Nei restanti collegamenti in partenza dai quattro scali, l’erogazione del carburante procederà in forma contingentata. All’aeroporto dell’Umbria, invece, ci sono scorte di carburanti per un mese. «Nessun problema previsto al momento», assicura il direttore. L’Ue importa la metà del carburante che consuma dal Medio Oriente. Oltre ai Paesi del Golfo, i maggiori produttori mondiali di cherosene sono l’India e la Cina ma, a fronte della crisi, stanno riservando le scorte per il proprio mercato interno. C’è aria di austerità. Il primo Paese europeo ad aver introdotto restrizioni ai consumi è la Slovenia. In Egitto è stato imposto un consumo minore di energia elettrica. In Corea del Sud l’uso dell’auto è stato limitato per i dipendenti pubblici. Le Filippine hanno accorciato la settimana lavorativa (a quattro giorni) per i dipendenti pubblici. In Myanmar, sono in vigore le targhe alterne per i privati. In teoria, l’Italia potrebbe non essere toccata dal problema perché ha le raffinerie, però inevitabilmente sconterà le ricadute della guerra.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha azzerato le partenze dei carichi di cherosene dal Golfo. Il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, in un’intervista al Financial Times di qualche giorno fa, aveva già messo in guarda: «Dobbiamo prepararci a una crisi energetica di lunga durata. Stiamo valutando tutte le possibilità per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio. Per il carburante di aerei o diesel le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane».
Il prezzo del carburante per gli aerei è più che raddoppiato dall’inizio del conflitto, ma il rialzo non si riflette ancora nei prezzi dei voli perché le compagnie aeree tendono ad acquistare il cherosene con largo anticipo, proprio per proteggersi dalle fluttuazioni. Ryanair sostiene che le forniture ci saranno fino a metà-fine maggio. «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione», dicono dalla compagnia low cost irlandese. «Se la guerra in Iran dovesse concludersi presto, l’approvvigionamento non verrà interrotto. Se, invece, la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino a maggio o giugno, non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei». Tuttavia, avvertono: «Prevediamo che tutte le compagnie aeree trasferiranno questi costi sotto forma di tariffe aeree più alte dopo Pasqua e nel corso dell’estate».
Lufthansa si associa all’allarme e avvisa di possibili colli di bottiglia nella disponibilità di carburante. La compagnia tedesca ha preparato un piano d’emergenza che prevede di tenere fermo il 30-40% della sua flotta. «La questione della disponibilità di carburante per l’aviazione è già problematica in alcuni aeroporti asiatici», afferma la consigliera di Lufthansa, Grazia Vittadini, in un’intervista a Die Welt. «Più a lungo lo Stretto di Hormuz rimarrà bloccato, più critica potrà diventare la sicurezza dell’approvvigionamento di cherosene. Cherosene aumentato di oltre il 100%. Per le nostre compagnie aeree, l’aumento del prezzo del petrolio sarà, in parte, attenuato da un tasso di copertura dell’80% del fabbisogno di carburante nell’anno in corso. Ma naturalmente l’aumento dei prezzi del cherosene sta interessando anche noi». Air France-KLM ha già introdotto un supplemento di 50 euro per ogni biglietto.
Il gruppo Save, la società che gestisce Venezia, Treviso e Verona, in una nota cerca di ridimensionare il problema dicendo che «le limitazioni di carburante non sono significative. Il problema è relativo a un solo fornitore e negli scali del gruppo ne sono presenti altri che riforniscono la gran parte dei vettori. Comunque, nessuna limitazione è posta per i voli intercontinentali e per l’area Schengen ed è garantita l’operatività senza alcun allarmismo».
Anche il presidente dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, Pierluigi Di Palma, è ottimista: «Le difficoltà sono legate al periodo pasquale di traffico intenso e non al blocco di Hormuz».
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Ansa
Il presidente del Consiglio, senza velo, incontra i leader di Arabia, Qatar ed Emirati: «Qui per difendere i nostri interessi». Priorità alla libertà di navigazione nello Stretto.
Tre tappe in due giorni. Si è conclusa ieri sera la missione nei Paesi del Golfo del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni . «Non è stata una visita simbolica», ha spiegato in serata con un video, «era importante essere presente nei luoghi dove si decide il nostro futuro e la nostra sicurezza economica». È la prima volta per un leader europeo e il premier lo sottolinea.
«Sono qui per difendere gli interessi dell’Italia. Se la produzione e il transito nel Golfo si fermano, la situazione peggiora per tutti. E ne risente il potere d’acquisto delle famiglie». In cima alle preoccupazioni del capo del governo c’è lo Stretto di Hormuz. «Per me la politica estera non è una materia lontana, ma il modo più concreto per difendere l’Italia e il futuro della nazione».
Meloni, al contrario di quanto fatto dall’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, e dall’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha inteso presentarsi ai capi di stato dei Paesi del Golfo senza indossare il velo, rivendicando senza timore le sue radici occidentali. Con questo punto di forza ha incontrato il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman. Con lui ha discusso dell’assistenza militare difensiva fornita dall’Italia nelle zone di conflitto confrontandosi sulle prospettive e sugli sforzi in corso per una soluzione diplomatica e, più ampiamente, su come promuovere un quadro regionale che possa uscire dall’attuale ciclo di conflittualità. Il focus per Meloni resta quello degli approvvigionamenti energetici. L’obiettivo è ridurre l’impatto della crisi su imprese e cittadini. I due leader hanno anche concordato sull’importanza di assicurare al più presto la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Sviluppare una cooperazione ad ampio raggio su economia, investimenti, infrastrutture strategiche, sicurezza e difesa, l’obiettivo condiviso al termine del vertice.
Lasciata Gedda, Meloni ha fatto tappa a Doha dove è stata ricevuta dall’Emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani. A lui ha rivolto i suoi ringraziamenti per aver fornito assistenza per l’evacuazione degli italiani in Qatar al momento dell’esplosione del conflitto. Insieme hanno discusso degli sforzi diplomatici in corso per l’uscita dalla crisi e hanno quindi approfondito le questioni energetiche, anche alla luce del rapporto consolidato tra Italia e Qatar in questo ambito, confrontandosi sulle possibili azioni di mitigazione per gli choc subiti. Meloni ha assicurato la disponibilità dell’Italia a contribuire alla riabilitazione delle infrastrutture energetiche qatarine, fondamentali per la sicurezza energetica su scala globale. La libertà di navigazione attraverso Hormuz resta obiettivo comune e infine si è stabilito di lavorare per sviluppare ulteriormente la cooperazione e gli investimenti congiunti, per rafforzare ogni dimensione della sicurezza, soprattutto negli ambiti strategici della difesa, delle infrastrutture critiche, della sicurezza alimentare e della cooperazione multilaterale per la gestione dei fenomeni migratori nelle rotte mediterranee.
La terza tappa l’ha vista recarsi ad Al Ain, negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il presidente, Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. Anche in questo caso il premier ha espresso la «forte vicinanza dell’Italia a una nazione amica, vittima di continui attacchi dell’Iran». Meloni ha inoltre tenuto a «manifestare profonda gratitudine per il sostegno ricevuto alle operazioni di rimpatrio dei turisti in transito e delle migliaia di cittadini italiani presenti negli Emirati all’inizio del conflitto». E anche in questo caso il colloquio ha focalizzato l’attenzione sulle prospettive del conflitto e sulle condizioni necessarie per la cessazione delle ostilità, a partire dalla necessità di assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La conversazione ha infine permesso di fare il punto sulla cooperazione bilaterale, con particolare riferimento a un ulteriore rafforzamento degli investimenti reciproci nei settori strategici dell’energia, della difesa e della sicurezza.
La missione che molti hanno definito un «blitz» era prevista ma è stata tenuta segreta per evidenti ragioni di sicurezza. Il territorio è infatti molto rischioso per chiunque in questo momento per via dei bombardamenti. Ma lo è soprattutto per un leader di governo di un Paese che fa parte della Nato. Eventuali comunicazioni avrebbero potuto mettere a rischio l’incolumità del premier e di tutto il suo staff.
Nonostante le difficoltà, Meloni ha voluto essere in presenza nei tre Paesi del Golfo per dare un segnale e per provare a mettere in sicurezza l’approvvigionamento energetico italiano. La missione è stata lodata dalla maggioranza e criticata dalle opposizioni che l’hanno accusata di fare una passerella. Eppure il valore della due giorni è oggettivamente grande, lo ha ammesso anche il leader di Italia viva ed ex premier, Matteo Renzi, che ha parlato di «scelta politicamente intelligente anche se occorre allacciarsi le cinture perché ci attendono mesi difficili». Meloni lo sa, per questo ha inteso recarsi di persona nel Golfo. La partita per la riapertura dello Stretto di Hormuz è diventata una delle priorità. La strategia è quella di evitare lo scontro frontale che altri Paesi invece suggeriscono per scongiurare la pericolosa escalation dei prezzi e il razionamento delle materie prime. Un’emergenza che viaggia sopra le teste degli italiani ma che ha ricadute nella vita quotidiana di tutti. Di questo parlerà il premier giovedì prossimo quando interverrà in Parlamento per la sua informativa sul rilancio dell’azione di governo.
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